MCCCLVIAnno diCristomccclvi. IndizioneIX.Innocenzo VIpapa 5.Carlo IVimperadore 2.La pace conceduta daBernabò VisconteaGiovanni da Oleggiosi scoprì in fine fatta per tradirlo[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eod. Matteo Villani, lib. 6, cap. 6.]. Certamente l'Oleggio la conservò con tutta onoratezza; ma Bernabò, fingendo di volere far guerra al marchese di Ferrara, mandò sul Bolognese con assai combattenti Arrigo figliuolo di Castruccio, già signore di Lucca, il quale, entrato in Bologna, cominciò a manipolare una congiura contra dell'Oleggio. La buona fortuna e insieme l'avvedutezza di Giovanni gli fecero scoprir la trama. Arrigo di Castruccio, due conti da Panigo ed altri non pochi ebbero tagliata la testa per questo; e per tal tradimento non sapendosi più l'Oleggio indurre a fidarsi de' Visconti, si collegò conAldrovandino d'Estemarchese di Ferrara, e cogli altri alleati contra de' medesimi Visconti, e fedelmente proseguì da lì innanzi in questa lega. Talefu il frutto che riportò Bernabò dalla scoperta sua infedeltà. Avea intantoGaleazzo Viscontesuo fratello disgustatoGiovanni Paleologomarchese di Monferrato, principe per valore, per potenza ed accortezza molto riguardevole[Petrus Azarius, Chron., cap. 12, tom. 16 Rer. Ital.]. Bastava anche ad alienar l'animo d'ogni vicino dai Visconti la smoderata loro superbia ed insaziabilità, per cui niuno dei principi si credea più sicuro in casa sua. Era il marchese di Monferrato unito coi Beccheria di Pavia, anzi, come vicario generale costituito daCarlo IVAugusto, teneva un buon piede in quella città. Perciò mandò la sfida a Galeazzo, le cui città confinavano col suo marchesato. Se l'intese cogli Astigiani, signoreggiati allora dai Visconti contro i patti ch'essi aveano stabilito col fuLuchino Visconte. Ora il marchese Giovanni s'impadronì della medesima, allora possente e buona, città di Asti, con un giudizioso stratagemma; e tuttochè i fratelli Visconti inviassero gran gente in aiuto al castello, che tuttavia si tenea per loro, ebbe tal vigore il marchese, che quella fortezza venne alle sue mani. Tolse anche a Galeazzo la città di Alba[Matteo Villani, lib. 6, cap. 3.], e gli fece ribellare Cherasco, Chieri e tutte le terre del Piemonte, e si strinse dipoi in lega conAmedeo conte di Savoia, appellato ilconte verde. Rivolsero i due fratelli Visconti il loro sdegno contra di Pavia, e con grandi forze nel mese di maggio andarono ad assediar quella città da ogni parte, risoluti di non levare il campo, se prima non la riducevano alle loro voglie. Ma, per non impiegar ivi troppa gente, la strinsero dipoi con tre bastie, e ne seguirono varii combattimenti coi Pavesi. Intanto Bernabò, intento ad altre imprese, spedì due mila cavalieri, grossa fanteria ed un copioso naviglio per Po all'assedio di Borgoforte sul Mantovano. Ma di là furono fatti sloggiare; nè andò molto che i Pavesi, animati da un soccorso loro inviato dal marchesedi Monferrato, e più dalle prediche di frate Jacopo Bussolari dell'ordine agostiniano, a cui aveano gran divozione e fede[Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Italic.], usciti di città nel dì 27 di maggio, presero valorosamente quelle bastie, abbruciarono il naviglio che i Visconti teneano sul Ticino, e con gran guadagno di munizioni ed arnesi rimasero liberi affatto per ora dai loro artigli. Oltre a ciò,FilippoedUgolino da Gonzaga, signori di Mantova e Reggio, venuti a Modena[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], ed uniti con Ugolino da Savignano capitano delle genti diAldrovandino marchesed'Este, nel dì 6 di febbraio andarono per