MCCCCXIIIAnno diCristomccccxiii. IndizioneVI.Giovanni XXIIIpapa 4.Sigismondore de' Romani 4.Di che tenore fossero la fede e i giuramenti diLadislao re di Napoli, era assai noto; eppurepapa Giovannisi lasciò attrappolare da un principe così infedele col credere sincera la concordia dell'anno precedente. Dove andasse questa a terminare, se n'avvide egli nell'anno presente. Dimorava esso papa in Roma alla spedizione de' sacri e de' temporali affari; ma non gli mancavano affanni e liti per l'inquietudine de' Romani, e per l'infedeltà di non pochi d'essi. Quando ecco nel mese di maggio s'ode[Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]che il re Ladislao ha spedito l'esercito suonella marca d'Ancona, e comincia ad impadronirsi di quelle terre. Speditogli controPaolo Orsino, lungi dal reprimere le forze nemiche, restò assediato daSforzasuo nemico in Rocca Contrada. Da questo tradimento conobbe il papa che il malvagio re, voglioso del dominio di Roma, verso quella volta avrebbe indirizzate in breve l'armi sue. Così fu. Allorchè s'ebbe nuova ch'egli s'andava avvicinando, e fu nel dì 4 di giugno, papa Giovanni, dopo avere sgravato il popolo romano dalla terza parte della gabella del vino, chiamati i conservatori e principali romani a palazzo, dopo avergli esortati ad essere fedeli, e a non temere del re Ladislao, lasciò in mano loro il governo. Di magnifiche promesse fecero allora i Romani. Ritirossi nel dì 7 di esso mese il papa con tutta la corte in casa del conte di Monopello, e nella stessa notte, rotta una parte del muro di Roma, entròTartagliacondottier d'armi pel re Ladislao nella città, e nel dì seguente si mise senza contraddizione in possesso di Roma, giacchè niuno s'oppose, e non mancava chi tenea buona intelligenza col re. Allora papa Giovanni coi cardinali e con tutta la famiglia fu lesto a fuggire, inviandosi a Viterbo[Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Hist. S. Antonin., et alii.]. Per istrada dai corridori nemici rimasero uccisi o svaligiati non pochi della corte sua. Il cardinale di Bari fu preso ed imprigionato; e in Roma la parte degli Orsini favorevole a papa Giovanni patì non poco danno in tal congiuntura. L'autore della Cronica di Forlì scrive[Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.]che questo pontefice dai suoi avversarii era soprannominato per ischerno Buldrino, e ch'egli si ridusse a Radicofani: nel qual tempo corse voce che non si sapeva dove egli fosse. Ma nel dì 17 di giugno egli comparve a Siena, e dopo aver trattato della comune difesa con que' maestrati[Cronica di Siena, tom. eod.], nel dì 21 s'inviò allavolta di Firenze. I Fiorentini, che non voleano tirarsi addosso l'indignazione di Ladislao[Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Ammirato, Istor. di Firenze, lib. 18.], non vollero per allora lasciar entrare nella città, contentandosi solamente di lasciargli prendere stanza in Santo Antonio del Vescovo fuori di essa città. Entrò il re Ladislao in Roma nel suddetto dì 8 di giugno, e da lì a due giorni si portò ad abitare nel palazzo vaticano, con ordinar poi l'assedio di castello Sant'Angelo, che tuttavia si tenea forte per papa Giovanni. Si sostenne quel castellano sino al dì 23 di ottobre, in cui finalmente rendè alle genti del re quella fortezza con gran festa e galloria de' Romani. Guadagnò egli dodici mila fiorini, co' quali si ritirò nel regno di Napoli. Intanto, inoltratesi le milizie del re Ladislao, ridussero, nel dì 24 del mese di giugno, alla di lui ubbidienza Ostia, e da lì a due giorni Viterbo, e successivamente tutte le altre terre sino ai confini del Sanese. Nel dì primo di luglio imbarcatosi il re in una galea, prese il viaggio alla volta di Napoli.Dopo tre mesi fu ammesso in Firenzepapa Giovanni, e quivi dispose