MCCCCXXXI

MCCCCXXXIAnno diCristomccccxxxi. Indiz.IX.Eugenio IVpapa 1.Sigismondore de' Romani 22.Chiamò Dio in quest'anno a miglior vitapapa Martino V, essendo succeduta lamorte sua nella notte del dì 19 venendo al dì 20 di febbraio, per apoplessia a lui sopravvenuta[Raynaldus, Annal. Eccles. Vita Martini V, P. II. tom. 3 Rer. Ital.]. Fu buon pontefice; saviamente governò la Chiesa, e la lasciò libera da un ostinato scisma. Grande obbligazione per conto dell'impero temporale ebbe a lui la santa Sede, perchè era non men amato che temuto. La dianzi sì inquieta e divisa Roma fu per opera sua ridotta ad un'invidiabil pace. Era, a cagion de' torbidi passati, quasi tutto lo Stato ecclesiastico passato in mano di tirannetti; ne ricuperò egli buona parte, ed assodò l'autorità pontificia in quelle città che restarono in mano di varii signori. Nel dì 3 di marzo a lui succedette nella cattedra di san Pietro il cardinal di San Clemente Gabriello de' Condolmieri, di patria Veneziano, volgarmente appellato il cardinal di Siena, perchè fu vescovo di quella città, e prese il nome diEugenio IV[Vita Eugenii IV, tom. eod.]. Seguì la coronazione sua nel dì 11 d'esso mese, e non già nel dì 12, come vuole il Rinaldi. Poco poi stette a vedersi una di quelle mutazioni che non fu la prima, ed ebbe molti altri esempli dipoi: cioè si scoprì il papa parziale degli Orsini, perchè per opera loro era giunto al pontificato, e, nemico de' Colonnesi nipoti del defunto pontefice. Veramente non fu senza censura in questi tempi la straordinaria cura ch'ebbe papa Martino d'ingrandire ed arricchire la per altro nobilissima sua casa. E papa Eugenio provò, che i nipoti di lui, cioèProspero Colonnacardinale,Antonio principedi Salerno edEdoardo contedi Celano[Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Italic.], aveano fatto lo spoglio del tesoro ammassato dal loro zio per valersene contra dei Turchi, ed asportata ancora una buona quantità di gioielli e d'altri preziosi mobili spettanti al palazzo apostolico e ad altri luoghi sacri Pertanto cominciò papa Eugenio a procedere contro del tesoriereOttone e contra del vescovo di Tivoli, già camerieri d'onore di papa Martino; e più di ducento persone adoperate in varii ministeri da esso Martino furono private di vita. Allora fu che il cardinal Colonna uscì di Roma senza licenza del papa nè andò molto cheAntonioeStefanoColonnesi con gran gente armata entrarono nel dì 23 d'aprile in Roma stessa, e presero due porte[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.], figurandosi che la lor fazione si moverebbe a rumore. Volle Dio, che niuno prendesse l'armi per loro; e però, venuti al papa dei soccorsi, fu spinto fuori di città Stefano Colonna, e messo a sacco il di lui palazzo, siccome ancor quelli del cardinal Colonna, del cardinal Capranica e d'altri loro aderenti. Avendo intanto papa Eugenio fatto ricorso allaregina Giovanna[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], questa gl'inviòJacopo Caldoracon tre mila cavalli, e mille e secento fanti. Era costui la stessa avarizia e molto più della fede e dell'onore gli stava a cuore il danaro. Non passò dunque gran tempo che in vece di far guerra ai Colonnesi, lasciatosi corrompere dai grossi regali d'Antonio principedi Taranto, divenne lor protettore ed amico. Pretende Neri Capponi[Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.]ch'egli toccasse cento tredici mila fiorini di quei di papa Martino. Ma perchè seppe anche papa Eugenio giocar di danaro, il Caldora tornò ad assisterlo. Oltre a ciò, i Veneziani e Fiorentini spedirono in aiuto del ponteficeNiccolò da Tolentinocon un corpo di gente, di maniera che egli potè dar la legge ai Colonnesi ribelli. Trattossi dunque di accordo[Vita Eugenii IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]; e questo conchiuso, fu solennemente proclamato nel dì 22 di settembre. In vigor d'esso il principe di Salerno rilasciò al papa settantacinque mila fiorini d'oro: salasso che, unito col resto da lui speso in guadagnare il Caldora, gli votò affatto di sangue gli scrigni. Nè quifinì la sua disgrazia. Per attestato di Biondo[Blondus, Dec. 11, lib. 4.], teneva egli presidio, non senza biasimo del defunto suo zio, in Orta, Narni, Soriano, Gualdo, Nocera, Assisi, Ascoli, Imola, Forlì e Forlimpopoli. Fu obbligato a dimettere tutto. Diede in oltre occasione questo torbido alla regina