MCCCCXVAnno diCristomccccxv. Indiz.VIII.Sede di San Pietro vacante 1.Sigismondore de' Romani 6.Chiunque miravaGiovanni XXIIIpapa nel maestosissimo concilio di Costanza, come romano pontefice, riverito daSigismondo re, ossequiato da tanti cardinali, vescovi, prelati e nobili, e assiso sul trono alla testa di quella grande assemblea[Theodor. de Niem, in Johan. XXIII. Raynaldus, Annal. Eccles.], l'avrebbe chiamato il più felice e glorioso uomo del mondo. Ma non credea già così sè stesso papa Giovanni, perchè tormentato da un continuo batticuore di dover scendere da quella beata cattedra, in cui era seduto finora. In effetto da che si videro ostinati gli altri due papi in anteporre la loro ambizione al desiderato ben della Chiesa, quei padri cominciarono in disparte a scappar fuori con proposizioni di astrignerli colla forza alla cessione. Non vi mancarono Italiani che diedero ad essi padri in segreto nota di tutte le crudeltà, simonie ed altre iniquità dello stesso Giovanni. Ma non mancavano a lui spioni, perchè in abbondanza ne avea condotto seco;e questi gli andavano rivelando tutti i segreti de' cardinali e de' vescovi. Lasciossi egli indurre a promettere la cessione del pontificato, purchè anche Angelo Corrario e Pietro di Luna, cioè gli altri due pretendenti al papato, facessero la stessa rinunzia. Ne fu fatta gran festa nel concilio. Ma perchè una tal condizionata promessa sarebbe rimasta senza effetto, stante la già conosciuta durezza degli altri due; cotante istanze furono fatte a papa Giovanni, che giunse insino ad obbligarsi alla cessione, quando altra maniera non vi fosse di unire la Chiesa. Oh, allora sì, che ottenuto questo importante punto, s'empierono di giubilo i padri del concilio. Ma, fatto ciò, se ne pentì ben presto Giovanni; ed avendo segretamente trattato conFederigo ducadi Austria, nella notte del dì 29 di marzo prese così ben le sue misure, che se ne fuggì vestito da villano, e si ridusse a Sciafusa negli Svizzeri, dove ritrattò le promesse fatte. Gran rumore fu per questo nel concilio. Tralascio io i lor decreti, le loro istanze per farlo tornare, e le cabale di Giovanni per sottrarsi al fulmine che gli soprastava, bastandomi di dire, avere il re Sigismondo, unito con altri principi, usate le preghiere, le minaccie, e in fin le armi, per indurre il suddetto duca Federigo a prendere e consegnare il suddetto papa Giovanni, che si era ritirato a Brisacco. Tanto egli fece[Gobelinus, in Cosmodr.], che il duca, da rigorosi editti costretto, e già spogliato di moltissime sue terre e città, si ridusse a consegnarlo nel mese di maggio, e il fece condurre nelle vicinanze di Costanza, dove fu ritenuto sotto buona guardia[Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII.]. Gli furono intimati i capi delle accuse, e nel dì 29 di maggio si procedette contra di lui alla sentenza della deposizion dal papato, e alla prigionia, per far ivi penitenza. Portato a lui questo decreto, vi si acquetò, e promise di non appellarsene mai. Nella stessa maniera fu pubblicatala sentenza di deposizione contra diGregorio XIIeBenedetto XIII, siccome papi anch'essi dubbiosi e perturbatori della Chiesa. A questo avviso essopapa Gregorio, che avea buon fondo di virtù, nè finora si era mai indotto a rimediare al bene della Chiesa, perchè troppo assediato e ritenuto dalle contrarie insinuazioni de' suoi parenti, allorchè ebbe intesa la caduta di Baldassare Cossa, appellato finora papaGiovanni XXIII, conoscendo oramai disperato il caso anche per sè, e ricevuto buon lume da Dio, spedì a CostanzaCarlo de' Malatesticon plenipotenza e con autentica cessione del papato. Arrivato colà il Malatesta nel dì 4 di luglio, con giubilo universale dei