MCCCCXLIII

MCCCCXLIIIAnno diCristomccccxliii. Indiz.VI.Eugenio IVpapa 13.Federigo IIIre de' Romani 4.Perchèpapa Eugenioavea trasferito a Roma il concilio, ed inoltre perchè colla fervente voglia di riacquistare la marca d'Ancona, conoscea che non potea andare d'accordo co' Fiorentini, impegnati in favore del conteFrancesco Sforza, determinò di lasciar Firenze per passare a Roma[Hist. Senensis, tom. 20 Rer. Ital.]. Misesi dunque in viaggio nel dì 7 di marzo, e giunse nel dì seguente a Siena, dove immensi onori ricevette da quel popolo. Fermossi in quella città sino al dì 5 di settembre, nel qual tempo venne a tributargli il suo ossequio Niccolò Piccinino gonfaloniere della Chiesa, a cui fu fatto un magnifico incontro. Stando quivi Eugenio, cominciò (seppure non avea cominciato molto prima) a tener pratica di pace e di lega colre Alfonso, per valersi del braccio di lui a cacciar dalla Marca Francesco Sforza. Era Alfonso esperto trafficante ne' suoi politici affari. Nel medesimo tempo avea tenuto trattato col conte Francesco e col Piccinino suo avversario, e finalmente conchiuse con chi più vantaggio gli promettea, cioè col Piccinino. Similmente, nel mentre che maneggiava concordia con papa Eugenio, facea di grandi esibizioni all'antipapa Felice, ossia ad Amedeo, e al concilio di Costanza, affin di ottenere l'investitura del regno di Napoli per sè e perdon Ferdinandosuo figliuol bastardo, già dichiarato duca di Calabria. Molto ancora a lui prometteva sì di privilegii come di danaro il suddetto Amedeo. Così facea finezze e paura nello stesso tempo non meno al papa che all'antipapa. Finalmente il pontefice Eugenio, dopo aver fatto il ritroso un pezzo, si acconciò con Alfonso, e gli accordò tutto quanto egli seppe dimandare, purchè egli impiegasse le forze sue per liberar la Marca dalle mani del conteFrancesco. Nel dì 14 di giugno daLodovico patriarcad'Aquileia e cardinale furono sottoscritti a nome del papa gli articoli di quella concordia, rapportati con altri atti dal Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Partito poi da Siena il papa, arrivò felicemente a Roma nel dì 28 di settembre[Petroni, Hist., tom. 24 Rer. Ital.], e nel dì 13 di ottobre diede principio nel Laterano al concilio.Guidantonio contedi Montefeltro e d'Urbino venne a morte nell'anno presente nel dì 21 di febbraio, e gli succedette, secondo la Cronica di Ferrara[Cronica di Ferrara, tom. eod.], nel dominio il conteAntoniosuo figliuolo, oppure, secondo gli Annali di Forlì[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.],Taddeoparimente chiamato suo figlio.Oddo Antonioegli è appellato, e credo con più fondamento, dall'Ammirati[Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22.]e da altri. Grande novità succedette quest'anno in Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Nel precedente era venuto in quella cittàFrancesco Piccininoper governarla a nome di Niccolò suo padre. Essendo infermo, si fece portare a castello San Giovanni, ed accompagnare daAnnibale Bentivoglioe daGasparoedAchille dei Malvezzi. Giunto là, fece prendere questi tre nobili bolognesi, e mandò Annibale nella rocca di Varano su quel di Parma, Achille nella rocca di Mompiano sul Genovesato, e Gasparo nella rocca di Pellegrino nel Piacentino. Per quante premure facessero i Bolognesi presso il duca di Milano e presso Niccolò Piccinino per la liberazione di questi loro concittadini, altro non ne riportarono che belle parole e promesse. Si mossero perciò segretamente da Bologna due valorosi giovani, cioèGaleazzoeTaddeo de' Marescotticon tre altri amici d'Annibale Bentivoglio per cercare le vie di liberarlo. Giunti alla rocca di Varano, ebbero tal industria e fortuna, che