Giovanna[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]di togliere al suddetto Antonio il principato di Salerno, e tutto quanto ella avea dianzi donato, per le continue istanze di papa Martino, ai di lui nipoti nel regno di Napoli: risoluzione non di meno, che non dovette andare esente da taccia d'ingratitudine, perchè quella corona ch'ella portava in capo si potea chiamare un dono d'esso papa Martino. Abbiam già veduto quanto egli avea fatto per lei. Attese ancora il pontefice Eugenio in questi medesimi tempi ad estinguere il fuoco che tuttavia durava per la ribellion di Bologna, giacchè quel popolo concorreva a ritornar alla sua ubbidienza[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], purchè ottenesse buone condizioni. Ed in fatti le ottenne, perchè il papa, vedendo risorta la guerra fra il duca di Milano dall'una parte, e i Veneziani e Fiorentini dall'altra, giudicò meglio di contentarsi di quel che potè, e di far cessare quel rumore. Adunque nel dì 24 d'aprile si pubblicò in Bologna la pace stabilita da quel popolo col papa, e successivamente v'entrarono i commessarii del papa a prenderne il possesso e dominio.Erano irritati forte i Fiorentini contra diFilippo Maria ducadi Milano, perchè loro avea tolto di mano l'acquisto di Lucca, e perciò di gran premura faceano in Venezia perchè s'aprisse un nuovo teatro di guerra. I Veneziani anch'essi, al vedere il duca sì inquieto e sempre armato, inclinavano a sfoderar di nuovo la spada; e tanto più perchè le esortazioni delCarmagnolae le conquiste fatte nelle precedenti due guerre faceano loro sperare di accrescerle colloimprenderne un'altra[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Mandò bensì il duca ambasciatori a Venezia per giustificare il fin qui operato da lui, e per trattare d'aggiustamento; ma vedendosi i saggi Veneziani menare a spasso con sole parole disgiunte da fatti, finalmente diedero all'armi. Forse il duca non desiderava che questo: cotanto gli stava sul cuore la perdita di Brescia e di Bergamo, e la speranza che la fortuna potesse cangiar faccia per lui. Aveva egli al suo servigioNiccolò Piccinino, ardito e valoroso capitano. Per opera ancora del fupapa Martino Vs'era di nuovo acconciato al suo servigio ilconte Francesco Sforza[Simonetta, Vit. Francisci Sfort., lib. 2, cap. 21 Rer. Ital.], il quale avea assaporata la speranza a lui data delle nozze diBiancafigliuola legittima del duca, in età allora non ancor atta al matrimonio. La prima impresa che tentò il conte Francesco Carmagnola, fu quella di Soncino. Gli fu promessa da quel castellano l'entrata in quella terra, mercè di un grosso regalo di contanti; ma il trattato era doppio. Presentatosi dunque colà il Carmagnola nella mattina del dì 17 di maggio con tre mila cavalli e più di due mila fanti, in vece della porta aperta di Soncino, trovò Francesco Sforza ed altri capitani ducheschi colle loro squadre che gli fecero il che va là. Attaccossi la mischia, e fu un maraviglioso fatto di armi che durò sino alla notte colla totale sconfitta del Carmagnola, il qual forse con soli sette cavalli si ridusse a Brescia. Restaronvi prigionieri circa mille e cinquecento cavalieri, oltre alla fanteria. Il Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]Veneziano sminuisce non poco questa vittoria. Comunque sia, e posto ancora che grande fosse il danno patito in questa lagrimevol giornata dai Veneziani, pure alla lor potenza e borsa non fu difficile l'accrescere in breve, non che il ristorare l'armata loro di terra, con ispedire nello stesso tempo un'altrapossente armata navale per Po alla volta di Cremona, comandata daNiccolò Trivisano: alcuni la fanno ascendere a cento legni tra grossi e sottili. Più di dodici mila cavalli militavano allora in Lombardia sotto le insegne venete. Avea anche il duca di Milano preparata la sua flotta navale, il cui capitano eraPacino Eustachioda Pavia. Sen venne questa nel dì 22 di maggio[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.](il Simonetta dice[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.]nel dì 23) contro la nemica, e cominciò all'ore ventidue, tre miglia lungi da Cremona, la battaglia, che durò sino alla notte, con restar presi cinque galeoni ducheschi. Ma essendo nell'alba del giorno seguenteFrancesco Sforza,Niccolò Piccinino(il Sanuto nol nomina).Guido Torelloed altri capitani entrati con gran numero