MCCCCXLVIIIAnno diCristomccccxlviii. Indiz.XI.Niccolò Vpapa 2.Federigo IIIre de' Romani 9.Abbondò più che mai di strepitosi avvenimenti l'anno presente per la guerra de' Veneziani contra dello Stato di Milano. Avea quella potente repubblica sommamente accresciuta di gente la sua armata di terra, e specialmente colla giunta diLodovico da Gonzagamarchese di Mantova, che in loro aiuto condusse mille e secento cavalli[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. II, tom. 21 Rer. Ital.]. Teneva inoltre a Casalmaggiore una formidabil flotta sul Po, da cui veniva stretta e continuamente infestata la città di Cremona. Riuscì ai lor maneggi di staccare da' MilanesiBartolomeo Coleonedi Bergamo. Se ne fuggì egli nel dì 15 di giugno con circa mille e cinquecento cavalli, e andò a rinforzare l'esercito veneto. Dall'altra parte il conteFrancesco Sforzaprovava non pochi affanni, perchè dovea dipendere dal provvedimento e dalle risoluzioni del governo repubblicano de' Milanesi, che erano fra loro discordi. Sotto mano ancora i due figliuoli di Niccolò PiccininoFrancescoeJacopo, sì per l'odio antico, come per l'invidia presente, attraversavano tutti i suoi disegni,consigliando specialmente il governo di Milano di accordarsi co' Veneziani e di far pace. Infatti più e più ambasciatori furono spediti da Milano a tentar di questo i Veneziani. Ma in Venezia il medesimo chiedere pace facea crescere la altura e le pretensioni di quel senato. Tuttavia si sarebbono indotti i Milanesi ad ingoiar delle pillole amare, purchè seguisse accordo; tanta paura e diffidenza cacciavano loro addosso i malevoli del conte Francesco, con far credere ch'egli facesse la guerra col danaro di Milano, per sottomettere poi Milano a sè stesso. In somma si sarebbe probabilmente conchiusa pace (benchè Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.]creda che tutte queste fossero finzioni), se un dì gli abitanti di porta Comasina in Milano non avessero fatta una sollevazione contra chi la proponeva: laonde fu ripigliata la risoluzione di continuare la guerra. Uscito in campagna sul principio di maggio il conte Francesco, tolse ai nemici Monzanega, Vallate e Triviglio; e soprattutto fu considerabile l'acquisto da lui fatto di Cassano, perchè luogo di molta importanza pel passaggio dell'Adda. Vennero alle sue mani anche Melzo e Pandino; e quantunque Cremona si trovasse in molte angustie e pericoli per le continue molestie dell'armata navale de' Veneziani; pure, premendo più a' Milanesi Lodi che Cremona, gli convenne passare coll'esercito sotto quella città. Nulla quivi avendo fatto, andò a Casalmaggiore, dove s'era ritirata e fortificata la suddetta flotta veneta comandata daAndrea Querinoe daNiccolò Trivisano. Nè perchè venisse a postarsi in quelle vicinanzeMichele Attendologeneral veneto dell'armata di terra, lasciò egli di assalir la loro flotta. Fece a questo fine discendere per Po l'armata de' galeoni pavesi, e dopo aver la notte fatto piantare dieci cannoni sulla riva del Po, nel dì 16 di luglio cominciò a far giocare leartiglierie, che faceano grande strage dei Veneziani. Non poteano andar innanzi, nè retrocedere i galeoni veneti, ed, essendo durata quella tempesta tutto il dì, nella notte il Querino, dopo aver fatto trasportare in Casalmaggiore le armi e le robe delle navi, con sette galeoni e una galea se ne fuggì, avendo prima fatto attaccare il fuoco al resto delle navi: il che fu una perdita e danno immenso per li Veneziani. Arrivato a Venezia, fu messo a riposar ne' camerotti, e condannato a tre anni di prigionia.Andò poscia, nel dì 29 di luglio, il conteFrancescoall'assedio di Caravaggio, e furono a vista le due armate nemiche; anzi vennero a caldissime mischie nei dì 15 e 30 d'agosto, che costarono molto sangue all'una e all'altra parte. Stava forte a cuore a' Veneziani la conservazione di Caravaggio, oltre al parer loro di perdere la riputazione, se lo lasciavano