una notte scalarono il muro, e misero le mani addosso al castellano e al suo famiglio;sicchè, entrati nella prigione, e limati i ceppi di Annibale, poterono poi nella notte seguente fuggirsene, menando seco il castellano, finchè furono in salvo. Vennero a Spilamberto sul Modenese, dove dalconte Gherardo Rangoneebbero consiglio ed aiuto; e, mandato innanzi l'avviso della lor venuta nel dì 5 di giugno[Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], nella seguente notte furono dai loro amici tirati su per le mura con delle corde. Poscia senza perdere tempo, raunati i lor partigiani, e facendo sonare campana a martello a San Giacomo, col popolo in armi corsero furiosamente al palazzo del pubblico, dove abitava Francesco Piccinino, che indarno fece resistenza colle sue genti d'armi. Entrarono nel palazzo, vi fu preso il medesimo Piccinino colla sua brigata; e diedesi subito principio all'assedio del castello di Galiera, che teneva in freno la città.Accadde che in quel tempo passava ilconte Lodovico del Vermepel Bolognese, incamminato alla volta della Marca con molta gente a cavallo e a piedi, per unirsi aNiccolò Piccinino. Per questa novità egli si fermò, ed unito conGuidantonio de' Manfredisignor di Faenza, tenne saldo, e presidiò molte castella del Bolognese, e cominciò guerra colla città. Non tardarono i Bolognesi a spedir messi a Venezia e Firenze per soccorso, e nel dì 6 di luglio fecero lega con quelle due repubbliche. In loro aiuto furono spediti da Venezia ilconte Tiberto Brandolinoda Forlì e ilconte Guido Rangoneda Modena, valenti capitani di questi tempi, con mille cavalli e ducento fanti. Anche i Fiorentini v'inviaronoSimonetto da Castello di Pierocon ottocento cavalli e ducento pedoni. Nel dì 14 d'agosto venuto a Bologna l'avviso che il conte Lodovico del Verme s'era levato dalla Riccardina per passare alla Pieve e a San Giovanni con tre mila cavalli;Annibale de' Bentivogli, messi in armi i Bolognesi, andò a trovarlo a Ponte Polledrano, e con tal furia l'assalì, che, dopobreve combattimento, il mise in rotta. Vi rimasero presi da due mila cavalli, undici capi di squadra e tutto il carriaggio. La miglior arma che adoperarono il Verme e gli altri capitani furono gli speroni. Per questa importante vittoria tornarono alla divozion di Bologna tutte le terre e castella di quel distretto; e nel dì 21 si rendè la cittadella di Galiera, a spianar la quale immediatamente si accinse il popolo. Fu cambiatoFrancesco PiccininoconGasparoedAchille Malvezzicondotti dalle rocche dove erano prigioni. Così tornò in sua libertà la città di Bologna. Grandi poi furono in questo anno le applicazioni del papa e del re Alfonso per togliere la marca d'Ancona alconte Francesco[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Era già entrato esso re in Napoli su carro trionfale nel dì 26 di febbraio, precedendo tutta la fiorita nobiltà di quel regno. Andato da lì a qualche tempoNiccolò Piccininoa Terracina, oppure a Gaeta, a trovarlo, fu ricevuto con gran distinzione, ed onorato col cognome della casa d'Aragona (avea già quello della casa de' Visconti), e con lui concertò l'impresa della Marca. Aveva il conte Francesco presa e saccheggiata Santa Natolia nel territorio di Camerino, e ricuperato Tolentino; ed allorchè s'avvide del nembo che gli soprastava dalla parte del re d'Aragona e di Napoli, cominciò a sollecitare gli aiuti de' Veneziani e Fiorentini, che tardarono di troppo. Intanto il re, fatta da tutte le parti gran massa di gente d'armi, venne nel mese d'agosto in persona verso Norcia, ed andò ad unirsi con Niccolò Piccinino, il quale, assediando la terra di Visso nell'Umbria, la costrinse alla resa. Se vogliamo prestar fede agli Annali di Forlì[Annal. