MCCCCXVIAnno diCristomccccxvi. IndizioneIX.Sede di San Pietro vacante 2.Sigismondore de' Romani 7.Spesero i Padri del concilio di Costanza questo anno in varii regolamenti spettanti alla disciplina ecclesiastica, in trattati per istaccar la Castiglia dall'antipapaBenedetto, e in citare lui stesso al concilio, e in processar gli eretici ussiti, senza parlare dell'elezion d'un nuovo romano pontefice, premendo loro, se mai si potea, di riportar la cessione d'esso antipapa, per procedere poi più francamente a dare un indubitato papa alla Chiesa di Dio. Ma l'ambizioso Pietro di Luna, che sì belle sparate avea talvolta fatto d'essere pronto alla cessione, quanto più mirava abbattuti i due suoi competitori, tanto più si confermava nella risoluzione di voler morire papa. Intanto non mancavano all'Italia guerre e rivoluzioni.Braccio da Montone, capitano del già papaGiovanni XXIII, avea tenuta fin qui a freno la città di Bologna colle armi sue[Matth. de Griffonib., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.]. Ma dacchè s'intese la caduta d'esso pontefice, ripigliarono i Bolognesi l'innato desiderio della lor libertà. Nel dì 5 di gennaio dell'anno presente diedero esecuzione ai loro disegni, coll'avereAntonioeBatista de' Bentivogli, eMatteo da Canedololevato rumore, per cui tutto il popolo corse all'armi. Fu lasciato uscire il vescovo di Siena, che v'era governatore per la Chiesa; ma andò tutto il suo avere a saccomano. Udita questa nuova, Braccio, che si trovava a castello San Pietro, s'avviò tosto alla volta diBologna colle sue genti, credendosi di ingoiarla, e d'arricchir colla preda i suoi. Trovati i cittadini bene in punto, e risoluti di difendere il ricuperato libero stato, capitolò con essi, e forse anche prima era d'accordo con loro; e dopo aver da essi ricevuto in termine di tre mesi un donativo di ottantadue mila fiorini d'oro, li lasciò in pace, e andossene a portar la guerra contro la sua patria Perugia, di cui con altri nobili era fuoruscito. Allora fu che rientrò in Bologna una gran copia di nobili cacciati in esilio sotto il rigoroso pontificio governo precedente, e cessarono le gran faccende che in addietro avea il carnefice in quella città. Nel dì 6 d'aprile ebbero il castello della porta di Galiera per dieci mila fiorini, dati a messer Bisetto da Napoli parente del fu papa Giovanni XXIII, e non perderono tempo a smantellarlo. Furono loro restituite anche le castella che teneva Braccio. Gran festa ed allegria si fece per più dì in Bologna per questa mutazione di stato.Marciò intanto il valoroso Braccio alla volta di Perugia sua patria con quattromila cavalli e molta fanteria, per rientrar colla forza in quella città. Molte battaglie, molti assalti succederono, avendo i Perugini della fazion contraria fatto ogni sforzo per la loro difesa. Gian-Antonio Campano vescovo di Teramo diffusamente, ma non senza adulazione, lasciò scritte tutte le imprese di questo celebre capitano[Campanus, in Vita Brachii, tom. 19 Rer. Italic.], col difetto ancora comune a molti altri storici di quel secolo, cioè di non accennar gli anni: cosa di molta importanza per la storia. Si trovavano alle strette i Perugini; e conoscendo di non poter oramai più resistere a sì feroce nemico, misero le loro speranze inCarlo Malatestasignor di Rimini, accreditato condottier d'armi di questi tempi. L'offerta di molto danaro, e molto più l'avergli fatto credere che il prenderebbono per loro signore, cagion fu cheegli s'impegnò a sostenerli contro del loro concittadino. Raunata dunque la maggior copia di cavalli e fanti che potè, si mosse a quella volta, avendo secoAngelo dalla Pergolacon altri capitani, ed