MCCCCXLIIAnno diCristomccccxlii. IndizioneV.Eugenio IVpapa 12.Federigo IIIre de' Romani 3.Già si godeva buona quiete in Lombardia, e la guerra tutta s'era ridotta nel regno di Napoli, dove la capitale, stretta d'assedio daAlfonso re d'Aragona, era valorosamente, ma con gran disagio, difesa dalre Renato d'Angiòe dai Napoletani, che molto lo amavano[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.]. Essendo nulladimeno in grave tracollo gli affari di esso Renato, questi nel verno non lasciò addietro preghiere e promesse al conteFrancesco Sforzaper condurlo nel regno alla propria difesa. E non trovò in questo molte difficoltà, perchè il conte era amareggiato forte a cagion dell'occupazione delle sue città già fatta dal re Alfonso nel regno. Misesi dunque in punto colle maggiori forze ch'egli potò raunare ed assoldare nei mesi del freddo, ed ebbe fra gli altri unito a' suoi disegniSigismondo Pandolfo Malatestasignor di Rimini, e genero suo per cagione diPolissenasua figliuola con lui maritala in quest'anno. Mandato innanziGiovannisuo fratello con parte dell'esercito, gli diede ordine d'unirsi nel regno di Napoli conAntonio Caldora, il quale già s'era partito dalla divozione del re Alfonso. Poscia il conte nel principio di maggio[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]imprese il viaggio anche egli a quella volta col rimanente dell'esercito. Ma mentre egli rivolgea i suoi passi e disegni contra d'un lontano nemico, con bene strana scena trovò di averne un altro assai vicino, a cui non avrebbe mai pensato. Per quanto attesta il Simonetta, dacchè ilre Alfonsoconobbei preparamenti dello Sforza contra di lui, si diede a tempestar con calde lettereFilippo Mariaduca di Milano, acciocchè ritenesse il conte da quella spedizione. Da questo ancora si può scorgere che irregolar testa fosse quella del duca. Non erano, per così dire, quattro giorni che egli nel valoroso conte si era fatto un genero, e come un figliuolo; eppure non tardò ad operar contra di lui alla peggio, sia perchè gli dispiacesse di vederlo tuttavia protetto da' Veneziani e Fiorentini, ed unito con loro, ovvero che si fosse pentito di un accasamento fatto quasi per forza e suo malgrado. Però questo sì instabile principe suscitò contra del contepapa Eugenio, con rappresentargli d'essere venuto il tempo di ricuperar la Marca, e con offerirgli anche le sue forze sotto il comando delPiccinino. Infatti, fingendo egli di aver licenziato dal suo servigio Niccolò Piccinino, questi nel dì 3 di marzo arrivò con molta gente d'armi a Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], città a lui sottoposta, facendo vista d'andarsene a Perugia patria sua. Fu egli poi dichiarato gonfaloniere della Chiesa romana da papa Eugenio[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic.]; e giunto a Todi, posseduta allora dal conte Francesco, con un trattato se ne impadronì. Questa novità fece fermare il conte nella Marca, per accudire ai proprii interessi, e prese conBiancasua moglie per sua residenza Jesi.Mentre queste cose succedeano, Alfonso re d'Aragona, principe di gran mente e sagacità, e di non minore fortuna, continuava l'assedio della città di Napoli, con averla ridotta a gran penuria di vettovaglie[Giornal. Napol., tom. 22 Rer. Ital. Istor. Napoletana, tom. 23 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Da due mastri muratori napoletani, che furono presi, gli fu insegnata la maniera d'entrare in Napoli, cioè per quello stesso acquedotto per cui tanti secoli primaBelisarios'era nella città medesima introdotto. Era essostrettissimo; ilre Renatovi avea fatto mettere dei cancelli di ferro ed altri ripari, e fattavi fare la guardia; ma non fu continuata quest'ultima cautela. Perciò nel venerdì notte, vegnendo il sabbato, dì 2 di giugno, per quel condotto sotterraneo il re Alfonso spinse, chi dice quaranta, e chi più verisimilmente trecento o quattrocento de' suoi soldati entro la città; e questi fino all'apparir del giorno si tennero nascosi in una casa. Fatto giorno, ordinò il re che si desse un fiero assalto alle mura di Napoli alla parte opposta: nel qual tempo i soldati entrati, impossessatisi d'una porta, v'inalberarono la bandiera aragonese. Nello stesso tempo que' di fuori cominciarono colle scale a salir su per le mura; e quantunque il re Renato come un lione accorresse e facesse molte prodezze per trattenere questo torrente, pure fu in fine forzato a ritirarsi, per