cadere sotto gli occhi della loro armata, che tra fanti, cavalli e cernide ascendeva a circa ventiquattro mila persone. Benchè fossero diversi i pareri de' capitani, pure, appigliatisi a quello del conteTiberto Brandolino, comandarono al lor generale di venir ad un fatto di armi. All'alba dunque del dì 15 di settembre ordinate le schiere, improvvisamente diedero principio alla zuffa in tempo che il conte Francesco ascoltava messa, oppure pranzava. Passata per una palude molta cavalleria veneta, cioè per dove non aspettava il conte alcuna molestia, arrivò sino al di lui padiglione, e quasi mise in rotta la di lui gente. Ma si cangiò, dopo gran combattimento, il viso della fortuna. Due mila cavalli spediti dal conte per un bosco, nè scoperti, arrivarono addosso alla retroguardia del campo veneto, e la sbaragliarono: il che servì a mettere in fuga il restante delle loro brigate[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 13, tom. 21 Rer. Ital.]. Fu spaventosa quella sconfitta, e delle più memorabilidi questo secolo. Di circa dodici mila cavalli veneti, secondo l'attestato di Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], appena ne scamparono mille e cinquecento; gli altri furono presi. Molto meno è scritto da altri. Vi rimasero prigionieriRoberto da Montalbottocondottiere di mille e ducento cavalli; ilconte Guido Rangoneda Modena capitano di settecento cavalli;Gentile da Lionessocapitano di mille e settecento cavalli, e i due provveditori venetiAlmorò DonatoeGherardo Dandolo, dopo la perdita di Piacenza rimesso in libertà, con una gran torma d'altri uffiziali, oltre all'acquisto del ricchissimo bagaglio, per cui arricchì ogni menomo fantaccino. Questa insigne vittoria portò lo spavento a tutto il territorio di Brescia e di Bergamo, di modo che il conte Francesco, dopo aver preso Caravaggio, ed essere passato nel dì 20 di settembre oltre al fiume Oglio, vide portarsi le chiavi di quasi tutte le castella di que' due contadi. Perchè ne' patti da lui stabiliti colla comunità di Milano v'era che fosse sua Brescia, se per avventura l'avesse presa, a quella volta marciò egli, ben sapendo quanto essa fosse mal provveduta di guarnigione, di viveri e di fortificazioni. Ma ecco attaccar seco lite gli ambasciatori di Milano, che volevano vincere Lodi, e non Brescia. Non potè egli impedire che i due fratelli Piccinini con quattro mila cavalli, secondando le istanze de' Milanesi, e partendosi da lui, passassero all'assedio di Lodi. Questa discordia co' Milanesi, i quali sospettavano, e non a torto, che il conte pensasse a farsi signor di Milano; e l'aver egli scoperto ch'essi erano tornati a trattar di pace co' Veneziani; coll'aggiugnersi ancora che gli stessi Veneziani con incredibil prontezza e spese rimettevano in ordine la loro armata, ed aveano rinforzati i luoghi forti, ed aspettavano da' Fiorentini due milacavalli condotti daSigismondosignor di Rimini, e mille fanti comandati daGregorio da Anghiari: tutto ciò mise a partito il cervello del conte, uomo di somma avvedutezza e di rari ripieghi. Mandò segretamente a proporre accordo a' Veneziani, e fu non solo ascoltato, perchè ad essi parea di star male non poco, dacchè aveano perduto tante terre e castella del Bresciano e Bergamasco; ma si concertò anche nel dì 18 di ottobre (seppur non fu nel dì 19) concordia e lega fra loro. Doveva il conte restituir tutti i prigioni e le terre prese nel Bresciano e Bergamasco. Crema si doveva cedere ad essi. Tutto il rimanente dello Stato di Milano avea da essere dello Sforza, con obbligarsi i Veneziani d'aiutarlo con gente e danaro a tale acquisto. La pubblicazione di questo accordo fece rimaner estatico ognuno. Ma quando il conte si credea di cominciar a goderne i primi frutti colla consegna di Lodi che gli si dovea dare da' Veneziani, trovò che nel dì innanzi, cioè nel dì 17 di ottobre, quella città s'era renduta aFrancesco Piccininoper ordine