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.], ascendeva l'armata del re e del Piccinino a trenta mila tra cavalli e fanti. Forze da resistere a sì grosso torrente non avea il conte Francesco[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.];però, poste buone guarnigioni nelle piazze più importanti (cioèAlessandrosuo fratello in Fermo,Giovannialtro suo fratello in Ascoli,Rinaldo Foglianosuo fratello uterino in Cività,Pietro Brunoroin Fabriano,Fioravante da Perugiain Cingoli,Giovanni da Tolentinosuo genero in Osimo,Troilo da Rossanoin Jesi, eRoberto da San Severinoin Rocca Contrada), si ritirò egli con parte del suo esercito a Fano, città ben forte diSigismondo Malatestasuo genero, per quivi aspettare i sospirati soccorsi de' collegati, coi quali potesse far fronte, occorrendo ai nemici.Ma volle la sua disavventura che, oltre aManno Barile, il quale sul principio di quest'anno l'avea abbandonato, anche altri suoi principali condottieri di armi in sì grave congiuntura il tradissero. Entrato dunque Alfonso col Piccinino nella Marca, ed inalberate le bandiere della Chiesa, tosto si volsero alla di lui ubbidienza San Severino, Matelica, Tolentino e Macerata.Pietro Brunorogli diede Fabriano, ed acconciossi con lui[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Altrettanto feceTroilo, benchè cognato del conte Francesco, dandogli Jesi, e passando al suo servigio colle sue truppe. Con ciò vennero meno al conte Francesco più di due mila dei suoi cavalli, e molte schiere di fanteria, che andarono ad ingrossar maggiormente l'esercito nemico. Poscia anche Cingoli si rendè ad Alfonso, e il popolo d'Osimo, levato a rumore, ebbe forza di spogliareGiovanni da TolentinoedAntonio Trivulziocol presidio[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Toscanella ed Acquapendente alzarono anch'esse le insegne della Chiesa. In somma non passò gran tempo che tutta la Marca, a riserva di Fermo, d'Ascoli e di Rocca Contrada, venne in potere del re e del Piccinino, che ne prese il possesso a nome del papa. Sbrigato dalla Marca il re Alfonso, nel dì 12 di settembre venne a mettere il campo alla città di Fano, dove si trovava ilconteFrancescocon gran gente; ma, conosciuto che poco onore potea guadagnare sotto sì forte città, nel dì 18 se ne tornò indietro, e portò le sue armi contro quella di Fermo, alla cui difesa si trovavaAlessandro Sforzacon buon presidio. Fu in questa occasione che rimasero puniti dei lor tradimentiPietro BrunoroeTroilocognato del conte Francesco[Giornal. Napolet., tom. 22 Rer. Ital.]. Furono intercette, cioè fatte cadere in mano del re, lettere scritte loro da esso Alessandro con ordine d'eseguire quanto era stato ordinato. Confessa il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.], essere stato questo uno stratagemma del medesimo conte Francesco, che scrisse al fratello di così operare, per mettere in diffidenza presso il re que' due condottieri, dai quali egli era stato tradito. E ne seguì l'effetto. Fu dunque costantemente creduto che costoro con intelligenza del conte fossero passati nella regale armata, per poi assassinare il re. E perciò il re, messe in armi le sue truppe, li fece prendere amendue, e legati gl'inviò a Napoli, e di là li mandò in una fortezza del regno di Valenza, dove stettero per dieci anni. Secondo il Simonetta, furono anche spogliate tutte le genti d'armi dei suddetti due; ma l'autore de' Giornali Napoletani vuole che il re le prendesse tutte al suo soldo. Nè è da tacere una curiosa particolarità, di cui non io, ma Cristoforo da Costa negli Elogii delle donne illustri sarà mallevadore. Cioè che Pietro Brunoro da Parma, trovata una fanciulla, per nome