MCCCCXVIIAnno diCristomccccxvii. IndizioneX.Martino Vpapa 1.Sigismondore de' Romani 8.Dopo avere il concilio di Costanza compiuti tutti gli atti del processo contro di Pietro di Luna, che appellatoBenedetto XIIIs'era ostinato in voler sostenere il suo preteso pontificato, benchè l'Aragona, Castiglia ed altri popoli della Spagna si fossero sottratti dalla di lui ubbidienza[Labbe, Concil., tom. 12.]: finalmente nel dì 26 di luglio que' padri fulminarono contra di lui la sentenza, dichiarandolo spergiuro, decaduto da ogni dignità ed uffizio, scismatico ed eretico. Trattossi dipoi dell'elezione di un legittimo ed indubitato pontefice, e l'affare fu condotto sino al dì 11 di novembre, festa di san Martino vescovo, in cui concorsero i voti de' cardinali nella persona di Ottone cardinal diacono di San Giorgio al velo d'Oro, di nazione Romano, e di una delle più illustri famiglie d'Italia, cioè di casa Colonna. A cagion della festa che correa, egli prese il nome diMartino V, con portare al pontificato delle eccellenti doti d'animo e d'ingegno, e nel dì 21 d'esso mese fu coronato. Portata questa nuova in Italia, e per tutte le altre parti della cristianità d'Occidente, riempiè ognuno di consolazione ed allegrezza, per vedere dopo tanti anni estinto lo scandaloso e lagrimevole scisma, onde era stata sì malamente lacerata la Chiesa di Dio. Mancò eziandio in quest'anno nel dì 18 ossia 19 d'ottobre in Recanati il cardinale Angelo Corrario[Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.], da noi veduto in addietro papaGregorio XII, a cui nel dì 26 di novembre furono celebrate nel concilio di Costanza solenni esequie. Era in questi tempi governata la città di Roma a nome della Chiesa daJacopo Isolani cardinaledi Sant'Eustachio legato, assistito anche daPietro degli StefanacciRomano cardinale di Sant'Angelo. Quantunque castello Sant'Angelo tuttaviafosse all'ubbidienza diGiovanna reginadi Napoli, non apparisce che facesse guerra alla città, anzi, secondo alcuni, ne era divenuto padrone il suddetto cardinale legato. Ma eccoti nel dì 3 di giugno venirBraccio da Montonecon tutte le sue genti d'armi a turbar la pace dei Romani. L'ambizione di questo prode capitano dopo l'acquisto di Perugia e di altre piccole città, e dopo la vittoria riportata contraCarlo de' Malatesti, non conosceva più limite, e però gli venne in pensiero di conquistare la stessa Roma[Campanus, Vit. Brachii, lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.]. E non mancava qualche Romano traditor della patria d'animarlo all'impresa e di promettergli assistenza. Restò bensì sbigottito il popolo romano alla comparsa di questo inaspettato nemico; pure unito col cardinale legato si preparò alla difesa. Andarono gli stessi porporati a trovar Braccio per sapere la di lui intenzione; ed egli francamente rispose loro di voler entrare in Roma, solamente per conservarla al pontefice che si dovea creare. Stavasene egli accampato a Sant'Agnese, e conoscendo che i Romani non erano d'umore d'aprirgli le porte, cominciò a fare scorrere per li contorni le sue genti, che ben tosto condussero centinaia di prigioni. Tale ostilità, e il timore di non poter fare l'imminente raccolta de' grani, indusse i Romani a capitolare e a ricever Braccio come lor signore in città. Con detestazione de' buoni si scoprì che lo stesso cardinale di Sant'Angelo tenea mano ai disegni di Braccio, il quale nel dì 16 di giugno entrò in Roma trionfalmente, e preso solamente il nome di difensore della città, vi creò un nuovo senatore, essendosi ritirato il cardinale legato in castello Sant'Angelo. Diede poi principio nel dì 16 di luglio all'assedio d'esso castello, e venne a rinforzare la sua armata con grosso corpo di