MCCCLXI

MCCCLXIAnno diCristomccclxi. IndizioneXIV.Innocenzo VIpapa 10.Carlo IVimperatore 7.Teneva tuttavia la gente diBernabò Viscontenel Bolognese Castelfranco, ed alcune altre castella[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Italic.], e a poco a poco ingrossandosi, ricominciò per tempo la guerra in quelle parti. Ilcardinal Egidio Albornoz, veggendo mal parate le cose, e che penerebbe a resistere a sì potente avversario, siccome personaggio di gran cuore e senno, nel dì 15 di marzo si mise in viaggio, risoluto di passare personalmente in Ungheria per mare ad implorar più gagliardi soccorsi dalre Lodovico, giacchè gli Ungheri precedentemente inviati in aiuto del legato, parte s'erano arrolati nell'armata di Bernabò e parte nella compagnia diAnichino di Mongardo. Avea lo stesso re fatto sperare al papa d'essere pronto a venire in persona in Italia colle sue forze, per metter fine all'insaziabilità di Bernabò, uomo nato solamente per rovinare i propri sudditi e gli altrui con tante guerre. Ma, ossia che i regali fatti a tempo correre dallo stesso Bernabò nella corte del re unghero facessero buon effetto, ovvero che non si accordassero le pive fra la corte pontificia e lui, certo è che il cardinale gittò via i passi, e se ne tornò qual era ito, senza ottener soccorso veruno. In questo mentre a dì primo di aprile ebbero le genti di Bernabò a tradimento il castello di Monteveglio. Nel dì 15 d'esso mese passò il medesimo Bernabò con poderoso esercito in vicinanza di Modena, e andò a posarsi a Castelfranco. Messo dipoi l'assedio a Pimaccio ossia Piumazzo, nel dì 10 di maggio s'impadronì di quel castello, e fra cinque giorni anche del girone: il che fatto, se netornò per Modena a Parma, accompagnato da pochi, lasciato nel Bolognese l'esercito suo sotto il comando diGiovanni Bizozero. Tre bastie furono piantate dalle genti sue due miglia lungi da Bologna in tre siti, cioè una al ponte di Reno, una a Corticella, e la terza a San Ruffillo. Con queste briglie intorno male stava Bologna. Nuovi guai ancora si suscitarono in Romagna, perchèFrancesco degli Ordelaffi, già signore di Forlì[Matteo Villani, lib. 12, cap. 53.], dacchè vide acceso sì gran fuoco, si mise a' servigi di Bernabò, e seco ebbeGiovanni de' Manfredigià signore di Faenza. Ora amendue coll'armi del Visconte e de' lor parziali cominciarono guerra or contra Forlì, or contra Rimini. Per mancanza di vettovaglia insorsero in Bologna non pochi lamenti e sospetti di congiure, parendo al popolo di non poter lungamente durarla così. Ma il saggio cardinale Albornoz e il vecchioMalatestasignore di Rimini col senno provvidero al bisogno[Matth. de Griffonibus, Chronic. Bononiens. tom. 18 Rer. Ital.]. Finsero una lettera scritta a Francesco degli Ordelaffi per parte di un suo amico, che gli promettea l'entrata in Forlì, s'egli con corpo di gente si fosse presentato a un determinato tempo colà. A questo fine si mosse egli con ottocento barbute, lasciando per conseguente smagrito l'esercito del Bizozero. Matteo Villani racconta in altra guisa lo stratagemma fatto da Malatesta al generale del Visconte. Oltre a ciò, una notte, senza che alcuno se ne accorgesse, arrivò in BolognaGaleotto de' Malatesticon cinquecento barbute e trecento Ungheri. Era il dì 20 di giugno, in cui il cardinale ordinò che tutta la miglior gente di Bologna fosse in armi a un tocco di campana. Più di quattro mila ben guarniti e vogliosi di battaglia, unitisi colle genti d'armi, a dirittura marciarono alla bastia di S. Ruffillo, ed assalirono con tal vigore il campo nemico, che, dopo lunga difesa, rimase buona parte dellagente di Bernabò od estinta sul campo, o presa, e pochi si salvarono colla fuga. Lo stesso generale del Visconte, cioèGiovanni da Bizozero, con circa mille armati fu condotto prigioniere a Bologna. La bastia di S. Ruffillo fu presa, e per tale sconfitta le guarnigioni di Bernabò che erano nelle altre due bastie, dopo avere attaccato fuoco, precipitosamente si ritirarono a Castelfranco.Nè questa fu la sola avversità diBernabò. Perch'egli teneva Lugo in Romagna, mille e ducento de' suoi cavalieri nel novembre inviati a quella volta vollero passare il ponte di Reno[Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ita.]