con que' maestrati la maniera di far fronte agli ambiziosi pensieri delre Ladislao, principe che mostrava di voler la pace, ma guastandone nello stesso tempo ogni trattato colle esorbitanti sue pretensioni. Credette papa Giovanni, fin quando egli si tratteneva in Roma, che, ad assodare il suo stato e a frenare i passi dell'ingordo Ladislao, l'unico mezzo fosse l'intendersi conSigismondo rede' Romani, d'Ungheria e Boemia, le cui armi in Italia erano vittoriose contro la signoria di Venezia. Per far conoscere a questo principe il suo buon animo verso la pace della Chiesa, divisa allora da tre papi, determinò di proporgli la convocazion d'un concilio generale, e destinò a lui due cardinali legati. Narra Leonardo Aretino[Leonardus Aretin., ubi supra.], che era allora suo segretario dilettere, essere stata la sua idea che questo concilio si tenesse in luogo dove esso papa fosse il più forte. Ma allorchè fu per ispedire i legali con plenipotenza, lasciò questo punto raccomandato solamente alla loro prudenza. Andarono i legali a trovar Sigismondo; e Dio, che voleva confondere l'umana prudenza, e la fina politica di cui si pregiava papa Giovanni, permise che i medesimi legati convenissero con Sigismondo di raunar questo concilio nella città di Costanza, ubbidiente allora ad esso re, come sito il più comodo per l'intervento delle varie nazioni. Il che saputo da papa Giovanni, n'ebbe incredibil dispiacere, e fin d'allora cominciò a temere l'ultimo suo tracollo. Venne egli da Firenze a Bologna, dove entrò nel dì 12 di novembre[Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.]; e, fermatosi quivi sino al dì 23 d'esso mese, s'inviò in quel giorno verso Lombardia, per abboccarsi col suddetto Sigismondo. Era calato questo principe in Italia, e concertato l'abboccamento col papa nella città di Lodi, si portò colà. Vi comparve anche lo stesso pontefice, e da quella città spedì le circolari[Raynaldus, Annal. Eccles.]per invitar tutti a concorrere ad esso concilio nell'anno seguente.Giovanni da Vignate, che era signore ossia tiranno di Lodi, grande onor fece a papa Giovanni e a Sigismondo; e perchè egli colla sua destrezza era divenuto padrone anche di Piacenza, in tal congiuntura, se crediamo al Corio[Corio, Istoria di Milano.], fece di quella città un dono al re Sigismondo. Voce comune era che esso re de' Romani fosse venuto per prendere la corona ferrea d'Italia; ma odiando egliFilippo Maria Visconteduca di Milano, niun accordo potè seguir fra loro. E tanto meno dipoi, perchè il duca fece la lega contra di lui coiGenovesi, colmarchese di Monferratoe conPandolfo Malatesta. Da Lodi, ove celebrarono la festa del santo Natale, passaronodipoi Giovanni e Sigismondo a Cremona, quivi ben ricevuti daGabrino Fondolotiranno d'essa città. Si racconta di costui un fatto, di cui non oserei d'essere mallevadore, cioè aver egli detto, prima di morire, d'essere d'una sola cosa pentito. Ed era, che avendo egli condotto papa Giovanni e il re Sigismondo fin sulla cima dell'alta e nobil terra di Cremona[Campi, Istor. di Cremona.], non gli avesse precipitati amendue al basso, perchè la morte dei due principali capi della cristianità avrebbe portata dappertutto la fama del suo nome. Bestialità sì enorme difficilmente potè cadere in mente, se non per burla, ad un uomo si accorto, come egli fu. Tuttavia racconta il Redusio[Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital., pag. 827.]che tanto il papa che Sigismondo, entrati in sospetto della fede di costui,insalutato hospite, si partirono di Cremona. Continuò ancora per li primi mesi di questo anno la guerra fra il suddetto re Sigismondo e i Veneziani[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Si sparsero le genti di lui pel Veronese e Vicentino; succederono ancora molti