MCCCCXXIII

MCCCCXXIIIAnno diCristomccccxxiii. Indiz.I.Martino Vpapa 7.Sigismondore de' Romani 14.Se crediamo al Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.], terminò i suoi giorni in quest'annoPietro di Luna, già antipapaBenedetto XIII, ostinato nello scisma, e sprezzatore dei decreti e delle censure della Chiesa universale raunata nel concilio di Costanza. Morì nella fortezza di Paniscola nel regno diValenza; e l'avviso di sua morte avrebbe recata somma allegrezza a papa Martino e alla corte romana, se non fosse soppraggiunta un'altra nuova, che i due soli restanti cardinali di lui aveano osato di eleggere un nuovo antipapa, cioèEgidio Mugnoso Mugnone, canonico di Barcellona, a cui diedero il nome diClemente VIII. Ma il Rinaldi anticipò di un anno la morte di costui, e però dirò il resto all'anno seguente. Basterà per ora sapere cheAlfonso re d'Aragonaquegli fu che per suoi politici motivi tenne sempre vivo l'antipapato di Pietro di Luna per avere uno spauracchio da valersene contra di papa Martino, a cui non cessava di chiedere esenzioni e grazie. Anche nell'anno presente fece egli istanza per l'investitura del regno di Napoli, giacchè laregina Giovannal'avea adottato per figliuolo. Ma non mancò fermezza al pontefice per negargliela, asserendo egli di non poter far questo torto aLodovico d'Angiò, a cui competevano giusti titoli sopra quel regno. Avea esso pontefice, per adempiere i decreti del concilio di Costanza, intimato il concilio generale da tenersi in questo anno a Pavia. E in effetto si diede principio a quella sacra assemblea in essa città, ma con meschino concorso di prelati. Entrata colà la peste, fu il concilio trasferito a Siena. Neppur quivi andò innanzi, siccome diremo, perchè il suddetto re volea mettere in campo le pretensioni di Pietro di Luna per far dispetto al papa: lo che obbligò papa Martino a differire a miglior tempo la tenuta del destinato concilio. Di questa sua perversa politica s'ebbe ben presto a pentire Alfonso. Quanto più in questo principe cresceva l'avidità d'impadronirsi del regno di Napoli, tanto più egli scorgeva crescere la diffidenza della regina, ed essergli contrario il gran senescalco Caracciolo. Ora, giacchè buona parte del regno per valore diBraccioera venuta alla di lui divozione, determinò di fare il resto col mezzo della violenza, e diridurre laregina Giovannanello stato in cui già la vedemmo sottoJacopo contedella Marca. Gli storici a lui parziali attribuiscono la risoluzione alle insolenze e ai maligni consigli del suddetto gran senescalco Caracciolo, che ruppe ogni buona armonia fra lui e la regina[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribell. Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital.]. Fatto dunque chiamare a sè il medesimo Caracciolo, benchè vi andasse armato di salvocondotto, pure il trattenne prigione nel dì 22 di maggio, ed immediatamente cavalcò al castello di Capuana per far lo stesso giuoco alla regina, che ivi dimorava. Per buona fortuna prevenuta essa da un segreto avviso di un suo familiare dell'imminente pericolo, ebbe tempo di far chiudere la porta del castello in faccia ad Alfonso, e non tardò a spedir più messi l'un dietro all'altro, aSforza, allora dimorante fuor di Napoli a Mirabello, implorando il suo aiuto. Diede alle armi Sforza, e, raunati quanti potè de' suoi, si mise in viaggio alla volta di Napoli, e, giunto al Formello, trovò circa quattro mila tra cavalli e fanti del re Alfonso, inviati per impedirgli il passo. Erano gli Aragonesi tutti ben a cavallo, tutti superbamente vestiti, e superiori troppo di numero, perchè quei di Sforza si trovavano mal vestiti, e con cavalli magrissimi, e poco più di mille tra fanti e cavalli. Pure egli animosamente si spinse innanzi, ed attaccò la zuffa nel dì 30 di maggio. Fu atroce, fu lungo il combattimento; ma finalmente essendo sbaragliati gli Aragonesi, circa cento venti dei più nobili, oltre a moltissimi ordinarii soldati, rimasero prigionieri; di modo che quei di Sforza si rimisero bene in arnese sì di abiti che di cavalli e d'armi.Dopo sì lieto successoSforzasi