MCCCCXLVIIAnno diCristomccccxlvii. Indiz.X.Niccolò Vpapa 1.Federigo IIIre de' Romani 8.Avea fin qui menata sua vita, pien di pensieri di guerra, e tormentato da affanni per cagion dello scisma di Basilea, ilpontefice Eugenio IV, quando Iddio il chiamò a sè nel dì 23 di febbraio in Roma[Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital. Vita Eugenii IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], città da lui beneficata dopo il suo ritorno colà, perchè vi ristorò le principali chiese che erano in rovina, vi mantenne buona pace e giustizia, e la sua mano era sempre aperta alle indigenze de' poveri. Fu pontefice di rare qualità; e benchè alquanto sfortunato negli affari sì spirituali che temporali, pure di gran cose operò sì nell'una che nell'altra parte. Memorabile restò la suaricordanza, per aver uniti alla Chiesa cattolica i Greci, i Maroniti ed altre nazioni cristiane d'Oriente, e tentato di unire insino gli Etiopi. Eppure ebbe la disgrazia di lasciar la Chiesa latina in disordine per lo scisma nato in Basilea. Fu uomo di testa dura e di raggiri politici; nè alcun menomo eccesso si mirò in lui per ingrandire i suoi parenti, come ebbero in uso altri suoi predecessori. Tutto il suo studio era in conservare o ricuperare gli Stati della Chiesa romana: nel che impiegò molti tesori; ed ebbe anche singolar premura per reprimere la sempre più crescente baldanza e potenza dei Turchi: nel che profittò poco per la disunione e guerre delle potenze cristiane. Entrati i cardinali nel conclave, ed accordatisi nel dì 5 di marzo, elessero Tommaso da Sarzana, vescovo di Bologna, creato cardinale da Eugenio nell'anno precedente. Di bassa nascita era egli; ma questo immaginario difetto era senza paragone compensato dalle mirabili sue belle doti sì d'animo che d'ingegno, e dal suo universal sapere; di modo che personaggio non si potea scegliere più degno e più atto al pontificato di lui. Prese egli il nome diNiccolò V, e nel dì 18 d'esso mese fu solennemente coronato. Appena era mancato di vita papa Eugenio, che ilre Alfonso, sotto pretesto di vegliare alla sicurezza di Roma, sen venne a Tivoli[Raynaldus, Annal. Eccles.], e quivi si piantò. Una delle prime cure del novello pontefice fu quella di fare sloggiare di là il re, e di estinguere lo scisma dell'antipapa Amedeodi Savoia: al qual fine impegnòCarlo re di Francia, promettendogli di confiscare tutti gli Stati d'esso Amedeo, se non ubbidiva, per concederli al medesimo re. Adoperossi per ricuperare affatto la marca di Ancona[Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]. Quivi non riteneva più il conteFrancesco Sforza, se non la città di Jesi, che gli era sempre stata fedele. Le premure del duca diMilano, angustiato in questi tempi fieramente dai Veneziani, fecero mutar massime al medesimo conte e al re Alfonso, perchè il duca, trovandosi in grave pericolo, implorava quotidianamente il soccorso del genero. Però non fu difficile il tirare in fine ad un accordo il conte, che in sì urgente congiuntura si trovava necessitoso di pecunia. Trentacinque mila fiorini d'oro, ben pagati al conte, l'indussero a rilasciar quella città al pontefice, e a richiamarne la sua guarnigione. Similmente non tardò esso papa, siccome di genio pacifico, ad interporsi tosto per ismorzare il terribile incendio di guerra nato in Lombardia fra i Veneziani e il duca di Milano; ma cotali accidenti occorsero dipoi, che restarono vani tutti i paterni desiderii e disegni del buon pontefice.La prosperità delle armi venete, che, dopo aver fabbricato un ponte sull'Adda, non trovavano ritegno alcuno, e portavano le desolazione sino ai borghi di Milano, avea messo in tal costernazione lo animo del poco saggio ducaFilippo Maria, che a mani giunte non cessava di raccomandarsi alre Alfonso, apapa Eugenioallora vivente e a'Fiorentini. Ricorse fino al re di Francia, con esibirsi di restituire al duca d'Orleans la città d'Asti. Ma le sue maggiori speranze erano riposte nel credito e nel valore del conteFrancesco Sforza, cioè in quel medesimo ch'egli sì lungamente avea perseguitato, e ridotto, co' suoi maligni maneggi, e colle armi e co' danari, a perdere l'intera marca d'Ancona, e con volerlo anche spogliare di Cremona. A lui lettere, a lui messi andavano di tanto in tanto, pregandolo e scongiurandolo di soccorso, e sollecitandolo a venire, senza lasciar indietro offerta e promessa alcuna che il potesse muovere, e soprattutto mettendogli davanti la succession de' suoi Stati. Perchè a questi andamenti teneano ben l'occhio aperto i Veneziani, anch'essi gli inviaronoPasquale Malipieriper tenerlo saldo nella lor lega, con fargli ancheessi delle larghe esibizioni. E perciocchè il conte non dava categoriche risposte, si avvidero ben per tempo que' saggi signori ch'egli era per anteporre alla loro antica amicizia la nuova riconciliazione col suocero[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Italic. Corio, Istor. di Milano.]. Presero dunque la risoluzione di non aspettare ch'egli si dichiarasse, e di torgli intanto Cremona, se veniva lor fatto. Ordinato prima un trattato con alcuni Guelfi di quella città.Michele Attendololor generale nel dì 4 di marzo si presentò segretamente con quattromila cavalli e grossa fanteria alla porta d'Ognisanti di Cremona, credendosi di trovarla aperta. Gli andò fallito il colpo.Foschino Attendoloda Cotignola governatore, eGiacomazzo da Salernocapitano de' soldati del conte Francesco furono tosto in armi, raddoppiarono le guardie alle porte, alle mura, alle torri, cosicchè nè i cittadini osarono di far movimento; e i Veneziani, dopo avere scoperto il loro buon animo, si ritirarono colla bocca asciutta. Questo tentativo, oltre ad altri motivi che aveva il conte Francesco d'essere poco contento dei Veneziani, per averlo essi abbandonato nelle passate sue disavventure, e la segreta inclinazione da lui ben capita dei Fiorentini[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.], a' quali non piaceva che i Veneziani s'ingrandissero di troppo col mettere il duca in camicia, servì a lui di scusa per istrignere il trattato col suocero, a condizione che gli fosse pagato annualmente tanto di