padri del concilio lesse e pubblicò la solenne rinunzia fatta da esso Angelo Corrario, al quale per questo lodevole spontaneo atto fu lasciata la porpora cardinalizia, e conceduto, sua vita natural durante, il governo della marca d'Ancona. Ed egli dacchè ebbe intesa la cessione sua accettata nel concilio, trovandosi in Rimini, fatto un solenne concistoro, generosamente la confermò, e depose la sacra tiara e tutti gli ornamenti pontificali, ripigliando il titolo di cardinale vescovo di Porto.Vi restava da vincere Pietro di Luna, chiamatoBenedetto XIII. Ritirato costui a Perpignano, quivi se ne stava esercitando la sua autorità sopra coloro che seguitavano a tenerlo per papa, come gli Aragonesi e Castigliani. Tanto egli, quantoFerdinando redi Aragona e di Sicilia, pregarono con loro lettere il reSigismondodi voler portarsi a Nizza, dove anch'essi si troverebbono, per tener ivi un congresso e trattar della maniera di pacificar la Chiesa. Sigismondo, principe piissimo, e principal promotore di questa grand'opera, assunse il carico di passare colà, non badando al suo grado, nè a spese, a disastri e pericoli, purchè ne venisse del bene alla Chiesa di Dio. Menando seco alquanti prelati e teologi, come ambasciatori del concilio, passòper la Francia, e giacchè era svanita la proposizione dell'abboccamento in Nizza, andò sino a Narbona, dove il venne a trovare il re Ferdinando, benchè infermo. Non si potè trar fuori di Perpignano il malizioso Pietro di Luna; e però furono a trovarlo colà i due re nel dì 18 di settembre[Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII. Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ma Pietro (tanto può la forza dell'ambizione e della vanità) mostrava bensì di voler cedere il papato, ma sfoderava nello stesso tempo esorbitanti condizioni e proposizioni tendenti a guadagnar tempo, che davano abbastanza a conoscere non si accordar le di lui parole col cuore. Le preghiere e le minaccie a nulla servirono. Scappò anche segretamente da Perpignano, e si ritirò a Colliure; ma fu quivi assediato; e perciocchè i suoi cardinali l'abbandonarono, trovò la maniera di fuggirsene e di ritirarsi a Paniscola, cioè ad un fortissimo suo castello sul mare, non molto lungi da Tortosa, dove si rinserrò, risoluto di morire senza dimettere le insegne del preteso suo pontificato. Allora fu che i re Sigismondo e Ferdinando, irritati dall'ambiziosa ostinazione di questo mal uomo, l'abbandonarono, sottraendogli ogni ubbidienza[Labbe, Concilior., tom. 12.], e nel dì 15 di dicembre stabilirono nella città di Narbona alcuni articoli, affinchè unitamente coi prelati della Spagna si procedesse poi contra di Pietro di Luna. Nel suo passaggio per la Francia Sigismondo s'interpose per mettere pace fra i re di Francia ed Inghilterra, ch'erano alle mani fra loro, e solamente ritornò nell'anno seguente al concilio di Costanza.Di novità e peripezie non poche abbondò in quest'anno il regno di Napoli[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Avea laregina Giovanna Seconda, appena salita sul trono, alzato al grado di conte camerlengoPandolfo Alopo, uomo di vil prosapia, e talmente da lei favorito,che corsero sospetti d'amicizia poco onesta fra loro. Costui con ismoderata autorità girava a suo talento gli affari della corte e del regno. Fece anche imprigionareSforza Attendolo, il più valente condottier d'armi, che la regina avesse allora al suo servigio; e solamente dopo quattro mesi per le istanze di varii baroni il rimise in libertà con patto ch'egli sposasse la di lui sorella Caterina Alopa. Data esecuzione a questo trattato, Sforza fu poi creato gran contestabile del regno. Non mancavano torbidi in quel regno, e baroni