assalire l'esercito de' Visconti, che, venuto sul Reggiano, avea quivi fabbricata una bastia, cioè una di quelle fortezze di legno che si piantavano allora, e ben munite faceano e sosteneano gran guerra. Ritirossi l'armata nemica, e, dato l'assalto alla bastia, fu presa colla strage di molti, e col far prigioni circa quattrocento soldati. Poscia nel dì 10 d'esso mese marciarono a San Polo, che era assediato da' nemici, e li misero in fuga, con prendere ducento uomini e trecento cavalli. Un'altra buona percossa ebbero le genti del Biscione, cioè da Bernabò, a Castiglione delle Stiviere, sul finire d'agosto. Dopo aver lungamente assediata quella terra, ne furono con loro vergogna e danno cacciati dalle milizie de' Gonzaghi e del marchese di Ferrara.Intanto, capitata in queste parti la gran compagnia delconte Lando, quantunque poco capitale potesse farsi della fede di costui e della sua gente, pure l'Estense e i Gonzaghi la presero al loro soldo. Formata in questa maniera una poderosa armata di cavalieri e fanti, si inviarono alla volta di Parma e Piacenza, ed arrivarono fin sul distretto di Milano, mettendo a sacco quelle contrade, e commettendo le enormità tutte che soleano praticarsi dagli Oltramontani d'allora.Andò poscia la gran compagnia di quei masnadieri ai servigio diGiovanni marchesedi Monferrato, contro cui aspramente guerreggiavano i Visconti. Ma qui non finirono le disgrazie di essi Visconti[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]. Il marchese di Monferrato tolse loro Novara; e se il conte Lando, uomo di corrotta fede, avesse secondato i di lui disegni, avrebbe fatto delle maggiori conquiste. Il peggio fu che Genova in questo anno a dì 14 di novembre levatasi a rumore[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], si sottrasse all'ubbidienza de' Visconti, dimenticandosi ben presto que' cittadini che coll'appoggio dell'arcivescovo Giovannida un basso stato erano risaliti ben alto. Dacchè quel popolo vide i due fratelli Visconti,BernabòeGaleazzo, impegnati in una guerra sì viva in Lombardia, e tolte loro varie città dal marchese di Monferrato, cominciarono a scoprire la lor voglia di rimettersi in libertà, e non ne faceano mistero. Trovavasi in Milano a guisa d'ostaggioSimonino Boccanegra, che negli anni addietro era stato doge di Genova. Sapea ben parlare, e diedesi a far credere ai Visconti, che se gli avessero permesso di tornare a Genova, per la pratica ch'egli avea di quel popolo, gli dava cuore di pienamente calmarlo. Gli fu creduto, ed andò. Ma giunto colà, fece tutto il rovescio, ed egli fu che commosse i cittadini a ribellarsi, cioè i popoli, perchè i nobili non furono con lui. Nel dì seguente 15 di novembre si fece egli proclamar doge di Genova, e ridusse il governo affatto popolare, con escluderne i nobili, e mandare ai confini alcuni de' più potenti. Dopo di che entrò in lega col marchese di Monferrato contra de' Visconti. Ma questo marchese, dacchè si fu impadronito di Novara, attendendo a conservare un sì bell'acquisto e ad assediare il castello, benchè ricercato dalla lega lombarda[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.], ricusò di marciare sul Milanese.Perciò ilconte Landoe i collegati ch'erano a Mazenta, Casorate e Castano, terre da loro spogliate d'ogni sostanza, al vedere che ogni dì più s'ingrossava l'armata de' Visconti, giudicarono meglio di ritirarsi a Pavia. Quando eccoti nel dì 13 di novembre ilmarchese Francesco d'EsteeLodovico Visconte, capitani de' fratelli Visconti, che vengono coll'esercito milanese ad assalirli alla coda. Se il conte avesse voluto uscir di strada, e mettersi