MCCCCXIXAnno diCristomccccxix. Indiz.XII.Martino Vpapa 3.Sigismondore de' Romani 10.Ottennero l'intento loro i saggi Fiorentini con indurrepapa Martino Vad andarsene nell'anno presente alla lor città, e a fissar ivi la sua residenza[Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.]. Mossosi egli adunque da Mantova, arrivò a Ferrara nel dì 8 di febbraio, e con sommo onore vi fu introdotto dalmarchese NiccolòEstense. Quivi accordò la libertà e molti privilegii ai Bolognesi; ma non si sa il perchè non volle poi passar per Bologna. Probabilmente nudriva fin allora de' pensieri diversi contro quella città; nè tarderemo a vederne gli effetti. Fece egli il viaggio per la Romagna, e nel dì 18 del suddetto mese di febbraio entrò con gran pompa in Forlì[Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.], da dove poi si trasferì a Firenze. Nel dì 26 d'esso mese fece egli la sua entrata in quella città. La magnificenza fu grande, suntuosi i regali, tenendosi ben caro i Fiorentini, dopo tante rotture colla santa Sede, d'avere in lor casa un papa, e papa che parea risoluto di far quivi una lunga posata. E certamente non tardarono a provare i buoni influssi di questo gran pianeta; perciocchè, nel dì 2 di maggio[Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 18.], il papa onorò della dignità archiepiscopale la chiesa di Firenze. Era fuggito dalle carceri di Germania BaldassareCossa, giàpapa Giovanni XXIII. Gli facea la caccia papa Martino, credendo egli non mai sicuro il suo pontificato, finchè questo uomo si trovava in libertà e in istato di far nuovi imbrogli[Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Vita Martin. V, P. III, tom. 3 Rer. Ital.]. Scrivono altri che per le raccomandazioni di papa Martino, e col danaro d'alcuni mercatanti fiorentini, egli fu liberato. Ora il Cossa, o per consiglio di saggia politica, o per ispirazione di Dio, oppure per concerto già fatto, prese la risoluzione di umiliarsi al legittimo pontefice, e di metter fine per conto suo ai guai della Chiesa. Ottenne per mezzo de' Fiorentini, amici suoi, salvocondotto, e nel dì 13 di maggio venuto a Firenze, si gittò a' piedi di Martino, riconoscendolo per vero ed unico papa, e rinunziando liberamente ad ogni sua pretensione sul papato. Questo atto, di cui mirabilmente si rallegrò il pontefice, servì a lui di motivo per crear di nuovo cardinale, e primo tra' cardinali, esso Cossa. Ma non terminò l'anno che anche venne meno la vita di questo personaggio, famoso per la varietà della sua industria e fortuna, essendo egli morto nel dì 22 di dicembre. Nè sussiste, per attestato dell'Ammirati[Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 18.], cheGiovanni de' Medici, padre diCosimo il Magnifico, si arricchisse coi di lui tesori, perchè il suo testamento chiaramente pruova esser egli morto piuttosto povero che ricco. Ebbe in quest'anno[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. eod.]esecuzione l'accordo e la lega, già conchiusa fra esso papa Martino eGiovanna Secondaregina di Napoli. Promise la regina ai ministri pontificii di consegnare al papa castello Sant'Angelo, Ostia e le altre fortezze di Roma, città in cui regnavano tuttavia molte discordie fra i Savelli e gli Orsini. E nell'accordo suddetto non dimenticò già il papa l'esaltazione della propria casa, secondo l'uso de' suoi tempi. Avendo egli spedito a NapoliGiordano Colonnasuo fratello, edAntoniosuo nipote, si vide la regina profondere le sue grazie sopra d'esso Antonio, con crearlo duca d'Amalfi e di Castello a mare, e con donargli poscia il principato di Salerno: di modo che pubblica credenza fu che vi fosse stato maneggio di far succedere questo nipote del papa nel regno di Napoli, allorchè mancasse di vita la regina.Dacchè restò depressoJacopo di Borboneconte della Marca, marito d'essa regina, se ne stette egli sempre malcontento. Ossia che fin d'allora fosse custodito sempre dalle guardie, oppure che, volendo fare delle novità, fosse messo in prigione: certo è che furono fatti premurosi uffizii per la liberazione di lui da alcuni re e principi, ma sempre indarno. All'autorità