MCCCLXVIIIAnno diCristomccclxviii. Indiz.VI.Urbano Vpapa 7.Carlo IVimperadore 14.Continuò papa Urbano il suo soggiorno nel palazzo del Vaticano anche nella primavera di quest'anno, e nel mese di marzoGiovanna reginadi Napoli ePietro redi Cipri vennero a Roma per baciargli i piedi, e per trattar dei loro affari[Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Ad essa regina in segno d'onore fu donata dal pontefice la rosa d'oro. Venuta la state, andò il santo Padre a villeggiare a Montefiascone, della cui buon'aria e situazione si compiacque assaissimo. Eresse quivi un vescovato e un capitolo di canonici. Insigni parentadi si studiò sempreBernabò Viscontedi fare; maGaleazzosuo fratello gli andò innanzi anche in questo.Biancasua moglie era sorella diAmedeo VI conte di Savoia; Isabella, moglie diGian Galeazzosuo figliuolo avea per padre il re di Francia. Contrasse egli parentela in quest'anno anche col red'Inghilterra[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], con dare in moglie aLionelloossiaLionetto, figlio d'esso re e duca di Chiarenza,Violantesua figliuola. La dote fu magnifica, perchè, oltre a ducento mila fiorini d'oro[Corio, Istor. di Milano.], concedette al genero la città d'Alba e molte castella in Piemonte, come Montevico, Cuneo, Cherasco e Demonte. Nel dì 27 di maggio venne il reale sposo a Milano[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], accolto con ismisurata pompa e regali senza fine dai Visconti fratelli, e da gran nobiltà dell'uno e dell'altro sesso. Celebraronsi le nozze nel dì cinque di giugno, nel qual giorno si fecero nobilissimi conviti, che si veggono descritti dall'autore degli Annali Milanesi e dal Corio. Alla prima mensa, dove sedeano i principi, fu ammesso ancheFrancesco Petrarcainsigne poeta: tanta era la di lui riputazione. Ma infausto fine ebbe questo matrimonio; imperciocchè il suddetto principe inglese, divenuto padrone d'Alba e delle suddette castella in Piemonte, per intemperanza, o per altre cagioni, finì di vivere in Pavia nell'anno presente (altri dicono nel seguente) con incredibil rammarico e gravissimo danno di Galeazzo, il quale non solamente perdè il genero, e seco le speranze di appoggio dalla parte del re d'Inghilterra, ma neppur potè ricuperar Alba e l'altre terre dotali del Piemonte, delle quali si fece padrone Odoardo il Dispensiere inglese, siccome andremo vedendo.Stava in questo mentreBernabò Viscontesuo fratello attento agli andamenti e preparamenti de' principi collegati, ben prevedendo che l'aveano giurata contra di lui; sapea eziandio cheCarlo IV imperadore, capo della lega, si disponea a passar in Italia con formidabili forze. Però da tutte le parti cercò al suo soldo gente, e determinò di prevenire i nemici colle sue armi e con quelle diCan Signore dalla Scalasuo collegato. Erano allora le armate di Italia, siccome osservò il Corio, compostedi varie nazioni. In quelle di Bernabò e di Galeazzo si contavano Italiani, Tedeschi, Ungheri e Borgognoni; e lo stesso succedea in quelle degli Estensi, Gonzaghi e Scaligeri. Il papa nell'esercito suo avea gran copia di Franzesi, Spagnoli, Bretoni, Provenzali e Pugliesi. Fra poco vedremo comparire anche l'imperadore con Boemi, Schiavoni, Polacchi ed altre nazioni. Se l'Italia stesse bene fra tanti e sì varii, quasi dissi, cani e ladroni, ognun può immaginarselo. Avvenne[Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.]che nel dì 9 di marzo, trovandosi in Parma una grossa guarnigione di Bernabò, vennero alle mani i soldati italiani coi tedeschi ed ungheri, e degli ultimi ne rimasero uccisi trentadue. Fecero gli uffiziali del Visconte far tregua di tre mesi fra loro, e si quetò per allora il tumulto. Ora Bernabò, unite le sue armi con quelle del fratelloGaleazzoe dello Scaligero, all'improvviso nel dì cinque d'aprile portò la guerra sul Mantovano per terra e per acqua[Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.], avendo fatto calare per Po una copiosa flotta di galeoni armati. Entrò nel serraglio di Mantova da due parti, mettendo a sacco e fuoco tutto il paese, e quivi fabbricò una bastia fortissima. Anche dalla parte di Guastalla mandò un esercito verso Borgoforte, e se ne impadronì. Non tardòNiccolò marchesed'Este a spedire in soccorso de' collegati Gonzaghi i suoi galeoni armati per Po. Giunta a Borgoforte questa flotta, attaccò battaglia con quella del Visconte. Dieci ore durò il combattimento; in fine la peggio toccò ai legni estensi; e quelli che non si poterono salvar colla fuga, rimasero in potere dei vincitori. Ciò