. Uscì il popolo di Bologna, li perseguitò, e buona parte di essi fece prigionieri. Nella Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]questo fatto è narrato all'anno seguente. Così nel mese di giugno[Matteo Villani, lib. 10, cap. 61.]avendo egli un segreto trattato in Correggio per prendere quella terra,Giberto da Correggiolo penetrò, ed ottenute daUgolino da Gonzagasignor di Mantova quindici bandiere di cavalieri, fece vista di lasciar entrare le diciassette bandiere di cavalieri colà inviate da Bernabò, ed aperta la porta, gli ebbe tutti prigioni. Parimente nel settembre[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.]essendosi portata a Revere sul Mantovano una parte dell'esercito di Bernabò, mettendo tutto a sacco,Ugolino da Gonzagacol popolo di Mantova andò valorosamente ad assalir quella gente, e totalmente la sconfisse colla strage e prigionia di molti. Ma non era in que' tempi molto difficile il rimettere in piedi le armate, per quel che riguarda la gente perchè l'uso portava che i vincitori, riunendo tutti i conestabili, uffiziali, ed altre persone capaci di taglia, lasciavano andar con Dio i prigioni gregarii, con spogliarli solamente dell'armi e de' cavalli. In questo mentreGaleazzo Viscontefratello di Bernabò attendeva afabbricar la cittadella di Pavia, e per desiderio di ristorar quella città afflitta dalle guerre passate, con privilegio imperiale fondò quivi nell'anno presente un'illustre università, conducendo colà valenti lettori di leggi e dell'altre scienze[Corio, Istor. di Milano.], ed obbligando tutti gli scolari degli Stati sudditi suoi e del fratello a portarsi a quelle scuole. Ma neppur egli fu senza avversità. L'esempio delle scellerate compagnie de' soldati masnadieri che cominciarono in Italia, servì di norma a suscitarne delle nuove anche in Francia in occasion della tregua o pace stabilita fra i re di Francia e d'Inghilterra. Erano composte d'Inglesi, Franzesi, Normanni, Spagnuoli, Borgognoni. Tutta la gente di mal affare concorreva a queste scomunicate leghe per isperanza di bottinare, e sicurezza di vivere alle spese di chi non avea forza maggior di loro. In grandi affanni e pericoli fu per questo la stessa corte sacra di Avignone, perchè quella mala gente, senza religione, entrò in Provenza, e se non otteneva danari, minacciava lo sterminio a tutti. Ci mancava ancor questa, che dopo essere calpestata l'Italia da tanti masnadieri tedeschi ed ungheri, venissero fin dall'Inghilterra nuovi cani a finire di divorarla. Ora portò l'accidente cheGiovanni marchesedi Monferrato, sentendosi solo ed esposto alle forze troppo superiori diGaleazzo Viscontesuo nemico, altro ripiego non sapendo trovare al suo bisogno, benchè burlato più volte dalle infide compagnie dei Tedeschi, passò in Provenza, per condurre in Italia alcune di quelle che soggiornavano nei contorni di Avignone. Una ne incaparrò, chiamata la compagnia bianca[Matteo Villani, lib. 10, cap. 64.], e il papa, per levarsi di dosso quella bestial canaglia, e per iscaricare il mal tempo addosso ai contumaci Visconti, vi contribuì da cento mila fiorini d'oro. Il marchese con sì sfrenata gente, la quale, secondo la CronicaPiacentina[Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], ascendeva a dieci mila tra cavalieri e fanti, venne in Piemonte.Questa fu la prima volta e l'occasione che misero il piede in Italia soldatesche inglesi, le quali poi recarono tanti guai a varii paesi, e andarono crescendo, perchè questi ne chiamavano degli altri, e la voce del gran guadagno bastava a muovere i lontani anche senza pregarli. Ricominciò dunque ilmarchesecon sì poderoso rinforzo in Piemonte la guerra contra diGaleazzo, e gli tolse