MCCCCXXIIAnno diCristomccccxxii. Indiz.XV.Martino Vpapa 6.Sigismondore de' Romani 13.Anno di pace per l'Italia fu questo, e però niuno importante avvenimento viene somministrato alla storia. Veggendo il pontefice in gran declinazione gli affari del reLodovico d'Angiò, e rincrescendogli ormai di gittar tanto danaro per voler sostenere un edifizio che da troppe parti minacciava rovina, prese il partito di trattare un accordo[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Pertanto dinuovo spedì a Napoli i due cardinali legati, se pure n'erano essi partiti, con istruzioni nuove, affinchè trovassero temperamento all'emulazione e guerra dei due re.Alfonso, oltre alla sua naturale accortezza, avea in mano di che far guerra al papa: cioè minacciava tuttodì di far risorgere il tuttavia vivente Pietro di Luna, giàBenedetto XIII, condannato dal concilio di Costanza, e di farlo riconoscere di bel nuovo per papa nell'Aragona, Sardegna, Sicilia e regno di Napoli. Perciò fu d'uopo che papa Martino facesse il latino come volle Alfonso. Indusse dunque Lodovico d'Angiò nel mese di marzo a rimettere in mano de' legati Aversa e Castello-a-mare: luoghi che poi da lì a qualche tempo furono da essi cardinali consegnati allaregina Giovanna. Se ne tornò Lodovico a Roma senza danari, senza credito, a vivere, come potè, di ciò che il papa gli diede. Venuto l'aprile, il re Alfonso andò sotto Sorrento e Massa, e gli ebbe a patti, volendo che si rendessero a lui, e non alla regina: azione che alla medesima dispiacque non poco, cominciandosi a conoscere che il figliuolo adottivo s'istradava a far da padrone e ad occupar la signoria. Ma più se ne alterò il suo favorito, cioèSer Gianni Caracciologran senescalco, il quale già mirava in aria il precipizio dalla sua autorità, qualora il re Alfonso crescesse nella potenza e nel comando. Il perchè tanto egli quanto la regina si diedero sotto mano a tirare nel loro partitoSforza Attendolo[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]; anzi persuasero al medesimo re che util cosa sarebbe il guadagnare questo insigne capitano, perchè tuttavia molti conti e baroni del regno tenevano la fazione angioina, alla quale, con levarle Sforza, si sarebbono tagliate le penne maestre[Cribell., Vita Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital. Vita Brachii, tom. eod.].Bracciofu quegli che ebbe l'incombenza di trattarne, proponendo un colloquio con esso Sforza. In fatti, confidato Sforza nell'onoratezza diBraccio, animosamente l'andò nella state a trovar nel suo campo. Rinnovarono allora questi due valorosi emuli l'interrotta amicizia, e per due ore ebbero insieme una conferenza, in cui dicono che Braccio sinceramente rivelò all'altro le trame da lui fatte colconte Niccolò Orsinoe conTartagliacontra di lui. Quivi ancora fu conchiuso che Sforza fosse rimesso in grazia di Giovanni e d'Alfonso, cedendo loro l'importante luogo della Cerra. Ciò fatto, si restituì Braccio sollecitamente a Perugia, invogliato di sottoporre al suo impero Città di Castello, dove era invitato dai fuorusciti. Comparve d'avanti a quella città colle sue milizie, e giacchè i Fiorentini, suoi singolari amici, chiudevano gli occhi alle di lui conquiste, ne imprese l'assedio. Si sostennero que' cittadini finchè videro tutto preparato per un generale assalto, ed allora esposero bandiera bianca; e così Braccio n'entrò senza maggiore sforzo in possesso. Scrive il Buonincontro, ed è seco Leodrisio Crivello, che in tal congiuntura Braccio fece un'irruzione in quel di Norcia, e poi del Lucchese, ricavandone grandi somme d'oro. Ma, per conto del tempo, può essere che s'ingannino. Abbiamo già veduto appartenere agli anni addietro il danno da lui recato a que' due territorii. Intanto perchè la peste era entrata in Napoli, e la regina col re Alfonso ritiratasi a Gaeta, quivi