MCCCLXIVAnno diCristomccclxiv. IndizioneII.Urbano Vpapa 3.Carlo IVimperadore 10.Cotanto s'adoperarono co' lor buoni uffiziiCarlo IV imperadore e i re di Francia e d'Ungheria[Raynaldus, in Annal. Eccles.], che fu conchiuso il trattato di pace fra la Chiesa romana, ilmarchese Niccolò d'Estesignor di Ferrara[Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.],Francesco da Carrarasignor di Padova, iGonzaghie gliScaligeridall'un canto, eBernabò Viscontedall'altro, nel dì 3 di marzo. In vigore di questa pace rinunziò il Visconte a tutte le sue pretensioni sopra Bologna, e restituì Lugo, Crevalcuore e qualunque altro luogo occupato da lui negli Stati della Chiesa; e parimente al marchese di Ferrara qualsivoglia fortezza o bastia ch'egli tenesse nel distretto di Modena. Obbligossi il papa[Corio, Istoria di Milano.]di pagare a Bernabò cinquecentomila fiorini d'oro in otto rate; e furono rilasciati tutti i prigioni. Per l'esecuzion di essa pace essendo venuto a Milano ilcardinale Andreinolegato apostolico, Bernabò gli fece grande onore, e poscia sul principio d'aprile in segno di sua allegrezza volle che si facesse un solenne torneo, a cui invitò tutti i principi e baroni italiani. In questa occasione[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]il suddetto cardinale legato trattò e stabilì pace anche fraGiovanni marchesedi Monferrato eGaleazzo Visconte: con che cessò in quelle parti ancora il furor della guerra, e ne partirono gli Inglesi quivi restati, coll'andarsi ad unire agli altri che erano in Toscana. Fecero dipoi[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 18 Rer. Ital.]questi due principi una permuta di terre che l'uno avea occupato all'altro. E quanto a Galeazzo, egli seguitò ad affliggere i suoi popoli, e specialmente il clero con nuove taglie e contribuzioni. Pubblicò ancora contra dei traditori de' suoi Stati la lista delle pene e dei tormenti che si doveano dar loro. La rapporta l'Azario, e fa orrore. Inoltre tanto egli, come Bernabò fecero smantellar assaissime castella e fortezze ne' loro Stati che appartenevano ai nobili guelfi, per tor loro la comodità e voglia di ribellarsi in avvenire. Se con tal maniera di governo si facessero amare i due fratelli Visconti, ognuno può immaginarselo. Fu quasi[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]tutta la Lombardia, Romagna e Marca in quest'anno sommamente afflitte da un diluvio di cavallette ossia di locuste volatili, venute, per quanto fu creduto, dall'Ungheria. Oscuravano il sole, quando, alzatesi a volo, passavano da un luogo all'altro, e durava il passar loro due ore continue, tanto era lungo, ampio e sterminato l'esercito loro per aria. Consumavano l'erbe e tutta l'ortaglia dovunque si posavano. Pare che Filippo Villani[Filippo Villani, lib. 11, cap. 60.]diail nome di grilli a queste locuste, giacchè scrive che un vento li portò per mare. Io l'avrei chiamato uno sproposito, se nella Vita di Urbano V[Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]non si vedessero distinti i grilli dalle locuste. Nel maggior rigore del verno non lasciarono gl'Inglesi, confermati al loro soldo dai Pisani, di fare di quando in quando delle cavalcate sul territorio di Firenze, portando a varie terre la desolazione. Anche il suddetto Villani descrive i lor costumi, e l'arte e l'ordine da essi tenuto nella guerra con bravura e sprezzo dei patimenti: al che le milizie italiane non erano allora molto usate. Non bastò ai Pisani la gran brigata degl'Inglesi da loro assoldati, capo de' quali si comincia in questi tempi ad udireGiovanni Aucud, in ingleseKauchouod, dai Toscani chiamatoAguto, uomo che s'acquistò dipoi gran rinomanza in Italia. Presero anche al loro soldoAnichino di Bongardo, capitano di tremila barbute tedesche, licenziato daGaleazzo Viscontedopo la pace suddetta: con che erano di molto superiori di forze ai Fiorentini. Contuttociò pregarono il papa d'interporsi per la pace, e a questo fine spedì il santo padre a Pisa e Firenze frate Marco da Viterbo, generale de' frati minori. Ma i Fiorentini, pregni di superbia e d'odio, rigettate le proposizioni, vollero piuttosto guerra che pace; tanto più perchè ilconte Arrigo di Monfortecondusse