alcune castella, commettendo orribili crudeltà, spezialmente nel Novarese. Per buona giunta Galeazzo, affine di levar loro il nido, finì di bruciare e distruggere molte terre e ville di quel distretto, non per anche rovinate dai nemici. Pietro Azario[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Italic. pag. 370.]ce ne ha conservato il funesto catalogo. Ma non tentò il marchese impresa alcuna contro le città, perchè dianzi le aveva il Visconte ben guernite di genti d'armi e di munizioni. Accadde cheAmedeo conte di Savoiavenne in questi medesimi tempi ad una sua terra di Piemonte. Ne ebbe contezza la compagnia bianca de' suddetti masnadieri, e con una marcia sforzata quivi sorprese il conte e la sua baronia. Rifugiossi bensì il conte nel castello, ma assediato, gli fu forza di venire ad un accordo, e di liberarsi con cento ottanta mila fiorini d'oro, parte pagati allora, parte promessi con buone cauzioni. Perchè il Guichenone non parla di ciò nella Storia della real casa di Savoia, non so dire il nome di quella terra. Adunque per tali guerre tutta era in affanni la Lombardia; e i Visconti, per sostenerla, indicibili aggravii metteano non solamente ai secolari, ma al clero ancora; ed in quest'anno Galeazzo occupò tutti i frutti e le rendite degli ecclesiastici di Piacenza. Gravissimi flagelli erano questi, e pure se ne provò un maggiore nell'anno presente;cioè una fierissima inesorabil pestilenza[Matteo Villani, lib. 10, cap. 71. Rebdorfius, Annal. Vita Innocentii VI, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Infierì essa in Francia, in Inghilterra ed in altri paesi, con levare dal mondo le centinaia di migliaia di persone. Entrò in Avignone, e vi fece una strage immensa di quel popolo, e privò di vita anche otto o nove cardinali, con assaissimi altri uffiziali della corte pontificia. Per questo motivo ancora, cioè per timor di cadere vittima d'essa peste, la compagnia suddetta de' soldati masnadieri si acconciò volentieri col marchese di Monferrato, sperando in Italia il godimento della sanità. Ma ossia che gli stessi portassero il malore in Italia, o ch'esso vi entrasse per altra porta, certa cosa è che in quest'anno nel mese di giugno, e poscia nell'anno seguente, si diffuse la peste nel Piemonte, Genova, Novara, Piacenza, Parma ed altre città. Milano, preservato nella terribilissima peste del 1348, non potè guardarsi da questa, e ne rimase desolato per la gran perdita di gente. In tempi di guerra la peste sguazza, e va senz'argini dovunque vuole.Galeazzo Viscontesi ritirò a Monza,Bernabòa Marignano, e vi si tenne con tal guardia e ritiratezza, che corse dappertutto, e durò lungo tempo, la voce che fosse morto. Esenti da questa calamità ne andarono in quest'anno[Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.]Modena, Bologna e la Toscana; ma in Venezia incredibil fu la moria di quel popolo, e fra gli altri vi lasciò la vita nel dì 12 di luglio[Caresin., Chron., tom. 2 Rer. Ital.]Giovanni Delfinodoge di quella repubblica, in cui luogo fu elettoLorenzo Celso, giovane quanto all'età, ma vecchio per la sua saviezza e prudenza. In quest'anno nella notte del dì secondo di novembre venendo il dì terzo, passò al paese dei piùAldrovandino marchesed'Este, signor di Ferrara, Modena, Comacchio eRovigo[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.]. Benchè lasciasse un figliuolo legittimo, cioèObizzo IV, pure ilmarchese Niccolòsuo fratello prese le redini del governo di tutti gli Stati senza contraddizione alcuna. Per discordie nate nell'agosto di quest'anno[Matteo Villani, lib. 10, cap. 67.]fraBocchinosignore o tiranno di Volterra, e Francesco de' Belfredotti suo parente, si sconvolse tutta quella città. Corsero immediatamente al rumore i lesti Fiorentini, e tanto seppero fare, ch'essi di volontà del popolo occuparono la signoria di quella città con gran dispetto de' Pisani e Sanesi. Nel mese di ottobre anche ai Sanesi riuscì di sottoporre al loro comando Monte Alcino.