aspettando ancora chePaolo Orsinocon altra gente venisse ad unirsi con lui. Era giunto su quel d'Assisi, e in vicinanza del Tevere, quando Braccio, sotto di cui militavaTartaglia, rinomato condottier d'armi, premendogli non poco che il Malatesta non arrivasse a darsi mano coi Perugini, gli andò incontro a bandiere spiegate, e nel dì 7 di luglio (il Bonincontro scrive[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]nel dì 15) gli presentò la battaglia. Durò questa sette ore con bravura memorabile d'entrambe le parti; ma perchè, secondo alcuni, era inferiore, non già di coraggio, ma di gente l'armata di Carlo Malatesta, ad essa toccò di soccombere. Rimase prigione lo stesso Carlo, con Galeazzo suo nipote e molti altri nobili[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]. Il Campano scrive che circa tre mila cavalieri prigionieri vennero alle mani di Braccio. Dio sa se neppure tanti ne avea condotti in campo il Malatesta, al quale fu imposta la taglia di cento mila fiorini d'oro, e trenta mila a suo nipote. Dopo molti mesi, a nulla avendo servito le raccomandazioni dei Veneziani, si riscattò Carlo con pagarne settanta mila. Il Sanuto scrive solamente trenta mila[Sanuto, Istor. Venet., tom. eod.]. Ma egli trovò la maniera di far danaro, con apporre a Martino da Faenza, uomo ricchissimo e che militava per lui, un reato di tradimento, per cui lo spogliò non solo del contante, ma anche della vita.Pandolfo Malatestasignor di Brescia suo fratello, giacchè era seguita tregua fra lui e il duca di Milano, con quattro mila cavalli e molti pedoni si portò a Rimini; ma a nulla giovò il suo arrivo colà, se non ad impedire che Braccio non occupasse più castella ai Malatesti di quel che fece.Imperciocchè Braccio dopo questa vittoria maggiormente s'ingagliardì; e i Perugini, presi da somma costernazione, altro ripiego non ebbero che quello di spedire a lui ambasciatori per offerirgli la signoria della città, e pregarlo di usar la clemenza verso de' concittadini suoi. Nel dì 19 di luglio fece egli armato la sua solenne entrata in quella città, trattò amorevolmente i nuovi sudditi, e cominciò un plausibil governo in quel popolo. Avea testa da far tutto. E perciocchè seppe che Paolo Orsino colle sue truppe era giunto a Colle Fiorito, mandò innanzi Tartaglia con un corpo d'armati, e con un altro gli tenne dietro[Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]. L'Orsino nel dì 5 d'agosto attorniato, quando men sel pensava, dai nemici, lasciò la vita sotto le spade diLodovico Colonna, di Tartaglia e di altri, che gli voleano gran male. Pure ne avrebbono fatta aspra vendetta i suoi soldati, che corsero alle armi, ed aveano già ridotto Tartaglia in male stato, se non fosse sopravvenuto il rinforzo di Braccio, per cui rimasero disfatti e quasi tutti presi. S'impadronì poscia Braccio di Rieti, di Narni e di alcune castella dei Malatesti: tutte imprese che consolarono non poco i Perugini, per avere acquistato, benchè loro malgrado, un signore che accresceva lo splendore e dominio della loro città. Venne a morte nel dì 20 di settembreMalatestasignor di Cesena, e fratello diCarloe diPandolfo. E circa lo stesso tempo, se abbiamo da credere agli Annali di Forlì[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], terminò i suoi giorniGian-Galeazzo de' Manfredisignor di Faenza, a cui nella signoria succedetteGuidazzosuo figliuolo. Ma, secondo altra Cronica, egli mancò di vita solamente nell'anno seguente. Benchè il Corio[Corio, Istoria di Milano.], siccome accennai, metta nell'anno precedente la tregua maneggiata dagli oratori veneti fra il duca di Milano e i collegati, cioèPandolfoeCarlo