cavalleria e fanteriaTartaglia.Allorchè si fu accertato il cardinale legato delle ambiziose idee di Bracciocontra di Roma, avea già spedito a Napoli, pregando laregina Giovannadi soccorso di gente[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]. Non andò a voto la richiesta, perchè la regina, bramosa di acquistarsi merito col papa futuro, assunse volentieri la difesa di Roma. Scelto fu per tale impresa il gran contestabileSforza. Nè migliore si potea scegliere, perocchè egli sospirava le occasioni di vendicarsi di Braccio, il quale dianzi, per tirare al soldo suo Tartaglia da Lavello, l'avea aiutato ad occupar molte castella che appartenevano al medesimo Sforza nel Patrimonio. Trovandosi uniti, siccome dicemmo, Braccio e Tartaglia, contra d'amendue con grande ardore procedeva Sforza, seco conducendo ilconte da Carrara,Gian-Antonio Orsinoconte di Tagliacozzo, ed altri baroni romani. Giunto nel dì 10 d'agosto sino alle mura di Roma, mandò il guanto sanguinoso a Braccio in segno di sfida della battaglia[Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]. Ma Braccio, che non si volea azzardare con un sì potente nemico, massimamente perchè non si vedea sicure le spalle dai Romani stessi, elesse il partito di battere la ritirata; e però nel dì 26 del suddetto mese uscì di Roma, e si inviò alla volta di Perugia. Nel giorno seguente Sforza co' suoi entrò nel palazzo del Vaticano colle bandiere della Chiesa e della regina; creò, di consenso del cardinale legato, nuovi uffiziali in Roma, e nel dì 3 di settembre fece condur prigione in castello il cardinale di Sant'Angelo, colpevole d'intelligenza con Braccio. Questi non vide più la luce, nè altro si seppe di lui.Niccolò Piccininoda Perugia, che, militando nell'armata di Braccio, avea già incominciato ad acquistarsi nome di valente capitano, e divenne poi sì celebre col tempo, era rimasto a Palestrina e a Zagaruolo con quattrocento cavalli. Le scorrerie e i saccheggi, ch'egli andava facendo sino alle porte di Roma, incitarono Sforza a liberar la città anche da questo nemico. Fu sconfitto il Piccinino e fatto prigione con altri de' suoi, e solamentedopo quattro mesi rilasciato col cambio d'altri prigionieri di Braccio e di Tartaglia. Erasi fermato a Toscanella lo stesso Tartaglia con un grosso corpo d'armati. Moriva di voglia Sforza di fare a questo suo nemico un brutto giuoco: all'improvviso si portò colà con isquadre scelte d'armati, mandò innanzi assai saccomani per tirarlo fuori della terra, nè andò fallito il suo pensiero. Tartaglia uscì co' suoi, e si mise ad inseguire i fuggitivi, quando ecco si vide venire incontro le schiere di Sforza. Caldo fu il combattimento, in cuiFrancescofigliuolo di Sforza, giovane allora di dodici anni, diede il primo saggio del suo valore, come se fosse stato veterano nel mestiere dell'armi. La peggio toccò a Tartaglia, che corse pericolo di essere preso, ed ebbe la fortuna di salvarsi nella terra. Svernò poscia l'invitto Sforza in Roma, e, lasciato un buon presidio sotto il comando di Foschino suo parente, nella primavera se ne tornò a Napoli. Intanto Braccio, ritornato a Perugia[Campanus, Vita Brachii, lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.], attese a conquistare o a rendere tributarie varie terre della Chiesa, cioè Todi, Orvieto, Terni, Jesi, Spello, oltre a Narni e Rieti, dianzi occupate: il che sempre più gli conciliò l'affetto e la stima de' Perugini, che miravano crescere per opera di lui ogni dì più la lor potenza e riputazione. Obbligò ancoraLodovico Miglioratisignor di Fermo[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], a redimersi dalle di lui vessazioni con una somma d'oro.Per quanto abbiamo dal Corio[Corio, Istoria di