MCCCCXLIX

MCCCCXLIXAnno diCristomccccxlix. Indiz.XII.Niccolò Vpapa 3.Federigo IIIre de' Romani 10.Ebbe in quest'anno il buonpapa Niccolò Vla consolazione di veder estinto lo scisma, formato già dai sediziosi prelati del concilio di Basilea[Raynaldus, Annal. Eccl. Labbe, Concil., tom. 13.]. Per finir questa scandalosa briga, la di lui prudenza non ebbe difficoltà di accordar vantaggiosa capitolazione all'antipapa Felice V, concedendogli il cappello cardinalizio, il grado di legato e vicario intutte le terre del duca di Savoia, e la preminenza sopra gli altri porporati. Conservò ancora la lor dignità ad alcuni cardinali creati da lui, e rimise ne' primieri onori chiunque nel concilio suddetto avea offesa la santa Sede romana. Essendo poi ritornato il non più antipapaAmedeoal ritiro di Ripaglia, quivi attese a passare il resto dei suoi giorni in opere di pietà, finchè, secondo il Guichenone[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], nel dì 7 di gennaio dell'anno 1451 Dio il chiamò all'altra vita, mentre egli si trovava in Ginevra[Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Già vivente lui era succeduto nel ducato di Savoia e principato del PiemonteLodovicounico suo maschio figliuolo. Avea questo novello duca nelle turbolenze dello Stato di Milano occupato Romagnano, buona terra del Novarese[Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.]; nè avendolo voluto restituire, ilconte Francescoinviò colà ilconte Luigi del Vermecon parte del suo esercito, il quale così ben condusse la faccenda, che fece prigionieri tutti i Savoiardi e gli abitanti della terra. Se vollero la libertà, convenne loro riscattarsi, e se ne ricavò tal somma di danaro, che giovò non poco all'armata del conte. Negli Annali di Piacenza[Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.]è attribuita questa impresa aBartolomeo Coleone, inviato con altri capitani e con molte squadre d'armati in aiuto del conte Francesco dai Veneziani. Era lacerata in questi tempi da gravi dissensioni la città di Milano per le fazioni contrarie de' Guelfi e Ghibellini. Coi primi s'era unitoCarlo da Gonzaga, e questi non lasciò indietro arte e trama alcuna per indurre il popolo a dargli il principato della città. Ma non mancavano fautori delconte Francesco, e n'erano i caporali ilconte Vitaliano Borromeo,Teodoro BosioeGiorgio Lampugnano. In sì fatti torbidi, vedendosiFrancesco Piccininodecaduto dalla primiera autorità, prese la risoluzione di passareal servigio di Francesco Sforza, e di condurvi ancheJacoposuo fratello, il quale poco prima avea impedito adAlessandro Sforzal'acquisto di Parma, il conte, quantunque, sapesse quanto questi due fratelli in addietro avessero operato contra di lui, e che non per elezione, ma per necessità si gittavano nelle sue braccia, e qual fosse l'odio antico della lor casa contro la propria, pure, siccome uomo che sapea ben maneggiar le carte, pensando che per qualche tempo gli potevano esser utili, colle più vistose carezze gli accettò, promettendo di tenerli come figliuoli, e promise in moglie a JacopoDrusianasua figliuola naturale, rimasta poco fa vedova diGiano da Campofregosodoge di Genova. Gli Annali Piacentini dicono che i due Piccinini vennero a lui nel dì 15 di gennaio con tre mila cavalli e due mila fanti, gagliardo rinforzo alla di lui armata. Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]ci dà questo fatto al dì 19 di dicembre. Ma non tarderemo a conoscere qual fosse la loro fede. Sul principio del suddetto mese di gennaio anche la città di Tortona con tutto il suo distretto inalberò le insegne del conte Francesco. La Storia del Simonetta è difettosa perchè di rado assegna i tempi delle imprese.Succederono in questi tempi in Milano non poche crudeltà diCarlo da Gonzagae de' Guelfi suoi aderenti, contra di chi procurava o desiderava di dare la città allo Sforza. Tagliato fu il capo ad alcuni nobili, depresso il governo de' Ghibellini, molti de' quali furono mandati a' confini; ed altri chi qua e chi là fuggendo si misero in salvo. Andò tant'oltre l'odio di costoro contra d'esso Sforza, che pubblicamente diceano doversi spendere tutto per non averlo per loro signore; e che in fine meglio era darsi al demonio o al Turco, che a lui[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 17, tom. 21 Rer. Ital.]