Malatesti, ilmarchese di Ferrarae i signori ossia tiranni diLodi,Cremona,PiacenzaeComo; pure il Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]la riferisce all'anno presente. L'anno poi fu questo cheFilippo Maria ducasuddetto, avendo con belle parole fatto venire a MilanoGiovanni da Vignatesignor di Lodi, ordinò, nel dì 19 d'agosto, che fosse preso e messo in una gabbia di ferro nella città di Pavia, dove nel dì 28 d'esso mese fu ritrovato morto, e si fece spargere voce che, percotendo il capo nei ferri, si era ucciso, senza averne obbligazione al boia. Intanto, spedito l'esercito a Lodi, tornò quella città all'ubbidienza del duca. La morte di costui mise a partito il cervello diLottieri Ruscaoccupator di Como, in maniera che mandò a trattare di rendere al duca quest'altra città, purchè gli lasciasse Lugano con titolo di contea, e ne ricevesse quindici mila fiorini d'oro in dono. Così fu fatto, e Como ubbidì da lì innanzi al duca. Aggiugne il Sanuto che nel novembre di questo medesimo anno esso duca spedì le sue genti all'assedio di Trezzo: per le quali novità i Veneziani, mediatori della tregua fatta, pretesero ch'egli l'avesse rotta, e fosse incorso nella pena di trenta mila fiorini d'oro; e per questo gli spedirono ambasciatori. Ma il duca non lasciò di continuar la sua impresa. Nè sussiste, come scrive il Sanuto, che egli occupasse Bergamo in quest'anno. Ciò succedette nel 1419.Pagò in quest'annoJacopo dalla Marcare di Napoli la pena dell'ingratitudine sua verso laregina Giovannasua moglie[Giornal. Napolit., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. eod.]. L'avea ella posto sul trono, ed egli la trattava come una fantesca, con averla privata non solo di ogni autorità, ma anche della libertà, tenendola ristretta nel palazzo. Ne fecero rispettose doglianze i Napoletani, ma senza frutto.Giulio Cesare di Capua, uno deiprimi baroni, si esibì alla regina di uccidere il re[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]. Credendo ella d'acquistarsi la grazia del marito, gli rivelò il fatto, per cui l'infelice barone fu decapitato. Dovea quest'atto di amore ispirare al re sentimenti di più umanità verso della consorte; pure non si mutò registro con lei. Parve ai Napoletani che fosse oramai tempo d'insegnar le leggi dell'onore e le creanze a questo ambizioso ed ingrato principe. Avendo dunque la regina ottenuto per grazia speciale di potere, nel dì 13 di settembre, uscire per andare a pranzo ad un giardino di un Fiorentino, allorchè si fu condotta colà, fu levato rumore, e il popolo in armi cominciò a gridare:Viva la regina Giovanna.Ottino Caracciolo, che era il maggior favorito d'essa regina, con altri baroni, la menò al castello di Capuana. Il re Jacopo si trovava allora senza le sue genti d'armi, perchè le aveva inviate in Abbruzzo contro ai ribelli; e però se ne fuggì nel castello dell'Uovo. Fece la regina assediar questo castello, e parimente Castello nuovo. Si interposero persone per accordo, e questo seguì con restare obbligato il re a deporre il titolo di re, contentandosi di quello di principe di Taranto e di vicario del regno; e ch'egli mandasse fuori d'esso regno tutti i Franzesi, soldati o cortigiani, a riserva di quaranta; e che liberasseSforzadalla prigione. Si eseguì il trattato. Sforza, messo in libertà, ripigliò il grado di gran contestabile; eSer-Gianni Caracciolodipoi ottenne quello di gran siniscalco. Universal credenza fu che a Sforza salvasse la vita un atto coraggioso di Margherita sua sorella, maritata con Michele da Cotignola. Trovavasi essa a Tricarico col marito, e con varii altri parenti di Sforza, che tutti militavano con gran riputazione nel corpo