di genti d'armi negli stessi galeoni, la mattina suddetta sì bruscamente assalirono i Veneziani[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], che tutta la lor flotta rimase sterminata, e vennero in potere de' vincitori ventotto galeoni con altre barche, armi e munizioni senza numero, e circa otto mila prigioni. Avea il general Trivisano mandato a chiedere soccorso al Carmagnola, che stava accampato in quelle vicinanze coll'esercito di terra; ma egli punto non si mosse, dicono per avviso furbescamente fattogli dare che l'armata terrestre del duca si metteva in ordine per dargli battaglia. L'autore della Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, ubi supra.], che si trovò presente a questo fatto d'armi, asserisce essere stato quello uno dei più formidabili e mortali che mai si fossero veduti in Po, ed essere stati maggiori i fatti di quel che fu scritto. Certamente incredibile fu il danno patito in tal congiuntura dalla repubblica veneta[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Nè il Carmagnola nel resto dell'anno si attentò a far altraimpresa, se non che nel dì 15 d'ottobre, avendo inteso che si facea poca guardia in Cremona, spedì colà un corpo de' suoi, ai quali riuscì di dare una scalata alla picciola fortezza di San Luca e di prenderla. Quivi si mantennero costoro per due dì, senza che il Carmagnola dipoi, tuttochè avvisato, volesse marciare a quella volta, allegando per iscusa di temer degli aguati de' nemici. Parte di quella gente da' Cremonesi fedeli al duca fu presa, e gli altri se ne tornarono al campo. E qui ebbero principio le diffidenze de' Veneziani contra del medesimo Carmagnola.Nè solamente guerra fu in quest'anno in Lombardia. La sua parte n'ebbe anche la Toscana[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20. Histor. Senens., tom. 20 Rer. Ital.]. Erano entrati i Sanesi e i Lucchesi in lega col duca di Milano contra de' Fiorentini. In Pisa stessa quel popolo, bramoso di ricuperare la perduta libertà, non era quieto. Ora trovandosi tuttavia nella primavera di quest'anno, cioè prima della guerra veneta,Niccolò Piccininoin Lunigiana[Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.], dopo aver tolto Pontremoli aGian-Luigi del Fiesco, nel dì 22 di marzo comparve sul Lucchese, ed, inoltratosi sul Pisano, cominciò a prendere varie di quelle castella. Passò anche sul Volterrano, siccome uomo speditissimo nelle sue imprese: nel qual tempo anche i Sanesi apertamente mossero guerra a Firenze, ed altrettanto ancora feceJacopo, ossiaLodisio Appianosignor di Piombino. Erano a mal partito i Fiorentini allora, perchè sprovveduti di esercito e di capitano, e malmenati dal Piccinino, che ogni dì andava prendendo nuove terre, e lor conveniva tener buon presidio in Pisa, Arezzo ed altre città minacciate. Presero pertanto al loro servigioNiccolò da TolentinoeMicheletto Attendoloda Cotignola colle lor genti d'armi. Frequenti erano in questo secolo i condottieri d'armi italiani, annoverati nelleCroniche di Marino Sanuto. Cadaun di questi venturieri conduceva la truppa de' suoi combattenti, chi più chi meno, e prendeva poi soldo dove migliore trovava il mercato. Ma la salute de' Fiorentini altronde venne. Da che i Veneziani con tante forze ebbero aperto il teatro della guerra contro lo Stato di Milano, abbisognando il duca del Piccinino e delle sue truppe, il richiamò in Lombardia, e ne ricevè poi buon servigio, per quanto abbiamo veduto. Aveano essi Veneziani, a fine di far maggior diversione all'armi del duca[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.], e di sovvenire ancora al bisogno de' Fiorentini, inviata nel Mediterraneo a Porto Pisano una flotta di galee e d'altri legni comandata daPier Loredano, dove si congiunse con altri legni de' Fiorentini. S'incontrò questa nel dì 27 d'agosto in vicinanza di Portofino colla genovese, inferiore di forze, di cui era capitanoFrancesco Spinola[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Attaccata la battaglia, per tre ore continue rabbiosamente si combattè fra quelle due nazioniab antiquonemiche, finchè, superata la capitana di Genova, si dichiarò la vittoria in favore de' Veneziani, colla presa di sette o otto galee[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e dello stesso ammiraglio Spinola. Dalla parte ancora del Monferrato fecero guerra al duca di Milano i Veneziani e Fiorentini, avendo