salario, quanto gli davano i Veneziani, ascendente a ducento quattro mila fiorini d'oro; e che gli fosse dato col titolo l'autorità di generale d'armata per tutti i di lui Stati. Pertanto alcune somme di danaro gli furono mandate da Milano, altre pagate in Roma: col quale rinforzo cominciò a mettere in ordine e ad accrescere le sue truppe. Ma mentre si crede di marciare a dirittura a Milano, alcuni de' cortigiani del duca, e i due PiccininiFrancescoeJacopo, invidiosi dell'innalzamento del conte, sparsero tai semi di diffidenza nel debolissimo duca, che più danaro non corse; e il duca andava ordinando al conte di passare o nel Padovano o nel Veronese, a motivo di fare una diversione, dando con ciò assai a conoscere di non volerlo in sua casa: tutti imbrogli che ritardarono la mossa del conte, e maravigliosamente giovarono ai Veneziani per tentar cose maggiori contra del duca. Venne l'armata loro pel ponte di Cassano nel cuore del Milanese, scorse tutta la Martesana, e andò finalmente ad accamparsi sotto a Milano, per le speranze date da alcuni di que' cittadini al general veneziano d'introdurlo a tradimento in quella città. Chiarito Micheletto, esser quelle parole vane, passò alle parti del monte di Brianza[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.], dove sconfisse Francesco Piccinino, ed altri capitani milanesi e le loro brigate. Mise dipoi l'assedio al forte castello di Lecco, dove spese circa quaranta giorni, con istrage e grave incomodo di sua gente, senza poterlo far piegare alla resa.Conosceva intanto ogni di più il duca l'infelice suo stato, e l'imminente pericolo suo, ma ricercato e voluto; nè esservi altra speranza che l'aiuto del genero Sforza. Pertanto gli spedì affrettandolo a venire, e pregò il papa e il re Alfonso di provvederlo di danaro. Altro non fecero essi, se non ciò che s'è detto di sopra, dell'avere carpito dalle mani del conte la città di Jesi per la somma già accennata di danaro, con cui egli allestì la sua armata, e da Pesaro si mise in viaggio nel dì 9 d'agosto[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Aveva egli dianzi, nel dì 11 di marzo, insieme colconte Federigod'Urbino fatto tregua conSigismondosignor di Rimini, e conMalatestaNovello da Cesena di lui fratello. Consisteva l'esercito del conte in quattro mila cavalli e due mila fanti, co' quali venne a riposarsi alquanto aCotignola. Ma eccoti un improvviso cambiamento di scena. Circa il dì 7 d'esso mese d'agosto cadde infermoFilippo Maria Visconteduca di Milano, e nel dì 13 diede compimento alla vita presente nel castello di porta Zobbia, senza lasciar dopo di sè prole maschile. Portato il suo corpo con poca pompa al duomo, potè allora quel popolo mirarlo morto, dopo averlo potuto vedere sì poco quando era in vita. Fu creduto che gli affanni e pericoli ne' quali si trovava involto, e ch'egli s'era colla sua balordaggine tirati addosso, il conducessero al sepolcro. S'egli avesse saputo prevalersi del regalo che la fortuna gli avea fatto di un genero, qual era il conteFrancesco Sforza, cioè del miglior capitano che fosse allora in Italia, e fors'anche in Europa, poteva egli sperare di atterrar tutti i suoi nemici. Con fare sì scioccamente tutto il contrario, s'era ridotto alla vigilia di perdere colla riputazione anche tutti i suoi Stati. E qual fosse l'animo suo verso Bianca sua figliuola e verso il conte Francesco suo genero, che solo veniva per assistergli in sì grave urgenza, si diede ancora a conoscere nel fine di sua vita, se pure è vero ch'egli dichiarasse erede de' suoi Stati non già il conte Francesco Sforza, ma bensìAlfonso red'Aragona e delle Due Sicilie[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], i cui uffiziali certo è che presero tosto il possesso del castello di Milano e della rocchetta. Dimorava il conte in Cotignola, quando nel dì 15 di agosto daLionello d'Estemarchese di Ferrara gli giunse segreto avviso della morte del duca: colpo che stranamente sconcertò le sue misure. Crebbe molto più la costernazione sua dacchè intese che il popolo di Milano, troppo stanco e disgustato del gravoso governo del duca defunto, avea gridato:Viva la libertà, e presa la risoluzione di reggersi a repubblica. Oltre a ciò, poteano pretendere quegli Stati il re Alfonso in vigore del testamento suddetto, se pur fu vero; eCarlo duca d'Orleans, per ragione diValentinaVisconte. Quel che era più, con tante forze si trovavano i Veneziani addosso allo Stato di Milano, senza che egli avesse nè danaro nè gente bastante a far grandi imprese. Oh qui sì che v'era bisogno d'ingegno. Contuttociò nel dì seguente marciò alla volta del Parmigiano, per quivi meglio considerare qual piega prendessero le cose, e qual volto mostrasse la fortuna a' suoi interessi in una sì strepitosa mutazion di cose.Incredibile allora fu la rivoluzion dello Stato di Milano; tutto si riempiè di sedizioni, ed ognuno prese l'armi[Platina, Histor. Mant., lib. 6.]. Como, Alessandria e Novara aderirono alla repubblica milanese. Pavia si rimise in libertà senza voler dipendere da Milano. Parma si mostrò anch'essa inclinata al medesimo partito, e diede sol buone parole al conte Francesco, che tentò di averla. Anche Tortona negò ubbidienza ai Milanesi. All'incontro i Veneziani seppero così ben profittare di quell'universal disordine, che la città di Lodi loro si diede. Ebbero poscia il forte castello di San Colombano, situato tra Lodi e Pavia. Regnava allora gran discordia fra i cittadini di Piacenza[Ripalta, Hist. Placentin., tom. 20 Rer. Ital.]