presentò alla regina, che l'accolse come suo angelo tutelare, e nel castello rassegnò tutti i prigioni. Poscia, senza perdere tempo, marciò colle sue genti alla volta d'Aversa, dove trovò quel vice-castellanocatalano[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], il quale, sbigottito per la nuova della rotta data al re suo padrone, oppure guadagnato con quattro mila fiorini, da lì a non molto capitolò la resa di quella città. Ora, mentre Sforza stava a quell'assedio, giunsero nel dì 11 di giugno a Napoli otto navi grosse e ventidue galee diAlfonso, nelle quali destinava il re di mandar laregina Giovannaprigioniera in Catalogna[Cronica di Sicilia, tom. 24 Rer. Ital.]. Ne fu avvertito Sforza, e spedì tosto Foschino Attendolo con cinquecento cavalli a fin d'impedire lo sbarco; ma non bastò la resistenza di così piccolo numero di gente a sostener la forza troppo superiore dei Catalani, i quali entrarono nella città. Neppur lo stesso Sforza, che colà arrivò il giorno seguente, contuttochè bravamente combattesse più ore, potò respignerli; anzi toccò a lui d'abbandonar Napoli, e di ritirarsi nei borghi, dove si accampò. In questa occasione ilre Alfonso, per intimorire ed occupare i Napoletani, temendo che si sollevassero, bruciò quella parte della città che è contigua al Castello Nuovo. Allora Sforza, veggendo in istato sì pericoloso gli affari, tratta fuori del castello di Capuana la regina, la condusse alla Cerra, e di là ad Aversa. Col cambio poi di varii dei suoi prigionieri riscattòSer-Gianni Caracciolo, il quale non lasciò per questo il suo mal animo verso del benefattore Sforza; al contrario della regina, la quale per ricompensa donò a Sforza Trani e Barletta, due città della Puglia. Tornato che fu il gran senescalco alla corte in Aversa, laregina Giovanna, preso consiglio da lui, da Sforza e da varii giurisconsulti, dichiarò ilre Alfonsodecaduto dal diritto della figliuolanza per colpa della sua ingratitudine, ed elesse per suo figliuoloLodovico duca d'Angiò, il quale usava anche il titolo di re, allora abitante in Roma. Venne il duca ad Aversa a trovar la regina, che l'accolse con buon cuore; ma intanto il castellodi Capuana si rendè al re Alfonso; con che egli restò interamente padrone di Napoli. Con tutto ciò, perchè l'adozione del suo avversario, pubblicata per tutta l'Europa, facea gran rumore, e chiaro appariva che vi avea avuta manopapa Martino, Alfonso, diffidando del popolo di Napoli, pensò di tornarsene in Catalogna; e tanto più, perchè era minacciato di guerra in quelle parti per la nemicizia dei Castigliani, e in oltre s'udiva allestirsi in Genova un gagliardo stuolo di legni contra di lui per ordine diFilippo Maria ducadi Milano, che dianzi s'era collegato colla regina Giovanna e con papa Martino. Pertanto mandò lettere aBraccio, ch'era allora all'assedio dell'Aquila, pregandolo di venir colle sue forze a Napoli; ma Braccio, che avea altri disegni, sperando di far sua la ricca città dell'Aquila, muovere non si volle, e solamente gl'inviòJacopo Caldoracon un corpo di gente che parve bastante unito coi Catalani a tenere in freno i Napoletani[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribellus, Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Ora il re Alfonso nel dì 15 d'ottobre, avendo lasciato per governatore di Napoli l'infantedon Pietrosuo fratello, con dieciotto galee si mise in mare, e nel viaggio prese e saccheggiò l'isola d'Ischia. Fece ancora di peggio. Nel passare avanti a Marsilia, città allora del duca d'Angiò nemico suo, per vendicarsi di lui, all'improvviso tentò un'impresa che parve temeraria, eppure gli riuscì: tanto era egli ardito e sprezzator de' pericoli. Se ne stavano i Marsiliesi senza guardia, perchè senza apprension di nemici all'intorno, quando ecco Alfonso sopravvenir colla sua flotta, rompere la catena del porto, sorprendere quanti legni ivi si trovarono, ed attaccato il fuoco a parte della città, mettere tal terrore in essa, che il popolo corso all'armi non potè durarla contro di lui. Per tre giorni andò tutta a sacco quella ricca città; immensa fu la preda,e fra le altre cose tutti i vasi preziosi delle chiese, e tutte le reliquie del corpo di san Lodovico vescovo furono asportate a Barcellona e Valenza, verso dove Alfonso continuò il suo viaggio, perchè conobbe di non poter tenere quella città.Vegniamo ora aBraccio da Montone[Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.]