MCCCCXLVIAnno diCristomccccxlvi. Indiz.IX.Eugenio IVpapa 16.Federigo IIIre de' Romani 7.Fulminò di nuovo in quest'anno nei mesi di aprile e di luglio le scomunichepapa Eugeniocontra del conteFrancesco Sforzae di tutti i suoi seguaci[Raynaldus, Annal. Eccl.]. E per vendicarsi de' Fiorentini, che colla profusione di molto danaro cagione erano che esso conte non andasse a gambe levate, intavolò un trattato col re Alfonso per muoverlo contra di loro, siccome poi fece nell'anno seguente. Intanto il conte era confortato daCosimo de Medici, e da alcuni cardinali e baroni romani a marciare alla volta di Roma coll'armi sue, perchè avrebbe facilmente indotto per forza il pontefice ad un buon accordo[Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.]. Gli promettevano ancora la ribellione di Todi, Narni e di Orvieto, con altri aderenti. Ma egli pensò a mettersi in viaggio, ed ancorchè si movesse sul fine di maggio per passare colà, ed arrivasse fino a Montefiascone e a Viterbo, pure per mancanza di vettovaglie, e perchè Todi ed Orvieto non corrisposero alle speranze dategli, gli convenne tornare indietro. Intanto il papa si provvide di gente, avendo chiamato in suo aiuto un corpo di quelle delre Alfonso, eTaliano Furlanoed altri condottieri, ch'erano nella Marca. Queste truppe dipoi, tornato che fu indietro il conte Francesco, se ne andarono addosso ad Ancona, città che dianzi avea fatta lega co' Veneziani, per non venir nelle mani del papa, e la costrinsero a sottomettersi. Passarono di poi alla terra della Pergola, dove era guarnigione diFederigo conted'Urbino, e in pochi giorni l'ebbero ubbidiente ai loro voleri. Andarono poscia a postarsi solamente circa cinque miglia lungi dal campo, in cui colle pochesue truppe si era fortificato il conte Francesco su quel di Fossombrone. Trovavasi allora in Pesaro il conteAlessandro Sforzafratello del conte Francesco, e signore di quella città[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], e, veggendosi cinto da ogni intorno dalle armi nemiche, giudicò meglio, nel dì 25 di luglio, di venire ad un accordo colcardinale Lodovicolegato del papa: risoluzione, di cui sommamente il conte Francesco si dolse, come di fiera ingratitudine, dacchè egli col suo proprio danaro avea acquistata quella città al fratello. Ma Alessandro si scusò colla necessità, assicurando il conte della sua non interrotta fedeltà ed amore: in segno di che mandò Bianca Visconte di lui moglie ad Urbino, contuttochè se gli opponesse non poco il cardinale. Fu ridotto in questi tempi così alle strette il conte Francesco Sforza, che si vide forzato a ritirarsi fino alle mura d'Urbino, mancandogli forze da poter fermare i progressi delle armi pontificie e duchesche, che gran guasto davano a quel territorio, e presero varie terre. Non contentoFilippo Mariaduca di Milano della guerra ch'egli facea nello Stato della Chiesa contra del conte Francesco suo genero, si lasciò così trasportare dalla pazza passione, che, credendo venuto il tempo di potergli anche togliere Cremona[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], quantunque città a lui ceduta con titolo di dote, si mise in punto per eseguir questa impresa. Era ciò espressamente contro i capitoli della pace fatta co' Veneziani e Fiorentini: non importa; sopra ogni altra riflessione andava lo sregolato empito dell'odio suo. Però, messo in piedi un esercito di cinque mila cavalli e mille fanti sotto il comando diFrancesco Piccininoe diLuigi del Verme, lo spedì, sul principio di maggio, contro Cremona, di cuiOrlando Pallavicinogli avea fatto sperar l'acquisto per una segreta cloaca. Impiegò questa gente alquanto tempo in prendere Soncino ed altreterre del Cremonese: nel qual mentre i Veneziani, veduta rotta la pace dal non mai quieto duca, ebbero tempo di potere spignere qualche soccorso d'armati in Cremona. Arrivato colà il Piccinino, vi trovò, più di quel che credeva, gente disposta alla difesa; laonde si accampò intorno ad essa città, sperando di costringerla colla fame alla resa. In questo tempo i Veneziani, giacchè