MCCCCXXIVAnno diCristomccccxxiv. IndizioneII.Martino Vpapa 8.Sigismondore de' Romani 15.Si sciolse in quest'anno il concilio generale, cominciato con poco concorso in Siena, per varie difficoltà quivi insorte[Raynald., Annal. Eccles.]; laondepapa Martinodeterminò che il medesimo si avesse a celebrare da lì a sette anni in Basilea. Nell'anno presente[Vita Martini V, P. II, tom. 3 Rer Ital. Mariana, Histor., et alii.]diede veramente fine al suo vivere l'ostinato Pietro di Luna, cioè l'antipapaBenedetto XIII. L'età di novant'anni, a cui era giunto, ci porge motivo di credere che non da veleno, come corse voce, ma dai troppi anni procedesse la morte sua. A lui fu da due soli anticardinali dato per successore Egidio Mugnos o Mugnone, canonico; e costui, tutto che ridicolo pontefice, non lasciò di crear nuovi cardinali, e di esercitar le funzioni da papa: tutto per suggestione diAlfonso re d'Aragona, il quale, col mantener quest'idolo, volea tenere in apprensione il pontefice Martino V, e ricavarne a suo tempo dei vantaggi. Ma fra le cose che maggiormente angustiavano l'animo d'esso pontefice, era il duro assedio della città dell'Aquila, continuato già per più mesi daBracciosuo nemico, temendosi oramai la caduta di quella città nelle di lui mani. Se ciò succedeva, Roma sarebbe venuta a restar come bloccata da Braccio, uomo non mai sazio d'acquisti, e padrone dall'una parte di Perugia e d'altre città, e dall'altra di Capoa, dell'Aquila e di altri luoghi. Pertanto papa Martino,oltre al sollecitare continuamente laregina GiovannaeSforzaal soccorso, inviò anche ad esso Sforza tutti gli aiuti di gente armata che egli potè raunare. Erasi dunque mosso questo prode capitano coll'esercito suo verso la metà di dicembre dell'anno precedente con ferma speranza di giugnere a tempo alla liberazion dell'Aquila[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]; e nel cammino avea sottoposti al suo volere Lanzano ed Ortona, dove celebrò la festa del santo Natale. Quivi, dato riposo alla armata, nel dì 4 del gennaio dell'anno presente al dispetto del verno marciò con tutta la gente innanzi per passare il fiume Pescara, là dove sbocca nel mare. Valicò egli intrepidamente quelle acque insieme conFrancescosuo figliuolo, seguitato da quattrocento cavalli, coi quali esso Francesco mise in rotta un corpo di nemici posto alla riva opposta. Intanto, essendosi ingrossato il fiume pel flusso del mare vicino, il resto dell'armata si fermò, non osando passare. L'impaziente Sforza, dopo averli colla voce e colla mano indarno chiamati, di nuovo spinse il cavallo nel fiume per tornare di là, ed animar col suo esempio gli altri al passaggio. Ma ritrovandosi in mezzo all'acqua, e veggendo uno dei suoi uomini di armi, oppure un suo caro paggio, che nel voler passare s'affogava, si indirizzò per dargli aiuto. E già l'avea preso colla man destra per sollevarlo, quando al suo cavallo vennero meno i piedi di dietro, se pur non cadde in un gorgo; e Sforza armato, come era, piombò al basso, e quivi lasciò la vita, senza che mai più si trovasse il cadavero suo, che probabilmente fu rotolato nel mare. E questo miserabil fine feceSforza Attendoloda Cotignola, che da basso stato era salito pel suo raro valore ad un'insigne potenza, e al credito d'uno dei primi generali d'armi che s'avesse allora l'Italia. Lasciò dopo di sè molti figliuoli, bastardi la maggior parte, fra' quali Francesco superò col tempo di gran lunga lagloria del padre. Per la morte sua restò scompigliato ogni disegno di quell'esercito.Bracciostesso, che si trovava allora a Chieti, e, inteso il passaggio di Sforza, già s'era posto in viaggio senza volerlo aspettare, dacchè ricevè la nuova della morte di lui, più che mai vigoroso tornò a strignere d'assedio la città dell'Aquila.Ora Francesco figliuolo di Sforza dopo la perdita del padre volle accorrere alla guardia delle città e terre già possedute da esso suo genitore, e, lasciato un sufficiente presidio in Ortona, frettolosamente col resto dell'esercito si portò a Benevento; e, trovato che non v'era