Bona, nativa della Valtellina, di spirito non ordinario, seco la conduceva vestita da uomo, con avvezzarla al mestier della guerra. Dappoichè Brunoro fu messo prigione, ella andò a tutti i principi d'Italia e di Francia, e ne portò lettere di raccomandazione al re Alfonso per la liberazione di questo suo padrone, di maniera che egli uscì dalle carceri. Gli procurò essa in oltre unacondotta di milizie dai Veneziani coll'assegno annuo di venti mila ducati; per li quali benefizii egli poi la sposò. Militò ella finalmente col marito, fece di molte prodezze, e con esso fu inviata contro i Turchi alla difesa di Negroponte. Quivi terminò i suoi giorni Brunoro, ed ella, tornando in Italia nel 1466, per viaggio ammalatasi, diede fine alla sua vita. Dopo avere il re Alfonso tentato invano Ascoli, e preso Teramo e Civitella con altri luoghi, ch'erano del conte Francesco, menò a quartiere le sue soldatesche nel regno di Napoli.Era intanto restato tra Pesaro e RiminiNiccolò Piccininoinsieme conFederigo conted'Urbino, e conMalatestasignor di Cesena, e facea guerra or qua or là alle terre di Rimini, con ridursi in fine a Monteloro. Intanto in soccorso del conte Francesco arrivarono ilconte Guido Rangone, Simonetto, Taddeo marchesedi Este ed altri capitani con cavalleria e fanteria, spediti da' Veneziani e Fiorentini. Con sì fatti rinforzi il valoroso conte, menando secoSigismondo Malatestasignore di Rimini e genero suo (della cui fede si dubitò non poco, allorchè il re Alfonso fu sotto a Fano), andò nel dì 8 di novembre insieme conAlessandrosuo fratello e con gli altri capitani a trovare ilPiccinino, e fu con lui alle mani, ancorchè il vedesse postato in un sito assai difficile e vantaggioso. Per molte ore durò l'atroce battaglia; e quantunque il Piccinino facesse delle maraviglie, più ne fece il conte Francesco, con dargli una gran rotta, prendere circa due mila cavalli, e tutto il ricchissimo bagaglio de' nemici. Col favor della notte si salvò con pochi esso Piccinino a Monte Ficardo, pieno di confusione e di dolore. Spese poi il conte qualche tempo, per le importune istanze di Sigismondo Malatesta, intorno a Pesaro, signoreggiato allora daGaleazzo Malatesta. Di là passò nella Marca, dove trovò che il Piccinino avea rinforzato di gente le principali città; e però, dopo aver ridotte alla sua divozione alcunepoche castella, se n'andò a Fermo, e quivi svernò con parte delle sue milizie. Or mentre queste cose succedeano, e dacchè videFilippo Mariaduca di Milano che gli affari del genero suo, cioè del conte Francesco, andavano alla peggio nella Marca, siccome principe non mai fermo ne' suoi proponimenti, cominciò a pentirsi delle sregolate o balorde sue risoluzioni, e a desiderare ch'egli non perdesse il suo Stato. Perciò nel dì 8 di settembre spedì suoi ambasciatori a Venezia[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]per collegarsi con quella repubblica e co' Fiorentini in favore del conte, e fece anche sapere al re Alfonso di desistere dall'offenderlo. Si maravigliò forte il re di questa inaspettata mutazion di volere del duca; inviò a lui ed anche a Venezia ambasciatori; ma niuna grata risposta ne ricevette. Servirono questi passi del duca, e il trattato di lega fra lui, Venezia e Firenze, a fare[Annal. Foroliviens., tom. eod.]ch'egli poi si ritirasse da Fano, e se ne tornasse nelle sue contrade. Ed intanto nel dì 24 di settembre fu conchiusa la lega suddetta in Venezia, in cui ancora entrò Sigismondo Malatesta signore di Rimini. Elessero in quest'anno a dì 28 di gennaio[Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.]i Genovesi pacificamente per loro dogeRaffaello Adorno, di famiglia altre volte salita a quella dignità.