delle di lui truppe, e cominciarono a far guerra al regno, dacchè ebbero intesa la prigionia di Sforza amato loro capo.Mandò il re Jacopo alcuni nobili a trattar con essi d'accordo, minacciando di far morire Sforza, se non rendeano Tricarico. Margherita comandò che s'imprigionassero gli ambasciatori: il che cagionò che i lor parenti facessero istanza al re di non incrudelir contro di Sforza, per non vedere condannati alla pena del taglione i loro congiunti. Furono ancora liberati dalle carceri alcuni altri parenti di Sforza, ma non già per alloraFrancescodi lui figliuolo, che Jacopo volle ritener come ostaggio della fede del padre. Era stato questo valoroso giovane paggio in corte diNiccolò marchesedi Ferrara, ed allorchè Sforza suo padre passò al servigio delre Ladislao, fu chiamato colà, dove attese a fare il noviziato della milizia, ed avea già conseguite in dono alcune castella. Non si fermò qui la fortuna di Sforza; perchè la regina, affine di maggiormente unirlo ai di lei interessi, gli donò Troia con assai altre terre, e a Francesco suo figliuolo, in vece di Tricarico, concedette Ariano ed altri luoghi. Nel dì primo di aprile dell'anno presente mancò di vitaFerdinandore d'Aragona, Sardegna e Sicilia[Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII. Surita, Marian., et alii.], ed ebbe per successoreAlfonsosuo figliuolo, le cui imprese occuperanno da qui innanzi molti anni di questa storia. Mostrò egli non minore zelo del padre per rendere la pace ed unione alla Chiesa di Dio. Nel dì 26 di febbraio di quest'anno[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], passandoSigismondo rede' Romani per Sciamberì, eresse in ducato la contea di Savoia; laondeAmedeo, signor di quelle contrade e di parte del Piemonte, cominciò ad usare il titolo di duca, che s'è poi continuato nei successori suoi colla giunta ai dì nostri del regale.
Spesero i Padri del concilio di Costanza questo anno in varii regolamenti spettanti alla disciplina ecclesiastica, in trattati per istaccar la Castiglia dall'antipapaBenedetto, e in citare lui stesso al concilio, e in processar gli eretici ussiti, senza parlare dell'elezion d'un nuovo romano pontefice, premendo loro, se mai si potea, di riportar la cessione d'esso antipapa, per procedere poi più francamente a dare un indubitato papa alla Chiesa di Dio. Ma l'ambizioso Pietro di Luna, che sì belle sparate avea talvolta fatto d'essere pronto alla cessione, quanto più mirava abbattuti i due suoi competitori, tanto più si confermava nella risoluzione di voler morire papa. Intanto non mancavano all'Italia guerre e rivoluzioni.Braccio da Montone, capitano del già papaGiovanni XXIII, avea tenuta fin qui a freno la città di Bologna colle armi sue[Matth. de Griffonib., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.]. Ma dacchè s'intese la caduta d'esso pontefice, ripigliarono i Bolognesi l'innato desiderio della lor libertà. Nel dì 5 di gennaio dell'anno presente diedero esecuzione ai loro disegni, coll'avereAntonioeBatista de' Bentivogli, eMatteo da Canedololevato rumore, per cui tutto il popolo corse all'armi. Fu lasciato uscire il vescovo di Siena, che v'era governatore per la Chiesa; ma andò tutto il suo avere a saccomano. Udita questa nuova, Braccio, che si trovava a castello San Pietro, s'avviò tosto alla volta diBologna colle sue genti, credendosi di ingoiarla, e d'arricchir colla preda i suoi. Trovati i cittadini bene in punto, e risoluti di difendere il ricuperato libero stato, capitolò con essi, e forse anche prima era d'accordo con loro; e dopo aver da essi ricevuto in termine di tre mesi un donativo di ottantadue mila fiorini d'oro, li lasciò