. Nel loro consiglio la fazion più potente la vinse, ed avendo spedito ai Veneziani per sottomettersi al loro imperio, non durarono fatica ad ottener quanto desideravano, e con patti i più vantaggiosi del mondo; per la qual cosa fecero poi gran festa e falò. Nel dì 20 d'agostoTaddeo marchesed'Este con mille e cinquecento cavalli veneti prese il possesso di Piacenza, e nel dì 22 arrivò colà con più genteJacopo Antonio Marcelloprovveditore de' Veneziani. Intanto i Milanesi tutti d'accordo, con avere per loro capiAntonio Trivulzio, Teodoro Bossio, Giorgio LampugnanoedInnocenzo Cotta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.], la prima cosa che fecero, fu di cavar dalle mani degli uffiziali del re Alfonso il castello e la rocchetta. Col regalodi diciassette mila fiorini d'oro ebbero queste fortezze, e tosto le spianarono da' fondamenti. L'ambasciata da essi inviata al campo veneto per ottener pace e far lega, fu accolta quasi con riso. Si tenevano allora i Veneziani quasi in pugno tutta la Lombardia. E però si rivolsero i Milanesi al conteFrancesco Sforza, che era passato alla sua città di Cremona, pregandolo di voler assumere la difesa della lor libertà nella guisa ch'egli era per servire al defunto duca, offerendogli il comando della lor armata col titolo e con gli onori di generale. Non era lo Sforza solamente insigne per la sua perizia e bravura nell'armi; possedeva anche un'ammirabil accortezza nei politici affari; e però, quantunque gli potesse parere strano di doversi sottomettere ad un popolo, per comandare al quale egli era venuto; pure accettò l'offerta, e si accordarono le condizioni del suo generalato. Ebbe anche forza la sua lingua di trarre nella sua amiciziaFrancescoeJacopo Piccinini, non ostante l'antico odio che passava fra le loro case e persone. Ciò fatto, uscì egli in campagna, ed, unite le sue truppe con quelle de' Milanesi, alle quali aggiunse ancoraBartolomeo Coleonefuggito dalle carceri di Monza dopo la morte del duca, avendolo affidato e guadagnato al suo servigio, andò all'assedio del castello di San Colombano. Mentr'egli quivi dimorava, erano in continua dissensione i Pavesi, aspirando alcuni a prendere per loro principeLodovico ducadi Savoia, altriGiovanni marchesedi Monferrato, ed altriLionello d'Estemarchese di Ferrara. Ma non vi mancava il partito di coloro che anteponevano il darsi alconte Francesco, padrone di Cremona e sì celebre nel mestier della guerra, ossia al di lui figliuoloGaleazzo Maria[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Volle la fortuna del conte che si trovasse castellano in PaviaMatteo BologniniBolognese, e ch'egli per le istanze di Agnese dal Maino, parente diBianca Visconte, trattasse segretamentedi cedere al conte quella fortezza. Perciò al conte da lì a poco si diedero la città e cittadella di Pavia, con che egli assumesse il titolo di conte di Pavia, nè quel popolo fosse più suggetto a Milano. Ed ancorchè, presentita cotal intenzione de' Pavesi, fossero venuti gli ambasciatori milanesi per lamentarsene, e per esigere, secondo i patti, che le città prese dal conte si sottomettessero non a lui ma alla loro repubblica: tali scuse, belle parole e promesse sfoderò il conte, che eglino, benchè mal contenti, se ne tornarono a Milano, nè credettero ben fatto il litigar oltre, e molto meno il rompere la buona armonia col loro generale, giacchè non riuscì loro con nuova spedizione ai Veneziani d'indurli a verun accordo. Trovò lo Sforza nella cittadella di Pavia danari, gioie, assaissimo grano e sale, e gran copia d'attrezzi militari, tutto con gran fedeltà a lui consegnato dal Bolognini. Nè perdè egli punto di tempo ad ordinar la fabbrica di quattro galeoni e di altri legni, col disegno già conceputo di formar l'assedio di Piacenza. Intanto il castello di San Colombano, non potendo più reggere, e disperando il soccorso, se gli rendè.Sul principio d'ottobre imprese il conte Francesco l'assedio di Piacenza per terra[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], assistito nel Po dall'armata navale, ben provveduta di cannoni e d'altre macchine militari, e condotta daBernardoeFilippo Eustachida Pavia. Nell'esercito suo si contavano i due fratelli Piccinini Francesco e Jacopo,GuidantonioossiaGuidazzosignor di Faenza,Carlo da Gonzaga, Alessandro Sforzasuo fratello, il conteLuigi del Verme, ilconte Dolcedall'Anguillara, ed altri valenti capitani. Alla difesa di Piacenza stavanoGherardo Dandoloprovveditore de' Veneziani, eTaddeo marchesed'Este lor capitano con un numeroso presidio. Molti assalti furono dati a quella città, giocavano incessantemente le artiglierie; ma niuna apparenza v'era di superare cosìgrande, così popolata e ben difesa città. I Veneziani, poichè mancava loro maniera di fare un ponte sul Po, per recar soccorso alla città suddetta, si accinsero a fabbricare una potente flotta di galeoni e d'altri legni da condursi per Po a quella volta. E intantoMichele Attendololor generale coll'esercito suo dava il guasto al territorio di Milano, prendendo anche varie castella, per veder pure di distorre lo Sforza da quell'assedio. Ma questi, dopo essere stato circa sei settimane sotto Piacenza, ed aver fatto coi suoi grossi cannoni una larga breccia nelle mura, e fatto cader due torri, determinò di dare un generale assalto alla città; e tanto più perchè udiva che si era già posta in cammino l'armata navale de' Veneziani per venire a sturbarlo. Scrive il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.]che il giorno di sì fiera azione fuad sextumdecimum kalendas decembris, cioè nel dì 16 di novembre. Così pure ha la Cronica Piacentina del Rivalta[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Cristoforo da Soldo dice nel dì 15 di novembre[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]; ma, soggiugnendo che fu in giovedì, si vede che quel numero è scorretto, e vuol dire anch'egli nel dì 16, che cadde in giovedì. Fierissimo fu quell'assalto, crudelissima la battaglia, e durò molte ore, avendo anche i galeoni del conte dalla parte del Po, che era allora grossissimo, fatta gran guerra alla città. Finalmente verso le ore venti il vittorioso esercito del conte Francesco entrò nella misera, anzi sopra ogni credere infelicissima città; imperocchè fu lasciata in preda ai soldati, e dato il sacco a tutte le case e chiese; non vi fu salvo l'onore delle vergini e delle matrone: di modo che non parvero cristiani, ma turchi coloro che tante iniquità commisero, colla desolazione di quella nobil città. E durò questa barbarie, se crediamo al Ripalta, moltotempo, senza che il conte vi mettesse freno, per quell'empia massima di tener contente le soldatesche, e di animarle ad altri simili fatti d'armi. Dieci mila cittadini rimasero prigionieri, e convenne riscattarsi a chiunque fu creduto capace di pagare. Il