tirato nella lor legaGian-Giacomomarchese di quella contrada, eBernabò Adornoribello di Genova e padrone di alcune castella nel Genovesato, il quale nel mese di settembre infestò non poco la Riviera occidentale de' Genovesi. Spedito dal duca a quella voltaNiccolò Piccininonell'ottobre, ebbe la maniera di sconfiggerlo e farlo prigione nel dì 9 di quel mese. Dopo di che, per attestato di Giovanni Stella e del Sanuto, egli rivolse l'armi contra del Monferrato, e durante il vernoridusse quasi in camicia quel marchese[Poggius, Histor., lib. 6, tom. 20 Rer. Ital.]con torgli la maggior parte delle di lui terre, annoverate da Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Non gli restava più se non Casale di Sant'Evasio con pochi altri luoghi, quandoAmedeo duca di Savoia, parente suo e del duca di Milano, s'interpose per aggiustamento. Restò conchiuso che il marchese depositasse quelle poche terre, che restavano in mano sua, in quelle di Amedeo duca di Savoia; il che fu eseguito. Egli poi pieno d'inutili pentimenti incognitamente per gli Svizzeri si portò a Venezia ad implorar l'aiuto di quel senato, e a vivere alle spese dei Veneziani. Il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.]e il Corio[Corio, Istor. di Milano.]suo copiatore, e, quel che è più, il Biglia attribuiscono l'impresa del Monferrato alconte Francesco Sforza. Potrebbe essere che anche egli intervenisse a quella festa; s'egli poi fosse, o il Piccinino, come pretende il Poggio e Giovanni Stella, autore anch'esso contemporaneo, il principal mobile di quell'impresa, nol saprei dire. Aggiungono bensì tali autori, avere le soldatesche del duca in tal congiuntura commesse tali enormità, sfoghi, incendii e crudeltà contra dei Monferrini, che il raccontarle farebbe orrore.Era negli anni addietro stato occupatoSigismondo rede' Romani, d'Ungheria e Boemia nelle terribili guerre degli ostinati eretici Ussiti, che sconvolsero lungamente la Boemia, e costarono sangue senza fine[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. In quest'anno, giacchè erano in qualche calma i suoi affari della Germania, determinò di venire in Italia per prendere le corone. Arrivò, non so dire se nell'ottobre, oppure nel novembre, a Milano, con seguito di poca gente, accolto con gran solennità da quel popolo, e lautamente spesato dal duca. Curiosacosa fu il vedere che essoduca Filippo Maria, il quale soggiornava allora a Biagrasso per cagion della peste, quantunque praticasse tutte le maggiori finezze a questo gran principe sovrano suo, pure non si lasciò mai vedere a Milano, finchè vi dimorò Sigismondo, non so se per diffidenza, o per qualch'altro motivo. Certo è che non gli volle mai permettere l'entrata nel castello di Milano[Billius, Histor., cap. 9, tom. 19 Rer. Ital.]. Egli era una testa particolare. Nel dì 25 del suddetto novembre, festa di santa Caterina[Corio, Istor. di Milano. Muratorius, Comm. de Corona Ferrea.], seguì nella basilica di Sant'Ambrosio di Milano la coronazione di Sigismondo, avendogliBartolomeo Capraarcivescovo posta in capo la corona ferrea. Fermossi poi in Milano nel verno, disponendo intanto il suo viaggio alla volta di Roma. Nei dì 5 di maggio dell'anno presente[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]i treMalatesti, che dominavano in Rimini, Fano e Cesena, essendo di poca età, furono in pericolo di perdere la lor signoria per una sollevazione, non so se ordinata daMalatestasignore di Pesaro, oppure dagli uffiziali dipapa Eugenio. Solamente apparisce che in questi tempi in Forlì dominava il pontefice. Ne' medesimi tempi Città di Castello assediata daNiccolò Fortebraccio[Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.]ebbe soccorso daGuidantonio conted'Urbino, e restò libera dalle unghie di lui. Furono infestati nell'autunno di quest'anno i Veneziani[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]nel Friuli dagli Ungheri per ordine delre Sigismondoa petizione del duca di Milano, fra cui ed esso re passava buona corrispondenza ed amicizia. D'uopo fu che il senato inviasse al riparoTaddeo marchesed'Este con altri condottieri d'armi, i quali non perderono tempo a sconfiggere quei barbari, e a farli tornar di galoppo alle lor case. Si diede principio in questo anno al concilio generale di Basilea, presidentedel quale fu a nome del papaGiuliano Cesarino, cardinale di gran credito in questi tempi.