. Dacchè egli si vide in pieno possesso della nobil città di Capoa e del suo riguardevol principato, siccome uomo pien di grandi idee, e che, appena salito un gradino, pensava a montare più allo, rivolse gli occhi, siccome dicemmo, alla ricca città dell'Aquila; e perchè questa si dichiarò del partito della regina contra del re Alfonso, bella occasione parve a lui questa d'impadronirsene, con isperanza, avuta che l'avesse, di non dimetterla sì presto, anzi di aggiugnerla al suo principato. Ne imprese dunque l'assedio, ma con trovare quel popolo risoluto di difendersi. E perchè egli per soggiogare una terra si ritirò di là per alquanti dì, lasciò campo a quei cittadini di premunirsi ben di viveri, e di rimettere in buono stato le fortificazioni della loro città. Però, tornatovi sotto, con più ardore la strinse; e trovando inutili, anzi dannosi, gli assalti, si preparò in fine a vincerla colla fame. Intanto gli Aquilani con varie lettere e messi imploravano aiuto dallaregina Giovanna. La commiserazione di quel popolo fedele, e più la conservazione di sì importante città per proprio interesse, furono pungenti sproni alla regina per accudir con vigore a preparare il soccorso. Fu mossoSforzaa questa impresa non meno dalle di lei premure, che dalla antica sua emulazione verso di Braccio. Però, quantunque il verno imminente invitasse le milizie al riposo, egli chiamò il figliuolFrancescodalla Calabria, Foschino, Michele e gli altri suoi fidi Cotignolesi colle loro truppe, e si mise in marcia alla volta dell'Aquila con quel successo che si vedrà all'anno seguente. Scrive il Crivelli[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]avereFilippo Maria ducadiMilano già fatto negozio per tirare lo stesso Sforza al suo servigio, e sostituirlo nel generalato alconte Carmagnola, il quale già vacillava nella grazia del duca; e che Sforza avea accettato l'impiego di consenso del papa e della regina, pensando di portarsi a Milano, dacchè avesse liberata l'Aquila. Non so io immaginare ch'egli volesse abbandonare il servigio della regina per altra cagione che per vedersi tuttavia malvoluto e perseguitato dal gran senescalco Caracciolo. Erasi, come già dissi, collegato esso duca di Milano col papa e colla regina Giovanna[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Alle istanze loro fece egli allestire in Genova una poderosa flotta di tredici galee, e di altrettante navi con altri legni, non senza querele de' Genovesi, perchè questo armamento costò a quella comunità ducento mila genovine. Con questa flotta, nel dì 14 di novembre, si unirono sei galee e una galeotta delre Lodovicodi Angiò, armate di Provenzali, e due altre alle di lui spese si armarono in Genova. Quando si credeva che ammiraglio di essa flotta avesse da essere l'invitto conte Francesco Carmagnola governatore allora di Genova, arrivò colà, spedito dal duca per comandarla ilconte Guido Torello: del che ognuno si stupì e dolse non poco. A noi sono ignoti i motivi per li quali s'era raffreddato l'amore del duca verso del Carmagnola, mirabile condottier d'armi, a cui principalmente dovea esso duca l'esaltazione sua. Certo è che di questa diffidenza e di tal trattamento si dolse e sdegnò oltre misura il Carmagnola, nè tarderemo molto a vederne gli effetti. Non si dee tacere che prima di questi tempi lo stesso duca, siccome principe che macinava sempre pensieri di maggiore ingrandimento, cominciò ad imbrogliar la quiete della Romagna. Già vedemmo dopo la morte diGiorgio Ordelaffosignore di Forlì preso il comando di quella città da Lugrezia figliuola del signor d'Imola a nome diTebaldosuo picciolo figliuolo[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.]