Milano.]avendo ilconte Carmagnola, generale diFilippo Maria ducadi Milano, continuato anche pel verno l'assedio del forte castello di Trezzo sull'Adda, occupato dai Coleoni di Bergamo, finalmente nel dì 11 di gennaio se ne rendè padrone. Se crediamo al Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom 22 Rer. Ital.], quattordici mila fiorini quelli furono che finalmente espugnaronoquella fortezza. Rivolse dipoi le armi sue il vittorioso Carmagnola, secondochè scrivono il Rivalta[Ripalta, Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]e il Sanuto, contra Piacenza. Era questa occupata daFilippo Arcelli, personaggio valoroso sì nelle armi, ma insieme crudele. Andò il Carmagnola ad accamparsi alla porta di Borgo Nuovo, e gli riuscì con un aguato di far prigione Bartolomeo Arcelli fratello d'esso Filippo, nel mentre che passava a Genova per chiedere soccorso a quella repubblica. Seco si trovò Giovanni figliuolo del medesimo Filippo, giovane di mirabil espettazione. Tutti e due questi miseri furono un dì guidati davanti a quella porta coll'intimazion della morte, se la città non si rendeva. Volle piuttosto l'Arcelli vedere eseguita così barbara e da tutti detestata sentenza, che cedere il possesso di Piacenza. Pure non corse gran tempo che la città fu presa, ed egli si ridusse nel castello. Ma, convinto dell'impossibilità di sostenersi, se ne fuggì; oppur, fatto accordo per alcune migliaia di fiorini, se ne andò con Dio, lasciando interamente in potere del Carmagnola col castello quella nobil città che per le passate sciagure era divenuta un deserto. Manca la città di Piacenza di autori di questi tempi che abbiano accuratamente descritte le sue calamità: anzi discordano gli storici nell'anno, in cui questa tornò alle mani del duca. Il Rivalta di ciò parla all'anno presente; il Corio e Giovanni Stella[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]al seguente; e neppure il Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 3.], storico piacentino, sa decidere la quistione, con rapportar nondimeno il fatto a quest'anno. Tuttavia parmi che dal Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]e dal Biglia[Billius, Hist., tom. 19 Rer. Ital.]si possa ricavar tanto lume da diradar queste tenebre: cioè avere Filippo Arcelli ne' tempi addietro occupata Piacenza. Gliela ritolse il Carmagnola,ma senza poter espugnare il castello. E perchèPandolfo Malatestauscì in campagna per liberar quel castello dall'assedio, trovandosi allora il duca senza forze da potersegli opporre, ordinò che la città fosse evacuata da tutti gli abitanti, i quali piagnendo si ridussero parte a Pavia, parte a Lodi. Rimase Piacenza disabitata, ed, entrativi l'Arcelli e il Malatesta, non vi trovarono se non le mura delle case. In quest'anno poi il Carmagnola tornò ad impossessarsi di Piacenza, e mise l'assedio al castello: questo poi solamente nell'anno seguente, o per la fuga dell'Arcelli, o per patto fatto con lui, venne alle sue mani. Passò dipoi l'Arcelli al servigio de' Veneziani, per li quali fece di molte prodezze, e conquistò il Friuli, siccome andremo dicendo.Tentò ancora nell'anno presente il Carmagnola Pizzeghettone e Castiglione di Giaradadda, ma senza frutto. Si rivolse dunque a Cremona, e vi mise il campo, risoluto di sterminare il tirannoGabrino Fondolo. In questi progressi del Visconte, Pandolfo Malatesta signor di Brescia già mirava i preludii della sua caduta; e però, avendo il duca rotte le tregue, anch'egli prese l'armi per soccorrere Cremona, senza che apparisca dipoi che facesse impresa alcuna degna di menzione. Abbiamo in oltre da Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]che nel dì 20 di marzo dell'anno presente esso duca acconciò