novità, andò ad Aversa. Quivi con tenerezza e distinzione fu accolto dallaregina Giovanna, la quale, per tener vivo il nome del padre, al cui valore ella era tanto obbligata, ordinò ch'egli da lì innanzi s'intitolasseFrancesco Sforza; e dopo avergli confermati i dominii del padre, e datagli buona somma di danaro da pagar le milizie, l'animò a proseguir le cominciate imprese in difesa della sua corona. Intanto era giunta in quelle vicinanze in favore d'essa regina la poderosa flotta genovese, ben provveduta di gente brava e guerriera, che il Crivello[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]fa consistere in quattordici vascelli, ventitrè galee, tre galeotte, oltre ad altri legni minori. La prima impresa[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]fu di impadronirsi di Gaeta città ricchissima in quei tempi, dove fecero gran bottino. Ebbero dipoi Procida, Castello-a-mare, Vico, Sorrento, Massa ed altri luoghi. Ciò fatto, si presentarono per mare davanti a Napoli; nel qual tempo anche Francesco Sforza colduca di SessaeLuigi da San Severino, e con parte delle soldatesche già militanti sotto Sforza suo padre, che volentieri si ridussero sotto le bandiere del figliuolo, si accampò sotto la medesima città.Jacopo Caldora, Berardino dalla Cordadegli Ubaldini,Orso Orsinoed altri capitani sotto l'infantedon Pietro, fratellodelre Alfonso, valorosamente difendeano la città. Ma Berardino, preso il pretesto che non correano le paghe, con licenza dell'infante se ne ritornò a Braccio. La ritirata di questo condottier d'armi, e il vedere che gli altri Italiani erano spesso a parlamento con quei di fuori, fecero talmente montare in collera l'infante, che determinò di bruciar Napoli. E l'avrebbe fatto, se Jacopo Caldora e Cola Sottile non se gli fossero opposti colle buone e colle brusche, tanto che depose quella crudel risoluzione. Da lì innanzi don Pietro non si fidò più del Caldora, e questi, accortosi di essere in pericolo, segretamente trattò accordo colconteGuido Torello. Perciò nel dì 12 d'aprile, aperta una porta di Napoli, vi entrarono le schiere genovesi e quelle della regina Giovanna, facendo prigionieri non pochi Aragonesi e Catalani, ma senza inferir danno ai Napoletani. Ciò fatto, misero l'assedio al castello di Capuana, che pochi giorni si tenne e si rendè con buoni patti. Passarono poi sotto Castello Nuovo, dove si era ritirato l'infante don Pietro. Gran festa fu fatta per tale acquisto da chiunque amava la regina; ed allora il giovineLodovico ducad'Angiò a nome di essa entrò in Napoli. Ma Guido Torello colla flotta genovese, perchè la regina si trovava troppo sprovveduta di danaro da soddisfare al soldo e mantenimento di essi Genovesi, se ne partì[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e nel dì 26 di maggio con gran gloria pervenuto a Genova, quivi disarmò. Fu nella suddetta occasione, che avendo il Torello conosciuto di vistaFrancesco Sforza, giovane, che per tempo mostrava tutte le disposizioni a riuscir quello che poscia divenne col darne vantaggiosa relazione aFilippo Maria ducadi Milano, l'invogliò di prenderlo ai suoi servigi, siccome più innanzi vedremo.Correva già il tredicesimo mese che durava l'assedio dell'Aquila, assedio famoso e minutamente descritto da unrozzo sì, ma veridico poeta di quella città, ch'io ho dato alla luce nel tomo VI delle mie Antichità Italiane, sostenendosi con valore e costanza memoranda, non ostante la fame, da que' cittadini contro tutti gli sforzi di Braccio da Montone. Ilconte Antoniuccio dall'Aquilafece delle maraviglie in difesa della patria. Tanto il ponteficeMartino, quanto la regina premevano forte per soccorrere quell'afflitta città; ed amendue, avendo unite quante forze poterono, le spedirono alla volta dell'Aquila. Generale di questa armata fu sceltoJacopo Caldora; sotto di lui militavanoFrancesco Sforzacolle milizie sforzesche,Lodovico Colonnacolle pontificie,Luigi da San Severino, Niccolò da Tolentinoed altri capitani assai rinomati. Arrivò il Caldora con tutti i suoi alla cima della montagna, da dove