timore d'essere preso, in Castello Nuovo. Entrati dunque gli Aragonesi, per quattro ore diedero il sacco alla città, finchè arrivato anche Alfonso, mandò bando, pena la vita, che desistessero dalle offese. Grandi carezze fece ai Napoletani, e la città s'empiè in breve di vettovaglia. Giunsero in quel tempo due navi genovesi[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], che misero provvisioni in Castello Nuovo; e sopra d'esse imbarcatosi il re Renato, se n'andò a Firenze a raccontar le sue disavventure al papa, e a lamentarsi di lui, perchè avesse impedito al conte Francesco il recargli aiuto. Fu consolato con una bella investitura del regno di Napoli, che veramente venne a tempo al suo bisogno; e però se ne tornò da lì a qualche tempo in Provenza, assai chiarito della volubilità delle cose umane. Seppe ben prevalersi della sua fortuna il re Alfonso. Da lì a pochi giorni si rendè il castello di Capuana, e il Nuovo fu assediato. Nel dì 21 di giugno marciò coll'esercito suo contro adAntonio Caldora, il quale nel dì 28, unito conGiovanni Sforzafratello del conte, animosamente andò ad attaccarbattaglia col re. Se non era esso Caldora tradito da' suoi, forse gli dava una mala giornata; ma restò sbaragliato e preso. Secondo il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.], grave sospetto di tradimento diede il medesimo Antonio. Poscia perchè egli rivelò al re le intelligenze di molti signori del regno col conte Francesco, ebbe salva la vita, e con quattro bicocche a lui concedute in Abbruzzo fu rimesso in libertà, essendo passate le sue genti al servigio di Alfonso. Giovanni Sforza, venuto colà con due mila cavalli, se ne tornò con soli quindici a trovare il conte suo fratello nella Marca. Non finì l'anno che, a riserva di Tropea e di Reggio di Calabria, tutto il regno venne alla divozione del re Alfonso, principe liberale verso gli amici, clemente verso i nemici, e che facea buona giustizia ad ognuno. Ebbe anche le due fortezze di Castello Nuovo e castello Sant'Ermo, de' quali il re Renato volle piuttosto fare mercato con Alfonso, che difenderli senza frutto alcuno.Il papa, stato in addietro sì saldo contra del re Alfonso, dacchè il vide cotanto esaltato, cominciò ad addolcirsi con lui, e forse fin d'allora si diede ad intavolar seco un segreto trattato per abbattere il conte Francesco Sforza, e spogliarlo della marca d'Ancona[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Non si ricordava egli più dei servigi a lui prestati da questo insigne capitano di guerra, nè delle investiture a lui date, e confermate nell'anno presente, non credendosi tenuto ad osservar patti stabiliti in danno della Chiesa romana, dovendo valer solamente ciò che le è di utile. Trovò che il conte avea prese alcune terre della stessa Chiesa non comprese nella sua investitura. Era anche mal soddisfatto di lui, e con ragione, se è vero ciò che porta Neri Capponi[Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.]; perchè nella pace non gli avea fatto immediatamente restituir Bologna, detenutadal Piccinino, benchè ciò si dovesse effettuar solamente due anni appresso. Ed intanto il Piccinino non era tenuto reo, anzi era a' servigi del medesimo papa. Per attestato del Poggio[Poggius, Hist., lib. 6.], avea fatto lo Sforza il suo dovere per fargli restituire Bologna, ma il duca non volle. Pubblicò dunque il papa sul principio di agosto una bolla contra diFrancesco Sforza, dichiarandolo privato del grado di gonfalonier della Chiesa, ribello e nemico. Dispiacque ciò forte ai Fiorentini e Veneziani, che proteggevano il conte, e i primi diedero anche ordine aBernardo de Medicidi metter pace fra esso conte e il Piccinino[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.]: il che si effettuò, con essersi veduti insieme ed abbracciati di nuovo questi due valorosi guerrieri. Ma che? non passò molto che il Piccinino occupò al conte la terra ossia città di Tolentino, e tornò alle ostilità. Il Medici di nuovo s'interpose, e racconciò gli affari; ma per poco tempo, perchè appena lo Sforza si fu mosso per passare nel regno contra del re Alfonso, con dare un fiero sacco a Ripa Transona, che il Piccinino alle istanze dei legati del papa gli tolse Gualdo, ed imprese dipoi l'assedio della città d'Assisi. Alla difesa vi fu inviato dal conte con della fanteriaAlessandro Sforzasuo fratello, ma indarno[Blondus, Dec. IV, lib. 1.]