Simonetta, parziale del conte, confessa, è vero, le immense iniquità in tal occasione commesse; ma aggiugne avere il conte Francesco inviate persone a salvare i monisteri delle sacre vergini, ed aver comandato sotto pena della vita la restituzion delle donne, e fatto impiccare chi non ubbidì. E veramente Antonio Ripalta, che si trovò in mezzo a quell'orrida tragedia, e restò prigione, neppur egli parla de' monisteri. Perciò resto io dubbioso se s'abbia a prestar fede a Cristoforo da Soldo, allorchè scrive che le monache tutte furono svergognate, stracciate e malmenate. Con esso scrittore bresciano non di meno s'accordano l'autore della Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]e lo storico di Rimini[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Si rifugiarono nella cittadellaGherardo Dandoloprovveditor veneto,Taddeo marcheseedAlberto Scottoconte di Vigoleno, con assai loro gente; ma non trovandovi provvisione di viveri che per due giorni, non tardarono a rendersi prigionieri, essendo non di meno riuscito ad Alberto di fuggirsene, e di arrivar salvo sul Reggiano. Perchè poi di questa gran perdita fu incolpato (non so se a ragione o a torto) esso marchese, rimesso che fu in libertà, e tornato al campo veneto, nel dì 21 di giugno dell'anno seguente, d'improvviso cadde morto, non senza sospetto che gli fosse stata abbreviata la vita. Scrive santo Antonino[S. Antonin., P. III, tit. 22.], essersi nell'espugnazione della città di Piacenza ilconte Francescotrovato in mezzo alla grandine delle palle e dei sassi nemici, di maniera che parve prodigioso l'aver egli salvata la vita. Con questa impresa, che gli fece grande onore presso i rettori della repubblicamilanese, terminò egli la campagna presente, e si ritirò a Cremona, angustiata non poco sì per terra, come per Po dalle armi venete.Nè si vuol tacere, che avendoCarlo duca d'Orleansdopo la morte del ducaFilippo Maria, ricuperata la città d'Asti, mandò un gran corpo di cavalleria e fanteria, forse tre mila persone, concedutegli dal re di Francia sotto il comando diRinaldo di Dudresnay. E perch'egli pretendeva all'eredità del duca defunto, siccome figliuolo diValentina Visconti, perciò questo suo governatore portò la guerra sull'Alessandrino, prese molte castella, e si diede ad assediar la terra del Bosco. Verso la metà d'ottobre fu colà inviato dai reggenti di MilanoBartolomeo Coleone, che con circa mille cinquecento cavalli diede battaglia a quei Franzesi[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e li mise, nel dì 14 d'ottobre, in isconfitta, con far prigione lo stesso lor condottiere Rinaldo; vittoria non di meno che costò ben cara anche ai vincitori[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.]. E gli Alessandrini, perchè i Franzesi non aveano dato quartiere alla lor gente, trucidarono poi quanti d'essi aveano fatti prigioni. Passò dipoi Bartolomeo a Tortona, e costrinse quel popolo a prestare ubbidienza a Milano. Non fu esente in quest'anno da novità la sempre inquieta città di Genova[Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.]. V'era dogeRaffaello Adorno. Ad istanza di molti suoi emuli rinunziò egli il governo nel dì 4 di gennaio. Venne sostituito a luiBarnaba Adorno, ma per pochi giorni, perchè nel dì 30 d'esso mese entrato in GenovaGiano da Campofregoso, benchè con poca gente, ebbe tal senno e forza, che, detronizzato Barnaba, si fece proclamar doge di quella città. L'aiutarono a questa impresa i Franzesi, con aver egli fatto credere loro di rimettere Genova sotto il loro dominio, ma si trovarono poi beffati. Soggiacque alla guerrain questo anno anche la Toscana. S'era, mentre vivea il duca Filippo Maria, trattato non poco di pace in Ferrara colla mediazione del marcheseLionellod'Este fra i ministri d'esso duca e del reAlfonso, e iVenezianieFiorentini. Parea condotto a buon segno il negoziato, quando, per la morte del duca, avendo i Veneziani cangiata massima, andò per terra ogni speranza d'accordo[Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22.]. Ora il re Alfonso, dacchè vide impegnati i Veneziani nella guerra contro lo Stato di Milano, ossia per disegno di fare una potente diversione con assalire i Fiorentini lor collegati, oppure per voglia d'insignorirsi della Toscana, all'uscita d'ottobre con circa quindici mila tra fanti e cavalli venne in persona contra d'essi Fiorentini, in aiuto de' quali accorse ilconte Federigod'Urbino con secento cavalli e mille fanti[Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Poggius, Histor., lib. 8.]. Per quanto facesse il re affine di smuovere i Sanesi dalla lor libertà, o dall'amicizia de' Fiorentini, altro non potè ottenere che provvisione di vettovaglie. Entrato in quel di Volterra, vi prese alcune castella, ed altre nel Pisano.Simonetto, che dal soldo de' Fiorentini era passato a quello del re, per terza ebbe Castiglione della Pescaia, luogo forte: dopo le quali poche prodezze il re Alfonso ridusse le sue genti a quartiere, alloggiandone la maggior parte nel Patrimonio, ossia negli Stati pontificii. Tornò Bologna in quest'anno[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]all'ubbidienza della Chiesa, perchè i Bolognesi amavano moltopapa Niccolò, che poco anzi era stato lor vescovo. Ne riportarono vantaggiosi capitoli. Siccome già accennai, avea il conte Federigo d'Urbino comperata la città di Fossombrone, e pacifico possessor d'essa quivi signoreggiava[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Per tradimento d'alcuni di que' cittadiniSigismondo Malatestasignor di Rimini verso il principiodi settembre v'entrò dentro, e cominciò l'assedio della rocca. Ma eccoti giugnere, nel dì 3 di quel mese, il conte Federigo con tutte le sue forze, ed attaccar la battaglia. Fu rotto il signor di Rimini, e Federigo, per castigo de' traditori, mise a sacco tutta la città ravvolgendo nel medesimo eccidio tanto i rei che gl'innocenti. Nella state dell'anno presente la peste fece non poca strage nella città di Venezia[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Mirabil cosa pare che con tanto bollore e miscuglio di guerre non si diffondesse questo malore per tutta la Lombardia. Ma ne vedremo gli effetti nell'anno seguente.