con un'ambasciata non aveano potuto rimuovere il duca da questo disegno, ordinarono aMichele Attendoloda Cotignola, lor generale, di mettere insieme tutta l'armata, e di marciar contro ai ducheschi. Avea inoltre spedito il duca, per voglia di togliere anche Pontremoli al conte suo genero,Luigi da San SeverinoePietro Maria Rossi; ma altro non poterono far questi, che mettere a sacco il paese, perchè i Fiorentini, coll'inviare per tempo a quella terra un rinforzo di milizie, la salvarono. Ridotto a tali termini stava intanto ilconte Francesconel territorio d'Urbino, quando avvenne novità che il fece assai respirare.Guglielmofratello diGiovanni marchesedi Monferrato dimorava in Castelfranco del Bolognese conAlberto Pio da Carpi, e con una brigata di quattrocento cavalli e di cento fanti in servigio del duca di Milano[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.]. Perchè passavano fra lui eCarlo Gonzagade' disgusti a motivo di precedenza, si lasciò egli guadagnare dalle proferte di più lucrosa condotta che gli fecero i Veneziani e Bolognesi, e se l'intese conTaddeo marchesee conTiberio Brandolinocapitani de' primi. Perciò nella notte del dì 5 di luglio diede la tenuta di Castelfranco ai Bolognesi, ed unito con essi e co' Veneziani nel dì seguente cavalcò a San Giovanni in Persiceto, nella cui rocca egli teneva presidio, mentre nella terra alloggiava Carlo da Gonzaga con un grosso corpo di gente duchesca. Venuto allemani con esso Gonzaga, lo sconfisse, e mise a saccomano tutta quella gente di armi, e prese anche la terra: per la qual vittoria tornarono poco appresso all'ubbidienza di Bologna quasi tutte le altre castella e terre di quel distretto. Parimente avvenne che i Fiorentini fecero largo partito aTaliano Furlanogenerale del duca di Milano contra di Francesco Sforza, offerendogli il generalato dell'esercito loro[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 22.]. Fosse accidente, o un tiro malizioso di essi Fiorentini, si riseppe il trattato, nè ci volle di più, perchè Taliano, d'ordine del duca e del cardinale legato, fosse preso nel mese d'agosto, e condotto a Rocca Contrada, dove gli fu recisa la testa. Pel medesimo motivo ebbe dipoi mozzato il capo ancheJacopo da Gaibana, altro condottiere d'armi. Nacquero forti sospetti al duca di Milano che ancheBartolomeo Coleonesuo condottier d'armi tenesse delle intelligenze co' Veneziani; e furono questi cagione ch'egli venisse preso ed inviato nelle carceri di Monza. Sì fatti accidenti sconcertarono alquanto i felici andamenti dell'armata pontificia e duchesca, la quale intanto faceva alla peggio nel territorio d'Urbino. Unironsi poi colla armata veneta le genti d'armi diTaddeo marchese d'Este, diTiberto Brandolinoe diGuglielmodi Monferrato[Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.]; ed allora fu cheMicheleda Cotignola generale dei Veneziani marciò contro l'armata duchesca accampala intorno a Cremona. Fece questo esercito non solamente ritornar molte terre alla divozione del conte Francesco, ma anche ritirareFrancesco Piccininodall'assedio di Cremona, con portarsi a Casalmaggiore, dove fece fabbricare un Ponte sul Po per aver viveri e strame dal Parmigiano. Era ivi nel fiume un mezzano ossia un'isola, dove la di lui armata si stese, e fortificossi con bastioni e bombarde. Ora MichelettoAttendolo colle sue genti arrivò colà con pensiero di dar loro la mala Pasqua. Il Simonetta scrive che ciò avvennetertio kalendas octobris, cioè nel dì 29 di settembre. L'autore degli Annali di Forlì[Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì primo di ottobre. Ma Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]e le Croniche di Rimini[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]e di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e il Rivalta negli Annali di Piacenza[Annales Placent., tom. 20 Rer. Ital.]ci danno quel fatto di armi nel dì 28 di settembre. Non potendo le genti venete penetrare i trincieramenti fatti alla testa del ponte, trovarono per avventura non essere tanto alta