Perchèpapa Eugenioavea trasferito a Roma il concilio, ed inoltre perchè colla fervente voglia di riacquistare la marca d'Ancona, conoscea che non potea andare d'accordo co' Fiorentini, impegnati in favore del conteFrancesco Sforza, determinò di lasciar Firenze per passare a Roma[Hist. Senensis, tom. 20 Rer. Ital.]. Misesi dunque in viaggio nel dì 7 di marzo, e giunse nel dì seguente a Siena, dove immensi onori ricevette da quel popolo. Fermossi in quella città sino al dì 5 di settembre, nel qual tempo venne a tributargli il suo ossequio Niccolò Piccinino gonfaloniere della Chiesa, a cui fu fatto un magnifico incontro. Stando quivi Eugenio, cominciò (seppure non avea cominciato molto prima) a tener pratica di pace e di lega colre Alfonso, per valersi del braccio di lui a cacciar dalla Marca Francesco Sforza. Era Alfonso esperto trafficante ne' suoi politici affari. Nel medesimo tempo avea tenuto trattato col conte Francesco e col Piccinino suo avversario, e finalmente conchiuse con chi più vantaggio gli promettea, cioè col Piccinino. Similmente, nel mentre che maneggiava concordia con papa Eugenio, facea di grandi esibizioni all'antipapa Felice, ossia ad Amedeo, e al concilio di Costanza, affin di ottenere l'investitura del regno di Napoli per sè e perdon Ferdinandosuo figliuol bastardo, già dichiarato duca di Calabria. Molto ancora a lui prometteva sì di privilegii come di danaro il suddetto Amedeo. Così facea finezze e paura nello stesso tempo non meno al papa che all'antipapa. Finalmente il pontefice Eugenio, dopo aver fatto il ritroso un pezzo, si acconciò con Alfonso, e gli accordò tutto quanto egli seppe dimandare, purchè egli impiegasse le forze sue per liberar la Marca dalle mani del conteFrancesco. Nel dì 14 di giugno daLodovico patriarcad'Aquileia e cardinale furono sottoscritti a nome del papa gli articoli di quella concordia, rapportati con altri atti dal Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Partito poi da Siena il papa, arrivò felicemente a Roma nel dì 28 di settembre[Petroni, Hist., tom. 24 Rer. Ital.], e nel dì 13 di ottobre diede principio nel Laterano al concilio.Guidantonio contedi Montefeltro e d'Urbino venne a morte nell'anno presente nel dì 21 di febbraio, e gli succedette, secondo la Cronica di Ferrara[Cronica di Ferrara, tom. eod.], nel dominio il conteAntoniosuo figliuolo, oppure, secondo gli Annali di Forlì[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.],Taddeoparimente chiamato suo figlio.Oddo Antonioegli è appellato, e credo con più fondamento, dall'Ammirati[Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22.]e da altri. Grande novità succedette quest'anno in Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Nel precedente era venuto in quella cittàFrancesco Piccininoper governarla a nome di Niccolò suo padre. Essendo infermo, si fece portare a castello San Giovanni, ed accompagnare daAnnibale Bentivoglioe daGasparoedAchille dei Malvezzi. Giunto là, fece prendere questi tre nobili bolognesi, e mandò Annibale nella rocca di Varano su quel di Parma, Achille nella rocca di Mompiano sul Genovesato, e Gasparo nella rocca di Pellegrino nel Piacentino. Per quante premure facessero i Bolognesi presso il duca di Milano e presso Niccolò Piccinino per la liberazione di questi loro concittadini, altro non ne riportarono che belle parole e promesse. Si mossero perciò segretamente da Bologna due valorosi giovani, cioèGaleazzoeTaddeo de' Marescotticon tre altri amici d'Annibale Bentivoglio per cercare le vie di liberarlo. Giunti alla rocca di Varano, ebbero tal industria e fortuna, che una notte scalarono il muro, e misero le mani addosso al castellano e al suo famiglio;sicchè, entrati nella prigione, e limati i ceppi di Annibale, poterono poi nella notte seguente fuggirsene, menando seco il castellano, finchè furono in salvo. Vennero a Spilamberto sul Modenese, dove dalconte Gherardo Rangoneebbero consiglio ed aiuto; e, mandato innanzi l'avviso della lor venuta nel dì 5 di giugno[Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], nella seguente notte furono dai loro amici tirati su per le mura con delle corde. Poscia senza perdere tempo, raunati i lor partigiani, e facendo sonare campana a martello a San Giacomo, col popolo in armi corsero furiosamente al palazzo del pubblico, dove abitava Francesco Piccinino, che indarno fece resistenza colle sue genti d'armi. Entrarono nel palazzo, vi fu preso il medesimo Piccinino colla sua brigata; e diedesi subito principio all'assedio del castello di Galiera, che teneva in freno la città.

