MCCCCXLI

MCCCCXLIAnno diCristomccccxli. Indiz.IV.Eugenio IVpapa 11.Federigo IIIre de' Romani 2.Non mancarono affari neppure in quest'anno apapa Eugenio[Raynaldus, Annal. Eccles. Spondanus, in Annal. Eccles. Æneas Sylvius, in Epist.], perciocchè tuttavia lo scismatico concilio di Basilea, benchè composto di poche teste, continuava le sue sessioni, e l'antipapaFelice V, cioèAmedeo di Savoia, nel dì 24 di giugno, festa di san Giovanni Batista, con gran solennità si fece coronare colla pontificia tiara nella città di Basilea, dove fu gran concorso di gente, e creò anche quattro cardinali. E benchè ilre Alfonsonon lasciasse riconoscere per papa nei suoi regni il suddetto Amedeo, pure andava trattando col concilio di Basilea, siccome sdegnato con papa Eugenio, perchè questi ricusava di dargli l'investitura del regno di Napoli. Anzi nel mese di ottobre, per far paura ad esso pontefice, procurò che i prelati basiliensi inviassero a sè una ambasciata, mostrando ancora di voler ottenere dall'antipapa ciò che il papa gli andava negando. Ora Eugenio, non meno per queste ostilità d'Alfonso, che per le preghiere del re Renato, si volse a raccogliere quanti armati potè, e li spedì in regno di Napoli contra di Alfonso. Prima non di meno che giugnessero tali soccorsi, erano succedute alcune azioni vantaggiose al medesimore d'Aragona[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]: cioè, accordatisi con lui i Caldoreschi, aveano inalberate le di lui bandiere. Cassano, Biccari, Caiazza, la Padula ed altre terre erano venute a sua divozione[Istoria di Napoli, tom. 23 Rer. Ital.]. Ora da che il conteFrancesco Sforzaebbe ragguaglio della guerra mossa da esso Alfonso alle sue terre del regno di Napoli, inviò colàCesare MartinengoconVittore Rangone, e con un grosso corpo di cavalleria, il quale, unitosi con altre soldatesche della Marca, col conte di Celano, conFrancesco da San Severinoed altri Napoletani[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.], andò ad opporsi ai progressi del re Alfonso. Si trovava allora esso re all'assedio della città di Troia. Vennero le genti del conte Francesco alle mani con lui nel dì 10 di giugno, e, dopo un crudel fatto d'armi, n'ebbero la peggio con loro vergogna, ma senza gran danno, perchè la maggior parte d'essi fuggendo si salvò nella suddetta città di Troia, di maniera che fu forzato Alfonso dipoi a levarsi col campo di sotto a quella città. Nel seguente luglioAlessandro Sforza, governatore della Marca pel conte Francesco suo fratello, entrò anch'egli nel regno con mille e cinquecento cavalli. Per trattato ebbe il castello di Pescara; poscia all'improvviso arrivò addosso aRaimondo Caldora, che assediava Ortona, e il fece prigione insieme con cinquecento cavalli. Poco mancò che non pigliasse ancheRiccioeGiosiadi casa Acqua viva. Ebbero questi la fortuna di salvarsi a città di Chieti. Comparve poscia nel regno l'esercito pontifizio sotto il comando delcardinale di Tarantolegato, e delconte di Tagliacozzo, consistente in circa dieci mila persone; ma non fece prodezza alcuna degna di menzione. Anzi il cardinale da lì a qualche tempo fece tregua col re Alfonso, e se ne tornò in Campagna di Roma. Questa fu la rovina delre Renato[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], perchè Alfonso mandò tostodon Ferdinandosuo figliuolo con grosso corpo di combattenti a strignere d'assedio di bel nuovo Napoli, città che scarseggiava allora e maggiormente seguitò a scarseggiare di viveri. Avea certamente il papa a forza di danari fatto anche un armamento di alcuni legni in Genova, per inviarli contra d'Alfonso; ma spese malamente la pecunia, avendo mostrato i Genovesi voglia di far molto, con poi far nulla.Per conto della Lombardia, veggendosiFilippo Mariaduca di Milano in cattiva positura, per avere non solo perduti gli acquisti fatti, ma parte ancora del suo nella guerra co' Veneziani, avea