incontri di guerra colla peggio ora dell'uno ora degli altri; ma in fine, conoscendo Sigismondo che v'era poco da sperare contro la potenza e vigilanza della signoria di Venezia, diede ascolto a proposizioni di tregua. Nel dì 18 d'aprile giunse a Venezia la nuova che s'era conchiusa essa tregua per cinque anni avvenire.Pandolfo Malatesta, che con singolar valore e fedeltà aveva servito alla repubblica in questa guerra, dopo aver ricevuto considerabili premii e finezze dai signori veneti, se ne ritornò a Brescia, e cominciò guerra contra del suddetto Gabrino Fondolo tiranno di Cremona, a cui tolse circa diciotto castella, con giugnere fino alle mura di quella città; ma non potè fare di più. Terminò i suoi giorni in quest'anno, nel dì 26 di dicembre,Michele Stenodoge di Venezia[Idem, ibidem.], e glisuccedette poi in quella illustre caricaTommaso Mocenigo, nel dì 7 del prossimo gennaio. Questi si trovava allora ambasciatore in Cremona, ed avvisato sen venne segretamente a Venezia. Nel dì 2 di agosto di quest'anno[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]Giorgio degli Ordelaffisignor di Forlì, per ispontanea dedizion de' cittadini di Forlimpopoli, divenne padrone di quella terra. Troppo fin qui erano stati su un piede i Genovesi, gente allora inclinata troppo alle mutazioni. Loro signore ossia capitano, come vedemmo, era divenutoTeodoro marchesedi Monferrato, in ricompensa di averli liberati dal giogo dei Franzesi. Mentre egli si trovava a Savona, per dar sesto ad una sollevazione di quella città, levossi a rumore il popolo di Genova, gridandolibertà, nel dì 20 di marzo. Fuggirono gli uffiziali del marchese, e venuto a GenovaGiorgio Adorno, personaggio ben voluto da tutti, fu eletto doge di quella repubblica. Seguì poscia, nel dì 9 di aprile, un accordo col marchese di Monferrato, il quale, contentandosi di ventiquattro mila e cinquecento fiorini d'oro, fece lor fine delle sue pretensioni.
Di che tenore fossero la fede e i giuramenti diLadislao re di Napoli, era assai noto; eppurepapa Giovannisi lasciò attrappolare da un principe così infedele col credere sincera la concordia dell'anno precedente. Dove andasse questa a terminare, se n'avvide egli nell'anno presente. Dimorava esso papa in Roma alla spedizione de' sacri e de' temporali affari; ma non gli mancavano affanni e liti per l'inquietudine de' Romani, e per l'infedeltà di non pochi d'essi. Quando ecco nel mese di maggio s'ode[Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]che il re Ladislao ha spedito l'esercito suonella marca d'Ancona, e comincia ad impadronirsi di quelle terre. Speditogli controPaolo Orsino, lungi dal reprimere le forze nemiche, restò assediato daSforzasuo nemico in Rocca Contrada. Da questo tradimento conobbe il papa che il malvagio re, voglioso del dominio di Roma, verso quella volta avrebbe indirizzate in breve l'armi sue. Così fu. Allorchè s'ebbe nuova ch'egli s'andava avvicinando, e fu nel dì 4 di giugno, papa Giovanni, dopo avere sgravato il popolo romano dalla terza parte della gabella del vino, chiamati i conservatori e principali romani a palazzo, dopo avergli esortati ad essere fedeli, e a non temere del re Ladislao, lasciò in mano loro il governo. Di magnifiche promesse fecero allora i Romani. Ritirossi nel dì 7 di esso mese il papa con tutta la corte in casa del conte di Monopello, e nella stessa notte, rotta una parte del muro di Roma, entròTartagliacondottier d'armi pel re Ladislao nella città, e nel dì seguente si mise senza contraddizione in possesso di Roma, giacchè niuno s'oppose, e non mancava chi tenea buona intelligenza col re. Allora papa Giovanni coi cardinali e con tutta la famiglia fu lesto a fuggire, inviandosi a Viterbo[Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Hist. S. Antonin., et alii.]