soggiornava colla sua corte, Sforza si portò colà, e fu ben ricevuto sì da lei, come dal gran senescalco Caracciolo. Non così dal re Alfonso, che in questo prode uomo trovava un impedimento ai disegni della sua ambizione. Le apparenze dell'accoglimento fattogli da esso re furono belle, ma si stette poco a scoprire ch'egli il mirava di mal occhio; e però tanto più la regina e il Caracciolo si strinsero collo stesso Sforza. Andavano pertanto ogni giorno più crescendo le loro gelosie, ed erano da amendue le parti gli animi turbati; laonde fu di mestieri venire ad una composizione, percui si dichiarò che Sforza servisse di difensore del regno non meno alla regina, che al re, ed egli fosse tenuto a prendere le armi pel primo d'essi che il chiamasse in suo aiuto. Dopo di che Sforza colle sue genti andò a passare il verno a Villafranca presso Benevento, e poscia alla città di Troia.Altro non si sa che facesse in questo annoFilippo Mariaduca di Milano, se non empiere di sospetti i rettori di Firenze[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 18.]sì per l'acquisto fatto di Genova, come per gli altri patti stabiliti conTommaso da Campofregoso, che non potesse vendere se non ai Genovesi Sarzana. Teneva inoltre al suo soldoAngelo dalla Pergola, rinomato condottier di armi, che stanziava in questi tempi col suo corpo di gente su quel di Bologna. Crebbero perciò le gelosie de' Fiorentini, gente che sapea adoperare il microscopio negli affari del mondo. Venuto in oltre a morte nel dì 25 di gennaio[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Ammirat., ubi supra. Poggius, Hist., lib. 5, tom. 20 Rer. Ital.]Giorgio Ordelaffisignore di Forlì, con lasciar successore nel dominioTebaldosuo figliuolo in età d'anni nove, la cui tutela fu assunta da Lucrezia sua madre, figliuola diLodovico Alidosiosignore d'Imola; corse a mischiarsi negli interessi di quella città il duca di Milano. Di più non ci volle per accrescere sempre più le gelosie de' Fiorentini; e però, quantunque il duca spedisse a Firenze ambasciatori per dissipare queste ombre, e proporre una lega, nulla ne seguì. Rincrebbe ancora ai Fiorentini l'aver esso duca trattata e conchiusa lega col cardinale legato di Bologna. Nel dicembre di quest'anno inviò il medesimo duca per governatore di Genova[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]il valoroso suo generaleconte Carmagnola, ed intanto attendeva a far gente: lo che mise in sospetto anche i Veneziani.Scrive il Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]che Asti, non so come, venne in quest'anno in potere di esso duca. Merita eziandio di esser fatta menzione che nell'anno presente si cominciarono per la prima volta a vedere in Italia i cingani o cingari, gente sporca ed orrida di aspetto, che contava di molte favole della sua origine, fingeva di andare a Roma a trovare il papa, e che intanto viveva di ladronecci. Capitarono costoro a Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]nel dì 18 di luglio, e poscia a Forlì[Chronic. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.]col loro capo, a cui davano il titolo di duca. Motivo oggidì potrà essere di ridere, se dirò che costoro diceano d'avere per patria l'Egitto, che il re d'Ungheria, dopo aver presa la lor terra, volle che andassero nello spazio di sette anni pellegrinando pel mondo. Spacciavano le lor donne l'arte d'indovinare; e chiunque si dimesticava di farsi strologar da esse, vi lasciava il pelo. Sappiamo altronde che questa canaglia si sparse per la Germania, e andò fino in Inghilterra, e tuttavia ne dura la semenza in Italia. Furono in quest'anno travagliate dalla peste molte città d'Italia. Niuna buona guardia, come ho detto altrove, si faceva allora dai disattenti Italiani per impedire l'ingresso o tagliare il corso a questo morbo micidiale; e però, entrato in un luogo, agevolmente si dilatava per gli altri.