al largo, avrebbe forse vinta la pugna; ma siccome egli non istimava un frullo le genti di Milano, così non si mise gran pensiero di loro. Il fatto andò diverso da quello ch'egli pensava; fu messo in fuga e sbandato l'esercito suo; molti nobili signori rimasero prigionieri; e lo stesso conte Lando ebbe bisogno degli speroni per ritirarsi a salvamento in Pavia. Fra gli altri vi fu preso il vescovo d'Augusta, chiamatoMarcuardo, che s'intitolava vicario. All'anno presente e giorno suddetto vien riferito questo fatto dall'Annalista Piacentino e dal Corio; ma, secondo Pietro Azario, pare che appartenga all'anno seguente, scrivendo egli che esso conte svernò nel Novarese, e fece in quel tempo continua guerra alle ville del distretto di Vercelli; e che, tornato nella primavera a Mazenta, sentendo che l'esercito milanese avea riacquistato Casorate, volle ritirarsi in aria sprezzante a Pavia, ma ne riportò la percossa suddetta.Al cardinaleEgidio Albornozlegato apostolico, dopo avere ricuperato il Patrimonio, il ducato di Spoleti, la marca di Ancona e buona parte della Romagna, altro non restava da fare che di sottomettereFrancesco degli Ordelaffisignore di Forlì, Forlimpopoli e Cesena, siccome ancoraGiovannieRinieride' Manfredi signori di Faenza. Contra di loro fece predicar la crociata, e profuse immense indulgenze: il che, per attestato di Matteo Villani[Matteo Villani, lib. 6, cap. 14.], servì a ricavar danaro da tutte le parti, perchè non vi era voto, o peccatoche spendendo non si rimettesse ed assolvesse: il che fu un saccheggio alle borse di molti paesi, e servì ad ingrassare i banditori di essa crociata. Andò il cardinale all'assedio di Faenza, e nello stesso tempo, cioè nel mese di giugno, perchè udì che la gran compagnia delconte Landoveniva di Puglia per entrar nella Marca, si accostò con altro corpo di gente alla città d'Ascoli. Quel popolo, temendo della venuta di quegli assassini, prese il miglior partito di darsi al legato, che n'entrò ben volentieri in possesso. Anche il signore di Fabriano di casa Trinci, che fin qui s'era tenuto saldo senza cedere agli ordini del legato, venne in questi tempi all'ubbidienza sua, e da lui riconobbe quella signoria. Faenza si arrendè al legato per patti fatti coi Manfredi signori di quella terra, a' quali egli lasciò godere alcune castella[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. V'entrò il cardinale nel dì 17 di novembre. Fu anche dato il guasto a Cesena, che ubbidiva allora al signore di Forlì. Era questa città difesa daCiamoglie diFrancesco, donna di raro valore e di spiriti virili, la quale, vestendo l'armi a guisa degli uomini, fece di molte prodezze, e lungamente difese quella terra. Una più grave tempesta si scaricò in quest'anno addosso ai Veneziani[Gatari, Ist. Padov., tom. 17 Rer. Ital.].Lodovicopotentissimore d'Ungheriada gran tempo nudriva mal animo contra di quella repubblica, non tanto per Zara ed altre città ch'egli pretendeva[Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital.], quanto perchè gli avevano negata qualsivoglia assistenza di navi e di gente per la guerra fatta al regno di Napoli. Benchè durasse la tregua di otto anni con quella repubblica, più non volle aspettare a tentarne la vendetta. Due poderosissimi eserciti mise egli insieme; e presi de' pretesti di rottura, l'uno spinse in Dalmazia, e l'altro inviò alla volta d'Italia. Richiese ai Veneziani la Dalmazia e l'Istria; si sarebbe anche contentato d'un annuo censo; ma sembrandoingiuste e dure tali dimande ai Veneziani, che da tanto tempo signoreggiavano quelle contrade, elessero piuttosto di difendersi con