l'acqua del Po, che non potessero arrivare al mezzano suddetto, dove, come in una città, si erano fatti forti i ducheschi. A quella volta dunque animosamente s'inviò la cavalleria veneta con fanti in groppa per l'acqua che arrivava sino alle selle dei cavalli, ed attaccarono la mischia con tal bravura, che misero in poco d'ora i nemici in iscompiglio. Se ne fuggirono i capitani ducheschi di là dal Po; ma perchè non v'era se non il ponte, per cui potesse salvarsi la sconfitta gente, e questo ancora, per paura d'essere inseguiti, fu rotto d'ordine di essi capitani; però la maggior parte di que' soldati rimase prigioniera colla perdita di tutto il bagaglio, munizioni e carriaggi, che fu d'immenso valore. Scrive Marino Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]che in sua parte toccarono a Micheletto generale cavalli ottocento, a Guglielmo di Monferrato cento, a Taddeo marchese secento, a Gentile figliuolo di Gattamelata ottocento, a Tiberio Brandolino quattrocento, a Guido Rangone quattrocento, a Cristoforo da Tolentino e ad altri altra parte, di maniera che più di quattro mila cavalli vennero alle lor mani. Gran festa si fece per così segnalata vittoria in Venezia e per tutte le terre della repubblica.Or questa gran percossa fece rientrare in sè stesso il poco saggio duca di Milano, che nel dì 5 d'ottobre spedì per un suo messo segreta lettera alla repubblica veneta chiedendo pace, ed esibendosi pronto a cedere tutto quanto egli avea preso nel Cremonese colla giunta di Crema. Tardò poco a comprendere, essere bensì in mano d'ognuno il cominciare una guerra, ma non essere poi così il finirla. I Veneziani, che avevano il vento in poppa, e ben conosceano la debolezza, a cui era ridotto il duca, sprezzata ogni proposizione d'accordo, ordinarono al loro generale di proseguire innanzi. Pertanto egli, dopo aver ricuperato Soncino, Caravaggio e tutte le castella del Cremonese, passò il fiume Adda, e ruppe di nuovo nel dì 6 di novembre[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic.]le milizie del duca, che gli si vollero opporre, con prendere circa secento cavalli, e far prigioni circa mille e ducento fanti. Corse dipoi sul Milanese, saccomanando il paese; ebbe Cassano colla rocca, e mirabilmente fortificò quella terra; finalmente andò a quartiere di inverno. Se stesse bene allora lo sconsigliato duca, non occorre ch'io ne avvisi il lettore. Dacchè egli ebbe la fiera sconfitta di Casalmaggiore, spedì alpapae al reAlfonsole più calde preghiere per ottener soccorso. Cominciò ancora con più e più lettere a pregare il prima tanto odiato e perseguitato suo genero, cioè il conteFrancesco Sforza, acciocchè non l'abbandonasse in sì pericolosa congiuntura. Era sul principio d'ottobre arrivato ad esso conte un buon rinforzo di milizie, a lui inviate da' Fiorentini, e ciò bastò a farlo uscire in campagna contro le genti pontificie comandate daLodovico cardinalee patriarca. Ma, non potendo mai tirarle a battaglia, imprese lo assedio di Gradara in quel di Pesaro, terra forte occupata già daSigismondosignore di Rimini. Nello stesso tempoAlessandro Sforzasignor di Pesaro, per opera diFederigo conted'Urbino, rimesso in grazia del conte Francesco suo fratello, voltata casacca, ripigliò le armi contra di Sigismondo e de' pontifizii. Per mancanza di polvere da fuoco non potè il conte insignorirsi di Gradara; e perchè niun soccorso di danaro gli veniva con tutte le sue istanze nè da Venezia nè da Firenze, si ritirò in fine a Pesaro a dar riposo alle sue troppo stanche genti. Intantopapa Eugenio, ilre AlfonsoeSigismondo Malatesta, avendo consentito il conte ad una tregua (per cui entrarono in grande sospetto di lui i Veneziani), spedirono circa quattromila cavalli in aiuto del duca di Milano nel mese di dicembre.Cesare da Martinengo, uno dei caporali di questa gente posta a svernare sul Parmigiano[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], abbagliato dalla fortuna de' Veneziani, passò dipoi nel febbraio susseguente, se non prima, colle sue schiere al loro servigio. Altrettanto fece colle sue ancheRinaldo da Montalbotto.
