MCCCCXXVIIAnno diCristomccccxxvii. Indiz.V.Martino Vpapa 11.Sigismondore de' Romani 18.Nudriva benFilippo Maria Visconteduca di Milano le stesse idee d'ingrandimento che ebbeGian-Galeazzosuo padre; ma non accoppiava egli co' desiderii quella prudenza ed accortezza che in suo padre si osservò. Tenea appresso di sè cattivi ministri,[Billius, Hist., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.]che non gli permetteano di dar udienze, e gli faceano sapere solamente quel tanto che lor piacea. Il peggio era, che, senza sapersi accomodare ai rovesci della fortuna, andava continuamente macinando pensieri di vendetta, cioè cercando le vie di rovinarsi sempre. Ancorchè egli sul principio di quest'anno avesse confermati gli articoli della pace, pure pien di sdegno ad altro non pensava che alla guerra. Ad assodarlo in questo proponimento servì non poco la nobiltà di Milano, la quale, mal sofferendo una pace sì svantaggiosa, fece delle esibizioni per continuar la pugna, purchè il duca desse lor la balia di operare. Accettò egli l'offerta, e volle che questa gli fosse mantenuta; ma non mantenne già egli la condizione proposta: del che mormorò e si lagnò forte quel popolo aggravato oltre misura dal duca, e disgustato dal mal governo. Pertanto allorchè le potenze, collegate contra di lui, in vigor della pace stabilita furono per ricevere la tenuta delle terre ch'egli dovea dimettere nel Bresciano e nel Piemonte, si scoprì che l'incostante duca avea mutato pensiero, nè volea mantenere i patti. Per questa mancanza di fede i Veneziani e Fiorentini, tuttavia ben armati, determinarono di ricominciar la guerra, nè ilcardinale Albergatilegato della santa Sede, mediator d'essa pace, e personaggio di molta santità, potè impedirlo; anzi, stomacato della leggerezza del duca, si congedò da Venezia, e tornossene al suo vescovato di Bologna.Ricominciossi dunque la guerra per Po, dove il senato veneto inviò un'armata di ventisette galeoni e molti rediguardi[Sanuto, Istor. Ven., tom. 23 Rer. Ital.], incontro alla quale anche il duca ne spedì un'altra di venti galeoni, tre ganzare grandi incastellate e dodici rediguardi. Avendo questa flotta duchesca ripigliate le Torricelle, s'accostò a Casal Maggiore, che allora era in mano dei Veneziani; e venuto colà per terraAngelo dalla Pergolainsieme conNiccolò Piccininoconducendo seco sette mila cavalli ed otto mila fanti, nel dì 28 di marzo assediò la stessa terra di Casal Maggiore. Se grandi furono le offese, non minor fu la difesa. Tuttavia fu costretta la terra a rendersi. Passarono i ducheschi sotto Brescello, occupato già dai Veneziani. Ma eccoti, nel dì 21 di maggio, la flotta veneta comparire, ed attaccare colla nemica una battaglia che fu ben aspra. Andò in fine rotta la flotta e gente del duca[Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Dopo questa vittoria trovandosi le armate di terra sul Bresciano[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.], nel dì dell'Ascensione succedette un altro fiero fatto d'armi presso Gottolengo con isvantaggio dei Veneziani, perchè vi restarono prigionieri circa mille e cinquecento persone. Nel mese poi di luglio marciò ilCarmagnolasul Cremonese, minacciando d'assedio quella città, di modo che lo stesso duca di Milano si portò colà per animare i suoi ad ogni maggior resistenza. Secondo i conti d'Andrea Biglia[Billius, Hist., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.]storico milanese di questi tempi, circa settanta mila combattenti fra l'una parte e l'altra si videro allora sul Cremonese, fra i quali più di venti mila cavalli: il che fa conoscere come gagliarde fossero allora le forze dell'Italia, benchè a queste armate non concorressero tanti altri principi italiani. Ora nel dì 12 di luglio, benchè l'esercito duchesco fosse sempre inferiore all'altro, pur venne di nuovo alle mani,ma non generalmente coi nemici. Incerto ne fu l'esito, essendovi restati tanto dall'una che dall'altra parte assaissimi prigionieri, e scavalcato nella zuffa lo stesso Carmagnola, il quale dopo il fatto si spinse addosso a Casal Maggiore, e fece così ben giocare le artiglierie, che lo ricuperò con far prigione il presidio.Gran diversità intanto passava fra i due contrarii eserciti. In quello del duca tutto era discordia, non volendo i capitani cedere l'uno all'altro; e questi eranoAngelo dalla Pergola,Guido Torello, il conteFrancesco SforzaeNiccolò Piccinino. All'incontro nell'armata veneta ilCarmagnolacomandava a tutti, e sapea farsi ubbidire non meno