. L'avventura o disavventura stessa che dianzi provò Napoli, tornò a vedersi sotto Assisi. Cioè per un acquedotto, insegnatogli da un frate, il Piccinino una notte introdusse entro quella città un migliaio di fanti, colle spalle de' quali anche il resto delle sue genti v'entrò nel dì 30 di novembre[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu posta a sacco tutta l'infelice città, nè si lasciò indietro iniquità che non fosse commessa, senza neppure portare rispetto alcuno al venerabil tempio di San Francesco. Gran discreditovenne a Niccolò Piccinino per questa barbarie, aggiunta all'aver due volte rotti i patti e giuramenti della pace fatta col conte. Ne' medesimi tempi il re Alfonso finì di prendere tutte le terre spettanti nel regno ad esso conte, e furono, secondo l'asserzione del Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.], Ariano, Manfredonia, Troia e Monte Sant'Angelo. Mandò bensì il conte Francesco uno de' suoi primi uffiziali, cioèTroilo, al re, per trattar d'accordo; ma Alfonso l'andò menando a spasso con belle parole, senza mai voler conchiudere cosa alcuna; anzi indusse con vantaggiose promesse Troilo stesso ad abbandonare il servigio del conte: il che, siccome vedremo, fu eseguito a suo tempo. Intanto, se crediamo al Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì 16 d'ottobre fu conchiusa una lega fra esso re Alfonso, il duca di Milano e Niccolò Piccinino contro la lega de' Veneziani, Fiorentini e conte Francesco. Fin qui aveaTommaso da Campofregosodoge di Genova lodevolmente governata quella città[Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.]; ma essendo mancato di vita in quest'annoBatistasuo fratello, ch'era il suo principale appoggio, ed avendo i Genovesi per loro nemici il re Alfonso e il duca di Milano, si manipolò una congiura contra di questo doge.Gian Antonio del Fiesco, che n'era il capo, entrò nella città con una frotta d'armati nella notte precedente al dì 18 di dicembre, e mosse a rumore il popolo. Fatto giorno, perchè Tommaso non si sentiva voglia di cedere, fu dato l'assalto al palazzo ducale, in maniera ch'esso doge si rifugiò nella torre dello Orologio, e si diede poscia a Raffaello Adorno. Furono creati gli anziani e capitani del popolo pel governo della città, la quale tornò ben tosto alla quiete primiera.
Già si godeva buona quiete in Lombardia, e la guerra tutta s'era ridotta nel regno di Napoli, dove la capitale, stretta d'assedio daAlfonso re d'Aragona, era valorosamente, ma con gran disagio, difesa dalre Renato d'Angiòe dai Napoletani, che molto lo amavano[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.]. Essendo nulladimeno in grave tracollo gli affari di esso Renato, questi nel verno non lasciò addietro preghiere e promesse al conteFrancesco Sforzaper condurlo nel regno alla propria difesa. E non trovò in questo molte difficoltà, perchè il conte era amareggiato forte a cagion dell'occupazione delle sue città già fatta dal re Alfonso nel regno. Misesi dunque in punto colle maggiori forze ch'egli potò raunare ed assoldare nei mesi del freddo, ed ebbe fra gli altri unito a' suoi disegniSigismondo Pandolfo Malatestasignor di Rimini, e genero suo per cagione diPolissenasua figliuola con lui maritala in quest'anno. Mandato innanziGiovannisuo fratello con parte dell'esercito, gli diede ordine d'unirsi nel regno di Napoli conAntonio Caldora, il quale già s'era partito dalla divozione del re Alfonso. Poscia il conte nel principio di maggio[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]imprese il viaggio anche egli a quella volta col rimanente dell'esercito. Ma mentre egli rivolgea i suoi passi e disegni contra d'un lontano nemico, con bene strana scena trovò di averne un altro assai vicino, a cui non avrebbe mai pensato. Per quanto attesta il Simonetta, dacchè ilre Alfonsoconobbei preparamenti dello Sforza contra di lui, si diede a tempestar con calde lettereFilippo Mariaduca di Milano, acciocchè ritenesse il conte da quella spedizione. Da questo ancora si può scorgere che irregolar testa fosse quella del duca. Non erano, per così dire, quattro giorni che egli nel valoroso conte si era fatto un genero, e come un figliuolo; eppure non tardò ad operar contra di lui alla peggio, sia perchè gli dispiacesse di vederlo tuttavia protetto da' Veneziani e Fiorentini, ed unito con loro, ovvero che si fosse pentito di un accasamento fatto quasi per forza e suo malgrado. Però questo sì instabile principe suscitò contra del contepapa