Accadde che in quel tempo passava ilconte Lodovico del Vermepel Bolognese, incamminato alla volta della Marca con molta gente a cavallo e a piedi, per unirsi aNiccolò Piccinino. Per questa novità egli si fermò, ed unito conGuidantonio de' Manfredisignor di Faenza, tenne saldo, e presidiò molte castella del Bolognese, e cominciò guerra colla città. Non tardarono i Bolognesi a spedir messi a Venezia e Firenze per soccorso, e nel dì 6 di luglio fecero lega con quelle due repubbliche. In loro aiuto furono spediti da Venezia ilconte Tiberto Brandolinoda Forlì e ilconte Guido Rangoneda Modena, valenti capitani di questi tempi, con mille cavalli e ducento fanti. Anche i Fiorentini v'inviaronoSimonetto da Castello di Pierocon ottocento cavalli e ducento pedoni. Nel dì 14 d'agosto venuto a Bologna l'avviso che il conte Lodovico del Verme s'era levato dalla Riccardina per passare alla Pieve e a San Giovanni con tre mila cavalli;Annibale de' Bentivogli, messi in armi i Bolognesi, andò a trovarlo a Ponte Polledrano, e con tal furia l'assalì, che, dopobreve combattimento, il mise in rotta. Vi rimasero presi da due mila cavalli, undici capi di squadra e tutto il carriaggio. La miglior arma che adoperarono il Verme e gli altri capitani furono gli speroni. Per questa importante vittoria tornarono alla divozion di Bologna tutte le terre e castella di quel distretto; e nel dì 21 si rendè la cittadella di Galiera, a spianar la quale immediatamente si accinse il popolo. Fu cambiatoFrancesco PiccininoconGasparoedAchille Malvezzicondotti dalle rocche dove erano prigioni. Così tornò in sua libertà la città di Bologna. Grandi poi furono in questo anno le applicazioni del papa e del re Alfonso per togliere la marca d'Ancona alconte Francesco[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Era già entrato esso re in Napoli su carro trionfale nel dì 26 di febbraio, precedendo tutta la fiorita nobiltà di quel regno. Andato da lì a qualche tempoNiccolò Piccininoa Terracina, oppure a Gaeta, a trovarlo, fu ricevuto con gran distinzione, ed onorato col cognome della casa d'Aragona (avea già quello della casa de' Visconti), e con lui concertò l'impresa della Marca. Aveva il conte Francesco presa e saccheggiata Santa Natolia nel territorio di Camerino, e ricuperato Tolentino; ed allorchè s'avvide del nembo che gli soprastava dalla parte del re d'Aragona e di Napoli, cominciò a sollecitare gli aiuti de' Veneziani e Fiorentini, che tardarono di troppo. Intanto il re, fatta da tutte le parti gran massa di gente d'armi, venne nel mese d'agosto in persona verso Norcia, ed andò ad unirsi con Niccolò Piccinino, il quale, assediando la terra di Visso nell'Umbria, la costrinse alla resa. Se vogliamo prestar fede agli Annali di Forlì[Annal. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.], ascendeva l'armata del re e del Piccinino a trenta mila tra cavalli e fanti. Forze da resistere a sì grosso torrente non avea il conte Francesco[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.];però, poste buone guarnigioni nelle piazze più importanti (cioèAlessandrosuo fratello in Fermo,Giovannialtro suo fratello in Ascoli,Rinaldo Foglianosuo fratello uterino in Cività,Pietro Brunoroin Fabriano,Fioravante da Perugiain Cingoli,Giovanni da Tolentinosuo genero in Osimo,Troilo da Rossanoin Jesi, eRoberto da San Severinoin Rocca Contrada), si ritirò egli con parte del suo esercito a Fano, città ben forte diSigismondo Malatestasuo genero, per quivi aspettare i sospirati soccorsi de' collegati, coi quali potesse far fronte, occorrendo ai nemici.