si scopriva l'assediata città dell'Aquila e il campo nemico.Braccio, a cui era giunto con grosso rinforzo di genteNiccolò Piccinino, o perchè superbo si facesse beffe dell'esercito nemico, oppure perchè si figurasse, lasciandoli calar tutti al piano, d'averli come in pugno, non volle che si facesse un passo per assalirli nella scesa del monte, ancorchè i suoi capitani gli rappresentassero la facilità di sbaragliarli nelle vie strette di essa montagna. A chi Dio vuol male gli leva il senno. Disposta la fanteria in certi siti con ordine di non muoversi, s'egli non ne dava il segno, colla cavalleria si fece incontro all'armata nemica, già pervenuta al piano[Corio, Istor. di Milano.]. Attaccatasi la terribil battaglia nel dì 2 di giugno, per più ore si combattè con vicendevole strage di uomini e cavalli. Era stato lasciato il Piccinino con alcune squadre alla guardia della città, affinchè gli Aquilani non uscissero; ma veggendo egli i suoi o piegare o stanchi pel tanto menar delle mani, non si potè contenere, ed, abbandonato il posto, entrò anch'egli colla sua gente nel fiero conflitto. Fu questo la rovina dell'esercito di Braccio; imperocchè il popolo dell'Aquila(e fin le donne, se dice vero il Campano), scorgendo libero il varco, e il soccorso vicino, furiosamente uscì della città, e girando per le colline, si scagliò anche esso addosso al nemico con immense grida, che atterrirono i Bracceschi ed accrebbero il coraggio agli amici. Queste grida e il polverio alzato furono cagione che la fanteria di Braccio, la quale anche s'era perduta in parte a bottinare, non vide e non intese il segnale per muoversi; e però andò in rotta la di lui cavalleria, eBracciostesso, mortalmente ferito, fu preso con gran copia dei suoi. Andò tutto il bagaglio in preda ai vincitori; la città restò liberata, e Braccio portato mezzo morto nell'Aquila, tardò poco a spirar l'anima, scomunicato com'era[Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital. Leonardus Aretin., Hist., tom. eod. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Fu creduto che la sua ferita venisse dai fuorusciti Perugini, che la volevano sol contra di lui. In questa maniera terminò la vita e la potenza diBraccio FortebraccioPerugino, personaggio diffamato da alcuni scrittori[Raynaldus, Annal. Eccles. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. S. Antoninus, et alii.]per uomo di poca religione, di molta crudeltà e di ambizione smoderata, che in questi ultimi tempi era anche peggiorato nei costumi, col divenire più aspro del solito e sprezzatore d'ogni consiglio. Ma certo non gli si può negar la gloria di essere stato insigne nel mestier della guerra, e forse il maggior generale di armata che allora avesse l'Italia. DaLodovico Colonnafu portato a Roma il cadavero suo, e vilmente seppellito fuori di luogo sacro. Nè si può esprimere la festa che di tal vittoria fecero i Romani, e massimamente il pontefice, che non solamente si vide libero da un formidabil nemico, ma anche nel giorno 29 di luglio ricuperò Perugia, Assisi e le altre città da lui usurpate, con essere anche tornato in potere dellaregina Giovannail principato di Capoa. Giunse poinel dì 20 di giugno a Napoli la flotta di 25 galee del re d'Aragona, che con alte grida si andò accostando alle mura, e diede in più volte molti assalti al molo picciolo, che bravamente fu difeso dai Napoletani colla morte di assaissimi Catalani. Altro dunque far non potendo quel comandante, nel secondo giorno di agosto cavò di Castello Nuovo l'infante don Pietro fratello delre Alfonso, lasciando in sua vece alla custodia di quella fortezza messer Dalmeo[Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.]; e, dopo aver danneggiata la marina, arrivò circa la metà di esso mese insieme coll'infante a Messina. Vi ha chi riferisce all'anno seguente questo fatto. Venuto poi il settembre, essodon Pietroedon Federigosuo fratello fecero vela colla flotta verso l'Africa, per bottinare addosso ai Mori. In una rotta che diedero ad essi ne fecero prigioni più di tre mila.Mentre queste cose si faceano nel regno di Napoli, si andò sempre più riscaldando la guerra in Romagna traFilippo Maria Viscontee iFiorentini[Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 18. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.]. Troppo di mal occhio miravano questi entrate le armi duchesche in Forlì; perchè l'avere ai confini un principe di tanta potenza, giusta gelosia facea nascere nel cuore di quel molto avveduto popolo. Crebbero maggiormente i dissapori e sospetti, dappoichè le armi del medesimo duca per tradimento misero nel dì primo di febbraio il piede in Imola, e fecero prigioneLodovico degli Alidosisignore di essa città[Billius, Hist., lib. 4, tom. eod.], che fu mandato a Milano. Questi, dopo essere stato parecchi mesi nelle carceri, rilasciato, si fece frate dell'osservanza di San Francesco. Spedirono perciò i FiorentiniCarloePandolfo Malatestisignori di Rimini[Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.], e circa dieci mila tra cavalli e fanti in Romagna. Dopo avere l'esercito duchesco, comandato daAngelo dalla Pergola, ridotto in angustia il castello di Zagonara[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], Carlo de' Malatesti per soccorrerlo s'inviò verso quelle parti. Però si venne ad un fatto di armi nel dì 27 oppure 28 di luglio, in cui sbaragliato restò prigioniere lo stesso Carlo Malatesta, e lasciaronvi la vitaLodovico degli Obizzida Lucca,Orso degli Orsinida Monte Ritondo ed altri assaissimi. Tre mila e ducento cavalli furono presi, oltre alla perdita del bagaglio. Dopo questo prosperoso avvenimento passò l'armata duchesca all'assedio di Forlimpopoli, e nel dì 13 d'agosto se ne impadronì. Lo stesso fece di Bertinoro, Savignano e d'altre castella di que' contorni. Tolse anche ai Fiorentini Bagno, Dovadola e d'altre terre, e quattro castella nel territorio di Pesaro, ed altre in quello di Rimini. Leggesi minutamente descritta questa guerra da Andrea Biglia scrittore di questi tempi. Fu condotto prigioniere a MilanoCarlo Malatesta; ma in vece di trovare nel duca un nemico, vi trovò un magnanimo amico. Tosto fu messo in libertà, accolto con onore ed amorevolezza dal duca, e dopo essere stato ben trattato, nel gennaio dell'anno seguente, caricato anche di regali, se ne tornò libero a casa. Fecegli inoltre restituire il duca tutte le castella a lui prese, con grave danno non di meno di coloro che le aveano rendute, perchè come colpevoli furono ben pelati da esso Malatesta. Con questa generosità trasse il duca nel suo partito i Malatesti. Voce comune fu, che se nel bollore di questa fortuna il duca spigneva le sue armi in Toscana, avrebbe ridotto a mal termine i Fiorentini, perchè Cortona, Arezzo ed altre terre stavano colle mani giunte aspettando chi loro porgesse aiuto per sottrarsi al dominio di Firenze. Ma nulla di più si tentò nell'anno presente, e nel susseguente mutarono faccia le cose. Mandò il duca Filippo Maria nel novembre di quest'anno per governatore di Genovailcardinal Jacopo Isolani[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]: dal che si avvide il conteFrancesco Carmagnoladi essere chiaramente decaduto dalla grazia del duca. Portatosi ad Abbiate per avere udienza dal duca, non potè averla, e però indispettito si ritirò ad Ivrea in Piemonte[Billius, Hist., lib. 4. tom. 19 Rer. Ital.]. Ebbe il duca fra non molto tempo a far gran penitenza di questa sua sconsigliata risoluzione. Perdè egli un gran capitano, ed uno ne provvide ai nemici suoi per propria rovina. Occupò bensì il duca i beni sì feudali che allodiali di esso Carmagnola, i quali il Biglia fa ascendere a quaranta mila fiorini di rendita: guadagno nondimeno da nulla, dacchè in breve vedremo ciò che gli costasse l'aver per nemico un generale di sì gran vaglia. I motivi poi dell'alienato animo del duca a me sono ignoti. Forse l'incontentabilità dei generali d'allora, fattasi conoscere nel Carmagnola, stancò il duca; se pur non volesse talun sospettare che le stesse facoltà sì abbondantemente a lui donate gli facessero guerra nell'animo del duca, siccome fecero una volta a Seneca in quel di Nerone.
