MCCCIVAnno diCristomccciv. IndizioneII.Benedetto XIpapa 2.AlbertoAustriaco re de' Romani 7.I pensieri del buonpapa Benedetto XImiravano tutti alla pace. Non era egli nè guelfo nè ghibellino, ma padre comune; non seminava, ma toglieva le discordie; non pensava ad esaltar parenti, non a procacciar moneta; e più all'indulgenza che al rigore era portato il benigno animo suo. Diede l'assoluzione ai due deposti cardinaliJacopoePietroColonnesi, e restituì loro molti privilegii, ma non gli Stati, nè il cappello cardinalizio. Fulminò le censure contra di Guglielmo da Nogareto, Sciarra dalla Colonna ed altri che aveano insultato il defunto pontefice, e rubato il tesoro della Chiesa in Anagni. Cassò o mitigò molte costituzioni d'esso papa Bonifazio, perchè fatte di suo capriccio, senza voler dipendere dal consiglio dei fratelli, cioè del sacro collegio de' cardinali. Specialmente annullò quelle che riguardavanoFilippo redi Francia,con rimettere quel re e regno in possesso di tutti i suoi privilegii. Ma il santo padre, stando in Roma, si trovava come in prigione, perchè in città piena allora di fazioni e di prepotenti; e i primi fra essi erano i cardinali delle famiglie grandi di Roma, che a modo loro voleano raggirar la corte; laonde restavano impuniti i misfatti, e una sfrenata licenza regnava dappertutto[Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.]. Al buon papa pareva mille anni un'ora, per potersi levare da sì scompigliata città; e però, venuta la primavera, pubblicò di voler per sua divozione passare ad Assisi. Se gli opposero forte i cardinali, per paura che scappasse loro dalle unghie; ma per buona fortuna il cardinalMatteo Rossodegli Orsini, capo di gran fazione, per suoi segreti fini approvò l'andata; e così venne il buon papa a Perugia, dove piantò la sua residenza. Bramoso intanto di ridurre alla pace i troppo disuniti Fiorentini, spedì colàNiccolò da Pratocardinale e vescovo d'Ostia, personaggio di gran senno ed attività, e ghibellino di nascita, incaricandolo specialmente di ridurre in Firenze la parte de' Bianchi fuorusciti[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 69. Dino Compagni, lib. 3.]. Andò il cardinale, trovò il popolo tutto per lui, che gli diede ampia balia di far la pace. Ma i grandi della parte nera, cioè guelfa, non potendo sofferire che i Bianchi ghibellini tornassero e volessero parte nel governo, nè sapendo come parar questo colpo, ricorsero ad un sottile inganno; e fu quello di fingere una lettera a nome del cardinale legato, col suo sigillo, ai Bolognesi, acciocchè venissero con tutte le loro forze a Firenze. Arrivarono i Bolognesi con gran gente sino al piano di Mugello; e, udita la lor venuta, come ordinata dal legato, i grandi fiorentini ne fecero alti schiamazzi, e se ne risentì forte anche il popolo. E tuttochè il cardinale protestasse di non avere mai scritto perchè i Bolognesivenissero, e li rimandasse indietro; pure s'incagliarono in maniera gli affari, che fu consigliato il cardinale di andare a divertirsi per qualche giorno a Prato. Vi andò egli, ma gli astuti Fiorentini avendo sovvertiti segretamente i Guazzalotti, potente famiglia di quella terra, ed altri Guelfi, si levò a rumore il popolo di Prato contra del cardinale, il quale non si aspettava nella patria sua un trattamento di tanta ingratitudine; e però se ne partì tosto, con lasciare scomunicati i Pratesi, e sotto l'interdetto la terra. Tornossene a Firenze; ma, per quanto dicesse e facesse, trovò ostinati nemici della concordia que' cittadini; sicchè, veggendoli già in procinto di tumultuare contra di lui, gli convenne andarsene, con dare la maledizione e sottoporre all'interdetto quella città. Nè si dee tacere che, mentre egli era in Firenze, accadde che quei popolani fecero in Arno sopra barche una rappresentazione orrida dell'inferno: spettacolo veramente convenevole a quei barbarici tempi. V'accorse il popolo, e