fin dall'anno antecedente pregatoNiccolò Estense marchesedi Ferrara ad interporsi per la pace, siccome principe neutrale, e che avea sì buona mano in somiglianti affari[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Andò il marchese per tal effetto a Venezia, passò anche a Mantova per trattarne con quel marchese; nè solamente tenne filo di lettere col conteFrancesco Sforza, ma, con licenza de' Veneziani, andò anche a trovarlo a Marmirolo. Una gran remora a questo affare era lo stesso conte; laonde per guadagnarlo tornò il duca di Milano ad esibirgli in moglieBianca, unica naturale sua figlia, che seco portava le speranze di tutta la sua eredità. E perchè non poteva il conte prestar fede a chi più di una volta l'avea dianzi burlato, si trovò il ripiego di mandar Bianca a Ferrara in deposito presso il marchese Niccolò. Fu essa dunque condotta a Ferrara, dove come gran principessa fece la sua entrata nel dì 26 di settembre[Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]sotto baldacchino di panno d'oro, e stelle poi ad aspettare l'esito di sua ventura. Non so ben dire se per difetto del duca, principe incostante nelle sue risoluzioni, e che per la venuta diNiccolò Piccininotornò ad alzare il capo, oppure per le pretensioni de' Veneziani, vogliosi di qualche buon boccone, anche in questa occasione andasse a terra la pratica della pace. Certo è che nel verno di quest'anno si ricominciò la guerra, e del dì 5 d'aprile il marchese Niccolò ricondusse Bianca a Milano, dopo aver perduta ogni speranza di comporre le cose. Era già tornato nell'anno precedente a Milano il suddetto Piccinino, ma quasi in farsetto; i suoi soldati veterani il seguitarono quasi tutti a piedi, perchè ogni lor sostanza avean perduto nella rotta d'Anghiari, essendo, come si è detto altrove, secondo la disciplina militare degl'Italiani d'allora, in uso di spogliar d'armi i soldati presi, e di lasciarli andare, con ritener solamente le persone da taglia[Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.]. Ancorchè la borsa del duca fosse estenuata affatto, pure si trovarono gravezze e maniere di spremere quelle dei particolari, tanto che il Piccinino si rimise in arnese, ed incoraggì il duca a nuove militari imprese. Eccolo dunque in campagna nel dì 13 di febbraio dell'anno presente passare il fiume Oglio con circa otto mila cavalli, e tre mila fanti. Questo passaggio mise il terrore nelle milizie venete, che svernavano nel Bresciano, e tutte si ritirarono alle fortezze[Simonetta, Vit. Francis. Sfortiae, tom. eod.]. Mille cavalli delconte Francescosi ridussero a Chiari. Fu loro addosso il Piccinino, e li prese insieme colla terra; e ritenuti i capi di squadra, lasciò andare il resto in bel giuppone. Non passò gran tempo che ricuperò tutta la Geradadda, prese Palazzuolo, tutta la valle d'Iseo, il piano del Bergamasco e gran parte del Bresciano: tanta era la sua velocità in simili azioni. Minutamente si veggono narrati questi fatti da Cristoforo da Soldo, storico bresciano. Solamente nel mese di giugno uscì in campagna Francesco Sforza, e passò sul Bresciano in cerca del Piccinino. Nel dì 25 d'esso mese seguì fra le sue gentie quelle d'esso Piccinino un incontro assai caldo, colla peggio degli Sforzeschi; e da lì innanzi andarono poi girando e come giocando le armate, senza volontà di provar la loro fortuna. Il motivo era, perchè si trattava forte di pace in segreto, e il conte Francesco, che onoratamente comunicava tutte le proposizioni ai commessarii veneziani, era il principale in questo dibattimento.Ciò che diede impulso a ripigliarne il trattato, fu l'insolenza de' capitani del duca di Milano, i quali, mirando esso duca già avanzato in età, e senza figliuoli maschi, tutti d'accordo pensavano ad assicurar la loro fortuna con chiedergli qualche porzione dello Stato di lui. Faceva istanza ilPiccininopar avere Piacenza in