. S'aveano a male i Forlivesi che gl'Imolesi concorsi colà in folla facessero addosso a loro i padroni. S'ebbe anche a male il duca di Milano, che Lugrezia non si volesse dipartire dall'amicizia de' Fiorentini, e passar nella sua lega. Laonde, nel dì 14 di maggio, il popolo di Forlì si mosse a rumore, prese le porte e le fortezze della città, e mise sotto buona guardia la suddetta Lugrezia, la qual poi ebbe la maniera di ritirarsi a Forlimpopoli, con aver fatto credere di voler consegnare quella terra alle genti del duca di Milano. Allora i Forlivesi chiamarono in aiuto le genti d'esso duca, comandate daAngelo dalla Pergola, le quali, entrate in quella città, fecero finta d'andarvi a nome del papa, oppure diNiccolò marchesedi Ferrara, e di guardarla pel fanciullo Tebaldo. Certo è che allora il papa e il duca passavano di buona intelligenza fra loro. Diedero perciò all'armi i Fiorentini[Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.]; e preso per loro generale, nel dì 23 d'agosto,Pandolfo Malatestasignore di Rimini, lo spedirono in Romagna con assai forze per sostenere il partito di Lucrezia. Tacque l'Ammirati, ma non tacquero già gli Annali di Forlì, nè Andrea Biglia[Billius, Hist., pag. 63, tom. 19 Rer. Ital.], che nel dì 6 di settembre il popolo di Forlì con presidio duchesco mise in rotta le genti dei Fiorentini, con farne prigioniera la metà d'esse: lo che fece maggiormente divampar la guerra tra il duca e i Fiorentini, i quali cercarono allora di collegarsi coi Veneziani[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Spedirono per questo ambasciatori a Venezia; ma non trovarono favorevole alle lor dimandeTommaso Mocenigodoge, uomo vecchio ed amante della pace. Curiosissime sono le aringhe di questo doge, rapportate dal Sanuto, perchè ci fan tra le altre cose vedere qual fosse allora l'opulenza dell'inclita città di Venezia, e quali leforze di cadauno dei principi che allora signoreggiavano in Italia. Ma poco stette a terminare la gloriosa sua vita il doge suddetto, essendo venuto a morte nell'aprile di quest'anno, e in suo luogo fu elettoFrancesco Foscaro, personaggio inclinato alla guerra.

Se crediamo al Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.], terminò i suoi giorni in quest'annoPietro di Luna, già antipapaBenedetto XIII, ostinato nello scisma, e sprezzatore dei decreti e delle censure della Chiesa universale raunata nel concilio di Costanza. Morì nella fortezza di Paniscola nel regno diValenza; e l'avviso di sua morte avrebbe recata somma allegrezza a papa Martino e alla corte romana, se non fosse soppraggiunta un'altra nuova, che i due soli restanti cardinali di lui aveano osato di eleggere un nuovo antipapa, cioèEgidio Mugnoso Mugnone, canonico di Barcellona, a cui diedero il nome diClemente VIII. Ma il Rinaldi anticipò di un anno la morte di costui, e però dirò il resto all'anno seguente. Basterà per ora sapere cheAlfonso re d'Aragonaquegli fu che per suoi politici motivi tenne sempre vivo l'antipapato di Pietro di Luna per avere uno spauracchio da valersene contra di papa Martino, a cui non cessava di chiedere esenzioni e grazie. Anche nell'anno presente fece egli istanza per l'investitura del regno di Napoli, giacchè laregina Giovannal'avea adottato per figliuolo. Ma non mancò fermezza al pontefice per negargliela, asserendo egli di non poter far questo torto aLodovico d'Angiò, a cui competevano giusti titoli sopra quel regno. Avea esso pontefice, per adempiere i decreti del concilio di Costanza, intimato il concilio generale da tenersi in questo anno a Pavia. E in effetto si diede principio a quella sacra assemblea in essa città, ma con meschino concorso di prelati. Entrata colà la peste, fu il concilio trasferito a Siena. Neppur quivi andò innanzi, siccome diremo, perchè il suddetto re volea mettere in campo le pretensioni di Pietro di Luna per far dispetto al papa: lo che obbligò papa Martino a differire a miglior tempo la tenuta del destinato concilio. Di questa sua perversa politica s'ebbe ben presto a pentire Alfonso. Quanto più in questo principe cresceva l'avidità d'impadronirsi del regno di Napoli, tanto più egli scorgeva crescere la diffidenza della regina, ed essergli contrario il gran senescalco Caracciolo. Ora, giacchè buona parte del regno per valore diBraccioera venuta alla di lui divozione, determinò di fare il resto col mezzo della violenza, e diridurre laregina Giovannanello stato in cui già la vedemmo sottoJacopo contedella Marca. Gli storici a lui parziali attribuiscono la risoluzione alle insolenze e ai maligni consigli del suddetto gran senescalco Caracciolo, che ruppe ogni buona armonia fra lui e la regina[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribell. Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital.]. Fatto dunque chiamare a sè il medesimo Caracciolo, benchè vi andasse armato di salvocondotto, pure il trattenne prigione nel dì 22 di maggio, ed immediatamente cavalcò al castello di Capuana per far lo stesso giuoco alla regina, che ivi dimorava. Per buona fortuna prevenuta essa da un segreto avviso di un suo familiare dell'imminente pericolo, ebbe tempo di far chiudere la porta del castello in faccia ad Alfonso, e non tardò a spedir più messi l'un dietro all'altro, aSforza, allora dimorante fuor di Napoli a Mirabello, implorando il suo aiuto. Diede alle armi Sforza, e, raunati quanti potè de' suoi, si mise in viaggio alla volta di Napoli, e, giunto al Formello, trovò circa quattro mila tra cavalli e fanti del re Alfonso, inviati per impedirgli il passo. Erano gli Aragonesi tutti ben a cavallo, tutti superbamente vestiti, e superiori troppo di numero, perchè quei di Sforza si trovavano mal vestiti, e con cavalli magrissimi, e poco più di mille tra fanti e cavalli. Pure egli animosamente si spinse innanzi, ed attaccò la zuffa nel dì 30 di maggio. Fu atroce, fu lungo il combattimento; ma finalmente essendo sbaragliati gli Aragonesi, circa cento venti dei più nobili, oltre a moltissimi ordinarii soldati, rimasero prigionieri; di modo che quei di Sforza si rimisero bene in arnese sì di abiti che di cavalli e d'armi.

Dopo sì lieto successoSforzasi presentò alla regina, che l'accolse come suo angelo tutelare, e nel castello rassegnò tutti i prigioni. Poscia, senza perdere tempo, marciò colle sue genti alla volta d'Aversa, dove trovò quel vice-castellanocatalano[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], il quale, sbigottito per la nuova della rotta data al re suo padrone, oppure guadagnato con quattro mila fiorini, da lì a non molto capitolò la resa di quella città. Ora, mentre Sforza stava a quell'assedio, giunsero nel dì 11 di giugno a Napoli otto navi grosse e ventidue galee diAlfonso, nelle quali destinava il re di mandar laregina Giovannaprigioniera in Catalogna[Cronica di Sicilia, tom. 24 Rer. Ital.]. Ne fu avvertito Sforza, e spedì tosto Foschino Attendolo con cinquecento cavalli a fin d'impedire lo sbarco; ma non bastò la resistenza di così piccolo numero di gente a sostener la forza troppo superiore dei Catalani, i quali entrarono nella città. Neppur lo stesso Sforza, che colà arrivò il giorno seguente, contuttochè bravamente combattesse più ore, potò respignerli; anzi toccò a lui d'abbandonar Napoli, e di ritirarsi nei borghi, dove si accampò. In questa occasione ilre Alfonso, per intimorire ed occupare i Napoletani, temendo che si sollevassero, bruciò quella parte della città che è contigua al Castello Nuovo. Allora Sforza, veggendo in istato sì pericoloso gli affari, tratta fuori del castello di Capuana la regina, la condusse alla Cerra, e di là ad Aversa. Col cambio poi di varii dei suoi prigionieri riscattòSer-Gianni Caracciolo, il quale non lasciò per questo il suo mal animo verso del benefattore Sforza; al contrario della regina, la quale per ricompensa donò a Sforza Trani e Barletta, due città della Puglia. Tornato che fu il gran senescalco alla corte in Aversa, laregina Giovanna, preso consiglio da lui, da Sforza e da varii giurisconsulti, dichiarò ilre Alfonsodecaduto dal diritto della figliuolanza per colpa della sua ingratitudine, ed elesse per suo figliuoloLodovico duca d'Angiò, il quale usava anche il titolo di re, allora abitante in Roma. Venne il duca ad Aversa a trovar la regina, che l'accolse