Si sciolse in quest'anno il concilio generale, cominciato con poco concorso in Siena, per varie difficoltà quivi insorte[Raynald., Annal. Eccles.]; laondepapa Martinodeterminò che il medesimo si avesse a celebrare da lì a sette anni in Basilea. Nell'anno presente[Vita Martini V, P. II, tom. 3 Rer Ital. Mariana, Histor., et alii.]diede veramente fine al suo vivere l'ostinato Pietro di Luna, cioè l'antipapaBenedetto XIII. L'età di novant'anni, a cui era giunto, ci porge motivo di credere che non da veleno, come corse voce, ma dai troppi anni procedesse la morte sua. A lui fu da due soli anticardinali dato per successore Egidio Mugnos o Mugnone, canonico; e costui, tutto che ridicolo pontefice, non lasciò di crear nuovi cardinali, e di esercitar le funzioni da papa: tutto per suggestione diAlfonso re d'Aragona, il quale, col mantener quest'idolo, volea tenere in apprensione il pontefice Martino V, e ricavarne a suo tempo dei vantaggi. Ma fra le cose che maggiormente angustiavano l'animo d'esso pontefice, era il duro assedio della città dell'Aquila, continuato già per più mesi daBracciosuo nemico, temendosi oramai la caduta di quella città nelle di lui mani. Se ciò succedeva, Roma sarebbe venuta a restar come bloccata da Braccio, uomo non mai sazio d'acquisti, e padrone dall'una parte di Perugia e d'altre città, e dall'altra di Capoa, dell'Aquila e di altri luoghi. Pertanto papa Martino,oltre al sollecitare continuamente laregina GiovannaeSforzaal soccorso, inviò anche ad esso Sforza tutti gli aiuti di gente armata che egli potè raunare. Erasi dunque mosso questo prode capitano coll'esercito suo verso la metà di dicembre dell'anno precedente con ferma speranza di giugnere a tempo alla liberazion dell'Aquila[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]; e nel cammino avea sottoposti al suo volere Lanzano ed Ortona, dove celebrò la festa del santo Natale. Quivi, dato riposo alla armata, nel dì 4 del gennaio dell'anno presente al dispetto del verno marciò con tutta la gente innanzi per passare il fiume Pescara, là dove sbocca nel mare. Valicò egli intrepidamente quelle acque insieme conFrancescosuo figliuolo, seguitato da quattrocento cavalli, coi quali esso Francesco mise in rotta un corpo di nemici posto alla riva opposta. Intanto, essendosi ingrossato il fiume pel flusso del mare vicino, il resto dell'armata si fermò, non osando passare. L'impaziente Sforza, dopo averli colla voce e colla mano indarno chiamati, di nuovo spinse il cavallo nel fiume per tornare di là, ed animar col suo esempio gli altri al passaggio. Ma ritrovandosi in mezzo all'acqua, e veggendo uno dei suoi uomini di armi, oppure un suo caro paggio, che nel voler passare s'affogava, si indirizzò per dargli aiuto. E già l'avea preso colla man destra per sollevarlo, quando al suo cavallo vennero meno i piedi di dietro, se pur non cadde in un gorgo; e Sforza armato, come era, piombò al basso, e quivi lasciò la vita, senza che mai più si trovasse il cadavero suo, che probabilmente fu rotolato nel mare. E questo miserabil fine feceSforza Attendoloda Cotignola, che da basso stato era salito pel suo raro valore ad un'insigne potenza, e al credito d'uno dei primi generali d'armi che s'avesse allora l'Italia. Lasciò dopo di sè molti figliuoli, bastardi la maggior parte, fra' quali Francesco superò col tempo di gran lunga lagloria del padre. Per la morte sua restò scompigliato ogni disegno di quell'esercito.Bracciostesso, che si trovava allora a Chieti, e, inteso il passaggio di Sforza, già s'era posto in viaggio senza volerlo aspettare, dacchè ricevè la nuova della morte di lui, più che mai vigoroso tornò a strignere d'assedio la città dell'Aquila.