del pontefice riuscì di fargli ricuperare la libertà, nel dì 15 di febbraio dell'anno presente, con varii patti per la sicurezza e pel decoro suo. Parve rimessa la buona armonia fra lui e la moglie regina; ma perchè ella non cacciava di corte alcuni tristi, indispettito per vedersi poco prezzato, sul fine di maggio[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.], imbarcatosi in una nave, all'improvviso se ne andò a Taranto. Fu ivi assediato daMaria regina, già moglie diLadislao, che perGian-Antonio Orsinoacquistò quel principato. Laonde Jacopo per disperazione fuggì, e di là si ridusse a Trivigi, e poscia in Francia, portando seco un immortale sdegno contro la regina e i Napoletani. Fecesi poi frate francescano, e i Sammartani scrivono[Sammarthan., Généal. de France, tom. 2.]ch'egli morì nel 1438. Spediti dal papa, nel mese di gennaio a Napoli ilcardinal Morosinovescovo d'Arezzo edAngelo vescovodi Anagni, questi solamente nel dì 28 di ottobre eseguirono la coronazion dellaregina Giovanna; per la qual funzione due mesi continui il popolo di Napoli fece feste e bagordi senza fine. Come possa stare che dopo tali atti lo stesso papasul fine di quest'anno[Raynaldus, Annal. Eccles. ad ann. 1420.], per quanto vogliono alcuni, con sua bolla riconoscesse i diritti diLodovico duca d'Angiòsul regno di Napoli, non si sa bene intendere. Certo è cheSer-Gianni Caracciolo, come esiliato, spedito dalla regina a Firenze, maneggiò con vigore i di lei interessi, ed ottenne quanto dimandò. Ma il Caracciolo era l'anima della regina Giovanna, di modo che i suoi nemici sparlavano, attribuendo ad amendue un illecito commercio. Nè potendo essa sofferire la di lui lontananza, voluta dalloSforza, tanto s'industriò, che, placato lo Sforza, fece ritornare il suo caro, e riconciliollo con lui. Oltre al grado di gran contestabile del regno, ebbe in quest'anno Sforza dapapa Martinoquello di gonfaloniere della Chiesa, giacchè di lui si volea il pontefice servire per far guerra aBraccio, sommamente da lui odiato, perchè occupator di tante terre dello Stato ecclesiastico. E volentieri la regina e i Caracciolo diedero mano all'impresa, per allontanare Sforza da Napoli e dal regno[Cribell., Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]. Troppo mi dilungherei se volessi tener dietro ai passi di questo valoroso capitano. Brevemente dirò ch'egli andò coll'esercito suo ad accamparsi fra Viterbo e Montefiascone. Gli venne incontro il non men prode Braccio, che poco prima s'era impadronito d'Assisi e della città, ma non della rocca di Spoleti[Campanus, Vita Brachii, lib. 4. tom. 19 Rer. Ital.]. Vennero alle mani nel dì 20 di giugno, quando ilconte Niccolò Orsino, il quale fu poi imputato di segreta intelligenza con Braccio, essendo tenente della cavalleria di Sforza, dato di sprone al cavallo, si ritirò in Viterbo. L'esempio suo si trasse dietro il resto del campo sforzesco, il quale, inseguito da Braccio sino alle porte della città, diede a lui campo di far prigioni mille de' cavalli sforzeschi[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Stando in Viterbo Sforza, benchè mal ubbidito daitraditori, e colla peste entrata fra i suoi, non lasciò per questo di far molte prodezze contro al nemico Braccio, finchè giunseFrancescosuo figliuolo con un buon rinforzo di gente. Allora, teso un aguato, fece assaltar dal figliuolo i Bracceschi, e nel combattimento ebbe prigionieri più di cinquecento cavalli. Per questo si ritirò Braccio indietro, e benchè seguissero varii altri incontri, poco vantaggio ognuno d'essi ne riportò. Ma singolar guadagno fece Sforza per altro verso, perchè riuscì alla di lui industria, o piuttosto ai segreti maneggi e all'oro del papa, di staccareTartagliada Braccio; da Braccio, dissi, pel cui ingrandimento tanto s'era fin qui affaticato esso Tartaglia. Mosse il pontefice contra di lui ancheGuido Antonio da Montefeltro, signore d'Urbino e di Gubbio. Tolse questi bensì a Braccio la città d'Assisi, ma non già il castello. Accorsevi Braccio, e colla morte e prigionia di molti Urbinati la ricuperò. Non andò così pel castello