in pace, e andossene a portar la guerra contro la sua patria Perugia, di cui con altri nobili era fuoruscito. Allora fu che rientrò in Bologna una gran copia di nobili cacciati in esilio sotto il rigoroso pontificio governo precedente, e cessarono le gran faccende che in addietro avea il carnefice in quella città. Nel dì 6 d'aprile ebbero il castello della porta di Galiera per dieci mila fiorini, dati a messer Bisetto da Napoli parente del fu papa Giovanni XXIII, e non perderono tempo a smantellarlo. Furono loro restituite anche le castella che teneva Braccio. Gran festa ed allegria si fece per più dì in Bologna per questa mutazione di stato.
Marciò intanto il valoroso Braccio alla volta di Perugia sua patria con quattromila cavalli e molta fanteria, per rientrar colla forza in quella città. Molte battaglie, molti assalti succederono, avendo i Perugini della fazion contraria fatto ogni sforzo per la loro difesa. Gian-Antonio Campano vescovo di Teramo diffusamente, ma non senza adulazione, lasciò scritte tutte le imprese di questo celebre capitano[Campanus, in Vita Brachii, tom. 19 Rer. Italic.], col difetto ancora comune a molti altri storici di quel secolo, cioè di non accennar gli anni: cosa di molta importanza per la storia. Si trovavano alle strette i Perugini; e conoscendo di non poter oramai più resistere a sì feroce nemico, misero le loro speranze inCarlo Malatestasignor di Rimini, accreditato condottier d'armi di questi tempi. L'offerta di molto danaro, e molto più l'avergli fatto credere che il prenderebbono per loro signore, cagion fu cheegli s'impegnò a sostenerli contro del loro concittadino. Raunata dunque la maggior copia di cavalli e fanti che potè, si mosse a quella volta, avendo secoAngelo dalla Pergolacon altri capitani, ed aspettando ancora chePaolo Orsinocon altra gente venisse ad unirsi con lui. Era giunto su quel d'Assisi, e in vicinanza del Tevere, quando Braccio, sotto di cui militavaTartaglia, rinomato condottier d'armi, premendogli non poco che il Malatesta non arrivasse a darsi mano coi Perugini, gli andò incontro a bandiere spiegate, e nel dì 7 di luglio (il Bonincontro scrive[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]nel dì 15) gli presentò la battaglia. Durò questa sette ore con bravura memorabile d'entrambe le parti; ma perchè, secondo alcuni, era inferiore, non già di coraggio, ma di gente l'armata di Carlo Malatesta, ad essa toccò di soccombere. Rimase prigione lo stesso Carlo, con Galeazzo suo nipote e molti altri nobili[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]. Il Campano scrive che circa tre mila cavalieri prigionieri vennero alle mani di Braccio. Dio sa se neppure tanti ne avea condotti in campo il Malatesta, al quale fu imposta la taglia di cento mila fiorini d'oro, e trenta mila a suo nipote. Dopo molti mesi, a nulla avendo servito le raccomandazioni dei Veneziani, si riscattò Carlo con pagarne settanta mila. Il Sanuto scrive solamente trenta mila[Sanuto, Istor. Venet., tom. eod.]. Ma egli trovò la maniera di far danaro, con apporre a Martino da Faenza, uomo ricchissimo e che militava per lui, un reato di tradimento, per cui lo spogliò non solo del contante, ma anche della vita.Pandolfo Malatestasignor di Brescia suo fratello, giacchè era seguita tregua fra lui e il duca di Milano, con quattro mila cavalli e molti pedoni si portò a Rimini; ma a nulla giovò il suo arrivo colà, se non ad impedire che Braccio non occupasse più castella ai Malatesti di quel che fece.