della reggenza di Milano. Se i Veneziani giocassero netto in tal congiuntura non si sa. Eseguì bensì prontamente il conte tutto quanto egli avea promesso, col restituire ogni terra e prigione. Fuggì da lui in questi tempiCarlo da Gonzagacon circa mille e ducento cavalli, e cinquecento fanti; ma nel dì primo di novembre[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]tirò il conte al suo servigioGuglielmofratello diGiovanni marchesedi Monferrato, che si obbligò di servirlo con sette cento lancie da cavalli tre per lancia, in tutto cavalli due mila e cento, e con cinque cento fanti per otto mesi. Nella capitolazione seguita fra loro Francesco Sforza, secondo l'uso di coloro che promettono molto per eseguire poscia poco e nulla, non vi fu condizione che non accordasse a Guglielmo: cioè di dargli la città d'Alessandria, e in oltrequelle di Torino e d'Ivrea con una gran copia d'altre terre specificate, se pur venissero alle mani d'esso conte.Lodovico ducadi Savoia anch'egli in questi tempi facea guerra allo Stato di Milano, ed avea occupato varie castella.Quanto alla Toscana, infestata in quest'anno dall'armi delre Alfonso[Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Ammirat., Ist. di Firenze, lib. 22.], i Fiorentini si studiarono di rinforzarsi col prendere quanta gente poterono al loro soldo. Fra gli altri a sè tiraronoSigismondo Malatestasignor di Rimini, uomo abbondante di valore, ma più di vizii. Costui s'era acconciato col re Alfonso, menando seco secento lancie da tre cavalli per lancia, e quattrocento fanti. N'avea anche ricavato trenta mila scudi. Ma, fattegli più vantaggiose offerte dai Fiorentini, lasciando burlato il re, si ridusse al loro servigio, e per opera loro si pacificò colconte Federigod'Urbino nemico suo. Fu preso anche al loro soldoTaddeo de' Manfredida Faenza con mille e ducento fanti. Morì appunto in quest'anno, a dì 18 oppure 22 di giugno[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.],GuidantonioossiaGuidazzosuo padre ai bagni di Petriolo sul Sanese, con lasciare essoTaddeoedAstorreossiaAstorgiofigliuoli suoi successori nel dominio. Faenza pervenne ad Astorgio; Imola a Taddeo. Ora il reAlfonsoandò a mettere l'assedio alla riguardevole terra di Piombino, posseduta allora daRinaldo Orsinoper le ragioni diCaterina da Appianosua moglie. Era egli raccomandato da' Fiorentini, e questi non mancarono di spedirgli per mare qualche rinforzo di gente, e di munizioni da bocca e da guerra. Consumò il re tutta la state intorno a Piombino[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], con incredibil valore difeso da Rinaldo, che specialmente sostenne un furioso assalto dato nel settembre a quella terra: finchè la cattiva aria di quel paese fece tal guerracolle malattie alla gente d'esso re, che fu forzato a levare il campo, e a ritornarsene a casa; minacciando nondimeno i Fiorentini di vendicarsi di loro all'anno nuovo. Attese in quest'anno il ponteficeNiccolò Va rimetter la pace nella Chiesa di Dio[Labbe, Concil., tom. 13.], e ad estinguere lo scisma d'Amedeoossia diFelice V antipapa. La Germania, lasciata andare la neutralità, rendè ubbidienza al legittimo pastore della greggia di Cristo; eCarlo VII redi Francia, vigorosamente entrato nell'affare della pace della Chiesa, ridusse a buon termine le cose; tanto che nell'anno seguente vedremo composte le differenze tutte. Nel presente, a dì 4 di agosto,[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Italic.]Antonio degli Ordelaffisignore di Forlì compiè il corso di sua vita, e gli succederono nella signoriaCeccoePinosuoi figliuoli. Era afflitta in questi tempi la loro città dalla peste, che portò al sepolcro circa sei mila persone. In altre città d'Italia lo stesso malore si provò con grande mortalità di persone. Ci richiama di nuovo il conteFrancesco Sforza, colle cui imprese voglio terminar l'anno presente. Non volea egli mai perdere tempo, e sapea secondare il buon volto della fortuna. Dacchè dunque fu accordato co' Veneziani, ed ebbe fatta una spedizione a Firenze, a Venezia e aLionello Estenseper aver soccorso di danari, s'inviò verso Piacenza, con far calare per Po nello stesso tempo i galeoni di Pavia. Avvegnachè i Piacentini fossero ben ricordevoli dell'infinito danno recalo loro nel precedente anno, pure non mancò fra loro chi consigliò di prenderlo per padrone; e a questo consiglio diede maggior peso la di lui armata di terra e del Po[Annales Placentini, tom. 20 Rer. Italic.]