sua parte;Lodovico da San Severinoper Novara;Lodovico dal Vermeper Tortona;Taliano Furlanodimandava il Bosco e Fragaruolo nel distretto d'Alessandria. Dispiacque talmente questa sinfonia al duca, che, chiamato a sè Antonio Guidobuono da Tortona suo uomo fidato, ed amico ancora del conte Francesco Sforza, segretamente il mandò a far proposizioni d'accordo ad esso conte, offerendogli la figliuolaBianca, e la città di Cremona con Pontremoli in dote, e con altre esibizioni per appagar anche i Veneziani e Fiorentini. Andò tanto innanzi questa pratica, che, essendo conchiusi i principali articoli[Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], nel dì primo d'agosto, mentre il conte Francesco assediava e batteva colle bombarde Martinengo, dove s'erano chiusi circa mille dei migliori cavalli del Piccinino, all'improvviso saltò fuori la tregua fra le parti guerreggianti, e cessò quell'assedio. Nel 3 d'esso meseNiccolò Piccinino, che coll'esercito suo era accampato in que' contorni, con tutti i suoi uffiziali andò a visitare ilconte Francesco. Allora si abbracciarono e baciarono questi due gran capitani, e il conte, oltre all'onore ealle carezze che fece a tutti quei condottieri d'armi, perdonò anche aTaliano Furlano, che piagnendo gli dimandò perdono. Eletto dalle parti arbitro per conchiudere la suddetta pace, esso conte portossi alla Cauriana sul Mantovano, dove si raunarono ancora gli ambasciatori del papa, de' Veneziani e Fiorentini, del duca di Milano, e de' marchesi di Ferrara e di Mantova. Fra le condizioni accordate dal duca vi fu il matrimonio di Bianca sua figliuola, in età allora di sedici anni, col conte Francesco; e però prima di pubblicar la pace andò egli nel dì 25 d'ottobre[Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.](il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]dice il dì 24) con due mila cavalli presso a Cremona; e giunta colà anche Bianca con gran compagnia, la sposò in San Sigismondo, e prese il possesso di Cremona; per le quali nozze si fece mirabil festa in quella città con bagordi, giostre ed altre allegrie[Annales Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital. Platina, Istor. di Mantova, lib. 5.]. Fu poi nel dì 20 di novembre pubblicata la pace, in cuiGian-Francesco marchesedi Mantova, secondo la disgrazia de' più debili nelle leghe, lasciò il pelo, avendo dovuto restituire a' Veneziani Porto, Legnago, Nogarola, ed altri luoghi da lui presi, e rimettervi del proprio Valeggio, Asola, Lunato e Peschiera, a lui tolti da' Veneziani. Grande allegrezza fu quella di tutta Lombardia per questa pace.Mutazione accadde nell'anno presente in Ravenna[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 7. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Vi era signoreOstasio da Polenta, che col suo governo parea andare a caccia delle maniere di farsi odiare da' sudditi suoi. Se l'intesero questi col senato veneto, il quale chiamò a Venezia esso Ostasio colla moglie e col figliuolo, mostrando di voler far loro grande onore. Venne egli a Ferrara, e quantunque il marchese Niccolò il consigliassedi non andare, volle proseguire il suo viaggio. Giunto ch'egli fu colà, il popolo di Ravenna, dato di piglio all'armi nel dì 24 di febbraio, si suggettò a' Veneziani, che presero il dominio e possesso di quella città. Ostasio fu inviato in Candia, dove trovò non men egli che il figliuolo la morte col tempo: con che in esso mancò la nobil famiglia, o almen la signoria de' Polentani, che da lungo tempo dominarono in Ravenna. Apapa Eugeniodispiacque non poco di veder passare quella sua città in mani sì potenti. Talmente s'era in questi tempi affezionato il duca di Milano aNiccolò Estensemarchese di Ferrara, principe di sommo credito, che, chiamatolo a Milano, non solo si cominciò a reggere col suo consiglio, ma in certa guisa depositò in lui il governo de' suoi Stati. Corse anche