dalsignor di Faenza, daGiovanni da Varanosignor di Camerino, daMichelettoeLorenzo da Cotignolaparenti di Francesco Sforza, e da altri capitani, annoverati da Andrea Redusio[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.], che dallo stessoGian-Francesco marchesedi Mantova: cosa di grande importanza nel mestier della guerra. Il perchè venne il duca in determinazion di creare un capitan generale persona di credito, sotto cui non isdegnassero di stare gli altri suoi condottieri d'armi. Fu scelto per questo gradoCarlo Malatesta, esperto, ma poco fortunato, maestro di guerra. Venuto questi al campo, nulla fece di riguardevole per più settimane, finchè, aggirato dagli stratagemmi del Carmagnola, a Macalò nel dì 11 dì ottobre inaspettatamente fu assalito, e trovato coll'esercito mal ordinato, e in parte disarmato (se è vero ciò che hanno il Simonetta e il Corio, ma diversamente è narrato dal Biglia e dal Redusio), fu astretto ad una giornata campale. Interamente disfatti in essa rimasero i ducheschi colla prigionia di cinque mila cavalli e d'attrettanti fanti, e colla perdita di tutto il bagaglio. Lo stesso Carlo Malalesta si contò fra i prigionieri, ma ben trattato dai nemici,perchè cognato del marchese di Mantova; perlochè non andò esente da sospetti di perfidia. Ora questa terribil disgrazia, e l'avere il duca nei medesimi tempi addosso verso il VercelleseAmedeo duca di Savoia, e verso AlessandriaGian Giacomo marchesedi Monferrato, e nel Genovesato i fuorusciti, e nel ParmigianoOrlando Pallavicino, tutti confederati ai danni di lui co' Veneziani e Fiorentini, gli mise il cervello a partito, in guisa che ricorse supplichevolmente per aiuto aSigismondore de' Romani, e al papa per la pace. Trovavasi allora la potente città di Milano sì ben provveduta d'armaruoli, che, per attestato del Biglia[Billius, Histor., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.], due soli d'essi presero a fornire in pochi giorni d'usbergo, celata e del resto delle armi quattro mila cavalieri e due mila pedoni. E perciocchè era allora in uso che, a riserva degli uomini di taglia, si mettevano in libertà i prigionieri, dappoichè loro s'erano tolte armi e cavalli (benchè l'aver ciò fatto il Carmagnola, gli pregiudicò non poco dipoi nell'animo dei Veneziani); perciò il duca raunò tosto quanto bastava per impedire il precipizio dei proprii affari. Seppe ben profittare intanto il Carmagnola del calore della vittoria con prendere Monte Chiaro, gli Orci, Pontoglio ed altre terre sino al numero di ottanta nel Bresciano e Bergamasco.In questi giorni il duca di Milano, per liberarsi dalle forze diAmedeo duca di Savoiacollegato co' suoi nemici, comprò la pace da lui con un trattato conchiuso in Torino nel dì 2 di dicembre dell'anno corrente[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.], per cui il duca di Milano cedette all'altro la città di Vercelli, e prese per moglieMaria di Savoiafigliuola del medesimo duca. Non piaceva alpontefice Martino, molto meno aNiccolò marchese d'Estesignor di Ferrara, che il duca di Milano precipitasse; e però amendue si scaldarono per trattare di pace.Scelta fu per luogo del congresso la città di Ferrara, dove, giunto il piissimo cardinale di Santa CroceNiccolò degli Albergati, legato spedito dal papa, e gli ambasciatori di tutte le potenze interessate in questa guerra, si cominciò a trattare e si trattò per tutto il verno di pace. Nel mese di settembre dell'anno presente, secondo gli Annali di Forlì[Annal. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.], oppure nel dì 4 d'ottobre, secondo la Cronica di Rimini[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], giunse al fine di sua vitaPandolfo Malatestasignore di Rimini, personaggio rinomato per le sue imprese guerriere, e per essere stato padrone di Brescia e Bergamo, per quanto abbiamo veduto di sopra. Non lasciò figliuoli legittimi dopo di sè. Fecero guerra in questo anno i Fiorentini al duca di Milano anche nel Genovesato per mezzo diTommaso da Campofregososignore di Sarzana, e dianzi doge di Genova[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Nel mese di agosto condusse questi la sua gente e i fuorusciti fin sotto le mura di Genova; ma non andò molto che fu ributtato da' cittadini, colla perdita delle scale e prigionia di molti. Nel dì 14 di dicembre vi tornò egli con altro sforzo di gente; ma nel dì 28, uscito il popolo di Genova, rimasero prigioniere quasi tutte le di lui schiere, ed egli durò fatica a ritirarsi in salvo.
