MCCCCXVIIIAnno diCristomccccxviii. Indiz.XI.Martino Vpapa 2.Sigismondore de' Romani 9.Dopo averepapa Martino Vimposto fine al concilio di Costanza[Raynald., Annal. Eccles.], nel dì 16 di maggio si mise in cammino alla volta di Sciafusa per calare in Italia, accompagnato dalre Sigismondo, da varii principi e da gran folla di gente per un tratto di strada. Arrivò nel dì 11 di luglio aGinevra, dove gli ambasciatori d'Avignone gli prestarono ubbidienza. Partitosi di là solamente nel dì 3 di settembre per Susa, Torino e Pavia, passò a Milano nel dì 12 d'ottobre, dove ilduca Filippo Marial'avea invitato con gran premura. La magnifica sua entrata in quella città vien descritta dal Corio[Corio, Istoria di Milano.]. Messosi poi nel dì 17 d'esso mese in viaggio, si trasferì a Brescia, ricevuto con sommo onore daPandolfo Malatesta, e di là marciò a Mantova. Quivi si riposò il resto dell'anno, con attendere in lontananza a rimediare ai disordini dello Stato ecclesiastico, nel quale trovò vacillante la sua autorità. Bologna s'era già rimessa in libertà; Perugia con altre città ubbidiva aBraccio da Montone; in Roma tuttavia regnava la discordia, e vi teneva il piede la guarnigione dellaregina Giovanna; in mano finalmente di varii signori era la Romagna e parte della Marca. Per cagione di questo sì sconcertato sistema i vigilanti Fiorentini gli esibirono per istanza di sua sicurezza la stessa città di Firenze o Pisa; ed egli si mostrò disposto ad accettare l'offerta. Inviò ambasciatori a Bologna, richiedendo il dominio temporale di quella città[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Altri ne inviarono a lui i Bolognesi, pregandolo di non s'impicciare nel civile loro governo, e tanto seppero fare, che egli si contentò di lasciarli come erano, con obbligo di pagare annualmente alla camera apostolica il censo di otto mila fiorini d'oro. Non volle per allora sentirsi parlare di Braccio, che pregava di ottenere in vicariato le città da lui possedute. Fu questo l'anno ultimo della vita diTeodoro II marchesedi Monferrato, principe rinomato. È riferita dal Corio la sua morte all'anno precedente; ma Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]la rapporta al presente; e, siccome più informato degli avvenimenti della sua patria, merita quimaggior fede. Restò signore di quegli StatiGian-Jacoposuo figliuolo. Diede molto da dire in quest'anno agl'Italiani la morte violenta[Corio, Istor. di Milano.]cheFilippo Maria ducadi Milano nel mese d'agosto inferì aBeatrice Tenda, già moglie di Facino Cane, e poscia sua. Fu essa imputata di amicizia disonesta con un certo suo familiare, epperò processata e tormentata. Ancorchè ne' tormenti confessasse il fallo, lo negava dipoi al confessore. Ciò non ostante, tagliata le fu la testa. Non si potè cavar di capo alla gente ch'ella altro reato non avesse, se non quello d'aver preso per marito il duca giovinetto, quando essa era d'età troppo disuguale, ed incapace di dar figliuoli. Però universalmente venne detestata, oltre alla crudeltà, l'ingratitudine del duca[Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.], a cui questo matrimonio avea portato immensi tesori ed era stato il principio d'ogni sua fortuna. Fece in quest'anno gran guerra esso duca di Milano alla città di Genova[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], con avere inviato un potente soccorso di gente d'armi agli Adorni, Montaldi, Guarchi ed altri fuorusciti di quella città, tutti rivolti a detronizzare il dogeTommaso da Campofregoso. Passò l'esercito loro fin sotto Genova; succederono moltissime zuffe coi cittadini; e furono presi e ripresi varii luoghi forti e castella, ma senza punto prevalere contro la possanza de' Campofregosi. Fu in questa occasione che le armi del duca di Milano s'impadronirono di Gavi, e di quasi tutte le terre e castella de' Genovesi situate di qua dal Giogo. Durò in tutto quest'anno sì fatta guerra sul Genovesato. Se l'intendeva coi GenovesiPandolfo Malatestasignore di Brescia, e per fare una diversione, uscì in campagna colle sue genti; ma essendosi arrischiato a voler passare l'Adda, quivi restò spelazzato dalle squadre del duca di Milano. In questi tempiGiovanna reginadi Napoli procurò di guadagnarsi la grazia