Chiamò Dio in quest'anno a miglior vitapapa Martino V, essendo succeduta lamorte sua nella notte del dì 19 venendo al dì 20 di febbraio, per apoplessia a lui sopravvenuta[Raynaldus, Annal. Eccles. Vita Martini V, P. II. tom. 3 Rer. Ital.]. Fu buon pontefice; saviamente governò la Chiesa, e la lasciò libera da un ostinato scisma. Grande obbligazione per conto dell'impero temporale ebbe a lui la santa Sede, perchè era non men amato che temuto. La dianzi sì inquieta e divisa Roma fu per opera sua ridotta ad un'invidiabil pace. Era, a cagion de' torbidi passati, quasi tutto lo Stato ecclesiastico passato in mano di tirannetti; ne ricuperò egli buona parte, ed assodò l'autorità pontificia in quelle città che restarono in mano di varii signori. Nel dì 3 di marzo a lui succedette nella cattedra di san Pietro il cardinal di San Clemente Gabriello de' Condolmieri, di patria Veneziano, volgarmente appellato il cardinal di Siena, perchè fu vescovo di quella città, e prese il nome diEugenio IV[Vita Eugenii IV, tom. eod.]. Seguì la coronazione sua nel dì 11 d'esso mese, e non già nel dì 12, come vuole il Rinaldi. Poco poi stette a vedersi una di quelle mutazioni che non fu la prima, ed ebbe molti altri esempli dipoi: cioè si scoprì il papa parziale degli Orsini, perchè per opera loro era giunto al pontificato, e, nemico de' Colonnesi nipoti del defunto pontefice. Veramente non fu senza censura in questi tempi la straordinaria cura ch'ebbe papa Martino d'ingrandire ed arricchire la per altro nobilissima sua casa. E papa Eugenio provò, che i nipoti di lui, cioèProspero Colonnacardinale,Antonio principedi Salerno edEdoardo contedi Celano[Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Italic.], aveano fatto lo spoglio del tesoro ammassato dal loro zio per valersene contra dei Turchi, ed asportata ancora una buona quantità di gioielli e d'altri preziosi mobili spettanti al palazzo apostolico e ad altri luoghi sacri Pertanto cominciò papa Eugenio a procedere contro del tesoriereOttone e contra del vescovo di Tivoli, già camerieri d'onore di papa Martino; e più di ducento persone adoperate in varii ministeri da esso Martino furono private di vita. Allora fu che il cardinal Colonna uscì di Roma senza licenza del papa nè andò molto cheAntonioeStefanoColonnesi con gran gente armata entrarono nel dì 23 d'aprile in Roma stessa, e presero due porte[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.], figurandosi che la lor fazione si moverebbe a rumore. Volle Dio, che niuno prendesse l'armi per loro; e però, venuti al papa dei soccorsi, fu spinto fuori di città Stefano Colonna, e messo a sacco il di lui palazzo, siccome ancor quelli del cardinal Colonna, del cardinal Capranica e d'altri loro aderenti. Avendo intanto papa Eugenio fatto ricorso allaregina Giovanna[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], questa gl'inviòJacopo Caldoracon tre mila cavalli, e mille e secento fanti. Era costui la stessa avarizia e molto più della fede e dell'onore gli stava a cuore il danaro. Non passò dunque gran tempo che in vece di far guerra ai Colonnesi, lasciatosi corrompere dai grossi regali d'Antonio principedi Taranto, divenne lor protettore ed amico. Pretende Neri Capponi[Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.]ch'egli toccasse cento tredici mila fiorini di quei di papa Martino. Ma perchè seppe anche papa Eugenio giocar di danaro, il Caldora tornò ad assisterlo. Oltre a ciò, i Veneziani e Fiorentini spedirono in aiuto del ponteficeNiccolò da Tolentinocon un corpo di gente, di maniera che egli potè dar la legge ai Colonnesi ribelli. Trattossi dunque di accordo[Vita Eugenii IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]; e questo conchiuso, fu solennemente proclamato nel dì 22 di settembre. In vigor d'esso il principe di Salerno rilasciò al papa settantacinque mila fiorini d'oro: salasso che, unito col resto da lui speso in guadagnare il Caldora, gli votò affatto di sangue gli scrigni. Nè quifinì la sua disgrazia. Per attestato di Biondo[Blondus, Dec. 11, lib. 4.], teneva egli presidio, non senza biasimo del defunto suo zio, in Orta, Narni, Soriano, Gualdo, Nocera, Assisi, Ascoli, Imola, Forlì e Forlimpopoli. Fu obbligato a dimettere tutto. Diede in oltre occasione questo torbido alla regina Giovanna[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]di togliere al suddetto Antonio il principato di Salerno, e tutto quanto ella avea dianzi donato, per le continue istanze di papa Martino, ai di lui nipoti nel regno di Napoli: risoluzione non di meno, che non dovette andare esente da taccia d'ingratitudine, perchè quella corona ch'ella portava in capo si potea chiamare un dono d'esso papa Martino. Abbiam già veduto quanto egli avea fatto per lei. Attese ancora il pontefice Eugenio in questi medesimi tempi ad estinguere il fuoco che tuttavia durava per la ribellion di Bologna, giacchè quel popolo concorreva a ritornar alla sua ubbidienza[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], purchè ottenesse buone condizioni. Ed in fatti le ottenne, perchè il papa, vedendo risorta la guerra fra il duca di Milano dall'una parte, e i Veneziani e Fiorentini dall'altra, giudicò meglio di contentarsi di quel che potè, e di far cessare quel rumore. Adunque nel dì 24 d'aprile si pubblicò in Bologna la pace stabilita da quel popolo col papa, e successivamente v'entrarono i commessarii del papa a prenderne il possesso e dominio.