tanta fu la folla sul ponte della Carraia, fabbricato allora di legno, che esso sprofondò, e molta gente ne rimase annegata o morta, o guasta in altra maniera. Partito poscia il cardinal da Firenze, nel dì 10 di giugno, vennero all'armi que' cittadini che tenevano per la pace, e gli altri che la ricusavano. In tal congiuntura fu attaccato ad alcune case il fuoco[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e questo, non trovando chi corresse a smorzarlo, cotanto si dilatò, che distrusse palagi, torri, case e fondachi senza numero. Il Villani parla di più di mille e settecento case rimaste in preda alle fiamme, con perdita immensa di robe e mercatanzie. Nè mai arrivavano i pazzi popoli a conoscere i dolci frutti della concordia, gli amari della discordia. Tentarono poscia i fuorusciti di Firenze di sorprendere la città; e venuti nel dì 20 di luglio sino alle porte con isforzo di molte migliaia di persone, si studiarono d'entrarvi; ma dal popolo, che tutto fu in armi, furononon solo respinti, ma anche sconfitti colla perdita di molte persone.Poco tempo godè la Chiesa di Dio dell'ottimo papaBenedetto XI, imperciocchè, soggiornando egli in Perugia, nel mese di luglio del presente anno passò a miglior vita[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80. Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.]. Intorno al giorno della sua morte veggo assai discordi gli scrittori. Fu così inaspettata morte attribuita a veleno, dicendosi, che mentre egli era a tavola, venne un giovinetto vestito da donna, che a nome della badessa di santa Petronilla gli presentò un bacino d'argento con dei fichi-fiori, che soleano molto piacergli. Ivi era nascosa la sua morte: però, dopo averne mangiati assai, cadde tosto infermo di febbre, e in pochi dì sbrigò da questa vita. Ferreto Vicentino, che fa due scalchi del pontefice manipolatori di questo, non so se vero o immaginato, assassinio, scrive che ne fu data la colpa aFilippo il Bellore di Francia, perchè corse voce che questo papa volesse confermare la scomunica contra di lui: cosa che non si accorda coi brevi favorevoli ad esso re, rapportati dal Rinaldi[Raynald., in Annal. Eccles.]. Se pur ha fondamento la di lui morte violenta, più verisimile è quanto scrive Giovanni Villani: cioè che essa venisse da qualche cardinale di depravata coscienza, giacchè non ne mancava in que' tempi, o perchè egli avea riprovati molti atti di papa Bonifazio VIII, o perchè, secondo l'asserzion di Ferreto, si scoprì ch'egli volea fissar la sua residenza in Lombardia, per sottrarsi alla tirannia d'alcuni di que' porporati che poteano a lui fare ciò che aveano fatto al suddetto papa Bonifazio. Quel che intanto è certo, morì questo buon pontefice in concetto di santità; Dio ancora il glorificò dopo morte con varii miracoli, di modo che pochi anni sono cheBenedetto XIIIsommo pontefice il registrò nel catalogo de' beati, e la sua vita si legge scritta e publicata dal canonico AntonioScotto di Trivigi. Come poi passasse il conclave per l'elezion di un successore, lo dirò all'anno seguente. Nel mese di marzo del presente annoAlberto Scottosignor di Piacenza[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.], dappoichè colle frodi s'era tirata addosso la nemicizia de' popoli circonvicini, fatta oste contro ai Pavesi, prese alcune loro castella, e diede il guasto al paese: nella qual occasione i Parmigiani mandarono in aiuto di lui cento uomini d'armi da due cavalli l'uno. Ma nel maggio appresso i Pavesi, Milanesi, Lodigiani, Vercellini, Novaresi, Cremaschi e Comaschi, Giovanni marchese di Monferrato, un figliuolo del medesimo Alberto ribello del padre, entrarono dalla parte del Pavese con un grosso esercito sul Piacentino, e, fermato il campo a Fontana, cominciarono a saccheggiar il paese sin quasi alle porte di quella città. In aiuto dello Scotto si mosse Matteo da Correggio, fratello di Giberto signore di