Fulminò di nuovo in quest'anno nei mesi di aprile e di luglio le scomunichepapa Eugeniocontra del conteFrancesco Sforzae di tutti i suoi seguaci[Raynaldus, Annal. Eccl.]. E per vendicarsi de' Fiorentini, che colla profusione di molto danaro cagione erano che esso conte non andasse a gambe levate, intavolò un trattato col re Alfonso per muoverlo contra di loro, siccome poi fece nell'anno seguente. Intanto il conte era confortato daCosimo de Medici, e da alcuni cardinali e baroni romani a marciare alla volta di Roma coll'armi sue, perchè avrebbe facilmente indotto per forza il pontefice ad un buon accordo[Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.]. Gli promettevano ancora la ribellione di Todi, Narni e di Orvieto, con altri aderenti. Ma egli pensò a mettersi in viaggio, ed ancorchè si movesse sul fine di maggio per passare colà, ed arrivasse fino a Montefiascone e a Viterbo, pure per mancanza di vettovaglie, e perchè Todi ed Orvieto non corrisposero alle speranze dategli, gli convenne tornare indietro. Intanto il papa si provvide di gente, avendo chiamato in suo aiuto un corpo di quelle delre Alfonso, eTaliano Furlanoed altri condottieri, ch'erano nella Marca. Queste truppe dipoi, tornato che fu indietro il conte Francesco, se ne andarono addosso ad Ancona, città che dianzi avea fatta lega co' Veneziani, per non venir nelle mani del papa, e la costrinsero a sottomettersi. Passarono di poi alla terra della Pergola, dove era guarnigione diFederigo conted'Urbino, e in pochi giorni l'ebbero ubbidiente ai loro voleri. Andarono poscia a postarsi solamente circa cinque miglia lungi dal campo, in cui colle pochesue truppe si era fortificato il conte Francesco su quel di Fossombrone. Trovavasi allora in Pesaro il conteAlessandro Sforzafratello del conte Francesco, e signore di quella città[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], e, veggendosi cinto da ogni intorno dalle armi nemiche, giudicò meglio, nel dì 25 di luglio, di venire ad un accordo colcardinale Lodovicolegato del papa: risoluzione, di cui sommamente il conte Francesco si dolse, come di fiera ingratitudine, dacchè egli col suo proprio danaro avea acquistata quella città al fratello. Ma Alessandro si scusò colla necessità, assicurando il conte della sua non interrotta fedeltà ed amore: in segno di che mandò Bianca Visconte di lui moglie ad Urbino, contuttochè se gli opponesse non poco il cardinale. Fu ridotto in questi tempi così alle strette il conte Francesco Sforza, che si vide forzato a ritirarsi fino alle mura d'Urbino, mancandogli forze da poter fermare i progressi delle armi pontificie e duchesche, che gran guasto davano a quel territorio, e presero varie terre. Non contentoFilippo Mariaduca di Milano della guerra ch'egli facea nello Stato della Chiesa contra del conte Francesco suo genero, si lasciò così trasportare dalla pazza passione, che, credendo venuto il tempo di potergli anche togliere Cremona[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], quantunque città a lui ceduta con titolo di dote, si mise in punto per eseguir questa impresa. Era ciò espressamente contro i capitoli della pace fatta co' Veneziani e Fiorentini: non importa; sopra ogni altra riflessione andava lo sregolato empito dell'odio suo. Però, messo in piedi un esercito di cinque mila cavalli e mille fanti sotto il comando diFrancesco Piccininoe diLuigi del Verme, lo spedì, sul principio di maggio, contro Cremona, di cuiOrlando Pallavicinogli avea fatto sperar l'acquisto per una segreta cloaca. Impiegò questa gente alquanto tempo in prendere Soncino ed altreterre del Cremonese: nel qual mentre i Veneziani, veduta rotta la pace dal non mai quieto duca, ebbero tempo di potere spignere qualche soccorso d'armati in Cremona. Arrivato colà il Piccinino, vi trovò, più di quel che credeva, gente disposta alla difesa; laonde si accampò intorno ad essa città, sperando di costringerla colla fame alla resa. In questo tempo i Veneziani, giacchè con un'ambasciata non aveano potuto rimuovere il duca da questo disegno, ordinarono aMichele Attendoloda Cotignola, lor generale, di mettere insieme tutta l'armata, e di marciar contro ai ducheschi. Avea inoltre spedito il duca, per voglia di togliere anche Pontremoli al conte suo genero,Luigi da San SeverinoePietro Maria Rossi; ma altro non poterono far questi, che mettere a sacco il paese, perchè i Fiorentini, coll'inviare per tempo a quella terra un rinforzo di milizie, la salvarono. Ridotto a tali termini stava intanto ilconte Francesconel territorio d'Urbino, quando avvenne novità che il fece assai respirare.