. Gli spedirono dunque di concorde volere ambasciatori; ed egli, nel dì 23 d'ottobre, v'entrò, con far grandi carezze a quel popolo, esentarlo per quattro anni da ogni tributo egravezza, e concedere a chiunque era bandito il ritorno alla patria, fra' quali fuAlberto Scottoconte di Vigoleno. Passò dipoi la Sforza a Novara, e, nel dì 20 di dicembre, quella città gli presentò le chiavi[Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.]. Nè terminò il presente anno che anche Alessandria se gli diede con tutte le sue castella. L'acquisto di Piacenza, dove ilconte Luigi del Vermepossedeva molte castella e beni, servì a maggiormente assodarlo colle sue truppe nel servigio del conte. E in vigore poi della convenzione stabilita daGuglielmo di Monferrato, lo Sforza, benchè contro cuore, gli diede il possesso d'Alessandria, a titolo nondimeno di feudo. Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]riferisce lo strumento fatto da quel popolo con esso Guglielmo. Vennero ancora al servigio dello Sforza da Milano tre fratelli da San Severino con circa ottocento cavalli. Per isvernar le sue milizie, il conte Francesco le ripartì nel territorio della città di Milano, dove egli s'era impadronito di Binasco, Biagrasso, Busto, Legnano, Cantù e di altre terre. Mancò di vita nel dicembre di quest'anno[Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.]Giano da Campofregosodoge di Genova, in cui luogo fu sostituito Lodovico suo fratello.
Abbondò più che mai di strepitosi avvenimenti l'anno presente per la guerra de' Veneziani contra dello Stato di Milano. Avea quella potente repubblica sommamente accresciuta di gente la sua armata di terra, e specialmente colla giunta diLodovico da Gonzagamarchese di Mantova, che in loro aiuto condusse mille e secento cavalli[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. II, tom. 21 Rer. Ital.]. Teneva inoltre a Casalmaggiore una formidabil flotta sul Po, da cui veniva stretta e continuamente infestata la città di Cremona. Riuscì ai lor maneggi di staccare da' MilanesiBartolomeo Coleonedi Bergamo. Se ne fuggì egli nel dì 15 di giugno con circa mille e cinquecento cavalli, e andò a rinforzare l'esercito veneto. Dall'altra parte il conteFrancesco Sforzaprovava non pochi affanni, perchè dovea dipendere dal provvedimento e dalle risoluzioni del governo repubblicano de' Milanesi, che erano fra loro discordi. Sotto mano ancora i due figliuoli di Niccolò PiccininoFrancescoeJacopo, sì per l'odio antico, come per l'invidia presente, attraversavano tutti i suoi disegni,consigliando specialmente il governo di Milano di accordarsi co' Veneziani e di far pace. Infatti più e più ambasciatori furono spediti da Milano a tentar di questo i Veneziani. Ma in Venezia il medesimo chiedere pace facea crescere la altura e le pretensioni di quel senato. Tuttavia si sarebbono indotti i Milanesi ad ingoiar delle pillole amare, purchè seguisse accordo; tanta paura e diffidenza cacciavano loro addosso i malevoli del conte Francesco, con far credere ch'egli facesse la guerra col danaro di Milano, per sottomettere poi Milano a sè stesso. In somma si sarebbe probabilmente conchiusa pace (benchè Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.]creda che tutte queste fossero finzioni), se un dì gli abitanti di porta Comasina in Milano non avessero fatta una sollevazione contra chi la proponeva: laonde fu ripigliata la risoluzione di continuare la guerra. Uscito in campagna sul principio di maggio il conte Francesco, tolse ai nemici Monzanega, Vallate e Triviglio; e soprattutto fu considerabile l'acquisto da lui fatto di Cassano, perchè luogo di molta importanza pel passaggio dell'Adda. Vennero alle sue mani anche Melzo e Pandino; e quantunque Cremona si trovasse in molte angustie e pericoli per le continue molestie dell'armata navale de' Veneziani; pure, premendo più a' Milanesi Lodi che Cremona, gli convenne passare coll'esercito sotto quella città. Nulla quivi avendo fatto, andò a Casalmaggiore, dove s'era ritirata e fortificata la suddetta flotta veneta comandata daAndrea Querinoe daNiccolò Trivisano. Nè perchè venisse a postarsi in quelle vicinanzeMichele Attendologeneral veneto dell'armata di terra, lasciò egli di assalir la loro flotta. Fece a questo fine discendere per Po l'armata de' galeoni pavesi, e dopo aver la notte fatto piantare dieci cannoni sulla riva del Po, nel dì 16 di luglio cominciò a far giocare leartiglierie, che faceano grande strage dei Veneziani. Non poteano andar innanzi, nè retrocedere i galeoni veneti, ed, essendo durata quella tempesta tutto il dì, nella notte il Querino, dopo aver fatto trasportare in Casalmaggiore le armi e le robe delle navi, con sette galeoni e una galea se ne fuggì, avendo prima fatto attaccare il fuoco al resto delle navi: il che fu una perdita e danno immenso per li Veneziani. Arrivato a Venezia, fu messo a riposar ne' camerotti, e condannato a tre anni di prigionia.
Andò poscia, nel dì 29 di luglio, il conteFrancescoall'assedio di Caravaggio, e furono a vista le due armate nemiche; anzi vennero a caldissime mischie nei dì 15 e 30 d'agosto, che costarono molto sangue all'una e all'altra parte. Stava forte a cuore a' Veneziani la conservazione di Caravaggio, oltre al parer loro di perdere la riputazione, se lo lasciavano cadere sotto gli occhi della loro armata, che tra fanti, cavalli e cernide ascendeva a circa ventiquattro mila persone. Benchè fossero diversi i pareri de' capitani, pure, appigliatisi a quello del conteTiberto Brandolino, comandarono al lor generale di venir ad un fatto di armi. All'alba dunque del dì 15 di settembre ordinate le schiere, improvvisamente diedero principio alla zuffa in tempo che il conte Francesco ascoltava messa, oppure pranzava. Passata per una palude molta cavalleria veneta, cioè per dove non aspettava il conte alcuna molestia, arrivò sino al di lui padiglione, e quasi mise in rotta la di lui gente. Ma si cangiò, dopo gran combattimento, il viso della fortuna. Due mila cavalli spediti dal conte per un bosco, nè scoperti, arrivarono addosso alla retroguardia del campo veneto, e la sbaragliarono: il che servì a mettere in fuga il restante delle loro brigate[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 13, tom. 21 Rer. Ital.]. Fu spaventosa quella sconfitta, e delle più memorabilidi questo secolo. Di circa dodici mila cavalli veneti, secondo l'attestato di Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], appena ne scamparono mille e cinquecento; gli altri furono presi. Molto meno è scritto da altri. Vi rimasero prigionieriRoberto da Montalbottocondottiere di mille e ducento cavalli; ilconte Guido Rangoneda Modena capitano di settecento cavalli;Gentile da Lionessocapitano di mille e settecento cavalli, e i due provveditori venetiAlmorò DonatoeGherardo Dandolo, dopo la perdita di Piacenza rimesso in libertà, con una gran torma d'altri uffiziali, oltre all'acquisto del ricchissimo bagaglio, per cui arricchì ogni menomo fantaccino. Questa insigne vittoria portò lo spavento a tutto il territorio di Brescia e di Bergamo, di modo che il conte Francesco, dopo aver preso Caravaggio, ed essere passato nel dì 20 di settembre oltre al fiume Oglio, vide portarsi le chiavi di quasi tutte le castella di que' due contadi. Perchè ne' patti da lui