Parma, con tutta la cavalleria e fanteria parmigiana. Vi corsero ancora gli Alessandrini, Tortonesi ed Astigiani, eGaleazzofigliuolo diMatteo Visconte. Erano usciti anche i Cremonesi contra di Piacenza, ma si fermarono perchè i Mantovani e Veronesi minacciarono di assalire il loro distretto. Non ostante questa gran mossa d'armi, niun combattimento seguì, e il tutto si ridusse a guasti e saccheggi. Ma sì gravi nemicizie di Alberto Scotto faceano star malcontenti i più dei Piacentini, perché ne pagavano essi il fio; e però nel mese d'agosto tentarono di deporlo. Prevalse egli, e rimasero morti e banditi molti dei congiurati, e nominatamente due della nobil casa de' Confalonieri, le case dei quali, siccome ancor quelle de' Visconti Piacentini, furono atterrate. Tornarono poscia nel settembre i collegati sopraddetti dalla parte di Cremona a guastar il contado di Piacenza sino alle porte della città, con fare immenso bottino. E nel novembre tolsero il castello di Rivalgerioe la città di Bobbio che dianzi ubbidiva a Piacenza. Disperati per tanti danni i Piacentini, si rivoltarono quasi tutti contra di Alberto Scotto. Sotto colore di sostenerlo accorse colàGiberto da Correggiosignore di Parma con tutta la sua gente e milizia; andò a finir la faccenda in un giuoco di mano, perchè il Correggiesco consigliò lo Scotto a ritirarsi per ora in Parma; e dacchè fu partito, Giberto si fece proclamar signore di Piacenza da alcuni di que' cittadini, e da tutta la gente sua. Così una volpe cacciò l'altra. Ma ebbero corti i piedi le contentezze e frodi del Correggiesco. I Piacentini, che non voleano avere cacciato un padrone per averne un altro, tutti un dì diedero di mano all'armi, gridandopopolo, popolo,e bisognò che Giberto si affrettasse a scapparsene a Parma. Fu poi bandito Alberto Scotto con assai de' suoi amici, spianati i suoi palagi, e rimessi in città tutti i fuorusciti. Ancora in Asti succederono delle novità. Comandava quasi a bacchetta in quella cittàGiovanni marchesedi Monferrato[Chron. Astense, cap. 53, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]; e temendo quel popolo di perdere un dì la libertà, segretamente si raccomandò aCarlo IIre di Napoli, e aFilippo di Savoiaprincipe della Morea, che mandarono molta gente in aiuto di essi e dei Soleri, nobil famiglia fuoruscita. Con queste forze nel mese di maggio, correndo la festa dell'Ascensione, rientrarono in quella città i Soleri per forza, e ne scacciarono i Gottuari ed altri loro avversarii, col saccheggio e bruciamento delle lor case. Parimente in Bergamo fu mutazione, perchè, entrativi i Bonghi e Rivoli, ne fecero uscire i Soardi e Coleoni e i lor seguaci. Tali erano in questi tempi le gran faccende, cioè le pazzie di tante città italiane. Certamente quantunque niun tempo possa vantar esenzione da' guai, pure cieco ed ingrato a Dio sarebbe chi non riconoscesse la felicità de' nostri, paragonando col presente lo stato sempre inquieto e sedizioso dellaItalia ne' secoli, de' quali ora parliamo. Fu eziandio guerra in quest'anno fra i Padovani e Veneziani, perchè i primi voleano far delle saline al lido del mare: il che veniva loro contrastato dagli altri, che pretendeano di lor giurisdizione quei siti. Fabbricarono anche i Padovani alcune fortezze in que' siti, e in vicinanza di Chiozza una terra, a cui, per far onta a' Veneziani, posero il nome di Genova picciola. Perciò ne seguirono zuffe ed ammazzamenti[Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.]; ma, per interposizione di amici, si venne in questo medesimo anno a buona concordia. Ferreto Vicentino[Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.]scrive che n'ebbero i Padovani delle percosse; e però i saggi s'appigliarono ai consigli di pace. In Verona[Contin. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]nel dì 7 di marzo diede fine a' suoi giorniBartolommeo dalla Scalasignor di quella città, e succedette a lui nel dominioAlboinosuo fratello.