Anno di pace per l'Italia fu questo, e però niuno importante avvenimento viene somministrato alla storia. Veggendo il pontefice in gran declinazione gli affari del reLodovico d'Angiò, e rincrescendogli ormai di gittar tanto danaro per voler sostenere un edifizio che da troppe parti minacciava rovina, prese il partito di trattare un accordo[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Pertanto dinuovo spedì a Napoli i due cardinali legati, se pure n'erano essi partiti, con istruzioni nuove, affinchè trovassero temperamento all'emulazione e guerra dei due re.Alfonso, oltre alla sua naturale accortezza, avea in mano di che far guerra al papa: cioè minacciava tuttodì di far risorgere il tuttavia vivente Pietro di Luna, giàBenedetto XIII, condannato dal concilio di Costanza, e di farlo riconoscere di bel nuovo per papa nell'Aragona, Sardegna, Sicilia e regno di Napoli. Perciò fu d'uopo che papa Martino facesse il latino come volle Alfonso. Indusse dunque Lodovico d'Angiò nel mese di marzo a rimettere in mano de' legati Aversa e Castello-a-mare: luoghi che poi da lì a qualche tempo furono da essi cardinali consegnati allaregina Giovanna. Se ne tornò Lodovico a Roma senza danari, senza credito, a vivere, come potè, di ciò che il papa gli diede. Venuto l'aprile, il re Alfonso andò sotto Sorrento e Massa, e gli ebbe a patti, volendo che si rendessero a lui, e non alla regina: azione che alla medesima dispiacque non poco, cominciandosi a conoscere che il figliuolo adottivo s'istradava a far da padrone e ad occupar la signoria. Ma più se ne alterò il suo favorito, cioèSer Gianni Caracciologran senescalco, il quale già mirava in aria il precipizio dalla sua autorità, qualora il re Alfonso crescesse nella potenza e nel comando. Il perchè tanto egli quanto la regina si diedero sotto mano a tirare nel loro partitoSforza Attendolo[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]; anzi persuasero al medesimo re che util cosa sarebbe il guadagnare questo insigne capitano, perchè tuttavia molti conti e baroni del regno tenevano la fazione angioina, alla quale, con levarle Sforza, si sarebbono tagliate le penne maestre[Cribell., Vita Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital. Vita Brachii, tom. eod.].Bracciofu quegli che ebbe l'incombenza di trattarne, proponendo un colloquio con esso Sforza. In fatti, confidato Sforza nell'onoratezza diBraccio, animosamente l'andò nella state a trovar nel suo campo. Rinnovarono allora questi due valorosi emuli l'interrotta amicizia, e per due ore ebbero insieme una conferenza, in cui dicono che Braccio sinceramente rivelò all'altro le trame da lui fatte colconte Niccolò Orsinoe conTartagliacontra di lui. Quivi ancora fu conchiuso che Sforza fosse rimesso in grazia di Giovanni e d'Alfonso, cedendo loro l'importante luogo della Cerra. Ciò fatto, si restituì Braccio sollecitamente a Perugia, invogliato di sottoporre al suo impero Città di Castello, dove era invitato dai fuorusciti. Comparve d'avanti a quella città colle sue milizie, e giacchè i Fiorentini, suoi singolari amici, chiudevano gli occhi alle di lui conquiste, ne imprese l'assedio. Si sostennero que' cittadini finchè videro tutto preparato per un generale assalto, ed allora esposero bandiera bianca; e così Braccio n'entrò senza maggiore sforzo in possesso. Scrive il Buonincontro, ed è seco Leodrisio Crivello, che in tal congiuntura Braccio fece un'irruzione in quel di Norcia, e poi del Lucchese, ricavandone grandi somme d'oro. Ma, per conto del tempo, può essere che s'ingannino. Abbiamo già veduto appartenere agli anni addietro il danno da lui recato a que' due territorii. Intanto perchè la peste era entrata in Napoli, e la regina col re Alfonso ritiratasi a Gaeta, quivi soggiornava colla sua corte, Sforza si portò