pericolo, che di cedere con vergogna. Venne in persona il re Lodovico coll'esercito unghero in Italia nel mese di giugno, e i Cortusi[Cortus. Histor., lib. 11, cap. 8, tom. 12 Rer. Ital.](probabilmente con della iperbole) scrivono che la sua armata fu creduta di cento mila cavalli. Unironsi con lui i conti di Collalto, chiamati conti di Trevigi, perchè tali erano stati i lor maggiori, e quei di Vonigo ed altri castellani di quelle parti. Strinse d'assedio la città di Trivigi, e si impadronì d'Asolo, Ceneda e Conegliano. Frattanto nel dì 8 d'agosto giunse al fine di sua vitaGiovanni Gradenigodoge di Venezia, e fu in suo luogo elettoGiovanni Delfinoa dì 14 d'esso mese. Era questi capitano ossia governator delle armi venete chiuso in Trivigi, città allora assediata dal re unghero. Spedì il senato veneto ambasciatori al re, pregandolo di lasciarne liberamente uscire il loro doge. Secondo i Cortusi e i Gatari, Lodovico cortesemente accordò lor questa grazia; ma, per attestato del Caresino, la negò loro, gloriandosi di tenere assediato un doge di Venezia. Da lì nondimeno a qualche tempo ne uscì il Delfino, e felicemente condotto a Venezia salì sul trono, ma in tempo in cui si trovava sopraffatta da troppo gravi calamità la sua repubblica. Per maneggio diNiccolò Acciaiuoligran siniscalco riuscì in quest'anno nel mese di novembre aLuigi redi Napoli di occupar il fortissimo castello di Mattagriffone sopra Messina[Matteo Villani, lib. 8, cap. 39.]: per la cui presa e pel bisogno ancora che aveano di vettovaglia i Messinesi, anche la città alzò le di lui bandiere: acquisto che fu creduto dover decidere la controversia del dominio della Sicilia. In quella importante città fecero la loro entrata nel dì 24 di dicembre ilre Luigie lareginaGiovanna, e grande allegrezza e gala nel loro accoglimento fece tutta quella cittadinanza.
La pace conceduta daBernabò VisconteaGiovanni da Oleggiosi scoprì in fine fatta per tradirlo[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eod. Matteo Villani, lib. 6, cap. 6.]. Certamente l'Oleggio la conservò con tutta onoratezza; ma Bernabò, fingendo di volere far guerra al marchese di Ferrara, mandò sul Bolognese con assai combattenti Arrigo figliuolo di Castruccio, già signore di Lucca, il quale, entrato in Bologna, cominciò a manipolare una congiura contra dell'Oleggio. La buona fortuna e insieme l'avvedutezza di Giovanni gli fecero scoprir la trama. Arrigo di Castruccio, due conti da Panigo ed altri non pochi ebbero tagliata la testa per questo; e per tal tradimento non sapendosi più l'Oleggio indurre a fidarsi de' Visconti, si collegò conAldrovandino d'Estemarchese di Ferrara, e cogli altri alleati contra de' medesimi Visconti, e fedelmente proseguì da lì innanzi in questa lega. Talefu il frutto che riportò Bernabò dalla scoperta sua infedeltà. Avea intantoGaleazzo Viscontesuo fratello disgustatoGiovanni Paleologomarchese di Monferrato, principe per valore, per potenza ed accortezza molto riguardevole[Petrus Azarius, Chron., cap. 12, tom. 16 Rer. Ital.]. Bastava anche ad alienar l'animo d'ogni vicino dai Visconti la smoderata loro superbia ed insaziabilità, per cui niuno dei principi si credea più sicuro in casa sua. Era il marchese di Monferrato unito coi Beccheria di Pavia, anzi, come vicario generale costituito daCarlo IVAugusto, teneva un buon piede in quella città. Perciò mandò la sfida a Galeazzo, le cui città confinavano col suo marchesato. Se l'intese cogli Astigiani, signoreggiati allora dai Visconti contro i patti ch'essi aveano stabilito col fuLuchino Visconte. Ora il marchese Giovanni s'impadronì della