voce che meditasse di farlo suo successore dopo la sua morte. Tanta parzialità del duca gli tirò tosto addosso l'invidia di chi era solito a comandare in quella corte, e di chi già pensava a veder succedere in quel ducato il conteFrancesco Sforza. Cadde egli infermo nel dì 26 di dicembre, e in poche ore, con fama di veleno a lui dato, si sbrigò da questo mondo, con essere poi portato a Ferrara il cadavere suo, e datagli sepoltura nel dì primo dei seguente gennaio.Lionellosuo figliuolo bastardo, ancorchè vi fosseroErcoleeSigismondosuoi figliuoli legittimi, a lui nati daRicciardafiglia del marchese di Saluzzo, ma allora piccioli di età, per disposizione del padre e del papa, succedette nei dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo e Comacchio. Fu anche guerra in quest'anno[Cronica di Rimini, tom. 20 Rer. Ital.]fraSigismondo Pandolfo de' Malatestisignore di Rimini e ilconte d'Urbino; ma per opera diAlessandro Sforza, fratello del conte Francesco, seguì pace fra loro. E nel mese di agosto i Sanesi[Chronic. Senense, tom. eod.]ebbero gravi molestie daSimonettacapitano di papa Eugenio; ma in fine lo sconfissero, e il fecero fuggireferito alla di lui patria. I Veneziani dopo la pace cassarono gran copia delle lor soldatesche; e il bello fu, che quante ne potè tirar dalla sua il Piccinino, tutte le prese al suo soldo, ossia a quello del duca di Milano.

Non mancarono affari neppure in quest'anno apapa Eugenio[Raynaldus, Annal. Eccles. Spondanus, in Annal. Eccles. Æneas Sylvius, in Epist.], perciocchè tuttavia lo scismatico concilio di Basilea, benchè composto di poche teste, continuava le sue sessioni, e l'antipapaFelice V, cioèAmedeo di Savoia, nel dì 24 di giugno, festa di san Giovanni Batista, con gran solennità si fece coronare colla pontificia tiara nella città di Basilea, dove fu gran concorso di gente, e creò anche quattro cardinali. E benchè ilre Alfonsonon lasciasse riconoscere per papa nei suoi regni il suddetto Amedeo, pure andava trattando col concilio di Basilea, siccome sdegnato con papa Eugenio, perchè questi ricusava di dargli l'investitura del regno di Napoli. Anzi nel mese di ottobre, per far paura ad esso pontefice, procurò che i prelati basiliensi inviassero a sè una ambasciata, mostrando ancora di voler ottenere dall'antipapa ciò che il papa gli andava negando. Ora Eugenio, non meno per queste ostilità d'Alfonso, che per le preghiere del re Renato, si volse a raccogliere quanti armati potè, e li spedì in regno di Napoli contra di Alfonso. Prima non di meno che giugnessero tali soccorsi, erano succedute alcune azioni vantaggiose al medesimore d'Aragona[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]: cioè, accordatisi con lui i Caldoreschi, aveano inalberate le di lui bandiere. Cassano, Biccari, Caiazza, la Padula ed altre terre erano venute a sua divozione[Istoria di Napoli, tom. 23 Rer. Ital.]. Ora da che il conteFrancesco Sforzaebbe ragguaglio della guerra mossa da esso Alfonso alle sue terre del regno di Napoli, inviò colàCesare MartinengoconVittore Rangone, e con un grosso corpo di cavalleria, il quale, unitosi con altre soldatesche della Marca, col conte di Celano, conFrancesco da San Severinoed altri Napoletani[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.], andò ad opporsi ai progressi del re Alfonso. Si trovava allora esso re all'assedio della città di Troia. Vennero le genti del conte Francesco alle mani con lui nel dì 10 di giugno, e, dopo un crudel fatto d'armi, n'ebbero la peggio con loro vergogna, ma senza gran danno, perchè la maggior parte d'essi fuggendo si salvò nella suddetta città di Troia, di maniera che fu forzato Alfonso dipoi a levarsi col campo di sotto a quella città. Nel seguente luglioAlessandro Sforza, governatore della Marca pel conte Francesco suo fratello, entrò anch'egli nel regno con mille e cinquecento cavalli. Per trattato ebbe il