colà, e fu ben ricevuto sì da lei, come dal gran senescalco Caracciolo. Non così dal re Alfonso, che in questo prode uomo trovava un impedimento ai disegni della sua ambizione. Le apparenze dell'accoglimento fattogli da esso re furono belle, ma si stette poco a scoprire ch'egli il mirava di mal occhio; e però tanto più la regina e il Caracciolo si strinsero collo stesso Sforza. Andavano pertanto ogni giorno più crescendo le loro gelosie, ed erano da amendue le parti gli animi turbati; laonde fu di mestieri venire ad una composizione, percui si dichiarò che Sforza servisse di difensore del regno non meno alla regina, che al re, ed egli fosse tenuto a prendere le armi pel primo d'essi che il chiamasse in suo aiuto. Dopo di che Sforza colle sue genti andò a passare il verno a Villafranca presso Benevento, e poscia alla città di Troia.
Altro non si sa che facesse in questo annoFilippo Mariaduca di Milano, se non empiere di sospetti i rettori di Firenze[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 18.]sì per l'acquisto fatto di Genova, come per gli altri patti stabiliti conTommaso da Campofregoso, che non potesse vendere se non ai Genovesi Sarzana. Teneva inoltre al suo soldoAngelo dalla Pergola, rinomato condottier di armi, che stanziava in questi tempi col suo corpo di gente su quel di Bologna. Crebbero perciò le gelosie de' Fiorentini, gente che sapea adoperare il microscopio negli affari del mondo. Venuto in oltre a morte nel dì 25 di gennaio[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Ammirat., ubi supra. Poggius, Hist., lib. 5, tom. 20 Rer. Ital.]Giorgio Ordelaffisignore di Forlì, con lasciar successore nel dominioTebaldosuo figliuolo in età d'anni nove, la cui tutela fu assunta da Lucrezia sua madre, figliuola diLodovico Alidosiosignore d'Imola; corse a mischiarsi negli interessi di quella città il duca di Milano. Di più non ci volle per accrescere sempre più le gelosie de' Fiorentini; e però, quantunque il duca spedisse a Firenze ambasciatori per dissipare queste ombre, e proporre una lega, nulla ne seguì. Rincrebbe ancora ai Fiorentini l'aver esso duca trattata e conchiusa lega col cardinale legato di Bologna. Nel dicembre di quest'anno inviò il medesimo duca per governatore di Genova[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]il valoroso suo generaleconte Carmagnola, ed intanto attendeva a far gente: lo che mise in sospetto anche i Veneziani.Scrive il Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]che Asti, non so come, venne in quest'anno in potere di esso duca. Merita eziandio di esser fatta menzione che nell'anno presente si cominciarono per la prima volta a vedere in Italia i cingani o cingari, gente sporca ed orrida di aspetto, che contava di molte favole della sua origine, fingeva di andare a Roma a trovare il papa, e che intanto viveva di ladronecci. Capitarono costoro a Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]nel dì 18 di luglio, e poscia a Forlì[Chronic. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.]col loro capo, a cui davano il titolo di duca. Motivo oggidì potrà essere di ridere, se dirò che costoro diceano d'avere per patria l'Egitto, che il re d'Ungheria, dopo aver presa la lor terra, volle che andassero nello spazio di sette anni pellegrinando pel mondo. Spacciavano le lor donne l'arte d'indovinare; e chiunque si dimesticava di farsi strologar da esse, vi lasciava il pelo. Sappiamo altronde che questa canaglia si sparse per la Germania, e andò fino in Inghilterra, e tuttavia ne dura la semenza in Italia. Furono in quest'anno travagliate dalla peste molte città d'Italia. Niuna buona guardia, come ho detto altrove, si faceva allora dai disattenti Italiani per impedire l'ingresso o tagliare il corso a questo morbo micidiale; e però, entrato in un luogo, agevolmente si dilatava per gli altri.