Ora Francesco figliuolo di Sforza dopo la perdita del padre volle accorrere alla guardia delle città e terre già possedute da esso suo genitore, e, lasciato un sufficiente presidio in Ortona, frettolosamente col resto dell'esercito si portò a Benevento; e, trovato che non v'era novità, andò ad Aversa. Quivi con tenerezza e distinzione fu accolto dallaregina Giovanna, la quale, per tener vivo il nome del padre, al cui valore ella era tanto obbligata, ordinò ch'egli da lì innanzi s'intitolasseFrancesco Sforza; e dopo avergli confermati i dominii del padre, e datagli buona somma di danaro da pagar le milizie, l'animò a proseguir le cominciate imprese in difesa della sua corona. Intanto era giunta in quelle vicinanze in favore d'essa regina la poderosa flotta genovese, ben provveduta di gente brava e guerriera, che il Crivello[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]fa consistere in quattordici vascelli, ventitrè galee, tre galeotte, oltre ad altri legni minori. La prima impresa[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]fu di impadronirsi di Gaeta città ricchissima in quei tempi, dove fecero gran bottino. Ebbero dipoi Procida, Castello-a-mare, Vico, Sorrento, Massa ed altri luoghi. Ciò fatto, si presentarono per mare davanti a Napoli; nel qual tempo anche Francesco Sforza colduca di SessaeLuigi da San Severino, e con parte delle soldatesche già militanti sotto Sforza suo padre, che volentieri si ridussero sotto le bandiere del figliuolo, si accampò sotto la medesima città.Jacopo Caldora, Berardino dalla Cordadegli Ubaldini,Orso Orsinoed altri capitani sotto l'infantedon Pietro, fratellodelre Alfonso, valorosamente difendeano la città. Ma Berardino, preso il pretesto che non correano le paghe, con licenza dell'infante se ne ritornò a Braccio. La ritirata di questo condottier d'armi, e il vedere che gli altri Italiani erano spesso a parlamento con quei di fuori, fecero talmente montare in collera l'infante, che determinò di bruciar Napoli. E l'avrebbe fatto, se Jacopo Caldora e Cola Sottile non se gli fossero opposti colle buone e colle brusche, tanto che depose quella crudel risoluzione. Da lì innanzi don Pietro non si fidò più del Caldora, e questi, accortosi di essere in pericolo, segretamente trattò accordo colconteGuido Torello. Perciò nel dì 12 d'aprile, aperta una porta di Napoli, vi entrarono le schiere genovesi e quelle della regina Giovanna, facendo prigionieri non pochi Aragonesi e Catalani, ma senza inferir danno ai Napoletani. Ciò fatto, misero l'assedio al castello di Capuana, che pochi giorni si tenne e si rendè con buoni patti. Passarono poi sotto Castello Nuovo, dove si era ritirato l'infante don Pietro. Gran festa fu fatta per tale acquisto da chiunque amava la regina; ed allora il giovineLodovico ducad'Angiò a nome di essa entrò in Napoli. Ma Guido Torello colla flotta genovese, perchè la regina si trovava troppo sprovveduta di danaro da soddisfare al soldo e mantenimento di essi Genovesi, se ne partì[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e nel dì 26 di maggio con gran gloria pervenuto a Genova, quivi disarmò. Fu nella suddetta occasione, che avendo il Torello conosciuto di vistaFrancesco Sforza, giovane, che per tempo mostrava tutte le disposizioni a riuscir quello che poscia divenne col darne vantaggiosa relazione aFilippo Maria ducadi Milano, l'invogliò di prenderlo ai suoi servigi, siccome più innanzi vedremo.
Correva già il tredicesimo mese che durava l'assedio dell'Aquila, assedio famoso e minutamente descritto da unrozzo sì, ma veridico poeta di quella città, ch'io ho dato alla luce nel tomo VI delle mie Antichità Italiane, sostenendosi con valore e costanza memoranda, non ostante la fame, da que' cittadini contro tutti gli sforzi di Braccio da Montone. Ilconte Antoniuccio dall'Aquilafece delle maraviglie in difesa della patria. Tanto il ponteficeMartino, quanto la regina premevano forte per soccorrere quell'afflitta città; ed amendue, avendo unite quante forze poterono, le spedirono alla volta dell'Aquila. Generale di questa armata fu sceltoJacopo Caldora; sotto di lui militavanoFrancesco Sforzacolle milizie sforzesche,Lodovico Colonnacolle pontificie,Luigi da San Severino, Niccolò da Tolentinoed altri capitani assai rinomati. Arrivò il Caldora con tutti i suoi alla cima della montagna, da dove si scopriva l'assediata città dell'Aquila e