in loro aiuto un bel corpo di cavalleria tedesca.Pertanto l'armata pisana, forte di sei mila uomini a cavallo, oltre alla fanteria, tornò sul distretto di Firenze, giugnendo fino alle porte della città, distruggendo, secondo il costume, tutto il paese. Varii badalucchi succederono in questi tempi fra le nemiche squadre; e il valoroso conte di Monforte arrivò sino a Porto Pisano e a Livorno, ed arse quei luoghi. Non risparmiarono i Fiorentini in tal congiuntura il danaro per far desertare dal campo pisano gran quantità di Tedeschi e d'Inglesi. Avendo essi giàpreso per loro capitanoGaleotto Malatesta, insigne mastro di guerra[Filippo Villani, lib. 1, cap. 97.], arditamente nel dì 29 di luglio mossero la loro armata alla volta di Pisa. Sei miglia lungi da quella città a Cascina erano accampati, quandoGiovanni Aucud[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Italic.], presa ogni precauzione, andò con tutte le sue forze ad assalirli. Atroce e lunga fu la battaglia, e in fine i Pisani ed Inglesi rotti presero la fuga, restandone morti circa mille, e prigionieri circa due mila, che trionfalmente furono poi menati a Firenze. Tra per questa disgrazia, e perchè passò al soldo de' Fiorentini buona parte degl'Inglesi, i Pisani si trovarono in gran tremore e spavento. SpedironoGiovanni dell'Agnello, uomo popolare, ma astutissimo, aBernabò Visconteper aiuto, e ne ebbero a prestanza trenta mila fiorini di oro. Ma il furbo ambasciatore, tornato a Pisa, seppe ben prevalersi dello scompiglio, in cui era la sua patria; imperciocchè spalleggiato da Giovanni Aucud si fece eleggere doge di Pisa per un anno. Intanto colla mediazione dell'arcivescovo di Ravenna e del generale de' frati minori si trattava di pace. Vi acconsentirono finalmente nel dì 30 d'agosto i Fiorentini, perchè si seppe, o fu fatto credere, che i Pisani avessero indotto Bernabò Visconte a prendere la lor protezione con dargli Pietrasanta. Decorosa e di molto vantaggio fu cotal pace ai Fiorentini, avendo i Pisani restituite loro tutte le franchigie ed esenzioni in Pisa e suo distretto, e ceduta Pietrabuona, e promesso di pagare per dieci anni dieci mila fiorini d'oro al comune di Firenze nella festa di s. Giovanni Battista. Così dopo essersi disfatti questi due comuni, ed avere ingrassati colla rovina loro gli oltramontani masnadieri, si quotarono, e diedero commiato alle lor soldatesche.Anichino di Bongardo, avvezzoa vivere di rapina, passò su quel di Perugia, e gli altri andarono a dare il malanno ad altri popoli. Durante questa guerra aveano fatto più cavalcate su quel di Siena le compagnie de' masnadieri inglesi e tedeschi, e sempre convenne che i Sanesi con danari si liberassero da quella mala gente. Ma allorchè furono costoro licenziati dai Pisani e Fiorentini, la compagnia de' Tedeschi appellata di San Giorgio, di cui erano capitaniAmbrosio, figliuolo bastardo di Bernabò Visconte, e ilconte Giovanni di Auspurgo[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], accozzatasi con quella degl'Inglesi, governata daGiovanni Aucud, andò a solazzarsi sul Sanese, spogliando, bruciando ed uccidendo. E perchè i Sanesi disperati uscirono con tutto il loro sforzo nel dì 28 di novembre, passarono quei malandrini a Sarzana, e poscia se n'andarono su quel di Perugia e Todi. Infelice quel paese, dove arrivavano queste ingorde e fiere locuste. Nel mese di luglio dell'anno presente si ammalò il vecchio Malatesta signor di Rimini, Fano, Pesaro e Fossombrone[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], rinomato signore per tante sue imprese di guerra e per la molta sua saviezza. Per attestato della Cronica di Rimini, in tutto il tempo della sua infermità attese ad opere di molta virtù e di grande edificazione, sì per la sua compunzione, come per le grazie e limosine ch'egli fece. Finalmente nel dì 27 d'agosto dell'anno presente[Chron. Estense, tom. eod.], e non già dell'anno seguente, come ha la Cronica di Filippo Villani, passò all'altra vita, restando signore di quegli StatiGaleotto Malatestasuo fratello, impegnato allora in servigio de' Fiorentini. Lasciò dopo di sè due figliuoli, cioèPandolfoeMalatesta Novello, soprannominatoUnghero, che parteciparono del governo col suddetto loro zio.