castello di Pescara; poscia all'improvviso arrivò addosso aRaimondo Caldora, che assediava Ortona, e il fece prigione insieme con cinquecento cavalli. Poco mancò che non pigliasse ancheRiccioeGiosiadi casa Acqua viva. Ebbero questi la fortuna di salvarsi a città di Chieti. Comparve poscia nel regno l'esercito pontifizio sotto il comando delcardinale di Tarantolegato, e delconte di Tagliacozzo, consistente in circa dieci mila persone; ma non fece prodezza alcuna degna di menzione. Anzi il cardinale da lì a qualche tempo fece tregua col re Alfonso, e se ne tornò in Campagna di Roma. Questa fu la rovina delre Renato[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], perchè Alfonso mandò tostodon Ferdinandosuo figliuolo con grosso corpo di combattenti a strignere d'assedio di bel nuovo Napoli, città che scarseggiava allora e maggiormente seguitò a scarseggiare di viveri. Avea certamente il papa a forza di danari fatto anche un armamento di alcuni legni in Genova, per inviarli contra d'Alfonso; ma spese malamente la pecunia, avendo mostrato i Genovesi voglia di far molto, con poi far nulla.

Per conto della Lombardia, veggendosiFilippo Mariaduca di Milano in cattiva positura, per avere non solo perduti gli acquisti fatti, ma parte ancora del suo nella guerra co' Veneziani, avea fin dall'anno antecedente pregatoNiccolò Estense marchesedi Ferrara ad interporsi per la pace, siccome principe neutrale, e che avea sì buona mano in somiglianti affari[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Andò il marchese per tal effetto a Venezia, passò anche a Mantova per trattarne con quel marchese; nè solamente tenne filo di lettere col conteFrancesco Sforza, ma, con licenza de' Veneziani, andò anche a trovarlo a Marmirolo. Una gran remora a questo affare era lo stesso conte; laonde per guadagnarlo tornò il duca di Milano ad esibirgli in moglieBianca, unica naturale sua figlia, che seco portava le speranze di tutta la sua eredità. E perchè non poteva il conte prestar fede a chi più di una volta l'avea dianzi burlato, si trovò il ripiego di mandar Bianca a Ferrara in deposito presso il marchese Niccolò. Fu essa dunque condotta a Ferrara, dove come gran principessa fece la sua entrata nel dì 26 di settembre[Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]sotto baldacchino di panno d'oro, e stelle poi ad aspettare l'esito di sua ventura. Non so ben dire se per difetto del duca, principe incostante nelle sue risoluzioni, e che per la venuta diNiccolò Piccininotornò ad alzare il capo, oppure per le pretensioni de' Veneziani, vogliosi di qualche buon boccone, anche in questa occasione andasse a terra la pratica della pace. Certo è che nel verno di quest'anno si ricominciò la guerra, e del dì 5 d'aprile il marchese Niccolò ricondusse Bianca a Milano, dopo aver perduta ogni speranza di comporre le cose. Era già tornato nell'anno precedente a Milano il suddetto Piccinino, ma quasi in farsetto; i suoi soldati veterani il seguitarono quasi tutti a piedi, perchè ogni lor sostanza avean perduto nella rotta d'Anghiari, essendo, come si è detto altrove, secondo la disciplina militare degl'Italiani d'allora, in uso di spogliar d'armi i soldati presi, e di lasciarli andare, con ritener solamente le persone da taglia[Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.]. Ancorchè la borsa del duca fosse estenuata affatto, pure si trovarono gravezze e maniere di spremere quelle dei particolari, tanto che il Piccinino si rimise in arnese, ed incoraggì il duca a nuove militari imprese. Eccolo dunque in campagna nel dì 13 di febbraio dell'anno presente passare il fiume Oglio con circa otto mila cavalli, e tre mila fanti. Questo passaggio mise il terrore nelle milizie venete, che svernavano nel Bresciano, e tutte si ritirarono alle fortezze[Simonetta, Vit. Francis. Sfortiae, tom. eod.]