Nudriva benFilippo Maria Visconteduca di Milano le stesse idee d'ingrandimento che ebbeGian-Galeazzosuo padre; ma non accoppiava egli co' desiderii quella prudenza ed accortezza che in suo padre si osservò. Tenea appresso di sè cattivi ministri,[Billius, Hist., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.]che non gli permetteano di dar udienze, e gli faceano sapere solamente quel tanto che lor piacea. Il peggio era, che, senza sapersi accomodare ai rovesci della fortuna, andava continuamente macinando pensieri di vendetta, cioè cercando le vie di rovinarsi sempre. Ancorchè egli sul principio di quest'anno avesse confermati gli articoli della pace, pure pien di sdegno ad altro non pensava che alla guerra. Ad assodarlo in questo proponimento servì non poco la nobiltà di Milano, la quale, mal sofferendo una pace sì svantaggiosa, fece delle esibizioni per continuar la pugna, purchè il duca desse lor la balia di operare. Accettò egli l'offerta, e volle che questa gli fosse mantenuta; ma non mantenne già egli la condizione proposta: del che mormorò e si lagnò forte quel popolo aggravato oltre misura dal duca, e disgustato dal mal governo. Pertanto allorchè le potenze, collegate contra di lui, in vigor della pace stabilita furono per ricevere la tenuta delle terre ch'egli dovea dimettere nel Bresciano e nel Piemonte, si scoprì che l'incostante duca avea mutato pensiero, nè volea mantenere i patti. Per questa mancanza di fede i Veneziani e Fiorentini, tuttavia ben armati, determinarono di ricominciar la guerra, nè ilcardinale Albergatilegato della santa Sede, mediator d'essa pace, e personaggio di molta santità, potè impedirlo; anzi, stomacato della leggerezza del duca, si congedò da Venezia, e tornossene al suo vescovato di Bologna.Ricominciossi dunque la guerra per Po, dove il senato veneto inviò un'armata di ventisette galeoni e molti rediguardi[Sanuto, Istor. Ven., tom. 23 Rer. Ital.], incontro alla quale anche il duca ne spedì un'altra di venti galeoni, tre ganzare grandi incastellate e dodici rediguardi. Avendo questa flotta duchesca ripigliate le Torricelle, s'accostò a Casal Maggiore, che allora era in mano dei Veneziani; e venuto colà per terraAngelo dalla Pergolainsieme conNiccolò Piccininoconducendo seco sette mila cavalli ed otto mila fanti, nel dì 28 di marzo assediò la stessa terra di Casal Maggiore. Se grandi furono le offese, non minor fu la difesa. Tuttavia fu costretta la terra a rendersi. Passarono i ducheschi sotto Brescello, occupato già dai Veneziani. Ma eccoti, nel dì 21 di maggio, la flotta veneta comparire, ed attaccare colla nemica una battaglia che fu ben aspra. Andò in fine rotta la flotta e gente del duca[Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Dopo questa vittoria trovandosi le armate di terra sul Bresciano[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.], nel dì dell'Ascensione succedette un altro fiero fatto d'armi presso Gottolengo con isvantaggio dei Veneziani, perchè vi restarono prigionieri circa mille e cinquecento persone. Nel mese poi di luglio marciò ilCarmagnolasul Cremonese, minacciando d'assedio quella città, di modo che lo stesso duca di Milano si portò colà per animare i suoi ad ogni maggior resistenza. Secondo i conti d'Andrea Biglia[Billius, Hist., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.]storico milanese di questi tempi, circa settanta mila combattenti fra l'una parte e l'altra si videro allora sul Cremonese, fra i quali più di venti mila cavalli: il che fa conoscere come gagliarde fossero allora le forze dell'Italia, benchè a queste armate non concorressero tanti altri principi italiani. Ora nel dì 12 di luglio, benchè l'esercito duchesco fosse sempre inferiore all'altro, pur venne di nuovo alle mani,ma non generalmente coi nemici. Incerto ne fu l'esito, essendovi restati tanto dall'una che dall'altra parte assaissimi prigionieri, e scavalcato nella zuffa lo stesso Carmagnola, il quale dopo il fatto si spinse addosso a Casal Maggiore, e fece così ben giocare le artiglierie, che lo ricuperò con far prigione il presidio.