Cotanto s'adoperarono co' lor buoni uffiziiCarlo IV imperadore e i re di Francia e d'Ungheria[Raynaldus, in Annal. Eccles.], che fu conchiuso il trattato di pace fra la Chiesa romana, ilmarchese Niccolò d'Estesignor di Ferrara[Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.],Francesco da Carrarasignor di Padova, iGonzaghie gliScaligeridall'un canto, eBernabò Viscontedall'altro, nel dì 3 di marzo. In vigore di questa pace rinunziò il Visconte a tutte le sue pretensioni sopra Bologna, e restituì Lugo, Crevalcuore e qualunque altro luogo occupato da lui negli Stati della Chiesa; e parimente al marchese di Ferrara qualsivoglia fortezza o bastia ch'egli tenesse nel distretto di Modena. Obbligossi il papa[Corio, Istoria di Milano.]di pagare a Bernabò cinquecentomila fiorini d'oro in otto rate; e furono rilasciati tutti i prigioni. Per l'esecuzion di essa pace essendo venuto a Milano ilcardinale Andreinolegato apostolico, Bernabò gli fece grande onore, e poscia sul principio d'aprile in segno di sua allegrezza volle che si facesse un solenne torneo, a cui invitò tutti i principi e baroni italiani. In questa occasione[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]il suddetto cardinale legato trattò e stabilì pace anche fraGiovanni marchesedi Monferrato eGaleazzo Visconte: con che cessò in quelle parti ancora il furor della guerra, e ne partirono gli Inglesi quivi restati, coll'andarsi ad unire agli altri che erano in Toscana. Fecero dipoi[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 18 Rer. Ital.]questi due principi una permuta di terre che l'uno avea occupato all'altro. E quanto a Galeazzo, egli seguitò ad affliggere i suoi popoli, e specialmente il clero con nuove taglie e contribuzioni. Pubblicò ancora contra dei traditori de' suoi Stati la lista delle pene e dei tormenti che si doveano dar loro. La rapporta l'Azario, e fa orrore. Inoltre tanto egli, come Bernabò fecero smantellar assaissime castella e fortezze ne' loro Stati che appartenevano ai nobili guelfi, per tor loro la comodità e voglia di ribellarsi in avvenire. Se con tal maniera di governo si facessero amare i due fratelli Visconti, ognuno può immaginarselo. Fu quasi[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]tutta la Lombardia, Romagna e Marca in quest'anno sommamente afflitte da un diluvio di cavallette ossia di locuste volatili, venute, per quanto fu creduto, dall'Ungheria. Oscuravano il sole, quando, alzatesi a volo, passavano da un luogo all'altro, e durava il passar loro due ore continue, tanto era lungo, ampio e sterminato l'esercito loro per aria. Consumavano l'erbe e tutta l'ortaglia dovunque si posavano. Pare che Filippo Villani[Filippo Villani, lib. 11, cap. 60.]diail nome di grilli a queste locuste, giacchè scrive che un vento li portò per mare. Io l'avrei chiamato uno sproposito, se nella Vita di Urbano V[Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]non si vedessero distinti i grilli dalle locuste. Nel maggior rigore del verno non lasciarono gl'Inglesi, confermati al loro soldo dai Pisani, di fare di quando in quando delle cavalcate sul territorio di Firenze, portando a varie terre la desolazione. Anche il suddetto Villani descrive i lor costumi, e l'arte e l'ordine da essi tenuto nella guerra con bravura e sprezzo dei patimenti: al che le milizie italiane non erano allora molto usate. Non bastò ai Pisani la gran brigata degl'Inglesi da loro assoldati, capo de' quali si comincia in questi tempi ad udireGiovanni Aucud, in ingleseKauchouod, dai Toscani chiamatoAguto, uomo che s'acquistò dipoi gran rinomanza in Italia. Presero anche al loro soldoAnichino di Bongardo, capitano di tremila barbute tedesche, licenziato daGaleazzo Viscontedopo la pace suddetta: con che erano di molto superiori di forze ai Fiorentini. Contuttociò pregarono il papa d'interporsi per la pace, e a questo fine spedì il santo padre a Pisa e Firenze frate Marco da Viterbo, generale de' frati minori. Ma i Fiorentini, pregni di superbia e d'odio, rigettate le proposizioni, vollero piuttosto guerra che pace; tanto più perchè ilconte Arrigo di Monfortecondusse in loro aiuto un bel corpo di cavalleria tedesca.