. Aveanofin qui sostenuta i Parmigiani la loro libertà, e contuttochèAlessandro Sforzafratello del conte Francesco, unito conPier-Maria de Rossiconte di San Secondo, gl'inquietasse forte con un corpo di milizie, e tentasse anche un dì di prendere la lor città per tradimento (il che costò la vita a molti di que' cittadini autori del trattato); nondimeno dacchè il conte Francesco ebbe invialo colàBartolomeo Coleonecon due mila cavalli e cinquecento fanti, cominciarono a sbigottirsi. Si vollero dare al marchese di FerraraLionello d'Este; ma perchè questi ne fu dissuaso dai Veneziani, non accudì alla esibizione. Perciò in fine si diedero nel mese di febbraio ad Alessandro Sforza, che ne prese il possesso a nome del fratello. Per tutto il mese di gennaio avea il conte Francesco già presa la maggior parte delle castella del distretto di Milano. Per isperanza dunque che anche la città di Milano gli si dovesse rendere, giacchè non mancavano a lui delle persone benevole in quella città, determinò di accostarsi alla medesima e di bloccarla, acciocchè, se non valeva l'amore e il buon consiglio, la forza riducesse i suoi avversarli. Pose a questo fine il campo in più siti lungi dalla città, per impedire che non v'entrassero vettovaglie. Nel qual tempo anche i Veneziani, de' quali dovea essere la Geradadda e Crema[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.], uscirono in campagna di buon'ora, cioè nel gennaio dell'anno presente, con sommo aggravio de' Bresciani, e loro disagio per la cattiva stagione. Ebbero nel febbraio Caravaggio ed altri luoghi, e messo poscia il campo intorno a Crema, dirizzarono le batterie contra di quella nobil terra. Avea il conte Francesco anch'egli durante il verno inviatiFrancesco Piccinino,Luigi del Vermeed altri capitani con un buon corpo d'armati ad assediare l'insigne terra di Monza.Carlo da Gonzaga, che faceva allora il generale deiMilanesi, fu spedito con soldatesche al soccorso. Entrò egli una notte senza essere osservato in Monza, e la mattina seguente diede loro addosso, in maniera che li sconfisse, con prendere almen trecento cavalli, i cannoni e tutto il loro bagaglio. Fu osservato cheFrancesco Piccininonon si volle muovere colle sue truppe per soccorrere gli assaliti, segno che egli già ordiva un tradimento. Per tal vittoria alzarono forte la testa i Milanesi; e molto più perchè, essendosi collegati conLodovico ducadi Savoia, era loro data speranza che calerebbe dalle Alpi un nuvolo di cavalleria contra dello Sforza. Venne in fatti l'armata savoiarda, ma non mirabile, come s'era creduto, contra Novara[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 18, tom. 21 Rer. Ital.]; nè avendo potuto sorprendere quella città, s'impadronì di quasi tutte le castella del distretto, commettendo immense crudeltà e saccheggi. Erano circa sei mila cavalli. Cristoforo da Soldo li fa il doppio, secondo le voci spesso favolose de' tempi di guerra. Contra di loro il conte Francesco spedìBartolomeo Coleone, e si andò badaluccando fra loro per molti giorni, finchè, passati i Savoiardi con più di tre mila cavalli ad assediare Borgo Mainero, Bartolomeo, benchè inferiore di gente, fu forzato nel dì 20 d'aprile a prendere battaglia. Fu questa assai sanguinosa sì per l'una che per l'altra parte; tuttavia rimasero in fine sconfitti i Savoiardi con prigionia di mille cavalli e presa del bagaglio. Bastò questa vittoria, perchè il duca Lodovico desistesse dal dar più molestia allo Stato di Milano.Circa questi tempi ilconte Francesco, venuta già la primavera, era uscito in campagna, ed avea ordinato aFrancesco Piccininoe aGuglielmo di Monferratodi tornare all'assedio di Monza. Allora fu che si palesò l'infedeltà del Piccinino e diJacoposuo fratello, perchè amendue, nel dì 14 oppure 15 di aprile, fatto primasegreto accordo colla reggenza di Milano[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], ed aperte loro le porte di Monza, con tutte le lor truppe v'entrarono. Ciò saputo, Guglielmo non tardò a ritirarsi di là con buon ordine, e a ridursi all'armata sforzesca. Con tre mila cavalli e mille fanti passarono