Teneva tuttavia la gente diBernabò Viscontenel Bolognese Castelfranco, ed alcune altre castella[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Italic.], e a poco a poco ingrossandosi, ricominciò per tempo la guerra in quelle parti. Ilcardinal Egidio Albornoz, veggendo mal parate le cose, e che penerebbe a resistere a sì potente avversario, siccome personaggio di gran cuore e senno, nel dì 15 di marzo si mise in viaggio, risoluto di passare personalmente in Ungheria per mare ad implorar più gagliardi soccorsi dalre Lodovico, giacchè gli Ungheri precedentemente inviati in aiuto del legato, parte s'erano arrolati nell'armata di Bernabò e parte nella compagnia diAnichino di Mongardo. Avea lo stesso re fatto sperare al papa d'essere pronto a venire in persona in Italia colle sue forze, per metter fine all'insaziabilità di Bernabò, uomo nato solamente per rovinare i propri sudditi e gli altrui con tante guerre. Ma, ossia che i regali fatti a tempo correre dallo stesso Bernabò nella corte del re unghero facessero buon effetto, ovvero che non si accordassero le pive fra la corte pontificia e lui, certo è che il cardinale gittò via i passi, e se ne tornò qual era ito, senza ottener soccorso veruno. In questo mentre a dì primo di aprile ebbero le genti di Bernabò a tradimento il castello di Monteveglio. Nel dì 15 d'esso mese passò il medesimo Bernabò con poderoso esercito in vicinanza di Modena, e andò a posarsi a Castelfranco. Messo dipoi l'assedio a Pimaccio ossia Piumazzo, nel dì 10 di maggio s'impadronì di quel castello, e fra cinque giorni anche del girone: il che fatto, se netornò per Modena a Parma, accompagnato da pochi, lasciato nel Bolognese l'esercito suo sotto il comando diGiovanni Bizozero. Tre bastie furono piantate dalle genti sue due miglia lungi da Bologna in tre siti, cioè una al ponte di Reno, una a Corticella, e la terza a San Ruffillo. Con queste briglie intorno male stava Bologna. Nuovi guai ancora si suscitarono in Romagna, perchèFrancesco degli Ordelaffi, già signore di Forlì[Matteo Villani, lib. 12, cap. 53.], dacchè vide acceso sì gran fuoco, si mise a' servigi di Bernabò, e seco ebbeGiovanni de' Manfredigià signore di Faenza. Ora amendue coll'armi del Visconte e de' lor parziali cominciarono guerra or contra Forlì, or contra Rimini. Per mancanza di vettovaglia insorsero in Bologna non pochi lamenti e sospetti di congiure, parendo al popolo di non poter lungamente durarla così. Ma il saggio cardinale Albornoz e il vecchioMalatestasignore di Rimini col senno provvidero al bisogno[Matth. de Griffonibus, Chronic. Bononiens. tom. 18 Rer. Ital.]. Finsero una lettera scritta a Francesco degli Ordelaffi per parte di un suo amico, che gli promettea l'entrata in Forlì, s'egli con corpo di gente si fosse presentato a un determinato tempo colà. A questo fine si mosse egli con ottocento barbute, lasciando per conseguente smagrito l'esercito del Bizozero. Matteo Villani racconta in altra guisa lo stratagemma fatto da Malatesta al generale del Visconte. Oltre a ciò, una notte, senza che alcuno se ne accorgesse, arrivò in BolognaGaleotto de' Malatesticon cinquecento barbute e trecento Ungheri. Era il dì 20 di giugno, in cui il cardinale ordinò che tutta la miglior gente di Bologna fosse in armi a un tocco di campana. Più di quattro mila ben guarniti e vogliosi di battaglia, unitisi colle genti d'armi, a dirittura marciarono alla bastia di S. Ruffillo, ed assalirono con tal vigore il campo nemico, che, dopo lunga difesa, rimase buona parte dellagente di Bernabò od estinta sul campo, o presa, e pochi si salvarono colla fuga. Lo stesso generale del Visconte, cioèGiovanni da Bizozero, con circa mille armati fu condotto prigioniere a Bologna. La bastia di S. Ruffillo fu presa, e per tale sconfitta le guarnigioni di Bernabò che erano nelle altre due bastie, dopo avere attaccato fuoco, precipitosamente si ritirarono a Castelfranco.