Erano irritati forte i Fiorentini contra diFilippo Maria ducadi Milano, perchè loro avea tolto di mano l'acquisto di Lucca, e perciò di gran premura faceano in Venezia perchè s'aprisse un nuovo teatro di guerra. I Veneziani anch'essi, al vedere il duca sì inquieto e sempre armato, inclinavano a sfoderar di nuovo la spada; e tanto più perchè le esortazioni delCarmagnolae le conquiste fatte nelle precedenti due guerre faceano loro sperare di accrescerle colloimprenderne un'altra[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Mandò bensì il duca ambasciatori a Venezia per giustificare il fin qui operato da lui, e per trattare d'aggiustamento; ma vedendosi i saggi Veneziani menare a spasso con sole parole disgiunte da fatti, finalmente diedero all'armi. Forse il duca non desiderava che questo: cotanto gli stava sul cuore la perdita di Brescia e di Bergamo, e la speranza che la fortuna potesse cangiar faccia per lui. Aveva egli al suo servigioNiccolò Piccinino, ardito e valoroso capitano. Per opera ancora del fupapa Martino Vs'era di nuovo acconciato al suo servigio ilconte Francesco Sforza[Simonetta, Vit. Francisci Sfort., lib. 2, cap. 21 Rer. Ital.], il quale avea assaporata la speranza a lui data delle nozze diBiancafigliuola legittima del duca, in età allora non ancor atta al matrimonio. La prima impresa che tentò il conte Francesco Carmagnola, fu quella di Soncino. Gli fu promessa da quel castellano l'entrata in quella terra, mercè di un grosso regalo di contanti; ma il trattato era doppio. Presentatosi dunque colà il Carmagnola nella mattina del dì 17 di maggio con tre mila cavalli e più di due mila fanti, in vece della porta aperta di Soncino, trovò Francesco Sforza ed altri capitani ducheschi colle loro squadre che gli fecero il che va là. Attaccossi la mischia, e fu un maraviglioso fatto di armi che durò sino alla notte colla totale sconfitta del Carmagnola, il qual forse con soli sette cavalli si ridusse a Brescia. Restaronvi prigionieri circa mille e cinquecento cavalieri, oltre alla fanteria. Il Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]Veneziano sminuisce non poco questa vittoria. Comunque sia, e posto ancora che grande fosse il danno patito in questa lagrimevol giornata dai Veneziani, pure alla lor potenza e borsa non fu difficile l'accrescere in breve, non che il ristorare l'armata loro di terra, con ispedire nello stesso tempo un'altrapossente armata navale per Po alla volta di Cremona, comandata daNiccolò Trivisano: alcuni la fanno ascendere a cento legni tra grossi e sottili. Più di dodici mila cavalli militavano allora in Lombardia sotto le insegne venete. Avea anche il duca di Milano preparata la sua flotta navale, il cui capitano eraPacino Eustachioda Pavia. Sen venne questa nel dì 22 di maggio[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.](il Simonetta dice[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.]nel dì 23) contro la nemica, e cominciò all'ore ventidue, tre miglia lungi da Cremona, la battaglia, che durò sino alla notte, con restar presi cinque galeoni ducheschi. Ma essendo nell'alba del giorno seguenteFrancesco Sforza,Niccolò Piccinino(il Sanuto nol nomina).Guido Torelloed altri capitani entrati con gran numero di genti d'armi negli stessi galeoni, la mattina suddetta sì bruscamente assalirono i Veneziani[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], che tutta la lor flotta rimase sterminata, e vennero in potere de' vincitori ventotto galeoni con altre barche, armi e munizioni senza numero, e circa otto mila prigioni. Avea il general Trivisano mandato a chiedere soccorso al Carmagnola, che stava accampato in quelle vicinanze coll'esercito di terra; ma egli punto non si mosse, dicono per avviso furbescamente fattogli dare che l'armata terrestre del duca si metteva in ordine per dargli battaglia. L'autore della Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, ubi supra.], che si trovò presente a questo fatto d'armi, asserisce essere stato quello uno dei più formidabili