dipoi i Piccinini a Milano con gran festa di quel popolo; e perchè Crema, assediata dai Veneziani, era oramai ridotta all'agonia, ebbero ordine di soccorrerla. Colà s'inviarono essi insieme conCarlo da Gonzaga, e con tali forze, cheSigismondo Malatesta, capitano de' Veneziani a quell'impresa, giudicò meglio di non aspettarli, e sciolse l'assedio nel dì 17 oppure 18 d'aprile. Andò intanto ilconte Francescoall'assedio di Marignano, ed ebbe la terra. Capitolò dipoi anche la rocca di rendersi nel dì primo di maggio, se non le fosse venuto soccorso. Per darglielo uscirono sul fine di aprile di Milano i due Piccinini e Carlo da Gonzaga. Oltre alle loro truppe, conducevano seco venti mila giovani del popolo milanese, armati di schioppi, armi per la lor novità allora molto temute. Ma queste tante migliaia di giovani milanesi in armi si possono ben credere una spampanata degli storici adulatori o poco cauti. Certamente grande era la baldanza di quest'armata, e si sparse voce che ascendeva il numero di quelle milizie a sessanta mila persone. Gli aspettò nondimeno di piè fermo il conte Francesco, ed ordinò le sue schiere per ben riceverli, se aveano voglia di combattere. Ma quelli non s'inoltrarono, e intanto la rocca di Marignano venne in potere del conte. Perchè poi i Vigevaneschi, rinforzati da mille soldati inviati loro da Milano, mettevano a sacco e fuoco la Lomellina ed altre parti del territorio pavese, a quella volta marciò tosto il conte coll'esercito suo. Nel viaggio, avvertito cheGuglielmo di Monferratomeditava di abbandonarlo, siccome disgustato per sospetti che ad istigazione segreta di esso conte la terra del Bosco non si volesse rendere a luisecondo i patti, il fece ritener prigione in Pavia, dove per avventura avea chiesta egli licenza d'andare. Per attestato di Benvenuto[Benvenuto da S. Giorgio. Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.], ciò avvenne nel dì primo di maggio, o piuttosto, come vuole il Ripalta[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], nel dì 13 d'esso mese. Fu egli poscia tenuto nelle carceri di Pavia un anno e dieci giorni, senza che il conte facesse per allora novità alcuna per conto d'Alessandria, anzi egli esortò quei del Bosco a rendersi aGiovanni marchese di Monferrato(non so come chiamatoBonifaziodal Simonetta) fratello d'esso Guglielmo[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]. Durò qualche tempo l'assedio di Vigevano, valorosamente difeso dal presidio e da que' cittadini; ma finalmente si renderono, dopo aver corso un gran rischio di essere messi a sacco, nel dì 3 di giugno. Avea inoltre il conte inviatoAlessandrosuo fratello ad occupare castello Arquato, Fiorenzuola ed altri luoghi che erano de' Piccinini; il che fu eseguito; ed egli tornò nel territorio di Milano, e dopo aver preso Varese e la valle di Lugano nel Comasco, andò sotto a Lodi cioè nel fine d'agosto. Nel qual tempoAntonio Crivellocastellano di Pizzighittone, importante fortezza sull'Adda, gliela diede, somministrandogli anche il comodo di prendere cinquecento cavalli e trecento fanti de' Piccinini, che erano ivi di guarnigione. Ebbe dipoi anche Cassano. Mancarono di vita per un'epidemia entrata nell'esercito sforzesco, o per altre cagioni, in quest'anno varii insigni condottieri d'armi, cioèManno Barile, ilconte Luigi del Verme,Roberto da Montealbotto,Cristoforo da Tolentino,Jacopo Catalanoe ilconte Dolcedall'Aguillara.Era sul principio di settembre, quandoCarlo da Gonzaga, uomo di fede sempre istabile, dopo aver fatto il padrone di Milano, per disgusto insorto fra lui e i Piccinini, e molto più per motivo diinteresse, segretamente trattò accordo colconte Francesco, promettendo di dargli la città di Lodi e di Crema. All'incontro lo Sforza a lui promise Tortona con altri vantaggi[Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.]. Fu eseguito il trattato nel dì 11 di settembre, con essere entrate in Lodi le soldatesche del conte. Fin qui erano camminati i Veneziani con ottima fede verso lo Sforza, aiutandolo d'armati e di danaro[Ripalta, Histor. Placen., tom. 20 Rer. Ital.]