ribelli e città sollevate. Persuase dunque il consiglio alla regina di eleggere un marito, col cui braccio potesse più sicuramente tener le redini del governo; ed ella fra molti scelseJacopo conte della Marcadel real sangue di Francia, che accettò ben volentieri l'esibizion di quelle nozze. Sul fine di luglio arrivato questo principe nel regno di Napoli, la regina gli mandò incontro gran copia di baroni, e fra gli altri il suddetto Sforza gran contestabile, con ordine di non gli dare altro titolo che quello di principe di Taranto e duca di Calabria: che così s'era convenuto negli articoli del contratto matrimoniale, già eseguito per via di un mandato colle cerimonie della Chiesa, come io vo credendo. Ma Jacopo, a' cui fianchi si misero tosto dei baroni desiderosi d'abbattereSforzaePandolfello, il consigliarono di levarsi d'attorno questi due potenti ostacoli, perchè in tal guisa si sarebbe aperta la strada ad essere re. In fatti nella città di Benevento fu preso Sforza, e cacciato in una dura prigione; nè andò esente da questa disavventuraFrancescosuo figliuolo con altri parenti del medesimo Sforza. Arrivato Jacopo a Napoli nel dì 10 d'agosto, consumato che ebbe il matrimonio, usurpò il titolo di re, oppure, come vogliono alcuni, ciò eseguì con consenso della medesima regina. Fece poi nel dì 8 di settembre mettere le mani addosso a Pandolfello; e l'infelice processato e condannato lasciò la testa sul palco nel dì primod'ottobre. Passando poi più oltre, cominciò a tenere ristretta e come prigioniera la regina, con attribuire a sè stesso tutta l'autorità, e senza lasciarne a lei un menomo uso, e neppur permettendole che fosse visitata da alcuno dei nobili.Paolo Orsinouscì in questi tempi di prigione per grazia del re Jacopo, da cui fu mandato a Roma, per imbrogliar quella città, mentre castello Sant'Angelo stava tuttavia alla divozione di Napoli, e colle bombarde facea guerra e danno al popolo romano[Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.]. Arrivò egli colà nel dì 28 di novembre, e cominciò ad inquietare il cardinale di Sant'Eustachio, legato, e fece prigioneFrancesco degli Orsinicon altre novità.EbbeFilippo Maria ducadi Milano molte faccende in quest'anno[Corio, Istoria di Milano.], cioè guerra conPandolfo Malatestasignore di Brescia, nel qual tempo la fazion dei Ghibellini di Alessandria, che, essendo fuoruscita, avea impetrata poco prima la grazia di ripatriare, si mosse a rumore, e diede quella città in mano aTeodoro marchesedi Monferrato. Per buona fortuna del duca, in quel medesimo giornoFrancesco Carmagnuolasuo generale avea stabilita col Malatesta, per interposizion de' Veneziani, una tregua di due anni: laonde le armi sue ebbero la comodità d'accorrere ad essa città d'Alessandria, e di entrare per una porta nella fortezza, che tuttavia si mantenea, e di ricuperar la città. Per questo fatto il Carmagnuola fu dal duca Filippo creato conte di Castelnuovo[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Non andò così per Piacenza.Filippo degli Arcelli, nobile di quella città, nel dì 25 di ottobre usurpò il dominio con trucidar la guarnigione del Visconte. Pretende il Rivalta[Ripalta, Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], storico piacentino, ch'egli le desse il sacco, e commettesse grandi crudeltà contra dei cittadini, e massimamente contra diAlberto Scottoconte di Vigoleno. Fece eglilega dipoi colmarchese Niccolòdi Ferrara, e coi signori diBrescia,CremonaeLodi, in maniera che cominciò a dar da fare al duca di Milano. Per attestato del Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], in quest'annoMalatestasignor di Cesena fece viva guerra aLodovico de' Miglioratisignore di Fermo, e lo spogliò di molte castella. Di peggio sarebbe intervenuto a Lodovico, se non fosse giunto avviso a Malatesta cheBraccio da Montone, capitano insigne di questi tempi, metteva a ferro e fuoco il contado di Cesena[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.]