Guglielmofratello diGiovanni marchesedi Monferrato dimorava in Castelfranco del Bolognese conAlberto Pio da Carpi, e con una brigata di quattrocento cavalli e di cento fanti in servigio del duca di Milano[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.]. Perchè passavano fra lui eCarlo Gonzagade' disgusti a motivo di precedenza, si lasciò egli guadagnare dalle proferte di più lucrosa condotta che gli fecero i Veneziani e Bolognesi, e se l'intese conTaddeo marchesee conTiberio Brandolinocapitani de' primi. Perciò nella notte del dì 5 di luglio diede la tenuta di Castelfranco ai Bolognesi, ed unito con essi e co' Veneziani nel dì seguente cavalcò a San Giovanni in Persiceto, nella cui rocca egli teneva presidio, mentre nella terra alloggiava Carlo da Gonzaga con un grosso corpo di gente duchesca. Venuto allemani con esso Gonzaga, lo sconfisse, e mise a saccomano tutta quella gente di armi, e prese anche la terra: per la qual vittoria tornarono poco appresso all'ubbidienza di Bologna quasi tutte le altre castella e terre di quel distretto. Parimente avvenne che i Fiorentini fecero largo partito aTaliano Furlanogenerale del duca di Milano contra di Francesco Sforza, offerendogli il generalato dell'esercito loro[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 22.]. Fosse accidente, o un tiro malizioso di essi Fiorentini, si riseppe il trattato, nè ci volle di più, perchè Taliano, d'ordine del duca e del cardinale legato, fosse preso nel mese d'agosto, e condotto a Rocca Contrada, dove gli fu recisa la testa. Pel medesimo motivo ebbe dipoi mozzato il capo ancheJacopo da Gaibana, altro condottiere d'armi. Nacquero forti sospetti al duca di Milano che ancheBartolomeo Coleonesuo condottier d'armi tenesse delle intelligenze co' Veneziani; e furono questi cagione ch'egli venisse preso ed inviato nelle carceri di Monza. Sì fatti accidenti sconcertarono alquanto i felici andamenti dell'armata pontificia e duchesca, la quale intanto faceva alla peggio nel territorio d'Urbino. Unironsi poi colla armata veneta le genti d'armi diTaddeo marchese d'Este, diTiberto Brandolinoe diGuglielmodi Monferrato[Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.]; ed allora fu cheMicheleda Cotignola generale dei Veneziani marciò contro l'armata duchesca accampala intorno a Cremona. Fece questo esercito non solamente ritornar molte terre alla divozione del conte Francesco, ma anche ritirareFrancesco Piccininodall'assedio di Cremona, con portarsi a Casalmaggiore, dove fece fabbricare un Ponte sul Po per aver viveri e strame dal Parmigiano. Era ivi nel fiume un mezzano ossia un'isola, dove la di lui armata si stese, e fortificossi con bastioni e bombarde. Ora MichelettoAttendolo colle sue genti arrivò colà con pensiero di dar loro la mala Pasqua. Il Simonetta scrive che ciò avvennetertio kalendas octobris, cioè nel dì 29 di settembre. L'autore degli Annali di Forlì[Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì primo di ottobre. Ma Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]e le Croniche di Rimini[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]e di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e il Rivalta negli Annali di Piacenza[Annales Placent., tom. 20 Rer. Ital.]ci danno quel fatto di armi nel dì 28 di settembre. Non potendo le genti venete penetrare i trincieramenti fatti alla testa del ponte, trovarono per avventura non essere tanto alta l'acqua del Po, che non potessero arrivare al