di Spoleti assediato da un corpo di gente di Braccio, già divenuto padrone della città. Essendovi stato spedito da Sforza un rinforzo, che si unì colla guarnigion del castello, restarono sconfitti i Bracciani, e quella città tornò all'ubbidienza del papa. Intanto Braccio, per vendicarsi di Tartaglia, fece che gli Orvietani trattassero con lui di dargli quella città. Portossi colà Tartaglia con trecento cavalli ed altrettanti fanti, credendosi di avere fra le unghie la preda; ma, assalito da Braccio, vi lasciò quasi tutti i suoi prigioni, ed egli con pochi appena si salvò mercè del buon cavallo e degli sproni.Niuna memoria ci resta sotto questo anno degli affari di Genova negli Annali di quella città. Ma si raccoglie abbastanza dal Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]e dal Corio[Corio, Istor. di Milano.]cheTommaso da Campofregosodoge altra maniera non seppe trovare per liberarsi dalla persecuzion del duca di Milano e de' suoiemuli, che di comperare a caro prezzo la pace dal medesimo duca nel mese di febbraio. Si convenne dunque di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro presentemente, e nel termine di anni quattro altri cento cinquanta mila; siccome ancora di deporre il titolo di doge, assumendo quello di governatore; e di lasciar entrare in città i fuorusciti, eccettochè tre casate. Ciò fatto,Filippo Mariaordinò alCarmagnoladi rivolgere l'armi contra diGabrino Fondolotiranno di Cremona. V'andò, e prese la maggior parte delle castella di quel territorio. Avea ilpontefice Martino, fin quando era in Mantova, conchiuso un accordo fra il duca di Milano ePandolfo Malatesta, signore di Brescia e di Bergamo, in vigore del quale doveano ricadere al duca quelle due città dopo la morte d'esso Pandolfo, che non avea figliuoli, con altri patti, e con lega offensiva e difensiva fra loro. Ma Pandolfo, al vedere l'amico Gabrino in pericolo, e temendo dopo la rovina di lui la propria, fingendo che Gabrino avesse a lui venduta Cremona, prese le armi per aiutarlo; con che impedì la caduta di Cremona. Allora il Carmagnola marciò coll'esercito suo a Martinengo nel dì 20 di giugno, e collo sborso di dodici mila fiorini vi mise dentro il piede, e poscia imprese l'assedio di Bergamo. Si sostenne quella città sino alla notte precedente al dì 24 di luglio, festa di san Jacopo apostolo. Quei che poterono, della guarnigion di Pandolfo, si salvarono nella cittadella; ma con poco frutto, perchè nel dì 26 si renderono a discrezione. Cita il padre Celestino[Celestino, Istor. di Bergamo.]la conferma fatta in quest'anno dal duca della capitolazione e de' privilegii della città di Bergamo. Dopo tale acquisto l'infaticabil Carmagnola continuò il corso della vittoria sul distretto di Brescia, portando seco il terrore, ma più il credito d'essere uomo osservator della parola, e di tenere in freno la licenza dei suoi soldati. Occupò gli Orci nuovi e vecchi, Palazzuolo, Pontoglio, Rovatto e molte altrecastella: colle quali imprese gloriosamente terminò la campagna. Anche i Veneziani continuarono in quest'anno[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]la guerra nel Friuli contra diLodovicopatriarca d'Aquileia, senza lasciarsi muovere dal loro proponimento per l'interposizione del papa che mandò apposta a Venezia il cardinale di Spagna con titolo di legato per trattare d'accordo. Aveano il vento in poppa. Filippo Arcelli, già signor di Piacenza, creato lor generale, sapea eccellentemente il mestier della guerra; ogni dì più facea progressi nel paese nemico. Tanto egli operò che Cividal di Belluno si arrendè alla reppublica nel dì 7 d'aprile. Anche Sacile venne all'ubbidienza de' Veneziani verso la metà di agosto. Così fecero anche Prata, Serravalle ed altri luoghi. Nel medesimo tempo faceano i Veneziani guerra in Dalmazia alle città di Traù e di Spalatro, che erano occupate daSigismondo redei Romani e d'Ungheria, il quale, per la morte di Venceslao suo fratello, già re de' Romani, era divenuto padrone anche della Boemia, e per mezzo diPippo, ossiaFilippo degli ScolariFiorentino, suo generale, riportò in quest'anno una mirabil vittoria contra di trecento mila Turchi.