e mortali che mai si fossero veduti in Po, ed essere stati maggiori i fatti di quel che fu scritto. Certamente incredibile fu il danno patito in tal congiuntura dalla repubblica veneta[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Nè il Carmagnola nel resto dell'anno si attentò a far altraimpresa, se non che nel dì 15 d'ottobre, avendo inteso che si facea poca guardia in Cremona, spedì colà un corpo de' suoi, ai quali riuscì di dare una scalata alla picciola fortezza di San Luca e di prenderla. Quivi si mantennero costoro per due dì, senza che il Carmagnola dipoi, tuttochè avvisato, volesse marciare a quella volta, allegando per iscusa di temer degli aguati de' nemici. Parte di quella gente da' Cremonesi fedeli al duca fu presa, e gli altri se ne tornarono al campo. E qui ebbero principio le diffidenze de' Veneziani contra del medesimo Carmagnola.

Nè solamente guerra fu in quest'anno in Lombardia. La sua parte n'ebbe anche la Toscana[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20. Histor. Senens., tom. 20 Rer. Ital.]. Erano entrati i Sanesi e i Lucchesi in lega col duca di Milano contra de' Fiorentini. In Pisa stessa quel popolo, bramoso di ricuperare la perduta libertà, non era quieto. Ora trovandosi tuttavia nella primavera di quest'anno, cioè prima della guerra veneta,Niccolò Piccininoin Lunigiana[Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.], dopo aver tolto Pontremoli aGian-Luigi del Fiesco, nel dì 22 di marzo comparve sul Lucchese, ed, inoltratosi sul Pisano, cominciò a prendere varie di quelle castella. Passò anche sul Volterrano, siccome uomo speditissimo nelle sue imprese: nel qual tempo anche i Sanesi apertamente mossero guerra a Firenze, ed altrettanto ancora feceJacopo, ossiaLodisio Appianosignor di Piombino. Erano a mal partito i Fiorentini allora, perchè sprovveduti di esercito e di capitano, e malmenati dal Piccinino, che ogni dì andava prendendo nuove terre, e lor conveniva tener buon presidio in Pisa, Arezzo ed altre città minacciate. Presero pertanto al loro servigioNiccolò da TolentinoeMicheletto Attendoloda Cotignola colle lor genti d'armi. Frequenti erano in questo secolo i condottieri d'armi italiani, annoverati nelleCroniche di Marino Sanuto. Cadaun di questi venturieri conduceva la truppa de' suoi combattenti, chi più chi meno, e prendeva poi soldo dove migliore trovava il mercato. Ma la salute de' Fiorentini altronde venne. Da che i Veneziani con tante forze ebbero aperto il teatro della guerra contro lo Stato di Milano, abbisognando il duca del Piccinino e delle sue truppe, il richiamò in Lombardia, e ne ricevè poi buon servigio, per quanto abbiamo veduto. Aveano essi Veneziani, a fine di far maggior diversione all'armi del duca[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.], e di sovvenire ancora al bisogno de' Fiorentini, inviata nel Mediterraneo a Porto Pisano una flotta di galee e d'altri legni comandata daPier Loredano, dove si congiunse con altri legni de' Fiorentini. S'incontrò questa nel dì 27 d'agosto in vicinanza di Portofino colla genovese, inferiore di forze, di cui era capitanoFrancesco Spinola[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Attaccata la battaglia, per tre ore continue rabbiosamente si combattè fra quelle due nazioniab antiquonemiche, finchè, superata la capitana di Genova, si dichiarò la vittoria in favore de' Veneziani, colla presa di sette o otto galee[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e dello stesso ammiraglio Spinola. Dalla parte ancora del Monferrato fecero guerra al duca di Milano i Veneziani e Fiorentini, avendo tirato nella lor legaGian-Giacomomarchese di quella contrada, eBernabò Adornoribello di Genova e padrone di alcune castella nel Genovesato, il quale nel mese di settembre infestò non poco la Riviera occidentale de' Genovesi. Spedito dal duca a quella voltaNiccolò Piccininonell'ottobre, ebbe la maniera di sconfiggerlo e farlo prigione nel dì 9 di quel mese. Dopo di che, per attestato di Giovanni Stella e del