stabiliti colla comunità di Milano v'era che fosse sua Brescia, se per avventura l'avesse presa, a quella volta marciò egli, ben sapendo quanto essa fosse mal provveduta di guarnigione, di viveri e di fortificazioni. Ma ecco attaccar seco lite gli ambasciatori di Milano, che volevano vincere Lodi, e non Brescia. Non potè egli impedire che i due fratelli Piccinini con quattro mila cavalli, secondando le istanze de' Milanesi, e partendosi da lui, passassero all'assedio di Lodi. Questa discordia co' Milanesi, i quali sospettavano, e non a torto, che il conte pensasse a farsi signor di Milano; e l'aver egli scoperto ch'essi erano tornati a trattar di pace co' Veneziani; coll'aggiugnersi ancora che gli stessi Veneziani con incredibil prontezza e spese rimettevano in ordine la loro armata, ed aveano rinforzati i luoghi forti, ed aspettavano da' Fiorentini due milacavalli condotti daSigismondosignor di Rimini, e mille fanti comandati daGregorio da Anghiari: tutto ciò mise a partito il cervello del conte, uomo di somma avvedutezza e di rari ripieghi. Mandò segretamente a proporre accordo a' Veneziani, e fu non solo ascoltato, perchè ad essi parea di star male non poco, dacchè aveano perduto tante terre e castella del Bresciano e Bergamasco; ma si concertò anche nel dì 18 di ottobre (seppur non fu nel dì 19) concordia e lega fra loro. Doveva il conte restituir tutti i prigioni e le terre prese nel Bresciano e Bergamasco. Crema si doveva cedere ad essi. Tutto il rimanente dello Stato di Milano avea da essere dello Sforza, con obbligarsi i Veneziani d'aiutarlo con gente e danaro a tale acquisto. La pubblicazione di questo accordo fece rimaner estatico ognuno. Ma quando il conte si credea di cominciar a goderne i primi frutti colla consegna di Lodi che gli si dovea dare da' Veneziani, trovò che nel dì innanzi, cioè nel dì 17 di ottobre, quella città s'era renduta aFrancesco Piccininoper ordine della reggenza di Milano. Se i Veneziani giocassero netto in tal congiuntura non si sa. Eseguì bensì prontamente il conte tutto quanto egli avea promesso, col restituire ogni terra e prigione. Fuggì da lui in questi tempiCarlo da Gonzagacon circa mille e ducento cavalli, e cinquecento fanti; ma nel dì primo di novembre[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]tirò il conte al suo servigioGuglielmofratello diGiovanni marchesedi Monferrato, che si obbligò di servirlo con sette cento lancie da cavalli tre per lancia, in tutto cavalli due mila e cento, e con cinque cento fanti per otto mesi. Nella capitolazione seguita fra loro Francesco Sforza, secondo l'uso di coloro che promettono molto per eseguire poscia poco e nulla, non vi fu condizione che non accordasse a Guglielmo: cioè di dargli la città d'Alessandria, e in oltrequelle di Torino e d'Ivrea con una gran copia d'altre terre specificate, se pur venissero alle mani d'esso conte.Lodovico ducadi Savoia anch'egli in questi tempi facea guerra allo Stato di Milano, ed avea occupato varie castella.
Quanto alla Toscana, infestata in quest'anno dall'armi delre Alfonso[Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Ammirat., Ist. di Firenze, lib. 22.], i Fiorentini si studiarono di rinforzarsi col prendere quanta gente poterono al loro soldo. Fra gli altri a sè tiraronoSigismondo Malatestasignor di Rimini, uomo abbondante di valore, ma più di vizii. Costui s'era acconciato col re Alfonso, menando seco secento lancie da tre cavalli per lancia, e quattrocento fanti. N'avea anche ricavato trenta mila scudi. Ma, fattegli più vantaggiose offerte dai Fiorentini, lasciando burlato il re, si ridusse al loro servigio, e per opera loro si pacificò colconte Federigod'Urbino nemico suo. Fu preso anche al loro soldoTaddeo de' Manfredida Faenza con mille e ducento fanti. Morì appunto in quest'anno, a dì 18 oppure 22 di giugno[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.],GuidantonioossiaGuidazzosuo padre ai