delpontefice Martino, e strinse lega con lui per mantenerlo nel dominio di Roma, e delle altre terre della Chiesa[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. In ricompensa il papa promise di darle la corona del regno.Ma perciocchè gran discordia insorse fra i ministri d'essa regina[Raynaldus, Annal. Eccles.], aspirando ciascuno al primato, di grandi turbolenze patì in quest'anno la città di Napoli. Il gran siniscalcoSer-Gianni Caracciolo, che era allora il primo nobile di quella corte e regno[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.], quantunque Chiara, sorella di Foschino e di Marco Attendoli parenti diSforza, fosse promessa in moglie aMarino contedi Santo Angelo suo fratello, pure cominciò a mirar di mal occhio l'esaltazione di Sforza gran contestabile, massimamente dopo avergli la regina dato in feudo Benevento, non posseduto allora dalla Chiesa romana, e la terza parte delle rendite di Manfredonia. Maritò inoltre esso Sforza il figliuoloFrancescoconPolissenadella Ruffa, che gli portò in dote la città di Montalto, Cariate e molte altre belle terre in Calabria. Di altri nobili parentadi fecero parimente in quel regno gli altri Cotignolesi parenti di Sforza, che in copia erano già iti a militare sotto sì gran capitano, e tutti godevano distinti gradi nella milizia. Ora crescendo la nemicizia di Ser-Gianni verso del medesimo Sforza, e non potendo questi ottener giustizia di molti torti a lui fatti, anzi udendo che la regina l'avea dichiarato nemico, perduta la pazienza, mise in armi tutti i suoi; ed alzate le insegne, marciò a dirittura alla volta di Napoli, con accamparsi nel borgo delle Corregge, credendosi di riportar colla forza ciò ch'era negato alle giuste istanze sue. Si lasciò egli addormentare dalle lusinghe di Francesco Orsino, a lui spedito dal Caracciolo, perchè promise a bocca largaun amichevol accordo; ma mentre, su queste speranze, se ne sta Sforza poco in guardia, il popolo di Napoli, incitato dal Caracciolo alle armi, furiosamente nel dì 28 di settembre uscì di una porta, e diede addosso alle di lui genti, che disordinate non si aspettavano un tale incontro. Fecero, come poterono, testa, e il combattimento fu aspro, ed in fine fu obbligato Sforza a ritirarsi colla peggio e in rotta a Chiaia, perduto l'equipaggio e gran quantità di cavalli. Servì questa superchieria degli emuli, e il suo sfregio e la perdita patita, a maggiormente attizzarlo contra di che aggirava a suo modo la regina e la città; e però unito coi conti di Caiazzo e della Cerra, si diede a far correre le sue genti sino a Napoli con gravissimo danno e grida dei cittadini. Il perchè tanto i nobili che il popolo, preso il governo della città, nel dì 9 d'ottobre trattarono di pace col nemico Sforza. Egli ottenne la restituzion della roba a lui tolta, la liberazion dei prigioni, e che il gran siniscalco Caracciolo si partisse da Napoli. Il che eseguito, pace vi fu, e Sforza tornò a servir la regina.Braccio da Montonesignor di Perugia, che, non diverso da quei capitani de' masnadieri da noi veduti nel precedente secolo, sapea mantener alle spese altrui l'esercito suo[Campanus, in Vita Brachii, lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.], arrivò all'improvviso in quest'anno sul Sanese, e tale paura fece alle castella de' Salimbeni, che ne smunse quattro mila fiorini. Non avrebbono mai sognato i Lucchesi di vedere sul loro territorio Braccio, con cui niuna nemicizia aveano[Annali Sanesi, tom. eod. Histor. Sanensis, tom. 20 Rer. Italic.]; ma nel dì 10 di maggio, eccolo comparire colà, mettere a sacco tutta la campagna, con prendere un'infinità di bestiame. Era fuori di quella cittàPaolo Guinigisignore o tiranno di essa. Giunse a tempo per prepararsi a qualche difesa; nulladimeno, giudicando meglio di chiedere accordo,spedì ambasciatori a Braccio, e fu convenuto di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro, parte in contanti, e parte in lettere di cambio ai banchieri fiorentini. Se queste sieno gloriose prodezze di Braccio, lo diranno i lettori. Portatosi anche a Norcia, e minacciata quella città d'assedio, fu d'uopo che quel popolo si riscattasse con quattordici mila fiorini d'oro. Finalmente, dopo avere presa la terra della Pergola, condusse la sua armata ai quartieri d'inverno.