. Ma avendo avuto ordini replicatiArrigo PanigarolaMilanese mercatante in Venezia di proporre un aggiustamento, ed avendo alcuni ministri insinuato a quella repubblica, che se lasciavano prendere a questo incomparabil capitano tutto lo Stato di Milano, andava a rischio l'antica loro libertà, perchè egli avrebbe anche voluta dipoi la lor Terra ferma, e niuno gli avrebbe potuto fare resistenza: andò tanto inanzi l'istanza de' Milanesi, e l'apprensione di que' savii signori, che in questi medesimi tempi spedironoPasquale MalipieroedOrsato Giustinianoad intimare al conte che desistesse dall'impresa di Milano. Ma avendo udito questi ambasciatori per istrada che il conte si era impossessato di Lodi, si fermarono, senza più portarsi ad esporre quell'ambasciata, per quanto narra Cristoforo da Soldo. Il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.]scrive che andarono prima ancora ch'egli s'impadronisse di Lodi: il che non sembra credibile. Si può al certo dedurre ch'egli nulla sapesse dell'intenzione de' Veneziani, al sapere che trattò onoratamente coi lor provveditori, affinchè venisse in lor potere, secondo i patti, Crema, che Carlo da Gonzaga gli fece avere. Non sarebbe già egli verisimilmente stato sì cortese, se mai avesse penetrato ciò che si tramava contra di lui in Venezia. Stabilito dunque che ebbero i Veneziani un accordo co' Milanesi, inviarono al conte,facendogli sapere d'essere in concordia col popolo di Milano, volendo che il conte ritenesse Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Parma e Cremona, e che Milano, restando libero, ritenesse Lodi, Como e tutto il di qua dall'Adda. In somma l'interesse fa le leghe, e l'interesse anche le guasta. Il Simonetta vuole che molto più tardi i Veneziani si levassero la maschera. Certo è che il conte, senza punto sgomentarsi per questo, marciò con tutte le sue forze da Lodi, e andò ad accamparsi intorno a Milano, benchè poi, ad istanza dell'ambasciator veneto, facesse una tregua di venti giorni, e si allontanasse di là. Mostrò ancora di voler pace collo parole, ma il contrario apparve ne' fatti. Perchè, quantunque avesse inviato a VeneziaAlessandrosuo fratello, e questi, per le minaccie de' Veneziani, avesse sottoscritta una capitolazione, egli non la volle ratificare. Passato dunque un certo tempo, volendo egli piuttosto esporsi ad ogni pericolo, che cedere al concerto fatto dai Veneziani e Milanesi già uniti contra di lui, attese ad affamar Milano, città allora mal provveduta di viveri, e trattò di pace conLodovico ducadi Savoia, cedendogli molle terre e castella da lui occupate in quel di Pavia, Alessandria e Novara. Lo strumento d'essa pace fu stipulato nel dì 20 di gennaio dell'anno seguente. In questo mentre, avendoFrancesco Piccininoterminata sua vita in Milano, nel dì 16 d'ottobre,Jacoposuo fratello, che col tempo si meritò il titolo di Fulmine della guerra, fu accettato da' Milanesi, per comandare alle lor armi. Non finì l'anno presente, che nel dì 28 di dicembre lo Sforza mise in fuga il medesimo Jacopo eSigismondo Malatestagenerale de' Veneziani ne' monti di Brianza[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], e fece prigione non poca gente e molti loro uffiziali. Ebbe anche nel dì 13 di dicembre per danari la fortezza di Trezzo, acquisto di somma importanza per lui. Insorse guerra nell'anno presente[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]frailre Alfonsoe larepubblica di Venezia. La cagion fu che il re era in collera co' Veneziani per la guerra da lor fatta allo Stato di Milano, e bandì da' suoi regni la loro nazione. Perciò, formata da' Veneziani un'armata di trenta galee e di sei navi, questa recò non pochi danni ai legni d'Alfonso nel porto di Messina e in Siracusa. Intanto pareva disposto esso re a venire con un'armata verso Milano. Entrò nell'anno presente la moria in Roma[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], e cominciò a farvi strage. Per paura d'essa nel mese di giugno il ponteficeNiccolò Vsen venne a Spoleti, dove diedero fine alla lor vita molti dei suoi cortigiani. Andò poscia a Tolentino, e quindi alla santa casa di Loreto, e finalmente a San Severino. Nel dicembre ancora di quest'anno si sollevò il popolo di Camerino diviso in due fazioni. Chi voleva la Chiesa, chi la casa Varana. In fine gli ultimi prevalsero.