Eugenio, con rappresentargli d'essere venuto il tempo di ricuperar la Marca, e con offerirgli anche le sue forze sotto il comando delPiccinino. Infatti, fingendo egli di aver licenziato dal suo servigio Niccolò Piccinino, questi nel dì 3 di marzo arrivò con molta gente d'armi a Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], città a lui sottoposta, facendo vista d'andarsene a Perugia patria sua. Fu egli poi dichiarato gonfaloniere della Chiesa romana da papa Eugenio[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic.]; e giunto a Todi, posseduta allora dal conte Francesco, con un trattato se ne impadronì. Questa novità fece fermare il conte nella Marca, per accudire ai proprii interessi, e prese conBiancasua moglie per sua residenza Jesi.
Mentre queste cose succedeano, Alfonso re d'Aragona, principe di gran mente e sagacità, e di non minore fortuna, continuava l'assedio della città di Napoli, con averla ridotta a gran penuria di vettovaglie[Giornal. Napol., tom. 22 Rer. Ital. Istor. Napoletana, tom. 23 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Da due mastri muratori napoletani, che furono presi, gli fu insegnata la maniera d'entrare in Napoli, cioè per quello stesso acquedotto per cui tanti secoli primaBelisarios'era nella città medesima introdotto. Era essostrettissimo; ilre Renatovi avea fatto mettere dei cancelli di ferro ed altri ripari, e fattavi fare la guardia; ma non fu continuata quest'ultima cautela. Perciò nel venerdì notte, vegnendo il sabbato, dì 2 di giugno, per quel condotto sotterraneo il re Alfonso spinse, chi dice quaranta, e chi più verisimilmente trecento o quattrocento de' suoi soldati entro la città; e questi fino all'apparir del giorno si tennero nascosi in una casa. Fatto giorno, ordinò il re che si desse un fiero assalto alle mura di Napoli alla parte opposta: nel qual tempo i soldati entrati, impossessatisi d'una porta, v'inalberarono la bandiera aragonese. Nello stesso tempo que' di fuori cominciarono colle scale a salir su per le mura; e quantunque il re Renato come un lione accorresse e facesse molte prodezze per trattenere questo torrente, pure fu in fine forzato a ritirarsi, per timore d'essere preso, in Castello Nuovo. Entrati dunque gli Aragonesi, per quattro ore diedero il sacco alla città, finchè arrivato anche Alfonso, mandò bando, pena la vita, che desistessero dalle offese. Grandi carezze fece ai Napoletani, e la città s'empiè in breve di vettovaglia. Giunsero in quel tempo due navi genovesi[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], che misero provvisioni in Castello Nuovo; e sopra d'esse imbarcatosi il re Renato, se n'andò a Firenze a raccontar le sue disavventure al papa, e a lamentarsi di lui, perchè avesse impedito al conte Francesco il recargli aiuto. Fu consolato con una bella investitura del regno di Napoli, che veramente venne a tempo al suo bisogno; e però se ne tornò da lì a qualche tempo in Provenza, assai chiarito della volubilità delle cose umane. Seppe ben prevalersi della sua fortuna il re Alfonso. Da lì a pochi giorni si rendè il castello di Capuana, e il Nuovo fu assediato. Nel dì 21 di giugno marciò coll'esercito suo contro adAntonio Caldora, il quale nel dì 28, unito conGiovanni Sforzafratello del conte, animosamente andò ad attaccarbattaglia col re. Se non era esso Caldora tradito da' suoi, forse gli dava una mala giornata; ma restò sbaragliato e preso. Secondo il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.], grave sospetto di tradimento diede il medesimo Antonio. Poscia perchè egli rivelò al re le intelligenze di molti signori del regno col conte Francesco, ebbe salva la vita, e con quattro bicocche a lui concedute in Abbruzzo fu rimesso in libertà, essendo passate le sue genti al servigio di Alfonso. Giovanni Sforza, venuto colà con due mila cavalli, se ne tornò con soli quindici a trovare il conte suo fratello nella Marca. Non finì l'anno che, a riserva di Tropea e di Reggio di Calabria, tutto il regno venne alla divozione del re Alfonso, principe liberale verso gli amici, clemente verso i nemici, e che facea buona giustizia ad ognuno. Ebbe anche le due fortezze di Castello Nuovo e castello Sant'Ermo, de' quali il re Renato volle piuttosto fare mercato con Alfonso, che difenderli senza frutto alcuno.