il campo nemico.Braccio, a cui era giunto con grosso rinforzo di genteNiccolò Piccinino, o perchè superbo si facesse beffe dell'esercito nemico, oppure perchè si figurasse, lasciandoli calar tutti al piano, d'averli come in pugno, non volle che si facesse un passo per assalirli nella scesa del monte, ancorchè i suoi capitani gli rappresentassero la facilità di sbaragliarli nelle vie strette di essa montagna. A chi Dio vuol male gli leva il senno. Disposta la fanteria in certi siti con ordine di non muoversi, s'egli non ne dava il segno, colla cavalleria si fece incontro all'armata nemica, già pervenuta al piano[Corio, Istor. di Milano.]. Attaccatasi la terribil battaglia nel dì 2 di giugno, per più ore si combattè con vicendevole strage di uomini e cavalli. Era stato lasciato il Piccinino con alcune squadre alla guardia della città, affinchè gli Aquilani non uscissero; ma veggendo egli i suoi o piegare o stanchi pel tanto menar delle mani, non si potè contenere, ed, abbandonato il posto, entrò anch'egli colla sua gente nel fiero conflitto. Fu questo la rovina dell'esercito di Braccio; imperocchè il popolo dell'Aquila(e fin le donne, se dice vero il Campano), scorgendo libero il varco, e il soccorso vicino, furiosamente uscì della città, e girando per le colline, si scagliò anche esso addosso al nemico con immense grida, che atterrirono i Bracceschi ed accrebbero il coraggio agli amici. Queste grida e il polverio alzato furono cagione che la fanteria di Braccio, la quale anche s'era perduta in parte a bottinare, non vide e non intese il segnale per muoversi; e però andò in rotta la di lui cavalleria, eBracciostesso, mortalmente ferito, fu preso con gran copia dei suoi. Andò tutto il bagaglio in preda ai vincitori; la città restò liberata, e Braccio portato mezzo morto nell'Aquila, tardò poco a spirar l'anima, scomunicato com'era[Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital. Leonardus Aretin., Hist., tom. eod. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Fu creduto che la sua ferita venisse dai fuorusciti Perugini, che la volevano sol contra di lui. In questa maniera terminò la vita e la potenza diBraccio FortebraccioPerugino, personaggio diffamato da alcuni scrittori[Raynaldus, Annal. Eccles. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. S. Antoninus, et alii.]per uomo di poca religione, di molta crudeltà e di ambizione smoderata, che in questi ultimi tempi era anche peggiorato nei costumi, col divenire più aspro del solito e sprezzatore d'ogni consiglio. Ma certo non gli si può negar la gloria di essere stato insigne nel mestier della guerra, e forse il maggior generale di armata che allora avesse l'Italia. DaLodovico Colonnafu portato a Roma il cadavero suo, e vilmente seppellito fuori di luogo sacro. Nè si può esprimere la festa che di tal vittoria fecero i Romani, e massimamente il pontefice, che non solamente si vide libero da un formidabil nemico, ma anche nel giorno 29 di luglio ricuperò Perugia, Assisi e le altre città da lui usurpate, con essere anche tornato in potere dellaregina Giovannail principato di Capoa. Giunse poinel dì 20 di giugno a Napoli la flotta di 25 galee del re d'Aragona, che con alte grida si andò accostando alle mura, e diede in più volte molti assalti al molo picciolo, che bravamente fu difeso dai Napoletani colla morte di assaissimi Catalani. Altro dunque far non potendo quel comandante, nel secondo giorno di agosto cavò di Castello Nuovo l'infante don Pietro fratello delre Alfonso, lasciando in sua vece alla custodia di quella fortezza messer Dalmeo[Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.]; e, dopo aver danneggiata la marina, arrivò circa la metà di esso mese insieme coll'infante a Messina. Vi ha chi riferisce all'anno seguente questo fatto. Venuto poi il settembre, essodon Pietroedon Federigosuo fratello fecero vela colla flotta verso l'Africa, per bottinare addosso ai Mori. In una rotta che diedero ad essi ne fecero prigioni più di tre mila.