Ebbe in quest'anno il buonpapa Niccolò Vla consolazione di veder estinto lo scisma, formato già dai sediziosi prelati del concilio di Basilea[Raynaldus, Annal. Eccl. Labbe, Concil., tom. 13.]. Per finir questa scandalosa briga, la di lui prudenza non ebbe difficoltà di accordar vantaggiosa capitolazione all'antipapa Felice V, concedendogli il cappello cardinalizio, il grado di legato e vicario intutte le terre del duca di Savoia, e la preminenza sopra gli altri porporati. Conservò ancora la lor dignità ad alcuni cardinali creati da lui, e rimise ne' primieri onori chiunque nel concilio suddetto avea offesa la santa Sede romana. Essendo poi ritornato il non più antipapaAmedeoal ritiro di Ripaglia, quivi attese a passare il resto dei suoi giorni in opere di pietà, finchè, secondo il Guichenone[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], nel dì 7 di gennaio dell'anno 1451 Dio il chiamò all'altra vita, mentre egli si trovava in Ginevra[Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Già vivente lui era succeduto nel ducato di Savoia e principato del PiemonteLodovicounico suo maschio figliuolo. Avea questo novello duca nelle turbolenze dello Stato di Milano occupato Romagnano, buona terra del Novarese[Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.]; nè avendolo voluto restituire, ilconte Francescoinviò colà ilconte Luigi del Vermecon parte del suo esercito, il quale così ben condusse la faccenda, che fece prigionieri tutti i Savoiardi e gli abitanti della terra. Se vollero la libertà, convenne loro riscattarsi, e se ne ricavò tal somma di danaro, che giovò non poco all'armata del conte. Negli Annali di Piacenza[Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.]è attribuita questa impresa aBartolomeo Coleone, inviato con altri capitani e con molte squadre d'armati in aiuto del conte Francesco dai Veneziani. Era lacerata in questi tempi da gravi dissensioni la città di Milano per le fazioni contrarie de' Guelfi e Ghibellini. Coi primi s'era unitoCarlo da Gonzaga, e questi non lasciò indietro arte e trama alcuna per indurre il popolo a dargli il principato della città. Ma non mancavano fautori delconte Francesco, e n'erano i caporali ilconte Vitaliano Borromeo,Teodoro BosioeGiorgio Lampugnano. In sì fatti torbidi, vedendosiFrancesco Piccininodecaduto dalla primiera autorità, prese la risoluzione di passareal servigio di Francesco Sforza, e di condurvi ancheJacoposuo fratello, il quale poco prima avea impedito adAlessandro Sforzal'acquisto di Parma, il conte, quantunque, sapesse quanto questi due fratelli in addietro avessero operato contra di lui, e che non per elezione, ma per necessità si gittavano nelle sue braccia, e qual fosse l'odio antico della lor casa contro la propria, pure, siccome uomo che sapea ben maneggiar le carte, pensando che per qualche tempo gli potevano esser utili, colle più vistose carezze gli accettò, promettendo di tenerli come figliuoli, e promise in moglie a JacopoDrusianasua figliuola naturale, rimasta poco fa vedova diGiano da Campofregosodoge di Genova. Gli Annali Piacentini dicono che i due Piccinini vennero a lui nel dì 15 di gennaio con tre mila cavalli e due mila fanti, gagliardo rinforzo alla di lui armata. Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]ci dà questo fatto al dì 19 di dicembre. Ma non tarderemo a conoscere qual fosse la loro fede. Sul principio del suddetto mese di gennaio anche la città di Tortona con tutto il suo distretto inalberò le insegne del conte Francesco. La Storia del Simonetta è difettosa perchè di rado assegna i tempi delle imprese.