Ottennero l'intento loro i saggi Fiorentini con indurrepapa Martino Vad andarsene nell'anno presente alla lor città, e a fissar ivi la sua residenza[Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.]. Mossosi egli adunque da Mantova, arrivò a Ferrara nel dì 8 di febbraio, e con sommo onore vi fu introdotto dalmarchese NiccolòEstense. Quivi accordò la libertà e molti privilegii ai Bolognesi; ma non si sa il perchè non volle poi passar per Bologna. Probabilmente nudriva fin allora de' pensieri diversi contro quella città; nè tarderemo a vederne gli effetti. Fece egli il viaggio per la Romagna, e nel dì 18 del suddetto mese di febbraio entrò con gran pompa in Forlì[Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.], da dove poi si trasferì a Firenze. Nel dì 26 d'esso mese fece egli la sua entrata in quella città. La magnificenza fu grande, suntuosi i regali, tenendosi ben caro i Fiorentini, dopo tante rotture colla santa Sede, d'avere in lor casa un papa, e papa che parea risoluto di far quivi una lunga posata. E certamente non tardarono a provare i buoni influssi di questo gran pianeta; perciocchè, nel dì 2 di maggio[Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 18.], il papa onorò della dignità archiepiscopale la chiesa di Firenze. Era fuggito dalle carceri di Germania BaldassareCossa, giàpapa Giovanni XXIII. Gli facea la caccia papa Martino, credendo egli non mai sicuro il suo pontificato, finchè questo uomo si trovava in libertà e in istato di far nuovi imbrogli[Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Vita Martin. V, P. III, tom. 3 Rer. Ital.]. Scrivono altri che per le raccomandazioni di papa Martino, e col danaro d'alcuni mercatanti fiorentini, egli fu liberato. Ora il Cossa, o per consiglio di saggia politica, o per ispirazione di Dio, oppure per concerto già fatto, prese la risoluzione di umiliarsi al legittimo pontefice, e di metter fine per conto suo ai guai della Chiesa. Ottenne per mezzo de' Fiorentini, amici suoi, salvocondotto, e nel dì 13 di maggio venuto a Firenze, si gittò a' piedi di Martino, riconoscendolo per vero ed unico papa, e rinunziando liberamente ad ogni sua pretensione sul papato. Questo atto, di cui mirabilmente si rallegrò il pontefice, servì a lui di motivo per crear di nuovo cardinale, e primo tra' cardinali, esso Cossa. Ma non terminò l'anno che anche venne meno la vita di questo personaggio, famoso per la varietà della sua industria e fortuna, essendo egli morto nel dì 22 di dicembre. Nè sussiste, per attestato dell'Ammirati[Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 18.], cheGiovanni de' Medici, padre diCosimo il Magnifico, si arricchisse coi di lui tesori, perchè il suo testamento chiaramente pruova esser egli morto piuttosto povero che ricco. Ebbe in quest'anno[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. eod.]esecuzione l'accordo e la lega, già conchiusa fra esso papa Martino eGiovanna Secondaregina di Napoli. Promise la regina ai ministri pontificii di consegnare al papa castello Sant'Angelo, Ostia e le altre fortezze di Roma, città in cui regnavano tuttavia molte discordie fra i Savelli e gli Orsini. E nell'accordo suddetto non dimenticò già il papa l'esaltazione della propria casa, secondo l'uso de' suoi tempi. Avendo egli spedito a NapoliGiordano Colonnasuo fratello, edAntoniosuo nipote, si vide la regina profondere le sue grazie sopra d'esso Antonio, con crearlo duca d'Amalfi e di Castello a mare, e con donargli poscia il principato di Salerno: di modo che pubblica credenza fu che vi fosse stato maneggio di far succedere questo nipote del papa nel regno di Napoli, allorchè mancasse di vita la regina.