Imperciocchè Braccio dopo questa vittoria maggiormente s'ingagliardì; e i Perugini, presi da somma costernazione, altro ripiego non ebbero che quello di spedire a lui ambasciatori per offerirgli la signoria della città, e pregarlo di usar la clemenza verso de' concittadini suoi. Nel dì 19 di luglio fece egli armato la sua solenne entrata in quella città, trattò amorevolmente i nuovi sudditi, e cominciò un plausibil governo in quel popolo. Avea testa da far tutto. E perciocchè seppe che Paolo Orsino colle sue truppe era giunto a Colle Fiorito, mandò innanzi Tartaglia con un corpo d'armati, e con un altro gli tenne dietro[Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]. L'Orsino nel dì 5 d'agosto attorniato, quando men sel pensava, dai nemici, lasciò la vita sotto le spade diLodovico Colonna, di Tartaglia e di altri, che gli voleano gran male. Pure ne avrebbono fatta aspra vendetta i suoi soldati, che corsero alle armi, ed aveano già ridotto Tartaglia in male stato, se non fosse sopravvenuto il rinforzo di Braccio, per cui rimasero disfatti e quasi tutti presi. S'impadronì poscia Braccio di Rieti, di Narni e di alcune castella dei Malatesti: tutte imprese che consolarono non poco i Perugini, per avere acquistato, benchè loro malgrado, un signore che accresceva lo splendore e dominio della loro città. Venne a morte nel dì 20 di settembreMalatestasignor di Cesena, e fratello diCarloe diPandolfo. E circa lo stesso tempo, se abbiamo da credere agli Annali di Forlì[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], terminò i suoi giorniGian-Galeazzo de' Manfredisignor di Faenza, a cui nella signoria succedetteGuidazzosuo figliuolo. Ma, secondo altra Cronica, egli mancò di vita solamente nell'anno seguente. Benchè il Corio[Corio, Istoria di Milano.], siccome accennai, metta nell'anno precedente la tregua maneggiata dagli oratori veneti fra il duca di Milano e i collegati, cioèPandolfoeCarlo Malatesti, ilmarchese di Ferrarae i signori ossia tiranni diLodi,Cremona,PiacenzaeComo; pure il Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]la riferisce all'anno presente. L'anno poi fu questo cheFilippo Maria ducasuddetto, avendo con belle parole fatto venire a MilanoGiovanni da Vignatesignor di Lodi, ordinò, nel dì 19 d'agosto, che fosse preso e messo in una gabbia di ferro nella città di Pavia, dove nel dì 28 d'esso mese fu ritrovato morto, e si fece spargere voce che, percotendo il capo nei ferri, si era ucciso, senza averne obbligazione al boia. Intanto, spedito l'esercito a Lodi, tornò quella città all'ubbidienza del duca. La morte di costui mise a partito il cervello diLottieri Ruscaoccupator di Como, in maniera che mandò a trattare di rendere al duca quest'altra città, purchè gli lasciasse Lugano con titolo di contea, e ne ricevesse quindici mila fiorini d'oro in dono. Così fu fatto, e Como ubbidì da lì innanzi al duca. Aggiugne il Sanuto che nel novembre di questo medesimo anno esso duca spedì le sue genti all'assedio di Trezzo: per le quali novità i Veneziani, mediatori della tregua fatta, pretesero ch'egli l'avesse rotta, e fosse incorso nella pena di trenta mila fiorini d'oro; e per questo gli spedirono ambasciatori. Ma il duca non lasciò di continuar la sua impresa. Nè sussiste, come scrive il Sanuto, che egli occupasse Bergamo in quest'anno. Ciò succedette nel 1419.