. Perciò, fatta tregua fra loro, corse alla difesa della propria casa. Guerra eziandio mosse in quest'anno il medesimo Malatesta aRidolfo Varanosignore di Camerino; ma non gli andò fatta, come s'era egli figurato. Genova, per la sollevazione cominciata nell'anno addietro, era tuttavia in armi[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], continuando le battaglie fra i cittadini, il bruciamento o smantellamento delle case. Per quanto si studiasse il clero con divote processioni, gridando misericordia e pace, di frenar sì pazzo bollor delle fazioni, stettero gl'inferociti animi saldi nelle risse fino al dì 6 di marzo, in cui, essendo stati eletti nove arbitri, proferirono l'accordo, consistente in permettere cheGiorgio Adornosino al dì 27 di quel mese ritenesse la sua dignità, e poi la dimettesse, con goder da lì innanzi di molte esenzioni e sicurezze. Furono deposte le armi, cessò tutto il rumore; e dappoichè l'Adorno lasciò vacante la sedia, nel dì seguente, giorno 28 d'esso mese, fu eletto dogeBarnaba da Goano. Coll'elezione di cotesto prudente personaggio parea che s'avesse a godere quiete in Genova; ma troppo erano in quei tempi facili a scomporsi gli animi di quella focosa gente. Nel dì 29 di giugno gli Adorni e Campofregosi presero le armi contro del duca novello per deporlo.Perciò si fu di nuovo alle mani fra gli emuli e i loro aderenti; nè potendo resistere il Goano alla potenza degli avversarii, rinunziò la bacchetta del comando. In luogo suo nel dì 4 di luglio di comune consenso del popolo restò eletto dogeTommaso da Campofregoso: con che si restituì la pace alla scompigliata città.
Chiunque miravaGiovanni XXIIIpapa nel maestosissimo concilio di Costanza, come romano pontefice, riverito daSigismondo re, ossequiato da tanti cardinali, vescovi, prelati e nobili, e assiso sul trono alla testa di quella grande assemblea[Theodor. de Niem, in Johan. XXIII. Raynaldus, Annal. Eccles.], l'avrebbe chiamato il più felice e glorioso uomo del mondo. Ma non credea già così sè stesso papa Giovanni, perchè tormentato da un continuo batticuore di dover scendere da quella beata cattedra, in cui era seduto finora. In effetto da che si videro ostinati gli altri due papi in anteporre la loro ambizione al desiderato ben della Chiesa, quei padri cominciarono in disparte a scappar fuori con proposizioni di astrignerli colla forza alla cessione. Non vi mancarono Italiani che diedero ad essi padri in segreto nota di tutte le crudeltà, simonie ed altre iniquità dello stesso Giovanni. Ma non mancavano a lui spioni, perchè in abbondanza ne avea condotto seco;e questi gli andavano rivelando tutti i segreti de' cardinali e de' vescovi. Lasciossi egli indurre a promettere la cessione del pontificato, purchè anche Angelo Corrario e Pietro di Luna, cioè gli altri due pretendenti al papato, facessero la stessa rinunzia. Ne fu fatta gran festa nel concilio. Ma perchè una tal condizionata promessa sarebbe rimasta senza effetto, stante la già conosciuta durezza degli altri due; cotante istanze furono fatte a papa Giovanni, che giunse insino ad obbligarsi alla cessione, quando altra maniera non vi fosse di unire la Chiesa. Oh, allora sì, che ottenuto questo importante punto, s'empierono di giubilo i padri del concilio. Ma, fatto ciò, se ne pentì ben presto Giovanni; ed avendo segretamente trattato conFederigo ducadi Austria, nella notte del dì 29 di marzo prese così ben le sue misure, che