Dacchè restò depressoJacopo di Borboneconte della Marca, marito d'essa regina, se ne stette egli sempre malcontento. Ossia che fin d'allora fosse custodito sempre dalle guardie, oppure che, volendo fare delle novità, fosse messo in prigione: certo è che furono fatti premurosi uffizii per la liberazione di lui da alcuni re e principi, ma sempre indarno. All'autorità del pontefice riuscì di fargli ricuperare la libertà, nel dì 15 di febbraio dell'anno presente, con varii patti per la sicurezza e pel decoro suo. Parve rimessa la buona armonia fra lui e la moglie regina; ma perchè ella non cacciava di corte alcuni tristi, indispettito per vedersi poco prezzato, sul fine di maggio[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.], imbarcatosi in una nave, all'improvviso se ne andò a Taranto. Fu ivi assediato daMaria regina, già moglie diLadislao, che perGian-Antonio Orsinoacquistò quel principato. Laonde Jacopo per disperazione fuggì, e di là si ridusse a Trivigi, e poscia in Francia, portando seco un immortale sdegno contro la regina e i Napoletani. Fecesi poi frate francescano, e i Sammartani scrivono[Sammarthan., Généal. de France, tom. 2.]ch'egli morì nel 1438. Spediti dal papa, nel mese di gennaio a Napoli ilcardinal Morosinovescovo d'Arezzo edAngelo vescovodi Anagni, questi solamente nel dì 28 di ottobre eseguirono la coronazion dellaregina Giovanna; per la qual funzione due mesi continui il popolo di Napoli fece feste e bagordi senza fine. Come possa stare che dopo tali atti lo stesso papasul fine di quest'anno[Raynaldus, Annal. Eccles. ad ann. 1420.], per quanto vogliono alcuni, con sua bolla riconoscesse i diritti diLodovico duca d'Angiòsul regno di Napoli, non si sa bene intendere. Certo è cheSer-Gianni Caracciolo, come esiliato, spedito dalla regina a Firenze, maneggiò con vigore i di lei interessi, ed ottenne quanto dimandò. Ma il Caracciolo era l'anima della regina Giovanna, di modo che i suoi nemici sparlavano, attribuendo ad amendue un illecito commercio. Nè potendo essa sofferire la di lui lontananza, voluta dalloSforza, tanto s'industriò, che, placato lo Sforza, fece ritornare il suo caro, e riconciliollo con lui. Oltre al grado di gran contestabile del regno, ebbe in quest'anno Sforza dapapa Martinoquello di gonfaloniere della Chiesa, giacchè di lui si volea il pontefice servire per far guerra aBraccio, sommamente da lui odiato, perchè occupator di tante terre dello Stato ecclesiastico. E volentieri la regina e i Caracciolo diedero mano all'impresa, per allontanare Sforza da Napoli e dal regno[Cribell., Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]. Troppo mi dilungherei se volessi tener dietro ai passi di questo valoroso capitano. Brevemente dirò ch'egli andò coll'esercito suo ad accamparsi fra Viterbo e Montefiascone. Gli venne incontro il non men prode Braccio, che poco prima s'era impadronito d'Assisi e della città, ma non della rocca di Spoleti[Campanus, Vita Brachii, lib. 4. tom. 19 Rer. Ital.]. Vennero alle mani nel dì 20 di giugno, quando ilconte Niccolò Orsino, il quale fu poi imputato di segreta intelligenza con Braccio, essendo tenente della cavalleria di Sforza, dato di sprone al cavallo, si ritirò in Viterbo. L'esempio suo si trasse dietro il resto del campo sforzesco, il quale, inseguito da Braccio sino alle porte della città, diede a lui campo di far prigioni mille de' cavalli sforzeschi[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Stando in Viterbo Sforza, benchè mal ubbidito daitraditori, e colla peste entrata fra i suoi, non lasciò per questo di far molte prodezze contro al nemico Braccio, finchè giunseFrancescosuo figliuolo con un buon rinforzo di gente. Allora, teso un aguato, fece assaltar dal figliuolo i Bracceschi, e nel combattimento ebbe prigionieri più di cinquecento cavalli. Per questo si ritirò Braccio indietro, e benchè seguissero varii altri incontri, poco vantaggio ognuno d'essi ne riportò. Ma singolar guadagno fece Sforza per altro verso, perchè riuscì alla di lui industria, o piuttosto ai segreti maneggi e all'oro del papa, di staccareTartagliada Braccio; da Braccio, dissi, pel cui ingrandimento tanto s'era fin qui affaticato esso Tartaglia. Mosse il pontefice contra di lui ancheGuido Antonio da Montefeltro, signore d'Urbino e di Gubbio. Tolse questi bensì a Braccio la città d'Assisi, ma non già il castello. Accorsevi Braccio, e colla morte e prigionia di molti Urbinati la ricuperò. Non andò così pel castello di Spoleti assediato da un corpo di gente di Braccio, già divenuto padrone della città. Essendovi stato spedito da Sforza un rinforzo, che si unì colla guarnigion del castello, restarono sconfitti i Bracciani, e quella città tornò all'ubbidienza del papa. Intanto Braccio, per vendicarsi di Tartaglia, fece che gli Orvietani trattassero con lui di dargli quella città. Portossi colà Tartaglia con trecento cavalli ed altrettanti fanti, credendosi di avere fra le unghie la preda; ma, assalito da Braccio, vi lasciò quasi tutti i suoi prigioni, ed egli con pochi appena si salvò mercè del buon cavallo e degli sproni.