Pagò in quest'annoJacopo dalla Marcare di Napoli la pena dell'ingratitudine sua verso laregina Giovannasua moglie[Giornal. Napolit., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. eod.]. L'avea ella posto sul trono, ed egli la trattava come una fantesca, con averla privata non solo di ogni autorità, ma anche della libertà, tenendola ristretta nel palazzo. Ne fecero rispettose doglianze i Napoletani, ma senza frutto.Giulio Cesare di Capua, uno deiprimi baroni, si esibì alla regina di uccidere il re[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]. Credendo ella d'acquistarsi la grazia del marito, gli rivelò il fatto, per cui l'infelice barone fu decapitato. Dovea quest'atto di amore ispirare al re sentimenti di più umanità verso della consorte; pure non si mutò registro con lei. Parve ai Napoletani che fosse oramai tempo d'insegnar le leggi dell'onore e le creanze a questo ambizioso ed ingrato principe. Avendo dunque la regina ottenuto per grazia speciale di potere, nel dì 13 di settembre, uscire per andare a pranzo ad un giardino di un Fiorentino, allorchè si fu condotta colà, fu levato rumore, e il popolo in armi cominciò a gridare:Viva la regina Giovanna.Ottino Caracciolo, che era il maggior favorito d'essa regina, con altri baroni, la menò al castello di Capuana. Il re Jacopo si trovava allora senza le sue genti d'armi, perchè le aveva inviate in Abbruzzo contro ai ribelli; e però se ne fuggì nel castello dell'Uovo. Fece la regina assediar questo castello, e parimente Castello nuovo. Si interposero persone per accordo, e questo seguì con restare obbligato il re a deporre il titolo di re, contentandosi di quello di principe di Taranto e di vicario del regno; e ch'egli mandasse fuori d'esso regno tutti i Franzesi, soldati o cortigiani, a riserva di quaranta; e che liberasseSforzadalla prigione. Si eseguì il trattato. Sforza, messo in libertà, ripigliò il grado di gran contestabile; eSer-Gianni Caracciolodipoi ottenne quello di gran siniscalco. Universal credenza fu che a Sforza salvasse la vita un atto coraggioso di Margherita sua sorella, maritata con Michele da Cotignola. Trovavasi essa a Tricarico col marito, e con varii altri parenti di Sforza, che tutti militavano con gran riputazione nel corpo delle di lui truppe, e cominciarono a far guerra al regno, dacchè ebbero intesa la prigionia di Sforza amato loro capo.Mandò il re Jacopo alcuni nobili a trattar con essi d'accordo, minacciando di far morire Sforza, se non rendeano Tricarico. Margherita comandò che s'imprigionassero gli ambasciatori: il che cagionò che i lor parenti facessero istanza al re di non incrudelir contro di Sforza, per non vedere condannati alla pena del taglione i loro congiunti. Furono ancora liberati dalle carceri alcuni altri parenti di Sforza, ma non già per alloraFrancescodi lui figliuolo, che Jacopo volle ritener come ostaggio della fede del padre. Era stato questo valoroso giovane paggio in corte diNiccolò marchesedi Ferrara, ed allorchè Sforza suo padre passò al servigio delre Ladislao, fu chiamato colà, dove attese a fare il noviziato della milizia, ed avea già conseguite in dono alcune castella. Non si fermò qui la fortuna di Sforza; perchè la regina, affine di maggiormente unirlo ai di lei interessi, gli donò Troia con assai altre terre, e a Francesco suo figliuolo, in vece di Tricarico, concedette Ariano ed altri luoghi. Nel dì primo di aprile dell'anno presente mancò di vitaFerdinandore d'Aragona, Sardegna e Sicilia[Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII. Surita, Marian., et alii.], ed ebbe per successoreAlfonsosuo figliuolo, le cui imprese occuperanno da qui innanzi molti anni di questa storia. Mostrò egli non minore zelo del padre per rendere la pace ed unione alla Chiesa di Dio. Nel dì 26 di febbraio di quest'anno[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], passandoSigismondo rede' Romani per Sciamberì, eresse in ducato la contea di Savoia; laondeAmedeo, signor di quelle contrade e di parte del Piemonte, cominciò ad usare il titolo di duca, che s'è poi continuato nei successori suoi colla giunta ai dì nostri del regale.