I pensieri del buonpapa Benedetto XImiravano tutti alla pace. Non era egli nè guelfo nè ghibellino, ma padre comune; non seminava, ma toglieva le discordie; non pensava ad esaltar parenti, non a procacciar moneta; e più all'indulgenza che al rigore era portato il benigno animo suo. Diede l'assoluzione ai due deposti cardinaliJacopoePietroColonnesi, e restituì loro molti privilegii, ma non gli Stati, nè il cappello cardinalizio. Fulminò le censure contra di Guglielmo da Nogareto, Sciarra dalla Colonna ed altri che aveano insultato il defunto pontefice, e rubato il tesoro della Chiesa in Anagni. Cassò o mitigò molte costituzioni d'esso papa Bonifazio, perchè fatte di suo capriccio, senza voler dipendere dal consiglio dei fratelli, cioè del sacro collegio de' cardinali. Specialmente annullò quelle che riguardavanoFilippo redi Francia,con rimettere quel re e regno in possesso di tutti i suoi privilegii. Ma il santo padre, stando in Roma, si trovava come in prigione, perchè in città piena allora di fazioni e di prepotenti; e i primi fra essi erano i cardinali delle famiglie grandi di Roma, che a modo loro voleano raggirar la corte; laonde restavano impuniti i misfatti, e una sfrenata licenza regnava dappertutto[Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.]. Al buon papa pareva mille anni un'ora, per potersi levare da sì scompigliata città; e però, venuta la primavera, pubblicò di voler per sua divozione passare ad Assisi. Se gli opposero forte i cardinali, per paura che scappasse loro dalle unghie; ma per buona fortuna il cardinalMatteo Rossodegli Orsini, capo di gran fazione, per suoi segreti fini approvò l'andata; e così venne il buon papa a Perugia, dove piantò la sua residenza. Bramoso intanto di ridurre alla pace i troppo disuniti Fiorentini, spedì colàNiccolò da Pratocardinale e vescovo d'Ostia, personaggio di gran senno ed attività, e ghibellino di nascita, incaricandolo specialmente di ridurre in Firenze la parte de' Bianchi fuorusciti[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 69. Dino Compagni, lib. 3.]. Andò il cardinale, trovò il popolo tutto per lui, che gli diede ampia balia di far la pace. Ma i grandi della parte nera, cioè guelfa, non potendo sofferire che i Bianchi ghibellini tornassero e volessero parte nel governo, nè sapendo come parar questo colpo, ricorsero ad un sottile inganno; e fu quello di fingere una lettera a nome del cardinale legato, col suo sigillo, ai Bolognesi, acciocchè venissero con tutte le loro forze a Firenze. Arrivarono i Bolognesi con gran gente sino al piano di Mugello; e, udita la lor venuta, come ordinata dal legato, i grandi fiorentini ne fecero alti schiamazzi, e se ne risentì forte anche il popolo. E tuttochè il cardinale protestasse di non avere mai scritto perchè i Bolognesivenissero, e li rimandasse indietro; pure s'incagliarono in maniera gli affari, che fu consigliato il cardinale di andare a divertirsi per qualche giorno a Prato. Vi andò egli, ma gli astuti Fiorentini avendo sovvertiti segretamente i Guazzalotti, potente famiglia di quella terra, ed altri Guelfi, si levò a rumore il popolo di Prato contra del cardinale, il quale non si aspettava nella patria sua un trattamento di tanta ingratitudine; e però se ne partì tosto, con lasciare scomunicati i Pratesi, e sotto l'interdetto la terra. Tornossene a Firenze; ma, per quanto dicesse e facesse, trovò ostinati nemici della concordia que' cittadini; sicchè, veggendoli già in procinto di tumultuare contra di lui, gli convenne andarsene, con dare la maledizione e sottoporre all'interdetto quella città. Nè si dee tacere che, mentre egli era in Firenze, accadde che quei popolani fecero in Arno sopra barche una rappresentazione orrida dell'inferno: spettacolo veramente convenevole a quei barbarici tempi. V'accorse il popolo, e tanta fu la folla sul ponte della Carraia, fabbricato