le differenze che passavano tra lui eTeodoro marchesedi Monferrato, avendo in tal congiuntura il duca ricuperata dalle mani di lui la città di Vercelli, e il marchese ottenute varie castella colla cession d'ogni ragione sopra Casale di Sant'Evasio. Tornossi in questo anno a sconcertare la quiete di Genova[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]per cagion de' Guarchi, de' Montaldi, di Teramo Adorno, e d'altri fuorusciti, che ricorsero a Filippo MariaVisconte per impetrar soccorso contro la patria, vogliosi di deporreTommaso da Campofregosodoge. Sperando il duca di pescare in questo torbido, diede volentieri orecchio al trattato, e somministrò loro un corpo di soldatesche. Ma di ciò all'anno seguente. Mancò di vita per la peste nel presente anno, e non già nel precedente, siccome dicemmo,Gian-Galeazzo de' Manfredisignor di Faenza[Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.]; e in questi tempi appunto faceva la pestilenza grande strage in Firenze e Toscana. Nè poca era la balordaggine delle genti d'allora, perchè fuggendo i benestanti dalle città infette, senza opposizione trovavano ricovero nelle città sane; maniera facile di maggiormente dilatare l'eccidio. Fecero guerra in questo anno[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]i Bolognesi alla terra di San Giovanni in Persiceto, che era raccomandata aNiccolò Estensemarchese di Ferrara. Ma questi ne diede loro la tenuta per ventisette mila fiorini d'oro, nè volle mettersi all'impegno di sostenerla. Nell'anno presente[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.]ancora ebbe principio la guerra dei Veneziani contra di Udine e del Friuli. Lodovico patriarca d'Aquileia, signore di quel paese, era in lega conSigismondo rede' Romani e di Ungheria; ma non gli venivano i soccorsi occorrenti al bisogno: il perchè vedremo andar peggiorando i di lui interessi negli anni seguenti.
Dopo avere il concilio di Costanza compiuti tutti gli atti del processo contro di Pietro di Luna, che appellatoBenedetto XIIIs'era ostinato in voler sostenere il suo preteso pontificato, benchè l'Aragona, Castiglia ed altri popoli della Spagna si fossero sottratti dalla di lui ubbidienza[Labbe, Concil., tom. 12.]: finalmente nel dì 26 di luglio que' padri fulminarono contra di lui la sentenza, dichiarandolo spergiuro, decaduto da ogni dignità ed uffizio, scismatico ed eretico. Trattossi dipoi dell'elezione di un legittimo ed indubitato pontefice, e l'affare fu condotto sino al dì 11 di novembre, festa di san Martino vescovo, in cui concorsero i voti de' cardinali nella persona di Ottone cardinal diacono di San Giorgio al velo d'Oro, di nazione Romano, e di una delle più illustri famiglie d'Italia, cioè di casa Colonna. A cagion della festa che correa, egli prese il nome diMartino V, con portare al pontificato delle eccellenti doti d'animo e d'ingegno, e nel dì 21 d'esso mese fu coronato. Portata questa nuova in Italia, e per tutte le altre parti della cristianità d'Occidente, riempiè ognuno di consolazione ed allegrezza, per vedere dopo tanti anni estinto lo scandaloso e lagrimevole scisma, onde era stata sì malamente lacerata la Chiesa di Dio. Mancò eziandio in quest'anno nel dì 18 ossia 19 d'ottobre in Recanati il cardinale Angelo Corrario[Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.], da noi veduto in addietro papaGregorio XII, a cui nel dì 26 di novembre furono celebrate nel concilio di Costanza solenni esequie. Era in questi tempi governata la città di Roma a nome della Chiesa daJacopo Isolani cardinaledi Sant'Eustachio legato, assistito anche daPietro degli StefanacciRomano cardinale di Sant'Angelo. Quantunque castello Sant'Angelo tuttaviafosse all'ubbidienza diGiovanna