Gran diversità intanto passava fra i due contrarii eserciti. In quello del duca tutto era discordia, non volendo i capitani cedere l'uno all'altro; e questi eranoAngelo dalla Pergola,Guido Torello, il conteFrancesco SforzaeNiccolò Piccinino. All'incontro nell'armata veneta ilCarmagnolacomandava a tutti, e sapea farsi ubbidire non meno dalsignor di Faenza, daGiovanni da Varanosignor di Camerino, daMichelettoeLorenzo da Cotignolaparenti di Francesco Sforza, e da altri capitani, annoverati da Andrea Redusio[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.], che dallo stessoGian-Francesco marchesedi Mantova: cosa di grande importanza nel mestier della guerra. Il perchè venne il duca in determinazion di creare un capitan generale persona di credito, sotto cui non isdegnassero di stare gli altri suoi condottieri d'armi. Fu scelto per questo gradoCarlo Malatesta, esperto, ma poco fortunato, maestro di guerra. Venuto questi al campo, nulla fece di riguardevole per più settimane, finchè, aggirato dagli stratagemmi del Carmagnola, a Macalò nel dì 11 dì ottobre inaspettatamente fu assalito, e trovato coll'esercito mal ordinato, e in parte disarmato (se è vero ciò che hanno il Simonetta e il Corio, ma diversamente è narrato dal Biglia e dal Redusio), fu astretto ad una giornata campale. Interamente disfatti in essa rimasero i ducheschi colla prigionia di cinque mila cavalli e d'attrettanti fanti, e colla perdita di tutto il bagaglio. Lo stesso Carlo Malalesta si contò fra i prigionieri, ma ben trattato dai nemici,perchè cognato del marchese di Mantova; perlochè non andò esente da sospetti di perfidia. Ora questa terribil disgrazia, e l'avere il duca nei medesimi tempi addosso verso il VercelleseAmedeo duca di Savoia, e verso AlessandriaGian Giacomo marchesedi Monferrato, e nel Genovesato i fuorusciti, e nel ParmigianoOrlando Pallavicino, tutti confederati ai danni di lui co' Veneziani e Fiorentini, gli mise il cervello a partito, in guisa che ricorse supplichevolmente per aiuto aSigismondore de' Romani, e al papa per la pace. Trovavasi allora la potente città di Milano sì ben provveduta d'armaruoli, che, per attestato del Biglia[Billius, Histor., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.], due soli d'essi presero a fornire in pochi giorni d'usbergo, celata e del resto delle armi quattro mila cavalieri e due mila pedoni. E perciocchè era allora in uso che, a riserva degli uomini di taglia, si mettevano in libertà i prigionieri, dappoichè loro s'erano tolte armi e cavalli (benchè l'aver ciò fatto il Carmagnola, gli pregiudicò non poco dipoi nell'animo dei Veneziani); perciò il duca raunò tosto quanto bastava per impedire il precipizio dei proprii affari. Seppe ben profittare intanto il Carmagnola del calore della vittoria con prendere Monte Chiaro, gli Orci, Pontoglio ed altre terre sino al numero di ottanta nel Bresciano e Bergamasco.
In questi giorni il duca di Milano, per liberarsi dalle forze diAmedeo duca di Savoiacollegato co' suoi nemici, comprò la pace da lui con un trattato conchiuso in Torino nel dì 2 di dicembre dell'anno corrente[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.], per cui il duca di Milano cedette all'altro la città di Vercelli, e prese per moglieMaria di Savoiafigliuola del medesimo duca. Non piaceva alpontefice Martino, molto meno aNiccolò marchese d'Estesignor di Ferrara, che il duca di Milano precipitasse; e però amendue si scaldarono per trattare di pace.Scelta fu per luogo del congresso la città di Ferrara, dove, giunto il piissimo cardinale di Santa CroceNiccolò degli Albergati, legato spedito dal papa, e gli ambasciatori di tutte le potenze interessate in questa guerra, si cominciò a trattare e si trattò per tutto il verno di pace. Nel mese di settembre dell'anno presente, secondo gli Annali di Forlì[Annal. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.], oppure nel dì 4 d'ottobre, secondo la Cronica di Rimini[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], giunse al fine di sua vitaPandolfo Malatestasignore di Rimini, personaggio rinomato per le sue imprese guerriere, e per essere stato padrone di Brescia e Bergamo, per quanto abbiamo veduto di sopra. Non lasciò figliuoli legittimi dopo di sè. Fecero guerra in questo anno i Fiorentini al duca di Milano anche nel Genovesato per mezzo diTommaso da Campofregososignore di Sarzana, e dianzi doge di Genova[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Nel mese di agosto condusse questi la sua gente e i fuorusciti fin sotto le mura di Genova; ma non andò molto che fu ributtato da' cittadini, colla perdita delle scale e prigionia di molti. Nel dì 14 di dicembre vi tornò egli con altro sforzo di gente; ma nel dì 28, uscito il popolo di Genova, rimasero prigioniere quasi tutte le di lui schiere, ed egli durò fatica a ritirarsi in salvo.