Avea fin qui menata sua vita, pien di pensieri di guerra, e tormentato da affanni per cagion dello scisma di Basilea, ilpontefice Eugenio IV, quando Iddio il chiamò a sè nel dì 23 di febbraio in Roma[Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital. Vita Eugenii IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], città da lui beneficata dopo il suo ritorno colà, perchè vi ristorò le principali chiese che erano in rovina, vi mantenne buona pace e giustizia, e la sua mano era sempre aperta alle indigenze de' poveri. Fu pontefice di rare qualità; e benchè alquanto sfortunato negli affari sì spirituali che temporali, pure di gran cose operò sì nell'una che nell'altra parte. Memorabile restò la suaricordanza, per aver uniti alla Chiesa cattolica i Greci, i Maroniti ed altre nazioni cristiane d'Oriente, e tentato di unire insino gli Etiopi. Eppure ebbe la disgrazia di lasciar la Chiesa latina in disordine per lo scisma nato in Basilea. Fu uomo di testa dura e di raggiri politici; nè alcun menomo eccesso si mirò in lui per ingrandire i suoi parenti, come ebbero in uso altri suoi predecessori. Tutto il suo studio era in conservare o ricuperare gli Stati della Chiesa romana: nel che impiegò molti tesori; ed ebbe anche singolar premura per reprimere la sempre più crescente baldanza e potenza dei Turchi: nel che profittò poco per la disunione e guerre delle potenze cristiane. Entrati i cardinali nel conclave, ed accordatisi nel dì 5 di marzo, elessero Tommaso da Sarzana, vescovo di Bologna, creato cardinale da Eugenio nell'anno precedente. Di bassa nascita era egli; ma questo immaginario difetto era senza paragone compensato dalle mirabili sue belle doti sì d'animo che d'ingegno, e dal suo universal sapere; di modo che personaggio non si potea scegliere più degno e più atto al pontificato di lui. Prese egli il nome diNiccolò V, e nel dì 18 d'esso mese fu solennemente coronato. Appena era mancato di vita papa Eugenio, che ilre Alfonso, sotto pretesto di vegliare alla sicurezza di Roma, sen venne a Tivoli[Raynaldus, Annal. Eccles.], e quivi si piantò. Una delle prime cure del novello pontefice fu quella di fare sloggiare di là il re, e di estinguere lo scisma dell'antipapa Amedeodi Savoia: al qual fine impegnòCarlo re di Francia, promettendogli di confiscare tutti gli Stati d'esso Amedeo, se non ubbidiva, per concederli al medesimo re. Adoperossi per ricuperare affatto la marca di Ancona[Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]. Quivi non riteneva più il conteFrancesco Sforza, se non la città di Jesi, che gli era sempre stata fedele. Le premure del duca diMilano, angustiato in questi tempi fieramente dai Veneziani, fecero mutar massime al medesimo conte e al re Alfonso, perchè il duca, trovandosi in grave pericolo, implorava quotidianamente il soccorso del genero. Però non fu difficile il tirare in fine ad un accordo il conte, che in sì urgente congiuntura si trovava necessitoso di pecunia. Trentacinque mila fiorini d'oro, ben pagati al conte, l'indussero a rilasciar quella città al pontefice, e a richiamarne la sua guarnigione. Similmente non tardò esso papa, siccome di genio pacifico, ad interporsi tosto per ismorzare il terribile incendio di guerra nato in Lombardia fra i Veneziani e il duca di Milano; ma cotali accidenti occorsero dipoi, che restarono vani tutti i paterni desiderii e disegni del buon pontefice.
La prosperità delle armi venete, che, dopo aver fabbricato un ponte sull'Adda, non trovavano ritegno alcuno, e portavano le desolazione sino ai borghi di Milano, avea messo in tal costernazione lo animo del poco saggio ducaFilippo Maria, che a mani giunte non cessava di raccomandarsi alre Alfonso, apapa Eugenioallora vivente e a'Fiorentini. Ricorse fino al re di Francia, con esibirsi di restituire al duca d'Orleans la città d'Asti. Ma le sue maggiori speranze erano riposte nel credito e nel valore del conteFrancesco Sforza, cioè in quel medesimo ch'egli sì lungamente avea perseguitato, e ridotto, co' suoi maligni maneggi, e colle armi e co' danari, a perdere l'intera marca d'Ancona, e con volerlo anche spogliare di Cremona. A lui lettere, a lui messi andavano di tanto in tanto, pregandolo e scongiurandolo di soccorso, e sollecitandolo a venire, senza lasciar indietro offerta e promessa alcuna che il potesse muovere, e soprattutto mettendogli davanti la succession de' suoi Stati. Perchè a questi andamenti teneano ben l'occhio aperto i Veneziani, anch'essi gli inviaronoPasquale Malipieriper tenerlo saldo nella lor lega, con fargli ancheessi delle larghe esibizioni. E perciocchè il conte non dava categoriche risposte, si avvidero ben per tempo que' saggi signori ch'egli era per anteporre alla loro antica amicizia la nuova riconciliazione col suocero[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Italic. Corio, Istor. di Milano.]. Presero dunque la risoluzione di non aspettare ch'egli si dichiarasse, e di torgli intanto Cremona, se veniva lor fatto. Ordinato prima un trattato con alcuni Guelfi di quella città.Michele Attendololor generale nel dì 4 di marzo si presentò segretamente con quattromila cavalli e grossa fanteria alla porta d'Ognisanti di Cremona, credendosi di trovarla aperta. Gli andò fallito il colpo.Foschino Attendoloda Cotignola governatore, eGiacomazzo da Salernocapitano de' soldati del conte Francesco furono tosto in armi, raddoppiarono le guardie alle porte, alle mura, alle torri, cosicchè nè i cittadini osarono di far movimento; e i Veneziani, dopo avere scoperto il loro buon animo, si ritirarono colla bocca asciutta. Questo tentativo, oltre ad altri motivi che aveva il conte Francesco d'essere poco contento dei Veneziani, per averlo essi abbandonato nelle passate sue disavventure, e la segreta inclinazione da lui ben capita dei Fiorentini[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.], a' quali non piaceva che i Veneziani s'ingrandissero di troppo col mettere il duca in camicia, servì a lui di scusa per istrignere il trattato col suocero, a condizione che gli fosse pagato annualmente tanto di salario, quanto gli davano i Veneziani, ascendente a