Succederono in questi tempi in Milano non poche crudeltà diCarlo da Gonzagae de' Guelfi suoi aderenti, contra di chi procurava o desiderava di dare la città allo Sforza. Tagliato fu il capo ad alcuni nobili, depresso il governo de' Ghibellini, molti de' quali furono mandati a' confini; ed altri chi qua e chi là fuggendo si misero in salvo. Andò tant'oltre l'odio di costoro contra d'esso Sforza, che pubblicamente diceano doversi spendere tutto per non averlo per loro signore; e che in fine meglio era darsi al demonio o al Turco, che a lui[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 17, tom. 21 Rer. Ital.]. Aveanofin qui sostenuta i Parmigiani la loro libertà, e contuttochèAlessandro Sforzafratello del conte Francesco, unito conPier-Maria de Rossiconte di San Secondo, gl'inquietasse forte con un corpo di milizie, e tentasse anche un dì di prendere la lor città per tradimento (il che costò la vita a molti di que' cittadini autori del trattato); nondimeno dacchè il conte Francesco ebbe invialo colàBartolomeo Coleonecon due mila cavalli e cinquecento fanti, cominciarono a sbigottirsi. Si vollero dare al marchese di FerraraLionello d'Este; ma perchè questi ne fu dissuaso dai Veneziani, non accudì alla esibizione. Perciò in fine si diedero nel mese di febbraio ad Alessandro Sforza, che ne prese il possesso a nome del fratello. Per tutto il mese di gennaio avea il conte Francesco già presa la maggior parte delle castella del distretto di Milano. Per isperanza dunque che anche la città di Milano gli si dovesse rendere, giacchè non mancavano a lui delle persone benevole in quella città, determinò di accostarsi alla medesima e di bloccarla, acciocchè, se non valeva l'amore e il buon consiglio, la forza riducesse i suoi avversarli. Pose a questo fine il campo in più siti lungi dalla città, per impedire che non v'entrassero vettovaglie. Nel qual tempo anche i Veneziani, de' quali dovea essere la Geradadda e Crema[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.], uscirono in campagna di buon'ora, cioè nel gennaio dell'anno presente, con sommo aggravio de' Bresciani, e loro disagio per la cattiva stagione. Ebbero nel febbraio Caravaggio ed altri luoghi, e messo poscia il campo intorno a Crema, dirizzarono le batterie contra di quella nobil terra. Avea il conte Francesco anch'egli durante il verno inviatiFrancesco Piccinino,Luigi del Vermeed altri capitani con un buon corpo d'armati ad assediare l'insigne terra di Monza.Carlo da Gonzaga, che faceva allora il generale deiMilanesi, fu spedito con soldatesche al soccorso. Entrò egli una notte senza essere osservato in Monza, e la mattina seguente diede loro addosso, in maniera che li sconfisse, con prendere almen trecento cavalli, i cannoni e tutto il loro bagaglio. Fu osservato cheFrancesco Piccininonon si volle muovere colle sue truppe per soccorrere gli assaliti, segno che egli già ordiva un tradimento. Per tal vittoria alzarono forte la testa i Milanesi; e molto più perchè, essendosi collegati conLodovico ducadi Savoia, era loro data speranza che calerebbe dalle Alpi un nuvolo di cavalleria contra dello Sforza. Venne in fatti l'armata savoiarda, ma non mirabile, come s'era creduto, contra Novara[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 18, tom. 21 Rer. Ital.]; nè avendo potuto sorprendere quella città, s'impadronì di quasi tutte le castella del distretto, commettendo immense crudeltà e saccheggi. Erano circa sei mila cavalli. Cristoforo da Soldo li fa il doppio, secondo le voci spesso favolose de' tempi di guerra. Contra di loro il conte Francesco spedìBartolomeo Coleone, e si andò badaluccando fra loro per molti giorni, finchè, passati i Savoiardi con più di tre mila cavalli ad assediare Borgo Mainero, Bartolomeo, benchè inferiore di gente, fu forzato nel dì 20 d'aprile a prendere battaglia. Fu questa assai sanguinosa sì per l'una che per l'altra parte; tuttavia rimasero in fine sconfitti i Savoiardi con prigionia di mille cavalli e presa del bagaglio. Bastò questa vittoria, perchè il duca Lodovico desistesse dal dar più molestia allo Stato di Milano.