Il papa, stato in addietro sì saldo contra del re Alfonso, dacchè il vide cotanto esaltato, cominciò ad addolcirsi con lui, e forse fin d'allora si diede ad intavolar seco un segreto trattato per abbattere il conte Francesco Sforza, e spogliarlo della marca d'Ancona[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Non si ricordava egli più dei servigi a lui prestati da questo insigne capitano di guerra, nè delle investiture a lui date, e confermate nell'anno presente, non credendosi tenuto ad osservar patti stabiliti in danno della Chiesa romana, dovendo valer solamente ciò che le è di utile. Trovò che il conte avea prese alcune terre della stessa Chiesa non comprese nella sua investitura. Era anche mal soddisfatto di lui, e con ragione, se è vero ciò che porta Neri Capponi[Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.]; perchè nella pace non gli avea fatto immediatamente restituir Bologna, detenutadal Piccinino, benchè ciò si dovesse effettuar solamente due anni appresso. Ed intanto il Piccinino non era tenuto reo, anzi era a' servigi del medesimo papa. Per attestato del Poggio[Poggius, Hist., lib. 6.], avea fatto lo Sforza il suo dovere per fargli restituire Bologna, ma il duca non volle. Pubblicò dunque il papa sul principio di agosto una bolla contra diFrancesco Sforza, dichiarandolo privato del grado di gonfalonier della Chiesa, ribello e nemico. Dispiacque ciò forte ai Fiorentini e Veneziani, che proteggevano il conte, e i primi diedero anche ordine aBernardo de Medicidi metter pace fra esso conte e il Piccinino[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.]: il che si effettuò, con essersi veduti insieme ed abbracciati di nuovo questi due valorosi guerrieri. Ma che? non passò molto che il Piccinino occupò al conte la terra ossia città di Tolentino, e tornò alle ostilità. Il Medici di nuovo s'interpose, e racconciò gli affari; ma per poco tempo, perchè appena lo Sforza si fu mosso per passare nel regno contra del re Alfonso, con dare un fiero sacco a Ripa Transona, che il Piccinino alle istanze dei legati del papa gli tolse Gualdo, ed imprese dipoi l'assedio della città d'Assisi. Alla difesa vi fu inviato dal conte con della fanteriaAlessandro Sforzasuo fratello, ma indarno[Blondus, Dec. IV, lib. 1.]. L'avventura o disavventura stessa che dianzi provò Napoli, tornò a vedersi sotto Assisi. Cioè per un acquedotto, insegnatogli da un frate, il Piccinino una notte introdusse entro quella città un migliaio di fanti, colle spalle de' quali anche il resto delle sue genti v'entrò nel dì 30 di novembre[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu posta a sacco tutta l'infelice città, nè si lasciò indietro iniquità che non fosse commessa, senza neppure portare rispetto alcuno al venerabil tempio di San Francesco. Gran discreditovenne a Niccolò Piccinino per questa barbarie, aggiunta all'aver due volte rotti i patti e giuramenti della pace fatta col conte. Ne' medesimi tempi il re Alfonso finì di prendere tutte le terre spettanti nel regno ad esso conte, e furono, secondo l'asserzione del Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.], Ariano, Manfredonia, Troia e Monte Sant'Angelo. Mandò bensì il conte Francesco uno de' suoi primi uffiziali, cioèTroilo, al re, per trattar d'accordo; ma Alfonso l'andò menando a spasso con belle parole, senza mai voler conchiudere cosa alcuna; anzi indusse con vantaggiose promesse Troilo stesso ad abbandonare il servigio del conte: il che, siccome vedremo, fu eseguito a suo tempo. Intanto, se crediamo al Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì 16 d'ottobre fu conchiusa una lega fra esso re Alfonso, il duca di Milano e Niccolò Piccinino contro la lega de' Veneziani, Fiorentini e conte Francesco. Fin qui aveaTommaso da Campofregosodoge di Genova lodevolmente governata quella città[Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.]; ma essendo mancato di vita in quest'annoBatistasuo fratello, ch'era il suo principale appoggio, ed avendo i Genovesi per loro nemici il re Alfonso e il duca di Milano, si manipolò una congiura contra di questo doge.Gian Antonio del Fiesco, che n'era il capo, entrò nella città con una frotta d'armati nella notte precedente al dì 18 di dicembre, e mosse a rumore il popolo. Fatto giorno, perchè Tommaso non si sentiva voglia di cedere, fu dato l'assalto al palazzo ducale, in maniera ch'esso doge si rifugiò nella torre dello Orologio, e si diede poscia a Raffaello Adorno. Furono creati gli anziani e capitani del popolo pel governo della città, la quale tornò ben tosto alla quiete primiera.