ducento quattro mila fiorini d'oro; e che gli fosse dato col titolo l'autorità di generale d'armata per tutti i di lui Stati. Pertanto alcune somme di danaro gli furono mandate da Milano, altre pagate in Roma: col quale rinforzo cominciò a mettere in ordine e ad accrescere le sue truppe. Ma mentre si crede di marciare a dirittura a Milano, alcuni de' cortigiani del duca, e i due PiccininiFrancescoeJacopo, invidiosi dell'innalzamento del conte, sparsero tai semi di diffidenza nel debolissimo duca, che più danaro non corse; e il duca andava ordinando al conte di passare o nel Padovano o nel Veronese, a motivo di fare una diversione, dando con ciò assai a conoscere di non volerlo in sua casa: tutti imbrogli che ritardarono la mossa del conte, e maravigliosamente giovarono ai Veneziani per tentar cose maggiori contra del duca. Venne l'armata loro pel ponte di Cassano nel cuore del Milanese, scorse tutta la Martesana, e andò finalmente ad accamparsi sotto a Milano, per le speranze date da alcuni di que' cittadini al general veneziano d'introdurlo a tradimento in quella città. Chiarito Micheletto, esser quelle parole vane, passò alle parti del monte di Brianza[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.], dove sconfisse Francesco Piccinino, ed altri capitani milanesi e le loro brigate. Mise dipoi l'assedio al forte castello di Lecco, dove spese circa quaranta giorni, con istrage e grave incomodo di sua gente, senza poterlo far piegare alla resa.
Conosceva intanto ogni di più il duca l'infelice suo stato, e l'imminente pericolo suo, ma ricercato e voluto; nè esservi altra speranza che l'aiuto del genero Sforza. Pertanto gli spedì affrettandolo a venire, e pregò il papa e il re Alfonso di provvederlo di danaro. Altro non fecero essi, se non ciò che s'è detto di sopra, dell'avere carpito dalle mani del conte la città di Jesi per la somma già accennata di danaro, con cui egli allestì la sua armata, e da Pesaro si mise in viaggio nel dì 9 d'agosto[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Aveva egli dianzi, nel dì 11 di marzo, insieme colconte Federigod'Urbino fatto tregua conSigismondosignor di Rimini, e conMalatestaNovello da Cesena di lui fratello. Consisteva l'esercito del conte in quattro mila cavalli e due mila fanti, co' quali venne a riposarsi alquanto aCotignola. Ma eccoti un improvviso cambiamento di scena. Circa il dì 7 d'esso mese d'agosto cadde infermoFilippo Maria Visconteduca di Milano, e nel dì 13 diede compimento alla vita presente nel castello di porta Zobbia, senza lasciar dopo di sè prole maschile. Portato il suo corpo con poca pompa al duomo, potè allora quel popolo mirarlo morto, dopo averlo potuto vedere sì poco quando era in vita. Fu creduto che gli affanni e pericoli ne' quali si trovava involto, e ch'egli s'era colla sua balordaggine tirati addosso, il conducessero al sepolcro. S'egli avesse saputo prevalersi del regalo che la fortuna gli avea fatto di un genero, qual era il conteFrancesco Sforza, cioè del miglior capitano che fosse allora in Italia, e fors'anche in Europa, poteva egli sperare di atterrar tutti i suoi nemici. Con fare sì scioccamente tutto il contrario, s'era ridotto alla vigilia di perdere colla riputazione anche tutti i suoi Stati. E qual fosse l'animo suo verso Bianca sua figliuola e verso il conte Francesco suo genero, che solo veniva per assistergli in sì grave urgenza, si diede ancora a conoscere nel fine di sua vita, se pure è vero ch'egli dichiarasse erede de' suoi Stati non già il conte Francesco Sforza, ma bensìAlfonso red'Aragona e delle Due Sicilie[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], i cui uffiziali certo è che presero tosto il possesso del castello di Milano e della rocchetta. Dimorava il conte in Cotignola, quando nel dì 15 di agosto daLionello d'Estemarchese di Ferrara gli giunse segreto avviso della morte del duca: colpo che stranamente sconcertò le sue misure. Crebbe molto più la costernazione sua dacchè intese che il popolo di Milano, troppo stanco e disgustato del gravoso governo del duca defunto, avea gridato:Viva la libertà, e presa la risoluzione di reggersi a repubblica. Oltre a ciò, poteano pretendere quegli Stati il re Alfonso in vigore del testamento suddetto, se pur fu vero; eCarlo duca d'Orleans, per ragione diValentinaVisconte. Quel che era più, con tante forze si trovavano i Veneziani addosso allo Stato di Milano, senza che egli avesse nè danaro nè gente bastante a far grandi imprese. Oh qui sì che v'era bisogno d'ingegno. Contuttociò nel dì seguente marciò alla volta del Parmigiano, per quivi meglio considerare qual piega prendessero le cose, e qual volto mostrasse la fortuna a' suoi interessi in una sì strepitosa mutazion di cose.
Incredibile allora fu la rivoluzion dello Stato di Milano; tutto si riempiè di sedizioni, ed ognuno prese l'armi[Platina, Histor. Mant., lib. 6.]. Como, Alessandria e Novara aderirono alla repubblica milanese. Pavia si rimise in libertà senza voler dipendere da Milano. Parma si mostrò anch'essa inclinata al medesimo partito, e diede sol buone parole al conte Francesco, che tentò di averla. Anche Tortona negò ubbidienza ai Milanesi. All'incontro i Veneziani seppero così ben profittare di quell'universal disordine, che la città di Lodi loro si diede. Ebbero poscia il forte castello di San Colombano, situato tra Lodi e Pavia. Regnava allora gran discordia fra i cittadini di Piacenza[Ripalta, Hist. Placentin., tom. 20 Rer. Ital.]