. Per istrada dai corridori nemici rimasero uccisi o svaligiati non pochi della corte sua. Il cardinale di Bari fu preso ed imprigionato; e in Roma la parte degli Orsini favorevole a papa Giovanni patì non poco danno in tal congiuntura. L'autore della Cronica di Forlì scrive[Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.]che questo pontefice dai suoi avversarii era soprannominato per ischerno Buldrino, e ch'egli si ridusse a Radicofani: nel qual tempo corse voce che non si sapeva dove egli fosse. Ma nel dì 17 di giugno egli comparve a Siena, e dopo aver trattato della comune difesa con que' maestrati[Cronica di Siena, tom. eod.], nel dì 21 s'inviò allavolta di Firenze. I Fiorentini, che non voleano tirarsi addosso l'indignazione di Ladislao[Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Ammirato, Istor. di Firenze, lib. 18.], non vollero per allora lasciar entrare nella città, contentandosi solamente di lasciargli prendere stanza in Santo Antonio del Vescovo fuori di essa città. Entrò il re Ladislao in Roma nel suddetto dì 8 di giugno, e da lì a due giorni si portò ad abitare nel palazzo vaticano, con ordinar poi l'assedio di castello Sant'Angelo, che tuttavia si tenea forte per papa Giovanni. Si sostenne quel castellano sino al dì 23 di ottobre, in cui finalmente rendè alle genti del re quella fortezza con gran festa e galloria de' Romani. Guadagnò egli dodici mila fiorini, co' quali si ritirò nel regno di Napoli. Intanto, inoltratesi le milizie del re Ladislao, ridussero, nel dì 24 del mese di giugno, alla di lui ubbidienza Ostia, e da lì a due giorni Viterbo, e successivamente tutte le altre terre sino ai confini del Sanese. Nel dì primo di luglio imbarcatosi il re in una galea, prese il viaggio alla volta di Napoli.
Dopo tre mesi fu ammesso in Firenzepapa Giovanni, e quivi dispose con que' maestrati la maniera di far fronte agli ambiziosi pensieri delre Ladislao, principe che mostrava di voler la pace, ma guastandone nello stesso tempo ogni trattato colle esorbitanti sue pretensioni. Credette papa Giovanni, fin quando egli si tratteneva in Roma, che, ad assodare il suo stato e a frenare i passi dell'ingordo Ladislao, l'unico mezzo fosse l'intendersi conSigismondo rede' Romani, d'Ungheria e Boemia, le cui armi in Italia erano vittoriose contro la signoria di Venezia. Per far conoscere a questo principe il suo buon animo verso la pace della Chiesa, divisa allora da tre papi, determinò di proporgli la convocazion d'un concilio generale, e destinò a lui due cardinali legati. Narra Leonardo Aretino[Leonardus Aretin., ubi supra.], che era allora suo segretario dilettere, essere stata la sua idea che questo concilio si tenesse in luogo dove esso papa fosse il più forte. Ma allorchè fu per ispedire i legali con plenipotenza, lasciò questo punto raccomandato solamente alla loro prudenza. Andarono i legali a trovar Sigismondo; e Dio, che voleva confondere l'umana prudenza, e la fina politica di cui si pregiava papa Giovanni, permise che i medesimi legati convenissero con Sigismondo di raunar questo concilio nella città di Costanza, ubbidiente allora ad esso re, come sito il più comodo per l'intervento delle varie nazioni. Il che saputo da papa Giovanni, n'ebbe incredibil dispiacere, e fin d'allora cominciò a temere l'ultimo suo tracollo. Venne egli da Firenze a Bologna, dove entrò nel dì 12 di novembre[Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.]; e, fermatosi quivi sino al dì 23 d'esso mese, s'inviò in quel giorno verso Lombardia, per abboccarsi col suddetto Sigismondo. Era calato questo principe in Italia, e concertato l'abboccamento col papa nella città di Lodi, si portò colà. Vi comparve anche lo stesso pontefice, e da quella città spedì le circolari[Raynaldus, Annal. Eccles.]per