. Mille cavalli delconte Francescosi ridussero a Chiari. Fu loro addosso il Piccinino, e li prese insieme colla terra; e ritenuti i capi di squadra, lasciò andare il resto in bel giuppone. Non passò gran tempo che ricuperò tutta la Geradadda, prese Palazzuolo, tutta la valle d'Iseo, il piano del Bergamasco e gran parte del Bresciano: tanta era la sua velocità in simili azioni. Minutamente si veggono narrati questi fatti da Cristoforo da Soldo, storico bresciano. Solamente nel mese di giugno uscì in campagna Francesco Sforza, e passò sul Bresciano in cerca del Piccinino. Nel dì 25 d'esso mese seguì fra le sue gentie quelle d'esso Piccinino un incontro assai caldo, colla peggio degli Sforzeschi; e da lì innanzi andarono poi girando e come giocando le armate, senza volontà di provar la loro fortuna. Il motivo era, perchè si trattava forte di pace in segreto, e il conte Francesco, che onoratamente comunicava tutte le proposizioni ai commessarii veneziani, era il principale in questo dibattimento.

Ciò che diede impulso a ripigliarne il trattato, fu l'insolenza de' capitani del duca di Milano, i quali, mirando esso duca già avanzato in età, e senza figliuoli maschi, tutti d'accordo pensavano ad assicurar la loro fortuna con chiedergli qualche porzione dello Stato di lui. Faceva istanza ilPiccininopar avere Piacenza in sua parte;Lodovico da San Severinoper Novara;Lodovico dal Vermeper Tortona;Taliano Furlanodimandava il Bosco e Fragaruolo nel distretto d'Alessandria. Dispiacque talmente questa sinfonia al duca, che, chiamato a sè Antonio Guidobuono da Tortona suo uomo fidato, ed amico ancora del conte Francesco Sforza, segretamente il mandò a far proposizioni d'accordo ad esso conte, offerendogli la figliuolaBianca, e la città di Cremona con Pontremoli in dote, e con altre esibizioni per appagar anche i Veneziani e Fiorentini. Andò tanto innanzi questa pratica, che, essendo conchiusi i principali articoli[Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], nel dì primo d'agosto, mentre il conte Francesco assediava e batteva colle bombarde Martinengo, dove s'erano chiusi circa mille dei migliori cavalli del Piccinino, all'improvviso saltò fuori la tregua fra le parti guerreggianti, e cessò quell'assedio. Nel 3 d'esso meseNiccolò Piccinino, che coll'esercito suo era accampato in que' contorni, con tutti i suoi uffiziali andò a visitare ilconte Francesco. Allora si abbracciarono e baciarono questi due gran capitani, e il conte, oltre all'onore ealle carezze che fece a tutti quei condottieri d'armi, perdonò anche aTaliano Furlano, che piagnendo gli dimandò perdono. Eletto dalle parti arbitro per conchiudere la suddetta pace, esso conte portossi alla Cauriana sul Mantovano, dove si raunarono ancora gli ambasciatori del papa, de' Veneziani e Fiorentini, del duca di Milano, e de' marchesi di Ferrara e di Mantova. Fra le condizioni accordate dal duca vi fu il matrimonio di Bianca sua figliuola, in età allora di sedici anni, col conte Francesco; e però prima di pubblicar la pace andò egli nel dì 25 d'ottobre[Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.](il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]dice il dì 24) con due mila cavalli presso a Cremona; e giunta colà anche Bianca con gran compagnia, la sposò in San Sigismondo, e prese il possesso di Cremona; per le quali nozze si fece mirabil festa in quella città con bagordi, giostre ed altre allegrie[Annales Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital. Platina, Istor. di Mantova, lib. 5.]. Fu poi nel dì 20 di novembre pubblicata la pace, in cuiGian-Francesco marchesedi Mantova, secondo la disgrazia de' più debili nelle leghe, lasciò il pelo, avendo dovuto restituire a' Veneziani Porto, Legnago, Nogarola, ed altri luoghi da lui presi, e rimettervi del proprio Valeggio, Asola, Lunato e Peschiera, a lui tolti da' Veneziani. Grande allegrezza fu quella di tutta Lombardia per questa pace.