Mentre queste cose si faceano nel regno di Napoli, si andò sempre più riscaldando la guerra in Romagna traFilippo Maria Viscontee iFiorentini[Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 18. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.]. Troppo di mal occhio miravano questi entrate le armi duchesche in Forlì; perchè l'avere ai confini un principe di tanta potenza, giusta gelosia facea nascere nel cuore di quel molto avveduto popolo. Crebbero maggiormente i dissapori e sospetti, dappoichè le armi del medesimo duca per tradimento misero nel dì primo di febbraio il piede in Imola, e fecero prigioneLodovico degli Alidosisignore di essa città[Billius, Hist., lib. 4, tom. eod.], che fu mandato a Milano. Questi, dopo essere stato parecchi mesi nelle carceri, rilasciato, si fece frate dell'osservanza di San Francesco. Spedirono perciò i FiorentiniCarloePandolfo Malatestisignori di Rimini[Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.], e circa dieci mila tra cavalli e fanti in Romagna. Dopo avere l'esercito duchesco, comandato daAngelo dalla Pergola, ridotto in angustia il castello di Zagonara[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], Carlo de' Malatesti per soccorrerlo s'inviò verso quelle parti. Però si venne ad un fatto di armi nel dì 27 oppure 28 di luglio, in cui sbaragliato restò prigioniere lo stesso Carlo Malatesta, e lasciaronvi la vitaLodovico degli Obizzida Lucca,Orso degli Orsinida Monte Ritondo ed altri assaissimi. Tre mila e ducento cavalli furono presi, oltre alla perdita del bagaglio. Dopo questo prosperoso avvenimento passò l'armata duchesca all'assedio di Forlimpopoli, e nel dì 13 d'agosto se ne impadronì. Lo stesso fece di Bertinoro, Savignano e d'altre castella di que' contorni. Tolse anche ai Fiorentini Bagno, Dovadola e d'altre terre, e quattro castella nel territorio di Pesaro, ed altre in quello di Rimini. Leggesi minutamente descritta questa guerra da Andrea Biglia scrittore di questi tempi. Fu condotto prigioniere a MilanoCarlo Malatesta; ma in vece di trovare nel duca un nemico, vi trovò un magnanimo amico. Tosto fu messo in libertà, accolto con onore ed amorevolezza dal duca, e dopo essere stato ben trattato, nel gennaio dell'anno seguente, caricato anche di regali, se ne tornò libero a casa. Fecegli inoltre restituire il duca tutte le castella a lui prese, con grave danno non di meno di coloro che le aveano rendute, perchè come colpevoli furono ben pelati da esso Malatesta. Con questa generosità trasse il duca nel suo partito i Malatesti. Voce comune fu, che se nel bollore di questa fortuna il duca spigneva le sue armi in Toscana, avrebbe ridotto a mal termine i Fiorentini, perchè Cortona, Arezzo ed altre terre stavano colle mani giunte aspettando chi loro porgesse aiuto per sottrarsi al dominio di Firenze. Ma nulla di più si tentò nell'anno presente, e nel susseguente mutarono faccia le cose. Mandò il duca Filippo Maria nel novembre di quest'anno per governatore di Genovailcardinal Jacopo Isolani[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]: dal che si avvide il conteFrancesco Carmagnoladi essere chiaramente decaduto dalla grazia del duca. Portatosi ad Abbiate per avere udienza dal duca, non potè averla, e però indispettito si ritirò ad Ivrea in Piemonte[Billius, Hist., lib. 4. tom. 19 Rer. Ital.]. Ebbe il duca fra non molto tempo a far gran penitenza di questa sua sconsigliata risoluzione. Perdè egli un gran capitano, ed uno ne provvide ai nemici suoi per propria rovina. Occupò bensì il duca i beni sì feudali che allodiali di esso Carmagnola, i quali il Biglia fa ascendere a quaranta mila fiorini di rendita: guadagno nondimeno da nulla, dacchè in breve vedremo ciò che gli costasse l'aver per nemico un generale di sì gran vaglia. I motivi poi dell'alienato animo del duca a me sono ignoti. Forse l'incontentabilità dei generali d'allora, fattasi conoscere nel Carmagnola, stancò il duca; se pur non volesse talun sospettare che le stesse facoltà sì abbondantemente a lui donate gli facessero guerra nell'animo del duca, siccome fecero una volta a Seneca in quel di Nerone.