medesima, allora possente e buona, città di Asti, con un giudizioso stratagemma; e tuttochè i fratelli Visconti inviassero gran gente in aiuto al castello, che tuttavia si tenea per loro, ebbe tal vigore il marchese, che quella fortezza venne alle sue mani. Tolse anche a Galeazzo la città di Alba[Matteo Villani, lib. 6, cap. 3.], e gli fece ribellare Cherasco, Chieri e tutte le terre del Piemonte, e si strinse dipoi in lega conAmedeo conte di Savoia, appellato ilconte verde. Rivolsero i due fratelli Visconti il loro sdegno contra di Pavia, e con grandi forze nel mese di maggio andarono ad assediar quella città da ogni parte, risoluti di non levare il campo, se prima non la riducevano alle loro voglie. Ma, per non impiegar ivi troppa gente, la strinsero dipoi con tre bastie, e ne seguirono varii combattimenti coi Pavesi. Intanto Bernabò, intento ad altre imprese, spedì due mila cavalieri, grossa fanteria ed un copioso naviglio per Po all'assedio di Borgoforte sul Mantovano. Ma di là furono fatti sloggiare; nè andò molto che i Pavesi, animati da un soccorso loro inviato dal marchesedi Monferrato, e più dalle prediche di frate Jacopo Bussolari dell'ordine agostiniano, a cui aveano gran divozione e fede[Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Italic.], usciti di città nel dì 27 di maggio, presero valorosamente quelle bastie, abbruciarono il naviglio che i Visconti teneano sul Ticino, e con gran guadagno di munizioni ed arnesi rimasero liberi affatto per ora dai loro artigli. Oltre a ciò,FilippoedUgolino da Gonzaga, signori di Mantova e Reggio, venuti a Modena[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], ed uniti con Ugolino da Savignano capitano delle genti diAldrovandino marchesed'Este, nel dì 6 di febbraio andarono per assalire l'esercito de' Visconti, che, venuto sul Reggiano, avea quivi fabbricata una bastia, cioè una di quelle fortezze di legno che si piantavano allora, e ben munite faceano e sosteneano gran guerra. Ritirossi l'armata nemica, e, dato l'assalto alla bastia, fu presa colla strage di molti, e col far prigioni circa quattrocento soldati. Poscia nel dì 10 d'esso mese marciarono a San Polo, che era assediato da' nemici, e li misero in fuga, con prendere ducento uomini e trecento cavalli. Un'altra buona percossa ebbero le genti del Biscione, cioè da Bernabò, a Castiglione delle Stiviere, sul finire d'agosto. Dopo aver lungamente assediata quella terra, ne furono con loro vergogna e danno cacciati dalle milizie de' Gonzaghi e del marchese di Ferrara.
Intanto, capitata in queste parti la gran compagnia delconte Lando, quantunque poco capitale potesse farsi della fede di costui e della sua gente, pure l'Estense e i Gonzaghi la presero al loro soldo. Formata in questa maniera una poderosa armata di cavalieri e fanti, si inviarono alla volta di Parma e Piacenza, ed arrivarono fin sul distretto di Milano, mettendo a sacco quelle contrade, e commettendo le enormità tutte che soleano praticarsi dagli Oltramontani d'allora.Andò poscia la gran compagnia di quei masnadieri ai servigio diGiovanni marchesedi Monferrato, contro cui aspramente guerreggiavano i Visconti. Ma qui non finirono le disgrazie di essi Visconti[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]. Il marchese di Monferrato tolse loro Novara; e se il conte Lando, uomo di corrotta fede, avesse secondato i di lui disegni, avrebbe fatto delle maggiori conquiste. Il peggio fu che Genova in questo anno a dì 14 di novembre levatasi a rumore[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], si sottrasse all'ubbidienza de' Visconti, dimenticandosi ben presto