Ma volle la sua disavventura che, oltre aManno Barile, il quale sul principio di quest'anno l'avea abbandonato, anche altri suoi principali condottieri di armi in sì grave congiuntura il tradissero. Entrato dunque Alfonso col Piccinino nella Marca, ed inalberate le bandiere della Chiesa, tosto si volsero alla di lui ubbidienza San Severino, Matelica, Tolentino e Macerata.Pietro Brunorogli diede Fabriano, ed acconciossi con lui[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Altrettanto feceTroilo, benchè cognato del conte Francesco, dandogli Jesi, e passando al suo servigio colle sue truppe. Con ciò vennero meno al conte Francesco più di due mila dei suoi cavalli, e molte schiere di fanteria, che andarono ad ingrossar maggiormente l'esercito nemico. Poscia anche Cingoli si rendè ad Alfonso, e il popolo d'Osimo, levato a rumore, ebbe forza di spogliareGiovanni da TolentinoedAntonio Trivulziocol presidio[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Toscanella ed Acquapendente alzarono anch'esse le insegne della Chiesa. In somma non passò gran tempo che tutta la Marca, a riserva di Fermo, d'Ascoli e di Rocca Contrada, venne in potere del re e del Piccinino, che ne prese il possesso a nome del papa. Sbrigato dalla Marca il re Alfonso, nel dì 12 di settembre venne a mettere il campo alla città di Fano, dove si trovava ilconteFrancescocon gran gente; ma, conosciuto che poco onore potea guadagnare sotto sì forte città, nel dì 18 se ne tornò indietro, e portò le sue armi contro quella di Fermo, alla cui difesa si trovavaAlessandro Sforzacon buon presidio. Fu in questa occasione che rimasero puniti dei lor tradimentiPietro BrunoroeTroilocognato del conte Francesco[Giornal. Napolet., tom. 22 Rer. Ital.]. Furono intercette, cioè fatte cadere in mano del re, lettere scritte loro da esso Alessandro con ordine d'eseguire quanto era stato ordinato. Confessa il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.], essere stato questo uno stratagemma del medesimo conte Francesco, che scrisse al fratello di così operare, per mettere in diffidenza presso il re que' due condottieri, dai quali egli era stato tradito. E ne seguì l'effetto. Fu dunque costantemente creduto che costoro con intelligenza del conte fossero passati nella regale armata, per poi assassinare il re. E perciò il re, messe in armi le sue truppe, li fece prendere amendue, e legati gl'inviò a Napoli, e di là li mandò in una fortezza del regno di Valenza, dove stettero per dieci anni. Secondo il Simonetta, furono anche spogliate tutte le genti d'armi dei suddetti due; ma l'autore de' Giornali Napoletani vuole che il re le prendesse tutte al suo soldo. Nè è da tacere una curiosa particolarità, di cui non io, ma Cristoforo da Costa negli Elogii delle donne illustri sarà mallevadore. Cioè che Pietro Brunoro da Parma, trovata una fanciulla, per nome Bona, nativa della Valtellina, di spirito non ordinario, seco la conduceva vestita da uomo, con avvezzarla al mestier della guerra. Dappoichè Brunoro fu messo prigione, ella andò a tutti i principi d'Italia e di Francia, e ne portò lettere di raccomandazione al re Alfonso per la liberazione di questo suo padrone, di maniera che egli uscì dalle carceri. Gli procurò essa in oltre unacondotta di milizie dai Veneziani coll'assegno annuo di venti mila ducati; per li quali benefizii egli poi la sposò. Militò ella finalmente col marito, fece di molte prodezze, e con esso fu inviata contro i Turchi alla difesa di Negroponte. Quivi terminò i suoi giorni Brunoro, ed ella, tornando in Italia nel 1466, per viaggio ammalatasi, diede fine alla sua vita. Dopo avere il re Alfonso tentato invano Ascoli, e preso Teramo e Civitella con altri luoghi, ch'erano del conte Francesco, menò a quartiere le sue soldatesche nel regno di Napoli.