con buon cuore; ma intanto il castellodi Capuana si rendè al re Alfonso; con che egli restò interamente padrone di Napoli. Con tutto ciò, perchè l'adozione del suo avversario, pubblicata per tutta l'Europa, facea gran rumore, e chiaro appariva che vi avea avuta manopapa Martino, Alfonso, diffidando del popolo di Napoli, pensò di tornarsene in Catalogna; e tanto più, perchè era minacciato di guerra in quelle parti per la nemicizia dei Castigliani, e in oltre s'udiva allestirsi in Genova un gagliardo stuolo di legni contra di lui per ordine diFilippo Maria ducadi Milano, che dianzi s'era collegato colla regina Giovanna e con papa Martino. Pertanto mandò lettere aBraccio, ch'era allora all'assedio dell'Aquila, pregandolo di venir colle sue forze a Napoli; ma Braccio, che avea altri disegni, sperando di far sua la ricca città dell'Aquila, muovere non si volle, e solamente gl'inviòJacopo Caldoracon un corpo di gente che parve bastante unito coi Catalani a tenere in freno i Napoletani[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribellus, Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Ora il re Alfonso nel dì 15 d'ottobre, avendo lasciato per governatore di Napoli l'infantedon Pietrosuo fratello, con dieciotto galee si mise in mare, e nel viaggio prese e saccheggiò l'isola d'Ischia. Fece ancora di peggio. Nel passare avanti a Marsilia, città allora del duca d'Angiò nemico suo, per vendicarsi di lui, all'improvviso tentò un'impresa che parve temeraria, eppure gli riuscì: tanto era egli ardito e sprezzator de' pericoli. Se ne stavano i Marsiliesi senza guardia, perchè senza apprension di nemici all'intorno, quando ecco Alfonso sopravvenir colla sua flotta, rompere la catena del porto, sorprendere quanti legni ivi si trovarono, ed attaccato il fuoco a parte della città, mettere tal terrore in essa, che il popolo corso all'armi non potè durarla contro di lui. Per tre giorni andò tutta a sacco quella ricca città; immensa fu la preda,e fra le altre cose tutti i vasi preziosi delle chiese, e tutte le reliquie del corpo di san Lodovico vescovo furono asportate a Barcellona e Valenza, verso dove Alfonso continuò il suo viaggio, perchè conobbe di non poter tenere quella città.

Vegniamo ora aBraccio da Montone[Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.]. Dacchè egli si vide in pieno possesso della nobil città di Capoa e del suo riguardevol principato, siccome uomo pien di grandi idee, e che, appena salito un gradino, pensava a montare più allo, rivolse gli occhi, siccome dicemmo, alla ricca città dell'Aquila; e perchè questa si dichiarò del partito della regina contra del re Alfonso, bella occasione parve a lui questa d'impadronirsene, con isperanza, avuta che l'avesse, di non dimetterla sì presto, anzi di aggiugnerla al suo principato. Ne imprese dunque l'assedio, ma con trovare quel popolo risoluto di difendersi. E perchè egli per soggiogare una terra si ritirò di là per alquanti dì, lasciò campo a quei cittadini di premunirsi ben di viveri, e di rimettere in buono stato le fortificazioni della loro città. Però, tornatovi sotto, con più ardore la strinse; e trovando inutili, anzi dannosi, gli assalti, si preparò in fine a vincerla colla fame. Intanto gli Aquilani con varie lettere e messi imploravano aiuto dallaregina Giovanna. La commiserazione di quel popolo fedele, e più la conservazione di sì importante città per proprio interesse, furono pungenti sproni alla regina per accudir con vigore a preparare il soccorso. Fu mossoSforzaa questa impresa non meno dalle di lei premure, che dalla antica sua emulazione verso di Braccio. Però, quantunque il verno imminente invitasse le milizie al riposo, egli chiamò il figliuolFrancescodalla Calabria, Foschino, Michele e gli altri suoi fidi Cotignolesi colle loro truppe, e si mise in marcia alla volta dell'Aquila con quel successo che si vedrà all'anno seguente. Scrive il Crivelli[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]avereFilippo Maria ducadiMilano già fatto negozio per tirare lo stesso Sforza al suo servigio, e sostituirlo nel generalato alconte