reginadi Napoli, non apparisce che facesse guerra alla città, anzi, secondo alcuni, ne era divenuto padrone il suddetto cardinale legato. Ma eccoti nel dì 3 di giugno venirBraccio da Montonecon tutte le sue genti d'armi a turbar la pace dei Romani. L'ambizione di questo prode capitano dopo l'acquisto di Perugia e di altre piccole città, e dopo la vittoria riportata contraCarlo de' Malatesti, non conosceva più limite, e però gli venne in pensiero di conquistare la stessa Roma[Campanus, Vit. Brachii, lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.]. E non mancava qualche Romano traditor della patria d'animarlo all'impresa e di promettergli assistenza. Restò bensì sbigottito il popolo romano alla comparsa di questo inaspettato nemico; pure unito col cardinale legato si preparò alla difesa. Andarono gli stessi porporati a trovar Braccio per sapere la di lui intenzione; ed egli francamente rispose loro di voler entrare in Roma, solamente per conservarla al pontefice che si dovea creare. Stavasene egli accampato a Sant'Agnese, e conoscendo che i Romani non erano d'umore d'aprirgli le porte, cominciò a fare scorrere per li contorni le sue genti, che ben tosto condussero centinaia di prigioni. Tale ostilità, e il timore di non poter fare l'imminente raccolta de' grani, indusse i Romani a capitolare e a ricever Braccio come lor signore in città. Con detestazione de' buoni si scoprì che lo stesso cardinale di Sant'Angelo tenea mano ai disegni di Braccio, il quale nel dì 16 di giugno entrò in Roma trionfalmente, e preso solamente il nome di difensore della città, vi creò un nuovo senatore, essendosi ritirato il cardinale legato in castello Sant'Angelo. Diede poi principio nel dì 16 di luglio all'assedio d'esso castello, e venne a rinforzare la sua armata con grosso corpo di cavalleria e fanteriaTartaglia.
Allorchè si fu accertato il cardinale legato delle ambiziose idee di Bracciocontra di Roma, avea già spedito a Napoli, pregando laregina Giovannadi soccorso di gente[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]. Non andò a voto la richiesta, perchè la regina, bramosa di acquistarsi merito col papa futuro, assunse volentieri la difesa di Roma. Scelto fu per tale impresa il gran contestabileSforza. Nè migliore si potea scegliere, perocchè egli sospirava le occasioni di vendicarsi di Braccio, il quale dianzi, per tirare al soldo suo Tartaglia da Lavello, l'avea aiutato ad occupar molte castella che appartenevano al medesimo Sforza nel Patrimonio. Trovandosi uniti, siccome dicemmo, Braccio e Tartaglia, contra d'amendue con grande ardore procedeva Sforza, seco conducendo ilconte da Carrara,Gian-Antonio Orsinoconte di Tagliacozzo, ed altri baroni romani. Giunto nel dì 10 d'agosto sino alle mura di Roma, mandò il guanto sanguinoso a Braccio in segno di sfida della battaglia[Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]. Ma Braccio, che non si volea azzardare con un sì potente nemico, massimamente perchè non si vedea sicure le spalle dai Romani stessi, elesse il partito di battere la ritirata; e però nel dì 26 del suddetto mese uscì di Roma, e si inviò alla volta di Perugia. Nel giorno seguente Sforza co' suoi entrò nel palazzo del Vaticano colle bandiere della Chiesa e della regina; creò, di consenso del cardinale legato, nuovi uffiziali in Roma, e nel dì 3 di settembre fece condur prigione in castello il cardinale di Sant'Angelo, colpevole d'intelligenza con Braccio. Questi non vide più la luce, nè altro si seppe di lui.Niccolò Piccininoda Perugia, che, militando nell'armata di Braccio, avea già incominciato ad acquistarsi nome di valente capitano, e divenne poi sì celebre col tempo, era rimasto a Palestrina e a Zagaruolo con