mezzano suddetto, dove, come in una città, si erano fatti forti i ducheschi. A quella volta dunque animosamente s'inviò la cavalleria veneta con fanti in groppa per l'acqua che arrivava sino alle selle dei cavalli, ed attaccarono la mischia con tal bravura, che misero in poco d'ora i nemici in iscompiglio. Se ne fuggirono i capitani ducheschi di là dal Po; ma perchè non v'era se non il ponte, per cui potesse salvarsi la sconfitta gente, e questo ancora, per paura d'essere inseguiti, fu rotto d'ordine di essi capitani; però la maggior parte di que' soldati rimase prigioniera colla perdita di tutto il bagaglio, munizioni e carriaggi, che fu d'immenso valore. Scrive Marino Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]che in sua parte toccarono a Micheletto generale cavalli ottocento, a Guglielmo di Monferrato cento, a Taddeo marchese secento, a Gentile figliuolo di Gattamelata ottocento, a Tiberio Brandolino quattrocento, a Guido Rangone quattrocento, a Cristoforo da Tolentino e ad altri altra parte, di maniera che più di quattro mila cavalli vennero alle lor mani. Gran festa si fece per così segnalata vittoria in Venezia e per tutte le terre della repubblica.
Or questa gran percossa fece rientrare in sè stesso il poco saggio duca di Milano, che nel dì 5 d'ottobre spedì per un suo messo segreta lettera alla repubblica veneta chiedendo pace, ed esibendosi pronto a cedere tutto quanto egli avea preso nel Cremonese colla giunta di Crema. Tardò poco a comprendere, essere bensì in mano d'ognuno il cominciare una guerra, ma non essere poi così il finirla. I Veneziani, che avevano il vento in poppa, e ben conosceano la debolezza, a cui era ridotto il duca, sprezzata ogni proposizione d'accordo, ordinarono al loro generale di proseguire innanzi. Pertanto egli, dopo aver ricuperato Soncino, Caravaggio e tutte le castella del Cremonese, passò il fiume Adda, e ruppe di nuovo nel dì 6 di novembre[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic.]le milizie del duca, che gli si vollero opporre, con prendere circa secento cavalli, e far prigioni circa mille e ducento fanti. Corse dipoi sul Milanese, saccomanando il paese; ebbe Cassano colla rocca, e mirabilmente fortificò quella terra; finalmente andò a quartiere di inverno. Se stesse bene allora lo sconsigliato duca, non occorre ch'io ne avvisi il lettore. Dacchè egli ebbe la fiera sconfitta di Casalmaggiore, spedì alpapae al reAlfonsole più calde preghiere per ottener soccorso. Cominciò ancora con più e più lettere a pregare il prima tanto odiato e perseguitato suo genero, cioè il conteFrancesco Sforza, acciocchè non l'abbandonasse in sì pericolosa congiuntura. Era sul principio d'ottobre arrivato ad esso conte un buon rinforzo di milizie, a lui inviate da' Fiorentini, e ciò bastò a farlo uscire in campagna contro le genti pontificie comandate daLodovico cardinalee patriarca. Ma, non potendo mai tirarle a battaglia, imprese lo assedio di Gradara in quel di Pesaro, terra forte occupata già daSigismondosignore di Rimini. Nello stesso tempoAlessandro Sforzasignor di Pesaro, per opera diFederigo conted'Urbino, rimesso in grazia del conte Francesco suo fratello, voltata casacca, ripigliò le armi contra di Sigismondo e de' pontifizii. Per mancanza di polvere da fuoco non potè il conte insignorirsi di Gradara; e perchè niun soccorso di danaro gli veniva con tutte le sue istanze nè da Venezia nè da Firenze, si ritirò in fine a Pesaro a dar riposo alle sue troppo stanche genti. Intantopapa Eugenio, ilre AlfonsoeSigismondo Malatesta, avendo consentito il conte ad una tregua (per cui entrarono in grande sospetto di lui i Veneziani), spedirono circa quattromila cavalli in aiuto del duca di Milano nel mese di dicembre.Cesare da Martinengo, uno dei caporali di questa gente posta a svernare sul Parmigiano[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], abbagliato dalla fortuna de' Veneziani, passò dipoi nel febbraio susseguente, se non prima, colle sue schiere al loro servigio. Altrettanto fece colle sue ancheRinaldo da Montalbotto.