Dopo averepapa Martino Vimposto fine al concilio di Costanza[Raynald., Annal. Eccles.], nel dì 16 di maggio si mise in cammino alla volta di Sciafusa per calare in Italia, accompagnato dalre Sigismondo, da varii principi e da gran folla di gente per un tratto di strada. Arrivò nel dì 11 di luglio aGinevra, dove gli ambasciatori d'Avignone gli prestarono ubbidienza. Partitosi di là solamente nel dì 3 di settembre per Susa, Torino e Pavia, passò a Milano nel dì 12 d'ottobre, dove ilduca Filippo Marial'avea invitato con gran premura. La magnifica sua entrata in quella città vien descritta dal Corio[Corio, Istoria di Milano.]. Messosi poi nel dì 17 d'esso mese in viaggio, si trasferì a Brescia, ricevuto con sommo onore daPandolfo Malatesta, e di là marciò a Mantova. Quivi si riposò il resto dell'anno, con attendere in lontananza a rimediare ai disordini dello Stato ecclesiastico, nel quale trovò vacillante la sua autorità. Bologna s'era già rimessa in libertà; Perugia con altre città ubbidiva aBraccio da Montone; in Roma tuttavia regnava la discordia, e vi teneva il piede la guarnigione dellaregina Giovanna; in mano finalmente di varii signori era la Romagna e parte della Marca. Per cagione di questo sì sconcertato sistema i vigilanti Fiorentini gli esibirono per istanza di sua sicurezza la stessa città di Firenze o Pisa; ed egli si mostrò disposto ad accettare l'offerta. Inviò ambasciatori a Bologna, richiedendo il dominio temporale di quella città[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Altri ne inviarono a lui i Bolognesi, pregandolo di non s'impicciare nel civile loro governo, e tanto seppero fare, che egli si contentò di lasciarli come erano, con obbligo di pagare annualmente alla camera apostolica il censo di otto mila fiorini d'oro. Non volle per allora sentirsi parlare di Braccio, che pregava di ottenere in vicariato le città da lui possedute. Fu questo l'anno ultimo della vita diTeodoro II marchesedi Monferrato, principe rinomato. È riferita dal Corio la sua morte all'anno precedente; ma Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]la rapporta al presente; e, siccome più informato degli avvenimenti della sua patria, merita quimaggior fede. Restò signore di quegli StatiGian-Jacoposuo figliuolo. Diede molto da dire in quest'anno agl'Italiani la morte violenta[Corio, Istor. di Milano.]cheFilippo Maria ducadi Milano nel mese d'agosto inferì aBeatrice Tenda, già moglie di Facino Cane, e poscia sua. Fu essa imputata di amicizia disonesta con un certo suo familiare, epperò processata e tormentata. Ancorchè ne' tormenti confessasse il fallo, lo negava dipoi al confessore. Ciò non ostante, tagliata le fu la testa. Non si potè cavar di capo alla gente ch'ella altro reato non avesse, se non quello d'aver preso per marito il duca giovinetto, quando essa era d'età troppo disuguale, ed incapace di dar figliuoli. Però universalmente venne detestata, oltre alla crudeltà, l'ingratitudine del duca[Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.], a cui questo matrimonio avea portato immensi tesori ed era stato il principio d'ogni sua fortuna. Fece in quest'anno gran guerra esso duca di Milano alla città di Genova[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], con avere inviato un potente soccorso di gente d'armi agli Adorni, Montaldi, Guarchi ed altri fuorusciti di quella città, tutti rivolti a detronizzare il dogeTommaso da Campofregoso. Passò l'esercito loro fin sotto Genova; succederono moltissime zuffe coi cittadini; e furono presi e ripresi varii luoghi forti e castella, ma senza punto prevalere contro la possanza de' Campofregosi. Fu in questa occasione che le armi del duca di Milano s'impadronirono di Gavi, e di quasi tutte le terre e castella de' Genovesi situate di qua dal Giogo. Durò in tutto quest'anno sì fatta guerra sul Genovesato. Se l'intendeva coi GenovesiPandolfo Malatestasignore di Brescia, e per fare una diversione, uscì in campagna colle sue genti; ma essendosi arrischiato a voler passare l'Adda, quivi restò spelazzato dalle squadre del duca di Milano. In questi tempiGiovanna reginadi Napoli procurò di guadagnarsi la grazia delpontefice Martino, e strinse lega con lui per mantenerlo nel dominio di Roma, e delle altre terre della Chiesa[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. In ricompensa il papa promise di darle la corona del regno.