quattrocento cavalli. Le scorrerie e i saccheggi, ch'egli andava facendo sino alle porte di Roma, incitarono Sforza a liberar la città anche da questo nemico. Fu sconfitto il Piccinino e fatto prigione con altri de' suoi, e solamentedopo quattro mesi rilasciato col cambio d'altri prigionieri di Braccio e di Tartaglia. Erasi fermato a Toscanella lo stesso Tartaglia con un grosso corpo d'armati. Moriva di voglia Sforza di fare a questo suo nemico un brutto giuoco: all'improvviso si portò colà con isquadre scelte d'armati, mandò innanzi assai saccomani per tirarlo fuori della terra, nè andò fallito il suo pensiero. Tartaglia uscì co' suoi, e si mise ad inseguire i fuggitivi, quando ecco si vide venire incontro le schiere di Sforza. Caldo fu il combattimento, in cuiFrancescofigliuolo di Sforza, giovane allora di dodici anni, diede il primo saggio del suo valore, come se fosse stato veterano nel mestiere dell'armi. La peggio toccò a Tartaglia, che corse pericolo di essere preso, ed ebbe la fortuna di salvarsi nella terra. Svernò poscia l'invitto Sforza in Roma, e, lasciato un buon presidio sotto il comando di Foschino suo parente, nella primavera se ne tornò a Napoli. Intanto Braccio, ritornato a Perugia[Campanus, Vita Brachii, lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.], attese a conquistare o a rendere tributarie varie terre della Chiesa, cioè Todi, Orvieto, Terni, Jesi, Spello, oltre a Narni e Rieti, dianzi occupate: il che sempre più gli conciliò l'affetto e la stima de' Perugini, che miravano crescere per opera di lui ogni dì più la lor potenza e riputazione. Obbligò ancoraLodovico Miglioratisignor di Fermo[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], a redimersi dalle di lui vessazioni con una somma d'oro.
Per quanto abbiamo dal Corio[Corio, Istoria di Milano.]avendo ilconte Carmagnola, generale diFilippo Maria ducadi Milano, continuato anche pel verno l'assedio del forte castello di Trezzo sull'Adda, occupato dai Coleoni di Bergamo, finalmente nel dì 11 di gennaio se ne rendè padrone. Se crediamo al Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom 22 Rer. Ital.], quattordici mila fiorini quelli furono che finalmente espugnaronoquella fortezza. Rivolse dipoi le armi sue il vittorioso Carmagnola, secondochè scrivono il Rivalta[Ripalta, Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]e il Sanuto, contra Piacenza. Era questa occupata daFilippo Arcelli, personaggio valoroso sì nelle armi, ma insieme crudele. Andò il Carmagnola ad accamparsi alla porta di Borgo Nuovo, e gli riuscì con un aguato di far prigione Bartolomeo Arcelli fratello d'esso Filippo, nel mentre che passava a Genova per chiedere soccorso a quella repubblica. Seco si trovò Giovanni figliuolo del medesimo Filippo, giovane di mirabil espettazione. Tutti e due questi miseri furono un dì guidati davanti a quella porta coll'intimazion della morte, se la città non si rendeva. Volle piuttosto l'Arcelli vedere eseguita così barbara e da tutti detestata sentenza, che cedere il possesso di Piacenza. Pure non corse gran tempo che la città fu presa, ed egli si ridusse nel castello. Ma, convinto dell'impossibilità di sostenersi, se ne fuggì; oppur, fatto accordo per alcune migliaia di fiorini, se ne andò con Dio, lasciando interamente in potere del Carmagnola col castello quella nobil città che per le passate sciagure era divenuta un deserto. Manca la città di Piacenza di autori di questi tempi che abbiano accuratamente descritte le sue calamità: anzi discordano gli storici nell'anno, in cui questa tornò alle mani del duca. Il Rivalta di ciò parla all'anno presente; il Corio e Giovanni Stella[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]al