Mutazione accadde nell'anno presente in Ravenna[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 7. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Vi era signoreOstasio da Polenta, che col suo governo parea andare a caccia delle maniere di farsi odiare da' sudditi suoi. Se l'intesero questi col senato veneto, il quale chiamò a Venezia esso Ostasio colla moglie e col figliuolo, mostrando di voler far loro grande onore. Venne egli a Ferrara, e quantunque il marchese Niccolò il consigliassedi non andare, volle proseguire il suo viaggio. Giunto ch'egli fu colà, il popolo di Ravenna, dato di piglio all'armi nel dì 24 di febbraio, si suggettò a' Veneziani, che presero il dominio e possesso di quella città. Ostasio fu inviato in Candia, dove trovò non men egli che il figliuolo la morte col tempo: con che in esso mancò la nobil famiglia, o almen la signoria de' Polentani, che da lungo tempo dominarono in Ravenna. Apapa Eugeniodispiacque non poco di veder passare quella sua città in mani sì potenti. Talmente s'era in questi tempi affezionato il duca di Milano aNiccolò Estensemarchese di Ferrara, principe di sommo credito, che, chiamatolo a Milano, non solo si cominciò a reggere col suo consiglio, ma in certa guisa depositò in lui il governo de' suoi Stati. Corse anche voce che meditasse di farlo suo successore dopo la sua morte. Tanta parzialità del duca gli tirò tosto addosso l'invidia di chi era solito a comandare in quella corte, e di chi già pensava a veder succedere in quel ducato il conteFrancesco Sforza. Cadde egli infermo nel dì 26 di dicembre, e in poche ore, con fama di veleno a lui dato, si sbrigò da questo mondo, con essere poi portato a Ferrara il cadavere suo, e datagli sepoltura nel dì primo dei seguente gennaio.Lionellosuo figliuolo bastardo, ancorchè vi fosseroErcoleeSigismondosuoi figliuoli legittimi, a lui nati daRicciardafiglia del marchese di Saluzzo, ma allora piccioli di età, per disposizione del padre e del papa, succedette nei dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo e Comacchio. Fu anche guerra in quest'anno[Cronica di Rimini, tom. 20 Rer. Ital.]fraSigismondo Pandolfo de' Malatestisignore di Rimini e ilconte d'Urbino; ma per opera diAlessandro Sforza, fratello del conte Francesco, seguì pace fra loro. E nel mese di agosto i Sanesi[Chronic. Senense, tom. eod.]ebbero gravi molestie daSimonettacapitano di papa Eugenio; ma in fine lo sconfissero, e il fecero fuggireferito alla di lui patria. I Veneziani dopo la pace cassarono gran copia delle lor soldatesche; e il bello fu, che quante ne potè tirar dalla sua il Piccinino, tutte le prese al suo soldo, ossia a quello del duca di Milano.


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