que' cittadini che coll'appoggio dell'arcivescovo Giovannida un basso stato erano risaliti ben alto. Dacchè quel popolo vide i due fratelli Visconti,BernabòeGaleazzo, impegnati in una guerra sì viva in Lombardia, e tolte loro varie città dal marchese di Monferrato, cominciarono a scoprire la lor voglia di rimettersi in libertà, e non ne faceano mistero. Trovavasi in Milano a guisa d'ostaggioSimonino Boccanegra, che negli anni addietro era stato doge di Genova. Sapea ben parlare, e diedesi a far credere ai Visconti, che se gli avessero permesso di tornare a Genova, per la pratica ch'egli avea di quel popolo, gli dava cuore di pienamente calmarlo. Gli fu creduto, ed andò. Ma giunto colà, fece tutto il rovescio, ed egli fu che commosse i cittadini a ribellarsi, cioè i popoli, perchè i nobili non furono con lui. Nel dì seguente 15 di novembre si fece egli proclamar doge di Genova, e ridusse il governo affatto popolare, con escluderne i nobili, e mandare ai confini alcuni de' più potenti. Dopo di che entrò in lega col marchese di Monferrato contra de' Visconti. Ma questo marchese, dacchè si fu impadronito di Novara, attendendo a conservare un sì bell'acquisto e ad assediare il castello, benchè ricercato dalla lega lombarda[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.], ricusò di marciare sul Milanese.Perciò ilconte Landoe i collegati ch'erano a Mazenta, Casorate e Castano, terre da loro spogliate d'ogni sostanza, al vedere che ogni dì più s'ingrossava l'armata de' Visconti, giudicarono meglio di ritirarsi a Pavia. Quando eccoti nel dì 13 di novembre ilmarchese Francesco d'EsteeLodovico Visconte, capitani de' fratelli Visconti, che vengono coll'esercito milanese ad assalirli alla coda. Se il conte avesse voluto uscir di strada, e mettersi al largo, avrebbe forse vinta la pugna; ma siccome egli non istimava un frullo le genti di Milano, così non si mise gran pensiero di loro. Il fatto andò diverso da quello ch'egli pensava; fu messo in fuga e sbandato l'esercito suo; molti nobili signori rimasero prigionieri; e lo stesso conte Lando ebbe bisogno degli speroni per ritirarsi a salvamento in Pavia. Fra gli altri vi fu preso il vescovo d'Augusta, chiamatoMarcuardo, che s'intitolava vicario. All'anno presente e giorno suddetto vien riferito questo fatto dall'Annalista Piacentino e dal Corio; ma, secondo Pietro Azario, pare che appartenga all'anno seguente, scrivendo egli che esso conte svernò nel Novarese, e fece in quel tempo continua guerra alle ville del distretto di Vercelli; e che, tornato nella primavera a Mazenta, sentendo che l'esercito milanese avea riacquistato Casorate, volle ritirarsi in aria sprezzante a Pavia, ma ne riportò la percossa suddetta.
Al cardinaleEgidio Albornozlegato apostolico, dopo avere ricuperato il Patrimonio, il ducato di Spoleti, la marca di Ancona e buona parte della Romagna, altro non restava da fare che di sottomettereFrancesco degli Ordelaffisignore di Forlì, Forlimpopoli e Cesena, siccome ancoraGiovannieRinieride' Manfredi signori di Faenza. Contra di loro fece predicar la crociata, e profuse immense indulgenze: il che, per attestato di Matteo Villani[Matteo Villani, lib. 6, cap. 14.], servì a ricavar danaro da tutte le parti, perchè non vi era voto, o peccatoche spendendo non si rimettesse ed assolvesse: il che fu un saccheggio alle borse di molti paesi, e servì ad ingrassare i banditori di essa crociata. Andò il cardinale all'assedio di Faenza, e nello stesso tempo, cioè nel mese di giugno, perchè udì che la gran compagnia delconte Landoveniva di Puglia per entrar nella Marca, si accostò con altro corpo di gente