Ma perciocchè gran discordia insorse fra i ministri d'essa regina[Raynaldus, Annal. Eccles.], aspirando ciascuno al primato, di grandi turbolenze patì in quest'anno la città di Napoli. Il gran siniscalcoSer-Gianni Caracciolo, che era allora il primo nobile di quella corte e regno[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.], quantunque Chiara, sorella di Foschino e di Marco Attendoli parenti diSforza, fosse promessa in moglie aMarino contedi Santo Angelo suo fratello, pure cominciò a mirar di mal occhio l'esaltazione di Sforza gran contestabile, massimamente dopo avergli la regina dato in feudo Benevento, non posseduto allora dalla Chiesa romana, e la terza parte delle rendite di Manfredonia. Maritò inoltre esso Sforza il figliuoloFrancescoconPolissenadella Ruffa, che gli portò in dote la città di Montalto, Cariate e molte altre belle terre in Calabria. Di altri nobili parentadi fecero parimente in quel regno gli altri Cotignolesi parenti di Sforza, che in copia erano già iti a militare sotto sì gran capitano, e tutti godevano distinti gradi nella milizia. Ora crescendo la nemicizia di Ser-Gianni verso del medesimo Sforza, e non potendo questi ottener giustizia di molti torti a lui fatti, anzi udendo che la regina l'avea dichiarato nemico, perduta la pazienza, mise in armi tutti i suoi; ed alzate le insegne, marciò a dirittura alla volta di Napoli, con accamparsi nel borgo delle Corregge, credendosi di riportar colla forza ciò ch'era negato alle giuste istanze sue. Si lasciò egli addormentare dalle lusinghe di Francesco Orsino, a lui spedito dal Caracciolo, perchè promise a bocca largaun amichevol accordo; ma mentre, su queste speranze, se ne sta Sforza poco in guardia, il popolo di Napoli, incitato dal Caracciolo alle armi, furiosamente nel dì 28 di settembre uscì di una porta, e diede addosso alle di lui genti, che disordinate non si aspettavano un tale incontro. Fecero, come poterono, testa, e il combattimento fu aspro, ed in fine fu obbligato Sforza a ritirarsi colla peggio e in rotta a Chiaia, perduto l'equipaggio e gran quantità di cavalli. Servì questa superchieria degli emuli, e il suo sfregio e la perdita patita, a maggiormente attizzarlo contra di che aggirava a suo modo la regina e la città; e però unito coi conti di Caiazzo e della Cerra, si diede a far correre le sue genti sino a Napoli con gravissimo danno e grida dei cittadini. Il perchè tanto i nobili che il popolo, preso il governo della città, nel dì 9 d'ottobre trattarono di pace col nemico Sforza. Egli ottenne la restituzion della roba a lui tolta, la liberazion dei prigioni, e che il gran siniscalco Caracciolo si partisse da Napoli. Il che eseguito, pace vi fu, e Sforza tornò a servir la regina.Braccio da Montonesignor di Perugia, che, non diverso da quei capitani de' masnadieri da noi veduti nel precedente secolo, sapea mantener alle spese altrui l'esercito suo[Campanus, in Vita Brachii, lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.], arrivò all'improvviso in quest'anno sul Sanese, e tale paura fece alle castella de' Salimbeni, che ne smunse quattro mila fiorini. Non avrebbono mai sognato i Lucchesi di vedere sul loro territorio Braccio, con cui niuna nemicizia aveano[Annali Sanesi, tom. eod. Histor. Sanensis, tom. 20 Rer. Italic.]; ma nel dì 10 di maggio, eccolo comparire colà, mettere a sacco tutta la campagna, con prendere un'infinità di bestiame. Era fuori di quella cittàPaolo Guinigisignore o tiranno di essa. Giunse a tempo per prepararsi a qualche difesa; nulladimeno, giudicando meglio di chiedere accordo,spedì ambasciatori a Braccio, e fu convenuto di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro, parte in contanti, e parte in lettere di cambio ai banchieri fiorentini. Se queste sieno gloriose prodezze di Braccio, lo diranno i lettori. Portatosi anche a Norcia, e minacciata quella città d'assedio, fu d'uopo che quel popolo si riscattasse con quattordici mila fiorini d'oro. Finalmente, dopo avere presa la terra della Pergola, condusse la sua armata ai quartieri d'inverno.