allora di legno, che esso sprofondò, e molta gente ne rimase annegata o morta, o guasta in altra maniera. Partito poscia il cardinal da Firenze, nel dì 10 di giugno, vennero all'armi que' cittadini che tenevano per la pace, e gli altri che la ricusavano. In tal congiuntura fu attaccato ad alcune case il fuoco[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e questo, non trovando chi corresse a smorzarlo, cotanto si dilatò, che distrusse palagi, torri, case e fondachi senza numero. Il Villani parla di più di mille e settecento case rimaste in preda alle fiamme, con perdita immensa di robe e mercatanzie. Nè mai arrivavano i pazzi popoli a conoscere i dolci frutti della concordia, gli amari della discordia. Tentarono poscia i fuorusciti di Firenze di sorprendere la città; e venuti nel dì 20 di luglio sino alle porte con isforzo di molte migliaia di persone, si studiarono d'entrarvi; ma dal popolo, che tutto fu in armi, furononon solo respinti, ma anche sconfitti colla perdita di molte persone.
Poco tempo godè la Chiesa di Dio dell'ottimo papaBenedetto XI, imperciocchè, soggiornando egli in Perugia, nel mese di luglio del presente anno passò a miglior vita[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80. Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.]. Intorno al giorno della sua morte veggo assai discordi gli scrittori. Fu così inaspettata morte attribuita a veleno, dicendosi, che mentre egli era a tavola, venne un giovinetto vestito da donna, che a nome della badessa di santa Petronilla gli presentò un bacino d'argento con dei fichi-fiori, che soleano molto piacergli. Ivi era nascosa la sua morte: però, dopo averne mangiati assai, cadde tosto infermo di febbre, e in pochi dì sbrigò da questa vita. Ferreto Vicentino, che fa due scalchi del pontefice manipolatori di questo, non so se vero o immaginato, assassinio, scrive che ne fu data la colpa aFilippo il Bellore di Francia, perchè corse voce che questo papa volesse confermare la scomunica contra di lui: cosa che non si accorda coi brevi favorevoli ad esso re, rapportati dal Rinaldi[Raynald., in Annal. Eccles.]. Se pur ha fondamento la di lui morte violenta, più verisimile è quanto scrive Giovanni Villani: cioè che essa venisse da qualche cardinale di depravata coscienza, giacchè non ne mancava in que' tempi, o perchè egli avea riprovati molti atti di papa Bonifazio VIII, o perchè, secondo l'asserzion di Ferreto, si scoprì ch'egli volea fissar la sua residenza in Lombardia, per sottrarsi alla tirannia d'alcuni di que' porporati che poteano a lui fare ciò che aveano fatto al suddetto papa Bonifazio. Quel che intanto è certo, morì questo buon pontefice in concetto di santità; Dio ancora il glorificò dopo morte con varii miracoli, di modo che pochi anni sono cheBenedetto XIIIsommo pontefice il registrò nel catalogo de' beati, e la sua vita si legge scritta e publicata dal canonico AntonioScotto di Trivigi. Come poi passasse il conclave per l'elezion di un successore, lo dirò all'anno seguente. Nel mese di marzo del presente annoAlberto Scottosignor di Piacenza[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.], dappoichè colle frodi s'era tirata addosso la nemicizia de' popoli circonvicini, fatta oste contro ai Pavesi, prese alcune loro castella, e diede il guasto al paese: nella qual occasione i Parmigiani mandarono in aiuto di lui cento uomini d'armi da due cavalli l'uno. Ma nel maggio appresso i Pavesi, Milanesi, Lodigiani, Vercellini, Novaresi, Cremaschi e Comaschi, Giovanni marchese di Monferrato, un figliuolo del medesimo Alberto ribello del padre, entrarono dalla parte del Pavese con un grosso esercito sul Piacentino, e, fermato il campo a Fontana, cominciarono a saccheggiar il paese sin quasi alle porte di quella città. In aiuto dello Scotto si mosse Matteo da Correggio, fratello di Giberto signore di Parma, con tutta la cavalleria e fanteria