Niuna memoria ci resta sotto questo anno degli affari di Genova negli Annali di quella città. Ma si raccoglie abbastanza dal Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]e dal Corio[Corio, Istor. di Milano.]cheTommaso da Campofregosodoge altra maniera non seppe trovare per liberarsi dalla persecuzion del duca di Milano e de' suoiemuli, che di comperare a caro prezzo la pace dal medesimo duca nel mese di febbraio. Si convenne dunque di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro presentemente, e nel termine di anni quattro altri cento cinquanta mila; siccome ancora di deporre il titolo di doge, assumendo quello di governatore; e di lasciar entrare in città i fuorusciti, eccettochè tre casate. Ciò fatto,Filippo Mariaordinò alCarmagnoladi rivolgere l'armi contra diGabrino Fondolotiranno di Cremona. V'andò, e prese la maggior parte delle castella di quel territorio. Avea ilpontefice Martino, fin quando era in Mantova, conchiuso un accordo fra il duca di Milano ePandolfo Malatesta, signore di Brescia e di Bergamo, in vigore del quale doveano ricadere al duca quelle due città dopo la morte d'esso Pandolfo, che non avea figliuoli, con altri patti, e con lega offensiva e difensiva fra loro. Ma Pandolfo, al vedere l'amico Gabrino in pericolo, e temendo dopo la rovina di lui la propria, fingendo che Gabrino avesse a lui venduta Cremona, prese le armi per aiutarlo; con che impedì la caduta di Cremona. Allora il Carmagnola marciò coll'esercito suo a Martinengo nel dì 20 di giugno, e collo sborso di dodici mila fiorini vi mise dentro il piede, e poscia imprese l'assedio di Bergamo. Si sostenne quella città sino alla notte precedente al dì 24 di luglio, festa di san Jacopo apostolo. Quei che poterono, della guarnigion di Pandolfo, si salvarono nella cittadella; ma con poco frutto, perchè nel dì 26 si renderono a discrezione. Cita il padre Celestino[Celestino, Istor. di Bergamo.]la conferma fatta in quest'anno dal duca della capitolazione e de' privilegii della città di Bergamo. Dopo tale acquisto l'infaticabil Carmagnola continuò il corso della vittoria sul distretto di Brescia, portando seco il terrore, ma più il credito d'essere uomo osservator della parola, e di tenere in freno la licenza dei suoi soldati. Occupò gli Orci nuovi e vecchi, Palazzuolo, Pontoglio, Rovatto e molte altrecastella: colle quali imprese gloriosamente terminò la campagna. Anche i Veneziani continuarono in quest'anno[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]la guerra nel Friuli contra diLodovicopatriarca d'Aquileia, senza lasciarsi muovere dal loro proponimento per l'interposizione del papa che mandò apposta a Venezia il cardinale di Spagna con titolo di legato per trattare d'accordo. Aveano il vento in poppa. Filippo Arcelli, già signor di Piacenza, creato lor generale, sapea eccellentemente il mestier della guerra; ogni dì più facea progressi nel paese nemico. Tanto egli operò che Cividal di Belluno si arrendè alla reppublica nel dì 7 d'aprile. Anche Sacile venne all'ubbidienza de' Veneziani verso la metà di agosto. Così fecero anche Prata, Serravalle ed altri luoghi. Nel medesimo tempo faceano i Veneziani guerra in Dalmazia alle città di Traù e di Spalatro, che erano occupate daSigismondo redei Romani e d'Ungheria, il quale, per la morte di Venceslao suo fratello, già re de' Romani, era divenuto padrone anche della Boemia, e per mezzo diPippo, ossiaFilippo degli ScolariFiorentino, suo generale, riportò in quest'anno una mirabil vittoria contra di trecento mila Turchi.