invitar tutti a concorrere ad esso concilio nell'anno seguente.Giovanni da Vignate, che era signore ossia tiranno di Lodi, grande onor fece a papa Giovanni e a Sigismondo; e perchè egli colla sua destrezza era divenuto padrone anche di Piacenza, in tal congiuntura, se crediamo al Corio[Corio, Istoria di Milano.], fece di quella città un dono al re Sigismondo. Voce comune era che esso re de' Romani fosse venuto per prendere la corona ferrea d'Italia; ma odiando egliFilippo Maria Visconteduca di Milano, niun accordo potè seguir fra loro. E tanto meno dipoi, perchè il duca fece la lega contra di lui coiGenovesi, colmarchese di Monferratoe conPandolfo Malatesta. Da Lodi, ove celebrarono la festa del santo Natale, passaronodipoi Giovanni e Sigismondo a Cremona, quivi ben ricevuti daGabrino Fondolotiranno d'essa città. Si racconta di costui un fatto, di cui non oserei d'essere mallevadore, cioè aver egli detto, prima di morire, d'essere d'una sola cosa pentito. Ed era, che avendo egli condotto papa Giovanni e il re Sigismondo fin sulla cima dell'alta e nobil terra di Cremona[Campi, Istor. di Cremona.], non gli avesse precipitati amendue al basso, perchè la morte dei due principali capi della cristianità avrebbe portata dappertutto la fama del suo nome. Bestialità sì enorme difficilmente potè cadere in mente, se non per burla, ad un uomo si accorto, come egli fu. Tuttavia racconta il Redusio[Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital., pag. 827.]che tanto il papa che Sigismondo, entrati in sospetto della fede di costui,insalutato hospite, si partirono di Cremona. Continuò ancora per li primi mesi di questo anno la guerra fra il suddetto re Sigismondo e i Veneziani[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Si sparsero le genti di lui pel Veronese e Vicentino; succederono ancora molti incontri di guerra colla peggio ora dell'uno ora degli altri; ma in fine, conoscendo Sigismondo che v'era poco da sperare contro la potenza e vigilanza della signoria di Venezia, diede ascolto a proposizioni di tregua. Nel dì 18 d'aprile giunse a Venezia la nuova che s'era conchiusa essa tregua per cinque anni avvenire.Pandolfo Malatesta, che con singolar valore e fedeltà aveva servito alla repubblica in questa guerra, dopo aver ricevuto considerabili premii e finezze dai signori veneti, se ne ritornò a Brescia, e cominciò guerra contra del suddetto Gabrino Fondolo tiranno di Cremona, a cui tolse circa diciotto castella, con giugnere fino alle mura di quella città; ma non potè fare di più. Terminò i suoi giorni in quest'anno, nel dì 26 di dicembre,Michele Stenodoge di Venezia[Idem, ibidem.], e glisuccedette poi in quella illustre caricaTommaso Mocenigo, nel dì 7 del prossimo gennaio. Questi si trovava allora ambasciatore in Cremona, ed avvisato sen venne segretamente a Venezia. Nel dì 2 di agosto di quest'anno[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]Giorgio degli Ordelaffisignor di Forlì, per ispontanea dedizion de' cittadini di Forlimpopoli, divenne padrone di quella terra. Troppo fin qui erano stati su un piede i Genovesi, gente allora inclinata troppo alle mutazioni. Loro signore ossia capitano, come vedemmo, era divenutoTeodoro marchesedi Monferrato, in ricompensa di averli liberati dal giogo dei Franzesi. Mentre egli si trovava a Savona, per dar sesto ad una sollevazione di quella città, levossi a rumore il popolo di Genova, gridandolibertà, nel dì 20 di marzo. Fuggirono gli uffiziali del marchese, e venuto a GenovaGiorgio Adorno, personaggio ben voluto da tutti, fu eletto doge di quella repubblica. Seguì poscia, nel dì 9 di aprile, un accordo col marchese di Monferrato, il quale, contentandosi di ventiquattro mila e cinquecento fiorini d'oro, fece lor fine delle sue pretensioni.