parmigiana. Vi corsero ancora gli Alessandrini, Tortonesi ed Astigiani, eGaleazzofigliuolo diMatteo Visconte. Erano usciti anche i Cremonesi contra di Piacenza, ma si fermarono perchè i Mantovani e Veronesi minacciarono di assalire il loro distretto. Non ostante questa gran mossa d'armi, niun combattimento seguì, e il tutto si ridusse a guasti e saccheggi. Ma sì gravi nemicizie di Alberto Scotto faceano star malcontenti i più dei Piacentini, perché ne pagavano essi il fio; e però nel mese d'agosto tentarono di deporlo. Prevalse egli, e rimasero morti e banditi molti dei congiurati, e nominatamente due della nobil casa de' Confalonieri, le case dei quali, siccome ancor quelle de' Visconti Piacentini, furono atterrate. Tornarono poscia nel settembre i collegati sopraddetti dalla parte di Cremona a guastar il contado di Piacenza sino alle porte della città, con fare immenso bottino. E nel novembre tolsero il castello di Rivalgerioe la città di Bobbio che dianzi ubbidiva a Piacenza. Disperati per tanti danni i Piacentini, si rivoltarono quasi tutti contra di Alberto Scotto. Sotto colore di sostenerlo accorse colàGiberto da Correggiosignore di Parma con tutta la sua gente e milizia; andò a finir la faccenda in un giuoco di mano, perchè il Correggiesco consigliò lo Scotto a ritirarsi per ora in Parma; e dacchè fu partito, Giberto si fece proclamar signore di Piacenza da alcuni di que' cittadini, e da tutta la gente sua. Così una volpe cacciò l'altra. Ma ebbero corti i piedi le contentezze e frodi del Correggiesco. I Piacentini, che non voleano avere cacciato un padrone per averne un altro, tutti un dì diedero di mano all'armi, gridandopopolo, popolo,e bisognò che Giberto si affrettasse a scapparsene a Parma. Fu poi bandito Alberto Scotto con assai de' suoi amici, spianati i suoi palagi, e rimessi in città tutti i fuorusciti. Ancora in Asti succederono delle novità. Comandava quasi a bacchetta in quella cittàGiovanni marchesedi Monferrato[Chron. Astense, cap. 53, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]; e temendo quel popolo di perdere un dì la libertà, segretamente si raccomandò aCarlo IIre di Napoli, e aFilippo di Savoiaprincipe della Morea, che mandarono molta gente in aiuto di essi e dei Soleri, nobil famiglia fuoruscita. Con queste forze nel mese di maggio, correndo la festa dell'Ascensione, rientrarono in quella città i Soleri per forza, e ne scacciarono i Gottuari ed altri loro avversarii, col saccheggio e bruciamento delle lor case. Parimente in Bergamo fu mutazione, perchè, entrativi i Bonghi e Rivoli, ne fecero uscire i Soardi e Coleoni e i lor seguaci. Tali erano in questi tempi le gran faccende, cioè le pazzie di tante città italiane. Certamente quantunque niun tempo possa vantar esenzione da' guai, pure cieco ed ingrato a Dio sarebbe chi non riconoscesse la felicità de' nostri, paragonando col presente lo stato sempre inquieto e sedizioso dellaItalia ne' secoli, de' quali ora parliamo. Fu eziandio guerra in quest'anno fra i Padovani e Veneziani, perchè i primi voleano far delle saline al lido del mare: il che veniva loro contrastato dagli altri, che pretendeano di lor giurisdizione quei siti. Fabbricarono anche i Padovani alcune fortezze in que' siti, e in vicinanza di Chiozza una terra, a cui, per far onta a' Veneziani, posero il nome di Genova picciola. Perciò ne seguirono zuffe ed ammazzamenti[Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.]; ma, per interposizione di amici, si venne in questo medesimo anno a buona concordia. Ferreto Vicentino[Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.]scrive che n'ebbero i Padovani delle percosse; e però i saggi s'appigliarono ai consigli di pace. In Verona[Contin. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]nel dì 7 di marzo diede fine a' suoi giorniBartolommeo dalla Scalasignor di quella città, e succedette a lui nel dominioAlboinosuo fratello.