seguente; e neppure il Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 3.], storico piacentino, sa decidere la quistione, con rapportar nondimeno il fatto a quest'anno. Tuttavia parmi che dal Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]e dal Biglia[Billius, Hist., tom. 19 Rer. Ital.]si possa ricavar tanto lume da diradar queste tenebre: cioè avere Filippo Arcelli ne' tempi addietro occupata Piacenza. Gliela ritolse il Carmagnola,ma senza poter espugnare il castello. E perchèPandolfo Malatestauscì in campagna per liberar quel castello dall'assedio, trovandosi allora il duca senza forze da potersegli opporre, ordinò che la città fosse evacuata da tutti gli abitanti, i quali piagnendo si ridussero parte a Pavia, parte a Lodi. Rimase Piacenza disabitata, ed, entrativi l'Arcelli e il Malatesta, non vi trovarono se non le mura delle case. In quest'anno poi il Carmagnola tornò ad impossessarsi di Piacenza, e mise l'assedio al castello: questo poi solamente nell'anno seguente, o per la fuga dell'Arcelli, o per patto fatto con lui, venne alle sue mani. Passò dipoi l'Arcelli al servigio de' Veneziani, per li quali fece di molte prodezze, e conquistò il Friuli, siccome andremo dicendo.
Tentò ancora nell'anno presente il Carmagnola Pizzeghettone e Castiglione di Giaradadda, ma senza frutto. Si rivolse dunque a Cremona, e vi mise il campo, risoluto di sterminare il tirannoGabrino Fondolo. In questi progressi del Visconte, Pandolfo Malatesta signor di Brescia già mirava i preludii della sua caduta; e però, avendo il duca rotte le tregue, anch'egli prese l'armi per soccorrere Cremona, senza che apparisca dipoi che facesse impresa alcuna degna di menzione. Abbiamo in oltre da Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]che nel dì 20 di marzo dell'anno presente esso duca acconciò le differenze che passavano tra lui eTeodoro marchesedi Monferrato, avendo in tal congiuntura il duca ricuperata dalle mani di lui la città di Vercelli, e il marchese ottenute varie castella colla cession d'ogni ragione sopra Casale di Sant'Evasio. Tornossi in questo anno a sconcertare la quiete di Genova[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]per cagion de' Guarchi, de' Montaldi, di Teramo Adorno, e d'altri fuorusciti, che ricorsero a Filippo MariaVisconte per impetrar soccorso contro la patria, vogliosi di deporreTommaso da Campofregosodoge. Sperando il duca di pescare in questo torbido, diede volentieri orecchio al trattato, e somministrò loro un corpo di soldatesche. Ma di ciò all'anno seguente. Mancò di vita per la peste nel presente anno, e non già nel precedente, siccome dicemmo,Gian-Galeazzo de' Manfredisignor di Faenza[Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.]; e in questi tempi appunto faceva la pestilenza grande strage in Firenze e Toscana. Nè poca era la balordaggine delle genti d'allora, perchè fuggendo i benestanti dalle città infette, senza opposizione trovavano ricovero nelle città sane; maniera facile di maggiormente dilatare l'eccidio. Fecero guerra in questo anno[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]i Bolognesi alla terra di San Giovanni in Persiceto, che era raccomandata aNiccolò Estensemarchese di Ferrara. Ma questi ne diede loro la tenuta per ventisette mila fiorini d'oro, nè volle mettersi all'impegno di sostenerla. Nell'anno presente[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.]ancora ebbe principio la guerra dei Veneziani contra di Udine e del Friuli. Lodovico patriarca d'Aquileia, signore di quel paese, era in lega conSigismondo rede' Romani e di Ungheria; ma non gli venivano i soccorsi occorrenti al bisogno: il perchè vedremo andar peggiorando i di lui interessi negli anni seguenti.