. Nel loro consiglio la fazion più potente la vinse, ed avendo spedito ai Veneziani per sottomettersi al loro imperio, non durarono fatica ad ottener quanto desideravano, e con patti i più vantaggiosi del mondo; per la qual cosa fecero poi gran festa e falò. Nel dì 20 d'agostoTaddeo marchesed'Este con mille e cinquecento cavalli veneti prese il possesso di Piacenza, e nel dì 22 arrivò colà con più genteJacopo Antonio Marcelloprovveditore de' Veneziani. Intanto i Milanesi tutti d'accordo, con avere per loro capiAntonio Trivulzio, Teodoro Bossio, Giorgio LampugnanoedInnocenzo Cotta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.], la prima cosa che fecero, fu di cavar dalle mani degli uffiziali del re Alfonso il castello e la rocchetta. Col regalodi diciassette mila fiorini d'oro ebbero queste fortezze, e tosto le spianarono da' fondamenti. L'ambasciata da essi inviata al campo veneto per ottener pace e far lega, fu accolta quasi con riso. Si tenevano allora i Veneziani quasi in pugno tutta la Lombardia. E però si rivolsero i Milanesi al conteFrancesco Sforza, che era passato alla sua città di Cremona, pregandolo di voler assumere la difesa della lor libertà nella guisa ch'egli era per servire al defunto duca, offerendogli il comando della lor armata col titolo e con gli onori di generale. Non era lo Sforza solamente insigne per la sua perizia e bravura nell'armi; possedeva anche un'ammirabil accortezza nei politici affari; e però, quantunque gli potesse parere strano di doversi sottomettere ad un popolo, per comandare al quale egli era venuto; pure accettò l'offerta, e si accordarono le condizioni del suo generalato. Ebbe anche forza la sua lingua di trarre nella sua amiciziaFrancescoeJacopo Piccinini, non ostante l'antico odio che passava fra le loro case e persone. Ciò fatto, uscì egli in campagna, ed, unite le sue truppe con quelle de' Milanesi, alle quali aggiunse ancoraBartolomeo Coleonefuggito dalle carceri di Monza dopo la morte del duca, avendolo affidato e guadagnato al suo servigio, andò all'assedio del castello di San Colombano. Mentr'egli quivi dimorava, erano in continua dissensione i Pavesi, aspirando alcuni a prendere per loro principeLodovico ducadi Savoia, altriGiovanni marchesedi Monferrato, ed altriLionello d'Estemarchese di Ferrara. Ma non vi mancava il partito di coloro che anteponevano il darsi alconte Francesco, padrone di Cremona e sì celebre nel mestier della guerra, ossia al di lui figliuoloGaleazzo Maria[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Volle la fortuna del conte che si trovasse castellano in PaviaMatteo BologniniBolognese, e ch'egli per le istanze di Agnese dal Maino, parente diBianca Visconte, trattasse segretamentedi cedere al conte quella fortezza. Perciò al conte da lì a poco si diedero la città e cittadella di Pavia, con che egli assumesse il titolo di conte di Pavia, nè quel popolo fosse più suggetto a Milano. Ed ancorchè, presentita cotal intenzione de' Pavesi, fossero venuti gli ambasciatori milanesi per lamentarsene, e per esigere, secondo i patti, che le città prese dal conte si sottomettessero non a lui ma alla loro repubblica: tali scuse, belle parole e promesse sfoderò il conte, che eglino, benchè mal contenti, se ne tornarono a Milano, nè credettero ben fatto il litigar oltre, e molto meno il rompere la buona armonia col loro generale, giacchè non riuscì loro con nuova spedizione ai Veneziani d'indurli a verun accordo. Trovò lo Sforza nella cittadella di Pavia danari, gioie, assaissimo grano e sale, e gran copia d'attrezzi militari, tutto con gran fedeltà a lui consegnato dal Bolognini. Nè perdè egli punto di tempo ad ordinar la fabbrica di quattro galeoni e di altri legni, col disegno già conceputo di formar l'assedio di Piacenza. Intanto il castello di San Colombano, non potendo più reggere, e disperando il soccorso, se gli rendè.
Sul principio d'ottobre imprese il conte Francesco l'assedio di Piacenza per terra[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], assistito nel Po dall'armata navale, ben provveduta di cannoni e d'altre macchine militari, e condotta daBernardoeFilippo Eustachida Pavia. Nell'esercito suo si contavano i due fratelli Piccinini Francesco e Jacopo,GuidantonioossiaGuidazzosignor di Faenza,Carlo da Gonzaga, Alessandro Sforzasuo fratello, il conteLuigi del Verme, ilconte Dolcedall'Anguillara, ed altri valenti capitani. Alla difesa di Piacenza stavanoGherardo Dandoloprovveditore de' Veneziani, eTaddeo marchesed'Este lor capitano con un numeroso presidio. Molti assalti furono dati a quella città, giocavano incessantemente le artiglierie; ma niuna apparenza v'era di superare cosìgrande, così popolata e ben difesa città. I Veneziani, poichè mancava loro maniera di fare un ponte sul Po, per recar soccorso alla città suddetta, si accinsero a fabbricare una potente flotta di galeoni e d'altri legni da condursi per Po a quella volta. E intantoMichele Attendololor generale coll'esercito suo dava il guasto al territorio di Milano, prendendo anche varie castella, per veder pure di distorre lo Sforza da quell'assedio. Ma questi, dopo essere stato circa sei settimane sotto Piacenza, ed aver fatto coi suoi grossi cannoni una larga breccia nelle mura, e fatto cader due torri, determinò di dare un generale assalto alla città; e tanto più perchè udiva che si era già posta in cammino l'armata navale de' Veneziani per venire a sturbarlo. Scrive il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.]che il giorno di sì fiera azione fuad sextumdecimum kalendas decembris, cioè nel dì 16 di novembre. Così pure ha la Cronica Piacentina del Rivalta[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Cristoforo da Soldo dice nel dì 15 di novembre[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]; ma, soggiugnendo che fu in giovedì, si vede che quel numero è scorretto, e vuol dire anch'egli nel dì 16, che cadde in giovedì. Fierissimo fu quell'assalto, crudelissima la battaglia, e durò molte ore, avendo anche i galeoni del conte dalla parte del Po, che era allora grossissimo, fatta gran guerra alla città. Finalmente verso le ore venti il vittorioso esercito del conte Francesco entrò nella misera, anzi sopra ogni credere infelicissima città; imperocchè fu lasciata in preda ai soldati, e dato il sacco a tutte le case e chiese; non vi fu salvo l'onore delle vergini e delle matrone: di modo che non parvero cristiani, ma turchi coloro che tante iniquità commisero, colla desolazione di quella nobil città. E durò questa barbarie, se crediamo al Ripalta, moltotempo, senza che il conte vi mettesse freno, per quell'empia massima di tener contente le soldatesche, e di animarle ad altri simili fatti d'armi. Dieci mila cittadini rimasero prigionieri, e convenne riscattarsi a chiunque fu creduto capace di pagare. Il Simonetta, parziale del conte, confessa, è