Nè questa fu la sola avversità diBernabò. Perch'egli teneva Lugo in Romagna, mille e ducento de' suoi cavalieri nel novembre inviati a quella volta vollero passare il ponte di Reno[Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ita.]. Uscì il popolo di Bologna, li perseguitò, e buona parte di essi fece prigionieri. Nella Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]questo fatto è narrato all'anno seguente. Così nel mese di giugno[Matteo Villani, lib. 10, cap. 61.]avendo egli un segreto trattato in Correggio per prendere quella terra,Giberto da Correggiolo penetrò, ed ottenute daUgolino da Gonzagasignor di Mantova quindici bandiere di cavalieri, fece vista di lasciar entrare le diciassette bandiere di cavalieri colà inviate da Bernabò, ed aperta la porta, gli ebbe tutti prigioni. Parimente nel settembre[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.]essendosi portata a Revere sul Mantovano una parte dell'esercito di Bernabò, mettendo tutto a sacco,Ugolino da Gonzagacol popolo di Mantova andò valorosamente ad assalir quella gente, e totalmente la sconfisse colla strage e prigionia di molti. Ma non era in que' tempi molto difficile il rimettere in piedi le armate, per quel che riguarda la gente perchè l'uso portava che i vincitori, riunendo tutti i conestabili, uffiziali, ed altre persone capaci di taglia, lasciavano andar con Dio i prigioni gregarii, con spogliarli solamente dell'armi e de' cavalli. In questo mentreGaleazzo Viscontefratello di Bernabò attendeva afabbricar la cittadella di Pavia, e per desiderio di ristorar quella città afflitta dalle guerre passate, con privilegio imperiale fondò quivi nell'anno presente un'illustre università, conducendo colà valenti lettori di leggi e dell'altre scienze[Corio, Istor. di Milano.], ed obbligando tutti gli scolari degli Stati sudditi suoi e del fratello a portarsi a quelle scuole. Ma neppur egli fu senza avversità. L'esempio delle scellerate compagnie de' soldati masnadieri che cominciarono in Italia, servì di norma a suscitarne delle nuove anche in Francia in occasion della tregua o pace stabilita fra i re di Francia e d'Inghilterra. Erano composte d'Inglesi, Franzesi, Normanni, Spagnuoli, Borgognoni. Tutta la gente di mal affare concorreva a queste scomunicate leghe per isperanza di bottinare, e sicurezza di vivere alle spese di chi non avea forza maggior di loro. In grandi affanni e pericoli fu per questo la stessa corte sacra di Avignone, perchè quella mala gente, senza religione, entrò in Provenza, e se non otteneva danari, minacciava lo sterminio a tutti. Ci mancava ancor questa, che dopo essere calpestata l'Italia da tanti masnadieri tedeschi ed ungheri, venissero fin dall'Inghilterra nuovi cani a finire di divorarla. Ora portò l'accidente cheGiovanni marchesedi Monferrato, sentendosi solo ed esposto alle forze troppo superiori diGaleazzo Viscontesuo nemico, altro ripiego non sapendo trovare al suo bisogno, benchè burlato più volte dalle infide compagnie dei Tedeschi, passò in Provenza, per condurre in Italia alcune di quelle che soggiornavano nei contorni di Avignone. Una ne incaparrò, chiamata la compagnia bianca[Matteo Villani, lib. 10, cap. 64.], e il papa, per levarsi di dosso quella bestial canaglia, e per iscaricare il mal tempo addosso ai contumaci Visconti, vi contribuì da cento mila fiorini d'oro. Il marchese con sì sfrenata gente, la quale, secondo la CronicaPiacentina[Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], ascendeva a dieci mila tra cavalieri e fanti, venne in Piemonte.