alla città d'Ascoli. Quel popolo, temendo della venuta di quegli assassini, prese il miglior partito di darsi al legato, che n'entrò ben volentieri in possesso. Anche il signore di Fabriano di casa Trinci, che fin qui s'era tenuto saldo senza cedere agli ordini del legato, venne in questi tempi all'ubbidienza sua, e da lui riconobbe quella signoria. Faenza si arrendè al legato per patti fatti coi Manfredi signori di quella terra, a' quali egli lasciò godere alcune castella[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. V'entrò il cardinale nel dì 17 di novembre. Fu anche dato il guasto a Cesena, che ubbidiva allora al signore di Forlì. Era questa città difesa daCiamoglie diFrancesco, donna di raro valore e di spiriti virili, la quale, vestendo l'armi a guisa degli uomini, fece di molte prodezze, e lungamente difese quella terra. Una più grave tempesta si scaricò in quest'anno addosso ai Veneziani[Gatari, Ist. Padov., tom. 17 Rer. Ital.].Lodovicopotentissimore d'Ungheriada gran tempo nudriva mal animo contra di quella repubblica, non tanto per Zara ed altre città ch'egli pretendeva[Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital.], quanto perchè gli avevano negata qualsivoglia assistenza di navi e di gente per la guerra fatta al regno di Napoli. Benchè durasse la tregua di otto anni con quella repubblica, più non volle aspettare a tentarne la vendetta. Due poderosissimi eserciti mise egli insieme; e presi de' pretesti di rottura, l'uno spinse in Dalmazia, e l'altro inviò alla volta d'Italia. Richiese ai Veneziani la Dalmazia e l'Istria; si sarebbe anche contentato d'un annuo censo; ma sembrandoingiuste e dure tali dimande ai Veneziani, che da tanto tempo signoreggiavano quelle contrade, elessero piuttosto di difendersi con pericolo, che di cedere con vergogna. Venne in persona il re Lodovico coll'esercito unghero in Italia nel mese di giugno, e i Cortusi[Cortus. Histor., lib. 11, cap. 8, tom. 12 Rer. Ital.](probabilmente con della iperbole) scrivono che la sua armata fu creduta di cento mila cavalli. Unironsi con lui i conti di Collalto, chiamati conti di Trevigi, perchè tali erano stati i lor maggiori, e quei di Vonigo ed altri castellani di quelle parti. Strinse d'assedio la città di Trivigi, e si impadronì d'Asolo, Ceneda e Conegliano. Frattanto nel dì 8 d'agosto giunse al fine di sua vitaGiovanni Gradenigodoge di Venezia, e fu in suo luogo elettoGiovanni Delfinoa dì 14 d'esso mese. Era questi capitano ossia governator delle armi venete chiuso in Trivigi, città allora assediata dal re unghero. Spedì il senato veneto ambasciatori al re, pregandolo di lasciarne liberamente uscire il loro doge. Secondo i Cortusi e i Gatari, Lodovico cortesemente accordò lor questa grazia; ma, per attestato del Caresino, la negò loro, gloriandosi di tenere assediato un doge di Venezia. Da lì nondimeno a qualche tempo ne uscì il Delfino, e felicemente condotto a Venezia salì sul trono, ma in tempo in cui si trovava sopraffatta da troppo gravi calamità la sua repubblica. Per maneggio diNiccolò Acciaiuoligran siniscalco riuscì in quest'anno nel mese di novembre aLuigi redi Napoli di occupar il fortissimo castello di Mattagriffone sopra Messina[Matteo Villani, lib. 8, cap. 39.]: per la cui presa e pel bisogno ancora che aveano di vettovaglia i Messinesi, anche la città alzò le di lui bandiere: acquisto che fu creduto dover decidere la controversia del dominio della Sicilia. In quella importante città fecero la loro entrata nel dì 24 di dicembre ilre Luigie lareginaGiovanna, e grande allegrezza e gala nel loro accoglimento fece tutta quella cittadinanza.