bagni di Petriolo sul Sanese, con lasciare essoTaddeoedAstorreossiaAstorgiofigliuoli suoi successori nel dominio. Faenza pervenne ad Astorgio; Imola a Taddeo. Ora il reAlfonsoandò a mettere l'assedio alla riguardevole terra di Piombino, posseduta allora daRinaldo Orsinoper le ragioni diCaterina da Appianosua moglie. Era egli raccomandato da' Fiorentini, e questi non mancarono di spedirgli per mare qualche rinforzo di gente, e di munizioni da bocca e da guerra. Consumò il re tutta la state intorno a Piombino[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], con incredibil valore difeso da Rinaldo, che specialmente sostenne un furioso assalto dato nel settembre a quella terra: finchè la cattiva aria di quel paese fece tal guerracolle malattie alla gente d'esso re, che fu forzato a levare il campo, e a ritornarsene a casa; minacciando nondimeno i Fiorentini di vendicarsi di loro all'anno nuovo. Attese in quest'anno il ponteficeNiccolò Va rimetter la pace nella Chiesa di Dio[Labbe, Concil., tom. 13.], e ad estinguere lo scisma d'Amedeoossia diFelice V antipapa. La Germania, lasciata andare la neutralità, rendè ubbidienza al legittimo pastore della greggia di Cristo; eCarlo VII redi Francia, vigorosamente entrato nell'affare della pace della Chiesa, ridusse a buon termine le cose; tanto che nell'anno seguente vedremo composte le differenze tutte. Nel presente, a dì 4 di agosto,[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Italic.]Antonio degli Ordelaffisignore di Forlì compiè il corso di sua vita, e gli succederono nella signoriaCeccoePinosuoi figliuoli. Era afflitta in questi tempi la loro città dalla peste, che portò al sepolcro circa sei mila persone. In altre città d'Italia lo stesso malore si provò con grande mortalità di persone. Ci richiama di nuovo il conteFrancesco Sforza, colle cui imprese voglio terminar l'anno presente. Non volea egli mai perdere tempo, e sapea secondare il buon volto della fortuna. Dacchè dunque fu accordato co' Veneziani, ed ebbe fatta una spedizione a Firenze, a Venezia e aLionello Estenseper aver soccorso di danari, s'inviò verso Piacenza, con far calare per Po nello stesso tempo i galeoni di Pavia. Avvegnachè i Piacentini fossero ben ricordevoli dell'infinito danno recalo loro nel precedente anno, pure non mancò fra loro chi consigliò di prenderlo per padrone; e a questo consiglio diede maggior peso la di lui armata di terra e del Po[Annales Placentini, tom. 20 Rer. Italic.]. Gli spedirono dunque di concorde volere ambasciatori; ed egli, nel dì 23 d'ottobre, v'entrò, con far grandi carezze a quel popolo, esentarlo per quattro anni da ogni tributo egravezza, e concedere a chiunque era bandito il ritorno alla patria, fra' quali fuAlberto Scottoconte di Vigoleno. Passò dipoi la Sforza a Novara, e, nel dì 20 di dicembre, quella città gli presentò le chiavi[Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.]. Nè terminò il presente anno che anche Alessandria se gli diede con tutte le sue castella. L'acquisto di Piacenza, dove ilconte Luigi del Vermepossedeva molte castella e beni, servì a maggiormente assodarlo colle sue truppe nel servigio del conte. E in vigore poi della convenzione stabilita daGuglielmo di Monferrato, lo Sforza, benchè contro cuore, gli diede il possesso d'Alessandria, a titolo nondimeno di feudo. Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]riferisce lo strumento fatto da quel popolo con esso Guglielmo. Vennero ancora al servigio dello Sforza da Milano tre fratelli da San Severino con circa ottocento cavalli. Per isvernar le sue milizie, il conte Francesco le ripartì nel territorio della città di Milano, dove egli s'era impadronito di Binasco, Biagrasso, Busto, Legnano, Cantù e di altre terre. Mancò di vita nel dicembre di quest'anno[Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.]Giano da Campofregosodoge di Genova, in cui luogo fu sostituito Lodovico suo fratello.