se ne fuggì vestito da villano, e si ridusse a Sciafusa negli Svizzeri, dove ritrattò le promesse fatte. Gran rumore fu per questo nel concilio. Tralascio io i lor decreti, le loro istanze per farlo tornare, e le cabale di Giovanni per sottrarsi al fulmine che gli soprastava, bastandomi di dire, avere il re Sigismondo, unito con altri principi, usate le preghiere, le minaccie, e in fin le armi, per indurre il suddetto duca Federigo a prendere e consegnare il suddetto papa Giovanni, che si era ritirato a Brisacco. Tanto egli fece[Gobelinus, in Cosmodr.], che il duca, da rigorosi editti costretto, e già spogliato di moltissime sue terre e città, si ridusse a consegnarlo nel mese di maggio, e il fece condurre nelle vicinanze di Costanza, dove fu ritenuto sotto buona guardia[Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII.]. Gli furono intimati i capi delle accuse, e nel dì 29 di maggio si procedette contra di lui alla sentenza della deposizion dal papato, e alla prigionia, per far ivi penitenza. Portato a lui questo decreto, vi si acquetò, e promise di non appellarsene mai. Nella stessa maniera fu pubblicatala sentenza di deposizione contra diGregorio XIIeBenedetto XIII, siccome papi anch'essi dubbiosi e perturbatori della Chiesa. A questo avviso essopapa Gregorio, che avea buon fondo di virtù, nè finora si era mai indotto a rimediare al bene della Chiesa, perchè troppo assediato e ritenuto dalle contrarie insinuazioni de' suoi parenti, allorchè ebbe intesa la caduta di Baldassare Cossa, appellato finora papaGiovanni XXIII, conoscendo oramai disperato il caso anche per sè, e ricevuto buon lume da Dio, spedì a CostanzaCarlo de' Malatesticon plenipotenza e con autentica cessione del papato. Arrivato colà il Malatesta nel dì 4 di luglio, con giubilo universale dei padri del concilio lesse e pubblicò la solenne rinunzia fatta da esso Angelo Corrario, al quale per questo lodevole spontaneo atto fu lasciata la porpora cardinalizia, e conceduto, sua vita natural durante, il governo della marca d'Ancona. Ed egli dacchè ebbe intesa la cessione sua accettata nel concilio, trovandosi in Rimini, fatto un solenne concistoro, generosamente la confermò, e depose la sacra tiara e tutti gli ornamenti pontificali, ripigliando il titolo di cardinale vescovo di Porto.
Vi restava da vincere Pietro di Luna, chiamatoBenedetto XIII. Ritirato costui a Perpignano, quivi se ne stava esercitando la sua autorità sopra coloro che seguitavano a tenerlo per papa, come gli Aragonesi e Castigliani. Tanto egli, quantoFerdinando redi Aragona e di Sicilia, pregarono con loro lettere il reSigismondodi voler portarsi a Nizza, dove anch'essi si troverebbono, per tener ivi un congresso e trattar della maniera di pacificar la Chiesa. Sigismondo, principe piissimo, e principal promotore di questa grand'opera, assunse il carico di passare colà, non badando al suo grado, nè a spese, a disastri e pericoli, purchè ne venisse del bene alla Chiesa di Dio. Menando seco alquanti prelati e teologi, come ambasciatori del concilio, passòper la Francia, e giacchè era svanita la proposizione dell'abboccamento in Nizza, andò sino a Narbona, dove il venne a trovare il re Ferdinando, benchè infermo. Non si potè trar fuori di Perpignano il malizioso Pietro di Luna; e però furono a trovarlo colà i due re nel dì 18 di settembre[Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII. Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ma Pietro (tanto può la forza dell'ambizione e della vanità) mostrava bensì di voler cedere il papato, ma sfoderava nello stesso tempo esorbitanti condizioni e proposizioni tendenti a guadagnar tempo, che davano abbastanza a conoscere non si accordar le di lui parole col cuore. Le preghiere e le minaccie a nulla servirono. Scappò anche segretamente da Perpignano, e si ritirò a Colliure; ma fu quivi assediato; e perciocchè i suoi cardinali l'abbandonarono, trovò la maniera di fuggirsene e di ritirarsi a Paniscola, cioè ad un fortissimo suo castello sul mare, non molto lungi da Tortosa, dove si rinserrò, risoluto di morire senza dimettere le insegne del preteso suo pontificato. Allora fu che i re Sigismondo e Ferdinando, irritati dall'ambiziosa ostinazione di questo mal uomo, l'abbandonarono, sottraendogli ogni ubbidienza[Labbe, Concilior., tom. 12.], e nel dì 15 di dicembre stabilirono nella città di Narbona alcuni articoli, affinchè unitamente coi prelati della Spagna si procedesse poi contra di Pietro di Luna. Nel suo passaggio per la Francia Sigismondo s'interpose per mettere pace fra i re di Francia ed Inghilterra, ch'erano alle mani fra loro, e solamente ritornò nell'anno seguente al concilio di Costanza.
Di novità e peripezie non poche abbondò in quest'anno il regno di Napoli[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Avea laregina Giovanna Seconda, appena salita sul trono, alzato al grado di conte camerlengoPandolfo Alopo, uomo di vil prosapia, e talmente da lei favorito,che corsero sospetti d'amicizia poco onesta fra loro. Costui con ismoderata autorità girava a suo talento gli affari della corte e del regno. Fece anche imprigionareSforza Attendolo, il più valente condottier d'armi, che la regina avesse allora al suo servigio; e solamente dopo quattro mesi per le istanze di varii baroni il rimise in libertà con patto ch'egli sposasse la di lui sorella Caterina Alopa. Data esecuzione a questo trattato, Sforza fu poi creato gran contestabile del regno. Non mancavano torbidi in quel regno, e baroni ribelli e città sollevate. Persuase dunque il consiglio alla regina di eleggere un marito, col cui braccio potesse più sicuramente tener le redini del governo; ed ella fra molti scelseJacopo conte della Marcadel real sangue di Francia, che accettò ben volentieri l'esibizion di quelle nozze. Sul fine di luglio arrivato questo principe nel regno di Napoli, la regina gli mandò incontro gran copia di baroni, e fra gli altri il suddetto Sforza gran contestabile, con ordine di non gli dare altro titolo che quello di principe di Taranto e duca di Calabria: che così s'era convenuto negli articoli del contratto matrimoniale, già eseguito per via di un mandato colle cerimonie della Chiesa, come io vo credendo. Ma Jacopo, a' cui fianchi si misero tosto dei baroni desiderosi d'abbattereSforzaePandolfello, il consigliarono di levarsi d'attorno questi due potenti ostacoli, perchè in tal guisa si sarebbe aperta la strada ad essere re. In fatti nella città di Benevento fu preso Sforza, e cacciato in una dura prigione; nè andò esente da questa disavventuraFrancescosuo figliuolo con altri parenti del medesimo Sforza. Arrivato Jacopo a Napoli nel dì 10 d'agosto, consumato che ebbe il matrimonio, usurpò il titolo di re, oppure, come vogliono alcuni, ciò eseguì con consenso della medesima regina. Fece poi nel dì 8 di settembre mettere le mani addosso a Pandolfello; e l'infelice processato e condannato lasciò la testa sul palco nel dì primod'ottobre. Passando poi più oltre, cominciò a tenere ristretta e come prigioniera la regina, con attribuire a sè stesso tutta l'autorità, e senza lasciarne a lei un menomo uso, e neppur permettendole che fosse visitata da alcuno dei nobili.Paolo Orsinouscì in questi tempi di prigione per grazia del re Jacopo, da cui fu mandato a Roma, per imbrogliar quella città, mentre castello Sant'Angelo stava tuttavia alla divozione di Napoli, e colle bombarde facea guerra e danno al popolo romano[Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.]. Arrivò egli colà nel dì 28 di novembre, e cominciò ad inquietare il cardinale di Sant'Eustachio, legato, e fece prigioneFrancesco degli Orsinicon altre novità.