Circa questi tempi ilconte Francesco, venuta già la primavera, era uscito in campagna, ed avea ordinato aFrancesco Piccininoe aGuglielmo di Monferratodi tornare all'assedio di Monza. Allora fu che si palesò l'infedeltà del Piccinino e diJacoposuo fratello, perchè amendue, nel dì 14 oppure 15 di aprile, fatto primasegreto accordo colla reggenza di Milano[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], ed aperte loro le porte di Monza, con tutte le lor truppe v'entrarono. Ciò saputo, Guglielmo non tardò a ritirarsi di là con buon ordine, e a ridursi all'armata sforzesca. Con tre mila cavalli e mille fanti passarono dipoi i Piccinini a Milano con gran festa di quel popolo; e perchè Crema, assediata dai Veneziani, era oramai ridotta all'agonia, ebbero ordine di soccorrerla. Colà s'inviarono essi insieme conCarlo da Gonzaga, e con tali forze, cheSigismondo Malatesta, capitano de' Veneziani a quell'impresa, giudicò meglio di non aspettarli, e sciolse l'assedio nel dì 17 oppure 18 d'aprile. Andò intanto ilconte Francescoall'assedio di Marignano, ed ebbe la terra. Capitolò dipoi anche la rocca di rendersi nel dì primo di maggio, se non le fosse venuto soccorso. Per darglielo uscirono sul fine di aprile di Milano i due Piccinini e Carlo da Gonzaga. Oltre alle loro truppe, conducevano seco venti mila giovani del popolo milanese, armati di schioppi, armi per la lor novità allora molto temute. Ma queste tante migliaia di giovani milanesi in armi si possono ben credere una spampanata degli storici adulatori o poco cauti. Certamente grande era la baldanza di quest'armata, e si sparse voce che ascendeva il numero di quelle milizie a sessanta mila persone. Gli aspettò nondimeno di piè fermo il conte Francesco, ed ordinò le sue schiere per ben riceverli, se aveano voglia di combattere. Ma quelli non s'inoltrarono, e intanto la rocca di Marignano venne in potere del conte. Perchè poi i Vigevaneschi, rinforzati da mille soldati inviati loro da Milano, mettevano a sacco e fuoco la Lomellina ed altre parti del territorio pavese, a quella volta marciò tosto il conte coll'esercito suo. Nel viaggio, avvertito cheGuglielmo di Monferratomeditava di abbandonarlo, siccome disgustato per sospetti che ad istigazione segreta di esso conte la terra del Bosco non si volesse rendere a luisecondo i patti, il fece ritener prigione in Pavia, dove per avventura avea chiesta egli licenza d'andare. Per attestato di Benvenuto[Benvenuto da S. Giorgio. Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.], ciò avvenne nel dì primo di maggio, o piuttosto, come vuole il Ripalta[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], nel dì 13 d'esso mese. Fu egli poscia tenuto nelle carceri di Pavia un anno e dieci giorni, senza che il conte facesse per allora novità alcuna per conto d'Alessandria, anzi egli esortò quei del Bosco a rendersi aGiovanni marchese di Monferrato(non so come chiamatoBonifaziodal Simonetta) fratello d'esso Guglielmo[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]. Durò qualche tempo l'assedio di Vigevano, valorosamente difeso dal presidio e da que' cittadini; ma finalmente si renderono, dopo aver corso un gran rischio di essere messi a sacco, nel dì 3 di giugno. Avea inoltre il conte inviatoAlessandrosuo fratello ad occupare castello Arquato, Fiorenzuola ed altri luoghi che erano de' Piccinini; il che fu eseguito; ed egli tornò nel territorio di Milano, e dopo aver preso Varese e la valle di Lugano nel Comasco, andò sotto a Lodi cioè nel fine d'agosto. Nel qual tempoAntonio Crivellocastellano di Pizzighittone, importante fortezza sull'Adda, gliela diede, somministrandogli anche il comodo di prendere cinquecento cavalli e trecento fanti de' Piccinini, che erano ivi di guarnigione. Ebbe dipoi anche Cassano. Mancarono di vita per un'epidemia entrata nell'esercito sforzesco, o per altre cagioni, in quest'anno varii insigni condottieri d'armi, cioèManno Barile, ilconte Luigi del Verme,Roberto da Montealbotto,Cristoforo da Tolentino,Jacopo Catalanoe ilconte Dolcedall'Aguillara.