Questa fu la prima volta e l'occasione che misero il piede in Italia soldatesche inglesi, le quali poi recarono tanti guai a varii paesi, e andarono crescendo, perchè questi ne chiamavano degli altri, e la voce del gran guadagno bastava a muovere i lontani anche senza pregarli. Ricominciò dunque ilmarchesecon sì poderoso rinforzo in Piemonte la guerra contra diGaleazzo, e gli tolse alcune castella, commettendo orribili crudeltà, spezialmente nel Novarese. Per buona giunta Galeazzo, affine di levar loro il nido, finì di bruciare e distruggere molte terre e ville di quel distretto, non per anche rovinate dai nemici. Pietro Azario[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Italic. pag. 370.]ce ne ha conservato il funesto catalogo. Ma non tentò il marchese impresa alcuna contro le città, perchè dianzi le aveva il Visconte ben guernite di genti d'armi e di munizioni. Accadde cheAmedeo conte di Savoiavenne in questi medesimi tempi ad una sua terra di Piemonte. Ne ebbe contezza la compagnia bianca de' suddetti masnadieri, e con una marcia sforzata quivi sorprese il conte e la sua baronia. Rifugiossi bensì il conte nel castello, ma assediato, gli fu forza di venire ad un accordo, e di liberarsi con cento ottanta mila fiorini d'oro, parte pagati allora, parte promessi con buone cauzioni. Perchè il Guichenone non parla di ciò nella Storia della real casa di Savoia, non so dire il nome di quella terra. Adunque per tali guerre tutta era in affanni la Lombardia; e i Visconti, per sostenerla, indicibili aggravii metteano non solamente ai secolari, ma al clero ancora; ed in quest'anno Galeazzo occupò tutti i frutti e le rendite degli ecclesiastici di Piacenza. Gravissimi flagelli erano questi, e pure se ne provò un maggiore nell'anno presente;cioè una fierissima inesorabil pestilenza[Matteo Villani, lib. 10, cap. 71. Rebdorfius, Annal. Vita Innocentii VI, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Infierì essa in Francia, in Inghilterra ed in altri paesi, con levare dal mondo le centinaia di migliaia di persone. Entrò in Avignone, e vi fece una strage immensa di quel popolo, e privò di vita anche otto o nove cardinali, con assaissimi altri uffiziali della corte pontificia. Per questo motivo ancora, cioè per timor di cadere vittima d'essa peste, la compagnia suddetta de' soldati masnadieri si acconciò volentieri col marchese di Monferrato, sperando in Italia il godimento della sanità. Ma ossia che gli stessi portassero il malore in Italia, o ch'esso vi entrasse per altra porta, certa cosa è che in quest'anno nel mese di giugno, e poscia nell'anno seguente, si diffuse la peste nel Piemonte, Genova, Novara, Piacenza, Parma ed altre città. Milano, preservato nella terribilissima peste del 1348, non potè guardarsi da questa, e ne rimase desolato per la gran perdita di gente. In tempi di guerra la peste sguazza, e va senz'argini dovunque vuole.Galeazzo Viscontesi ritirò a Monza,Bernabòa Marignano, e vi si tenne con tal guardia e ritiratezza, che corse dappertutto, e durò lungo tempo, la voce che fosse morto. Esenti da questa calamità ne andarono in quest'anno[Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.]Modena, Bologna e la Toscana; ma in Venezia incredibil fu la moria di quel popolo, e fra gli altri vi lasciò la vita nel dì 12 di luglio[Caresin., Chron., tom. 2 Rer. Ital.]Giovanni Delfinodoge di quella repubblica, in cui luogo fu elettoLorenzo Celso, giovane quanto all'età, ma vecchio per la sua saviezza e prudenza. In quest'anno nella notte del dì secondo di novembre venendo il dì terzo, passò al paese dei piùAldrovandino marchesed'Este, signor di Ferrara, Modena, Comacchio eRovigo[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.]. Benchè lasciasse un figliuolo legittimo, cioèObizzo IV, pure ilmarchese Niccolòsuo fratello prese le redini del governo di tutti gli Stati senza contraddizione alcuna. Per discordie nate nell'agosto di quest'anno[Matteo Villani, lib. 10, cap. 67.]fraBocchinosignore o tiranno di Volterra, e Francesco de' Belfredotti suo parente, si sconvolse tutta quella città. Corsero immediatamente al rumore i lesti Fiorentini, e tanto seppero fare, ch'essi di volontà del popolo occuparono la signoria di quella città con gran dispetto de' Pisani e Sanesi. Nel mese di ottobre anche ai Sanesi riuscì di sottoporre al loro comando Monte Alcino.


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