Pertanto l'armata pisana, forte di sei mila uomini a cavallo, oltre alla fanteria, tornò sul distretto di Firenze, giugnendo fino alle porte della città, distruggendo, secondo il costume, tutto il paese. Varii badalucchi succederono in questi tempi fra le nemiche squadre; e il valoroso conte di Monforte arrivò sino a Porto Pisano e a Livorno, ed arse quei luoghi. Non risparmiarono i Fiorentini in tal congiuntura il danaro per far desertare dal campo pisano gran quantità di Tedeschi e d'Inglesi. Avendo essi giàpreso per loro capitanoGaleotto Malatesta, insigne mastro di guerra[Filippo Villani, lib. 1, cap. 97.], arditamente nel dì 29 di luglio mossero la loro armata alla volta di Pisa. Sei miglia lungi da quella città a Cascina erano accampati, quandoGiovanni Aucud[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Italic.], presa ogni precauzione, andò con tutte le sue forze ad assalirli. Atroce e lunga fu la battaglia, e in fine i Pisani ed Inglesi rotti presero la fuga, restandone morti circa mille, e prigionieri circa due mila, che trionfalmente furono poi menati a Firenze. Tra per questa disgrazia, e perchè passò al soldo de' Fiorentini buona parte degl'Inglesi, i Pisani si trovarono in gran tremore e spavento. SpedironoGiovanni dell'Agnello, uomo popolare, ma astutissimo, aBernabò Visconteper aiuto, e ne ebbero a prestanza trenta mila fiorini di oro. Ma il furbo ambasciatore, tornato a Pisa, seppe ben prevalersi dello scompiglio, in cui era la sua patria; imperciocchè spalleggiato da Giovanni Aucud si fece eleggere doge di Pisa per un anno. Intanto colla mediazione dell'arcivescovo di Ravenna e del generale de' frati minori si trattava di pace. Vi acconsentirono finalmente nel dì 30 d'agosto i Fiorentini, perchè si seppe, o fu fatto credere, che i Pisani avessero indotto Bernabò Visconte a prendere la lor protezione con dargli Pietrasanta. Decorosa e di molto vantaggio fu cotal pace ai Fiorentini, avendo i Pisani restituite loro tutte le franchigie ed esenzioni in Pisa e suo distretto, e ceduta Pietrabuona, e promesso di pagare per dieci anni dieci mila fiorini d'oro al comune di Firenze nella festa di s. Giovanni Battista. Così dopo essersi disfatti questi due comuni, ed avere ingrassati colla rovina loro gli oltramontani masnadieri, si quotarono, e diedero commiato alle lor soldatesche.Anichino di Bongardo, avvezzoa vivere di rapina, passò su quel di Perugia, e gli altri andarono a dare il malanno ad altri popoli. Durante questa guerra aveano fatto più cavalcate su quel di Siena le compagnie de' masnadieri inglesi e tedeschi, e sempre convenne che i Sanesi con danari si liberassero da quella mala gente. Ma allorchè furono costoro licenziati dai Pisani e Fiorentini, la compagnia de' Tedeschi appellata di San Giorgio, di cui erano capitaniAmbrosio, figliuolo bastardo di Bernabò Visconte, e ilconte Giovanni di Auspurgo[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], accozzatasi con quella degl'Inglesi, governata daGiovanni Aucud, andò a solazzarsi sul Sanese, spogliando, bruciando ed uccidendo. E perchè i Sanesi disperati uscirono con tutto il loro sforzo nel dì 28 di novembre, passarono quei malandrini a Sarzana, e poscia se n'andarono su quel di Perugia e Todi. Infelice quel paese, dove arrivavano queste ingorde e fiere locuste. Nel mese di luglio dell'anno presente si ammalò il vecchio Malatesta signor di Rimini, Fano, Pesaro e Fossombrone[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], rinomato signore per tante sue imprese di guerra e per la molta sua saviezza. Per attestato della Cronica di Rimini, in tutto il tempo della sua infermità attese ad opere di molta virtù e di grande edificazione, sì per la sua compunzione, come per le grazie e limosine ch'egli fece. Finalmente nel dì 27 d'agosto dell'anno presente[Chron. Estense, tom. eod.], e non già dell'anno seguente, come ha la Cronica di Filippo Villani, passò all'altra vita, restando signore di quegli StatiGaleotto Malatestasuo fratello, impegnato allora in servigio de' Fiorentini. Lasciò dopo di sè due figliuoli, cioèPandolfoeMalatesta Novello, soprannominatoUnghero, che parteciparono del governo col suddetto loro zio.