Carmagnola, il quale già vacillava nella grazia del duca; e che Sforza avea accettato l'impiego di consenso del papa e della regina, pensando di portarsi a Milano, dacchè avesse liberata l'Aquila. Non so io immaginare ch'egli volesse abbandonare il servigio della regina per altra cagione che per vedersi tuttavia malvoluto e perseguitato dal gran senescalco Caracciolo. Erasi, come già dissi, collegato esso duca di Milano col papa e colla regina Giovanna[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Alle istanze loro fece egli allestire in Genova una poderosa flotta di tredici galee, e di altrettante navi con altri legni, non senza querele de' Genovesi, perchè questo armamento costò a quella comunità ducento mila genovine. Con questa flotta, nel dì 14 di novembre, si unirono sei galee e una galeotta delre Lodovicodi Angiò, armate di Provenzali, e due altre alle di lui spese si armarono in Genova. Quando si credeva che ammiraglio di essa flotta avesse da essere l'invitto conte Francesco Carmagnola governatore allora di Genova, arrivò colà, spedito dal duca per comandarla ilconte Guido Torello: del che ognuno si stupì e dolse non poco. A noi sono ignoti i motivi per li quali s'era raffreddato l'amore del duca verso del Carmagnola, mirabile condottier d'armi, a cui principalmente dovea esso duca l'esaltazione sua. Certo è che di questa diffidenza e di tal trattamento si dolse e sdegnò oltre misura il Carmagnola, nè tarderemo molto a vederne gli effetti. Non si dee tacere che prima di questi tempi lo stesso duca, siccome principe che macinava sempre pensieri di maggiore ingrandimento, cominciò ad imbrogliar la quiete della Romagna. Già vedemmo dopo la morte diGiorgio Ordelaffosignore di Forlì preso il comando di quella città da Lugrezia figliuola del signor d'Imola a nome diTebaldosuo picciolo figliuolo[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.]. S'aveano a male i Forlivesi che gl'Imolesi concorsi colà in folla facessero addosso a loro i padroni. S'ebbe anche a male il duca di Milano, che Lugrezia non si volesse dipartire dall'amicizia de' Fiorentini, e passar nella sua lega. Laonde, nel dì 14 di maggio, il popolo di Forlì si mosse a rumore, prese le porte e le fortezze della città, e mise sotto buona guardia la suddetta Lugrezia, la qual poi ebbe la maniera di ritirarsi a Forlimpopoli, con aver fatto credere di voler consegnare quella terra alle genti del duca di Milano. Allora i Forlivesi chiamarono in aiuto le genti d'esso duca, comandate daAngelo dalla Pergola, le quali, entrate in quella città, fecero finta d'andarvi a nome del papa, oppure diNiccolò marchesedi Ferrara, e di guardarla pel fanciullo Tebaldo. Certo è che allora il papa e il duca passavano di buona intelligenza fra loro. Diedero perciò all'armi i Fiorentini[Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.]; e preso per loro generale, nel dì 23 d'agosto,Pandolfo Malatestasignore di Rimini, lo spedirono in Romagna con assai forze per sostenere il partito di Lucrezia. Tacque l'Ammirati, ma non tacquero già gli Annali di Forlì, nè Andrea Biglia[Billius, Hist., pag. 63, tom. 19 Rer. Ital.], che nel dì 6 di settembre il popolo di Forlì con presidio duchesco mise in rotta le genti dei Fiorentini, con farne prigioniera la metà d'esse: lo che fece maggiormente divampar la guerra tra il duca e i Fiorentini, i quali cercarono allora di collegarsi coi Veneziani[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Spedirono per questo ambasciatori a Venezia; ma non trovarono favorevole alle lor dimandeTommaso Mocenigodoge, uomo vecchio ed amante della pace. Curiosissime sono le aringhe di questo doge, rapportate dal Sanuto, perchè ci fan tra le altre cose vedere qual fosse allora l'opulenza dell'inclita città di Venezia, e quali leforze di cadauno dei principi che allora signoreggiavano in Italia. Ma poco stette a terminare la gloriosa sua vita il doge suddetto, essendo venuto a morte nell'aprile di quest'anno, e in suo luogo fu elettoFrancesco Foscaro, personaggio inclinato alla guerra.


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