EbbeFilippo Maria ducadi Milano molte faccende in quest'anno[Corio, Istoria di Milano.], cioè guerra conPandolfo Malatestasignore di Brescia, nel qual tempo la fazion dei Ghibellini di Alessandria, che, essendo fuoruscita, avea impetrata poco prima la grazia di ripatriare, si mosse a rumore, e diede quella città in mano aTeodoro marchesedi Monferrato. Per buona fortuna del duca, in quel medesimo giornoFrancesco Carmagnuolasuo generale avea stabilita col Malatesta, per interposizion de' Veneziani, una tregua di due anni: laonde le armi sue ebbero la comodità d'accorrere ad essa città d'Alessandria, e di entrare per una porta nella fortezza, che tuttavia si mantenea, e di ricuperar la città. Per questo fatto il Carmagnuola fu dal duca Filippo creato conte di Castelnuovo[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Non andò così per Piacenza.Filippo degli Arcelli, nobile di quella città, nel dì 25 di ottobre usurpò il dominio con trucidar la guarnigione del Visconte. Pretende il Rivalta[Ripalta, Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], storico piacentino, ch'egli le desse il sacco, e commettesse grandi crudeltà contra dei cittadini, e massimamente contra diAlberto Scottoconte di Vigoleno. Fece eglilega dipoi colmarchese Niccolòdi Ferrara, e coi signori diBrescia,CremonaeLodi, in maniera che cominciò a dar da fare al duca di Milano. Per attestato del Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], in quest'annoMalatestasignor di Cesena fece viva guerra aLodovico de' Miglioratisignore di Fermo, e lo spogliò di molte castella. Di peggio sarebbe intervenuto a Lodovico, se non fosse giunto avviso a Malatesta cheBraccio da Montone, capitano insigne di questi tempi, metteva a ferro e fuoco il contado di Cesena[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.]. Perciò, fatta tregua fra loro, corse alla difesa della propria casa. Guerra eziandio mosse in quest'anno il medesimo Malatesta aRidolfo Varanosignore di Camerino; ma non gli andò fatta, come s'era egli figurato. Genova, per la sollevazione cominciata nell'anno addietro, era tuttavia in armi[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], continuando le battaglie fra i cittadini, il bruciamento o smantellamento delle case. Per quanto si studiasse il clero con divote processioni, gridando misericordia e pace, di frenar sì pazzo bollor delle fazioni, stettero gl'inferociti animi saldi nelle risse fino al dì 6 di marzo, in cui, essendo stati eletti nove arbitri, proferirono l'accordo, consistente in permettere cheGiorgio Adornosino al dì 27 di quel mese ritenesse la sua dignità, e poi la dimettesse, con goder da lì innanzi di molte esenzioni e sicurezze. Furono deposte le armi, cessò tutto il rumore; e dappoichè l'Adorno lasciò vacante la sedia, nel dì seguente, giorno 28 d'esso mese, fu eletto dogeBarnaba da Goano. Coll'elezione di cotesto prudente personaggio parea che s'avesse a godere quiete in Genova; ma troppo erano in quei tempi facili a scomporsi gli animi di quella focosa gente. Nel dì 29 di giugno gli Adorni e Campofregosi presero le armi contro del duca novello per deporlo.Perciò si fu di nuovo alle mani fra gli emuli e i loro aderenti; nè potendo resistere il Goano alla potenza degli avversarii, rinunziò la bacchetta del comando. In luogo suo nel dì 4 di luglio di comune consenso del popolo restò eletto dogeTommaso da Campofregoso: con che si restituì la pace alla scompigliata città.