Sanuto, egli rivolse l'armi contra del Monferrato, e durante il vernoridusse quasi in camicia quel marchese[Poggius, Histor., lib. 6, tom. 20 Rer. Ital.]con torgli la maggior parte delle di lui terre, annoverate da Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Non gli restava più se non Casale di Sant'Evasio con pochi altri luoghi, quandoAmedeo duca di Savoia, parente suo e del duca di Milano, s'interpose per aggiustamento. Restò conchiuso che il marchese depositasse quelle poche terre, che restavano in mano sua, in quelle di Amedeo duca di Savoia; il che fu eseguito. Egli poi pieno d'inutili pentimenti incognitamente per gli Svizzeri si portò a Venezia ad implorar l'aiuto di quel senato, e a vivere alle spese dei Veneziani. Il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.]e il Corio[Corio, Istor. di Milano.]suo copiatore, e, quel che è più, il Biglia attribuiscono l'impresa del Monferrato alconte Francesco Sforza. Potrebbe essere che anche egli intervenisse a quella festa; s'egli poi fosse, o il Piccinino, come pretende il Poggio e Giovanni Stella, autore anch'esso contemporaneo, il principal mobile di quell'impresa, nol saprei dire. Aggiungono bensì tali autori, avere le soldatesche del duca in tal congiuntura commesse tali enormità, sfoghi, incendii e crudeltà contra dei Monferrini, che il raccontarle farebbe orrore.

Era negli anni addietro stato occupatoSigismondo rede' Romani, d'Ungheria e Boemia nelle terribili guerre degli ostinati eretici Ussiti, che sconvolsero lungamente la Boemia, e costarono sangue senza fine[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. In quest'anno, giacchè erano in qualche calma i suoi affari della Germania, determinò di venire in Italia per prendere le corone. Arrivò, non so dire se nell'ottobre, oppure nel novembre, a Milano, con seguito di poca gente, accolto con gran solennità da quel popolo, e lautamente spesato dal duca. Curiosacosa fu il vedere che essoduca Filippo Maria, il quale soggiornava allora a Biagrasso per cagion della peste, quantunque praticasse tutte le maggiori finezze a questo gran principe sovrano suo, pure non si lasciò mai vedere a Milano, finchè vi dimorò Sigismondo, non so se per diffidenza, o per qualch'altro motivo. Certo è che non gli volle mai permettere l'entrata nel castello di Milano[Billius, Histor., cap. 9, tom. 19 Rer. Ital.]. Egli era una testa particolare. Nel dì 25 del suddetto novembre, festa di santa Caterina[Corio, Istor. di Milano. Muratorius, Comm. de Corona Ferrea.], seguì nella basilica di Sant'Ambrosio di Milano la coronazione di Sigismondo, avendogliBartolomeo Capraarcivescovo posta in capo la corona ferrea. Fermossi poi in Milano nel verno, disponendo intanto il suo viaggio alla volta di Roma. Nei dì 5 di maggio dell'anno presente[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]i treMalatesti, che dominavano in Rimini, Fano e Cesena, essendo di poca età, furono in pericolo di perdere la lor signoria per una sollevazione, non so se ordinata daMalatestasignore di Pesaro, oppure dagli uffiziali dipapa Eugenio. Solamente apparisce che in questi tempi in Forlì dominava il pontefice. Ne' medesimi tempi Città di Castello assediata daNiccolò Fortebraccio[Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.]ebbe soccorso daGuidantonio conted'Urbino, e restò libera dalle unghie di lui. Furono infestati nell'autunno di quest'anno i Veneziani[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]nel Friuli dagli Ungheri per ordine delre Sigismondoa petizione del duca di Milano, fra cui ed esso re passava buona corrispondenza ed amicizia. D'uopo fu che il senato inviasse al riparoTaddeo marchesed'Este con altri condottieri d'armi, i quali non perderono tempo a sconfiggere quei barbari, e a farli tornar di galoppo alle lor case. Si diede principio in questo anno al concilio generale di Basilea, presidentedel quale fu a nome del papaGiuliano Cesarino, cardinale di gran credito in questi tempi.


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