Era intanto restato tra Pesaro e RiminiNiccolò Piccininoinsieme conFederigo conted'Urbino, e conMalatestasignor di Cesena, e facea guerra or qua or là alle terre di Rimini, con ridursi in fine a Monteloro. Intanto in soccorso del conte Francesco arrivarono ilconte Guido Rangone, Simonetto, Taddeo marchesedi Este ed altri capitani con cavalleria e fanteria, spediti da' Veneziani e Fiorentini. Con sì fatti rinforzi il valoroso conte, menando secoSigismondo Malatestasignore di Rimini e genero suo (della cui fede si dubitò non poco, allorchè il re Alfonso fu sotto a Fano), andò nel dì 8 di novembre insieme conAlessandrosuo fratello e con gli altri capitani a trovare ilPiccinino, e fu con lui alle mani, ancorchè il vedesse postato in un sito assai difficile e vantaggioso. Per molte ore durò l'atroce battaglia; e quantunque il Piccinino facesse delle maraviglie, più ne fece il conte Francesco, con dargli una gran rotta, prendere circa due mila cavalli, e tutto il ricchissimo bagaglio de' nemici. Col favor della notte si salvò con pochi esso Piccinino a Monte Ficardo, pieno di confusione e di dolore. Spese poi il conte qualche tempo, per le importune istanze di Sigismondo Malatesta, intorno a Pesaro, signoreggiato allora daGaleazzo Malatesta. Di là passò nella Marca, dove trovò che il Piccinino avea rinforzato di gente le principali città; e però, dopo aver ridotte alla sua divozione alcunepoche castella, se n'andò a Fermo, e quivi svernò con parte delle sue milizie. Or mentre queste cose succedeano, e dacchè videFilippo Mariaduca di Milano che gli affari del genero suo, cioè del conte Francesco, andavano alla peggio nella Marca, siccome principe non mai fermo ne' suoi proponimenti, cominciò a pentirsi delle sregolate o balorde sue risoluzioni, e a desiderare ch'egli non perdesse il suo Stato. Perciò nel dì 8 di settembre spedì suoi ambasciatori a Venezia[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]per collegarsi con quella repubblica e co' Fiorentini in favore del conte, e fece anche sapere al re Alfonso di desistere dall'offenderlo. Si maravigliò forte il re di questa inaspettata mutazion di volere del duca; inviò a lui ed anche a Venezia ambasciatori; ma niuna grata risposta ne ricevette. Servirono questi passi del duca, e il trattato di lega fra lui, Venezia e Firenze, a fare[Annal. Foroliviens., tom. eod.]ch'egli poi si ritirasse da Fano, e se ne tornasse nelle sue contrade. Ed intanto nel dì 24 di settembre fu conchiusa la lega suddetta in Venezia, in cui ancora entrò Sigismondo Malatesta signore di Rimini. Elessero in quest'anno a dì 28 di gennaio[Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.]i Genovesi pacificamente per loro dogeRaffaello Adorno, di famiglia altre volte salita a quella dignità.


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