vero, le immense iniquità in tal occasione commesse; ma aggiugne avere il conte Francesco inviate persone a salvare i monisteri delle sacre vergini, ed aver comandato sotto pena della vita la restituzion delle donne, e fatto impiccare chi non ubbidì. E veramente Antonio Ripalta, che si trovò in mezzo a quell'orrida tragedia, e restò prigione, neppur egli parla de' monisteri. Perciò resto io dubbioso se s'abbia a prestar fede a Cristoforo da Soldo, allorchè scrive che le monache tutte furono svergognate, stracciate e malmenate. Con esso scrittore bresciano non di meno s'accordano l'autore della Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]e lo storico di Rimini[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Si rifugiarono nella cittadellaGherardo Dandoloprovveditor veneto,Taddeo marcheseedAlberto Scottoconte di Vigoleno, con assai loro gente; ma non trovandovi provvisione di viveri che per due giorni, non tardarono a rendersi prigionieri, essendo non di meno riuscito ad Alberto di fuggirsene, e di arrivar salvo sul Reggiano. Perchè poi di questa gran perdita fu incolpato (non so se a ragione o a torto) esso marchese, rimesso che fu in libertà, e tornato al campo veneto, nel dì 21 di giugno dell'anno seguente, d'improvviso cadde morto, non senza sospetto che gli fosse stata abbreviata la vita. Scrive santo Antonino[S. Antonin., P. III, tit. 22.], essersi nell'espugnazione della città di Piacenza ilconte Francescotrovato in mezzo alla grandine delle palle e dei sassi nemici, di maniera che parve prodigioso l'aver egli salvata la vita. Con questa impresa, che gli fece grande onore presso i rettori della repubblicamilanese, terminò egli la campagna presente, e si ritirò a Cremona, angustiata non poco sì per terra, come per Po dalle armi venete.
Nè si vuol tacere, che avendoCarlo duca d'Orleansdopo la morte del ducaFilippo Maria, ricuperata la città d'Asti, mandò un gran corpo di cavalleria e fanteria, forse tre mila persone, concedutegli dal re di Francia sotto il comando diRinaldo di Dudresnay. E perch'egli pretendeva all'eredità del duca defunto, siccome figliuolo diValentina Visconti, perciò questo suo governatore portò la guerra sull'Alessandrino, prese molte castella, e si diede ad assediar la terra del Bosco. Verso la metà d'ottobre fu colà inviato dai reggenti di MilanoBartolomeo Coleone, che con circa mille cinquecento cavalli diede battaglia a quei Franzesi[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e li mise, nel dì 14 d'ottobre, in isconfitta, con far prigione lo stesso lor condottiere Rinaldo; vittoria non di meno che costò ben cara anche ai vincitori[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.]. E gli Alessandrini, perchè i Franzesi non aveano dato quartiere alla lor gente, trucidarono poi quanti d'essi aveano fatti prigioni. Passò dipoi Bartolomeo a Tortona, e costrinse quel popolo a prestare ubbidienza a Milano. Non fu esente in quest'anno da novità la sempre inquieta città di Genova[Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.]. V'era dogeRaffaello Adorno. Ad istanza di molti suoi emuli rinunziò egli il governo nel dì 4 di gennaio. Venne sostituito a luiBarnaba Adorno, ma per pochi giorni, perchè nel dì 30 d'esso mese entrato in GenovaGiano da Campofregoso, benchè con poca gente, ebbe tal senno e forza, che, detronizzato Barnaba, si fece proclamar doge di quella città. L'aiutarono a questa impresa i Franzesi, con aver egli fatto credere loro di rimettere Genova sotto il loro dominio, ma si trovarono poi beffati. Soggiacque alla guerrain questo anno anche la Toscana. S'era, mentre vivea il duca Filippo Maria, trattato non poco di pace in Ferrara colla mediazione del marcheseLionellod'Este fra i ministri d'esso duca e del reAlfonso, e iVenezianieFiorentini. Parea condotto a buon segno il negoziato, quando, per la morte del duca, avendo i Veneziani cangiata massima, andò per terra ogni speranza d'accordo[Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22.]. Ora il re Alfonso, dacchè vide impegnati i Veneziani nella guerra contro lo Stato di Milano, ossia per disegno di fare una potente diversione con assalire i Fiorentini lor collegati, oppure per voglia d'insignorirsi della Toscana, all'uscita d'ottobre con circa quindici mila tra fanti e cavalli venne in persona contra d'essi Fiorentini, in aiuto de' quali accorse ilconte Federigod'Urbino con secento cavalli e mille fanti[Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Poggius, Histor., lib. 8.]. Per quanto facesse il re affine di smuovere i Sanesi dalla lor libertà, o dall'amicizia de' Fiorentini, altro non potè ottenere che provvisione di vettovaglie. Entrato in quel di Volterra, vi prese alcune castella, ed altre nel Pisano.Simonetto, che dal soldo de' Fiorentini era passato a quello del re, per terza ebbe Castiglione della Pescaia, luogo forte: dopo le quali poche prodezze il re Alfonso ridusse le sue genti a quartiere, alloggiandone la maggior parte nel Patrimonio, ossia negli Stati pontificii. Tornò Bologna in quest'anno[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]all'ubbidienza della Chiesa, perchè i Bolognesi amavano moltopapa Niccolò, che poco anzi era stato lor vescovo. Ne riportarono vantaggiosi capitoli. Siccome già accennai, avea il conte Federigo d'Urbino comperata la città di Fossombrone, e pacifico possessor d'essa quivi signoreggiava[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Per tradimento d'alcuni di que' cittadiniSigismondo Malatestasignor di Rimini verso il principiodi settembre v'entrò dentro, e cominciò l'assedio della rocca. Ma eccoti giugnere, nel dì 3 di quel mese, il conte Federigo con tutte le sue forze, ed attaccar la battaglia. Fu rotto il signor di Rimini, e Federigo, per castigo de' traditori, mise a sacco tutta la città ravvolgendo nel medesimo eccidio tanto i rei che gl'innocenti. Nella state dell'anno presente la peste fece non poca strage nella città di Venezia[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Mirabil cosa pare che con tanto bollore e miscuglio di guerre non si diffondesse questo malore per tutta la Lombardia. Ma ne vedremo gli effetti nell'anno seguente.