Era sul principio di settembre, quandoCarlo da Gonzaga, uomo di fede sempre istabile, dopo aver fatto il padrone di Milano, per disgusto insorto fra lui e i Piccinini, e molto più per motivo diinteresse, segretamente trattò accordo colconte Francesco, promettendo di dargli la città di Lodi e di Crema. All'incontro lo Sforza a lui promise Tortona con altri vantaggi[Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.]. Fu eseguito il trattato nel dì 11 di settembre, con essere entrate in Lodi le soldatesche del conte. Fin qui erano camminati i Veneziani con ottima fede verso lo Sforza, aiutandolo d'armati e di danaro[Ripalta, Histor. Placen., tom. 20 Rer. Ital.]. Ma avendo avuto ordini replicatiArrigo PanigarolaMilanese mercatante in Venezia di proporre un aggiustamento, ed avendo alcuni ministri insinuato a quella repubblica, che se lasciavano prendere a questo incomparabil capitano tutto lo Stato di Milano, andava a rischio l'antica loro libertà, perchè egli avrebbe anche voluta dipoi la lor Terra ferma, e niuno gli avrebbe potuto fare resistenza: andò tanto inanzi l'istanza de' Milanesi, e l'apprensione di que' savii signori, che in questi medesimi tempi spedironoPasquale MalipieroedOrsato Giustinianoad intimare al conte che desistesse dall'impresa di Milano. Ma avendo udito questi ambasciatori per istrada che il conte si era impossessato di Lodi, si fermarono, senza più portarsi ad esporre quell'ambasciata, per quanto narra Cristoforo da Soldo. Il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.]scrive che andarono prima ancora ch'egli s'impadronisse di Lodi: il che non sembra credibile. Si può al certo dedurre ch'egli nulla sapesse dell'intenzione de' Veneziani, al sapere che trattò onoratamente coi lor provveditori, affinchè venisse in lor potere, secondo i patti, Crema, che Carlo da Gonzaga gli fece avere. Non sarebbe già egli verisimilmente stato sì cortese, se mai avesse penetrato ciò che si tramava contra di lui in Venezia. Stabilito dunque che ebbero i Veneziani un accordo co' Milanesi, inviarono al conte,facendogli sapere d'essere in concordia col popolo di Milano, volendo che il conte ritenesse Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Parma e Cremona, e che Milano, restando libero, ritenesse Lodi, Como e tutto il di qua dall'Adda. In somma l'interesse fa le leghe, e l'interesse anche le guasta. Il Simonetta vuole che molto più tardi i Veneziani si levassero la maschera. Certo è che il conte, senza punto sgomentarsi per questo, marciò con tutte le sue forze da Lodi, e andò ad accamparsi intorno a Milano, benchè poi, ad istanza dell'ambasciator veneto, facesse una tregua di venti giorni, e si allontanasse di là. Mostrò ancora di voler pace collo parole, ma il contrario apparve ne' fatti. Perchè, quantunque avesse inviato a VeneziaAlessandrosuo fratello, e questi, per le minaccie de' Veneziani, avesse sottoscritta una capitolazione, egli non la volle ratificare. Passato dunque un certo tempo, volendo egli piuttosto esporsi ad ogni pericolo, che cedere al concerto fatto dai Veneziani e Milanesi già uniti contra di lui, attese ad affamar Milano, città allora mal provveduta di viveri, e trattò di pace conLodovico ducadi Savoia, cedendogli molle terre e castella da lui occupate in quel di Pavia, Alessandria e Novara. Lo strumento d'essa pace fu stipulato nel dì 20 di gennaio dell'anno seguente. In questo mentre, avendoFrancesco Piccininoterminata sua vita in Milano, nel dì 16 d'ottobre,Jacoposuo fratello, che col tempo si meritò il titolo di Fulmine della guerra, fu accettato da' Milanesi, per comandare alle lor armi. Non finì l'anno presente, che nel dì 28 di dicembre lo Sforza mise in fuga il medesimo Jacopo eSigismondo Malatestagenerale de' Veneziani ne' monti di Brianza[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], e fece prigione non poca gente e molti loro uffiziali. Ebbe anche nel dì 13 di dicembre per danari la fortezza di Trezzo, acquisto di somma importanza per lui. Insorse guerra nell'anno presente[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]frailre Alfonsoe larepubblica di Venezia. La cagion fu che il re era in collera co' Veneziani per la guerra da lor fatta allo Stato di Milano, e bandì da' suoi regni la loro nazione. Perciò, formata da' Veneziani un'armata di trenta galee e di sei navi, questa recò non pochi danni ai legni d'Alfonso nel porto di Messina e in Siracusa. Intanto pareva disposto esso re a venire con un'armata verso Milano. Entrò nell'anno presente la moria in Roma[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], e cominciò a farvi strage. Per paura d'essa nel mese di giugno il ponteficeNiccolò Vsen venne a Spoleti, dove diedero fine alla lor vita molti dei suoi cortigiani. Andò poscia a Tolentino, e quindi alla santa casa di Loreto, e finalmente a San Severino. Nel dicembre ancora di quest'anno si sollevò il popolo di Camerino diviso in due fazioni. Chi voleva la Chiesa, chi la casa Varana. In fine gli ultimi prevalsero.


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