fatto, l'esercito di Bernabò si accostò maggiormente a Mantova. Intanto andarono covando i Tedeschi l'odio conceputo contra de' soldati italiani per la rissa succeduta in Parma, finchè se la videro bella. Essendo un dì sul Mantovano, senza far caso della tregua giurata, assalirono i fanti italiani. Lunghissimo fu il combattimento, e molti furono trucidatidall'una e dall'altra parte; ma perchè gl'Italiani erano in minor numero, toccò loro la peggio; e circa settecento d'essi si gittarono nel Po. Bernabò, ch'era in Parma, corse a Guastalla tutto dolente, e tanto si maneggiò, che fecero pace insieme. Anche in Bergamo, giunta la nuova dell'assassinio fatto agl'Italiani dai Tedeschi ed Ungheri, quarantacinque di quei Tedeschi, i quali erano ivi in presidio, furono spogliati ed uccisi.Si mosse, nell'aprile di quest'anno, dalla BoemiaCarlo IV imperadore[Chron. Estense., tom. 15 Rer. Ital.]con un possente esercito, accompagnato dai duchi di Sassonia, d'Austria, di Baviera, da' marchesi di Moravia e di Misnia, e da varii altri vescovi e gran signori. Giunse nel dì 5 di maggio a Conegliano, dove fu a rendergli i suoi ossequiiNiccolò marchesedi Ferrara. Nel dì 12 di giugno arrivò a Figheruolo sul Ferrarese, e seco si congiunsero, le milizie dipapa Urbano, governate dalcardinale Anglico, vescovo d'Albano, fratello d'esso pontefice, con quelle dellareina Giovanna. L'anonimo autore degli Annali Milanesi[Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.](se pur non è guasto il suo testo), per ingrandir la gloria de' Visconti, si lasciò scappar dalla penna che questa armata ascendeva a cinquanta mila cavalieri, senza la fanteria. L'autore della Cronica di Rimini[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]narra che Carlo venne in Italia con trenta mila cavalieri. E all'incontro il Corio[Corio, Istoria di Milano.]scrive essere stata l'armata dei collegati di venti mila persone. Tuttavia, qualunque fosse l'esercito di lui, pareva che l'imperadore avesse da ingoiare i Visconti. Ma Carlo IV, principe debole di consiglio in quasi tutte le imprese sue, nulla fece di rilevante in questo anno. Mise l'assedio ad Ostiglia, terra allora del Veronese: non potè averla. Andò sotto alla bastia fabbricata da Bernabò nel serraglio di Mantova, e con tutti i suoi assalti e con tante forze nonpotè vincerla. Il peggio fu che, ingrossato il Po, li suoi vollero tagliar l'argine del fiume per inondar la bastia; e quei della bastia voltarono le acque addosso al campo dell'imperatore, di modo che si trovò tutta la sua gente in pericolo, e convenne sloggiare in fretta, lasciando anche indietro buona parte del bagaglio. Del pariCan Signorefece tagliar l'Adige, e lo spinse addosso al Padovano. Andarono poi l'armi collegate a saccheggiare il Veronese. L'autore della Vita di papa Urbano V lasciò scritto[Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]che Carlo si accomodò collo Scaligero, e lo staccò dalla lega del Visconte. Null'altro di rilevante fece l'imperadore con tanta potenza; e ciò che ridondò in suo non lieve disonore, fu l'essersi egli fermato tanto colle sue genti in Mantova, città amica e fedele, che quasi la ridusse all'ultimo esterminio. Ora, dopo aver Carlo procurato una tregua, e, per quanto fu creduto, ricevuta sotto mano buona somma di danaro dai Visconti, e dopo aver licenziato molte delle sue milizie, a guisa di vinto si partì da Mantova, e nel dì 24 d'agosto arrivò a Modena, dove il marchese gli fece molto onore. Poscia pel territorio di Bologna passò in Toscana, e nel dì cinque di settembre entrò nella città di Lucca.Giovanni dell'Agnellodoge di Pisa, perchè temeva assai di perdere suo stato per la venuta dell'imperadore, gli avea per tempo inviati suoi ambasciatori e regali, ed erasi accordato con lui, con permettergli l'entrare in Lucca, e cedergli il castello dell'Agosta. Carlo inviò innanzi il patriarca d'Aquileia suo fratello a prendere il possesso d'essa città, e dipoi vi si trasferì egli in persona. Quivi si trovò anche l'Agnello a riceverlo, oppure, come altri scrissero, v'andò egli dipoi con assai nobile accompagnamento a pagargli il tributo della sua divozione. Ma un dopo desinare stando egli con altri nobili in un ballatoio, ossia sporto, overone, o ringhiera, a veder le buffonerie d'un giocoliere[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], cadde quel ballatoio, e con esso lui Giovanni dell'Agnello, il quale, per tal caduta, si ruppe una coscia. Altri vogliono che, rottosegli sotto per istrada un ponte di legno, ne ricevesse quella rottura; ma è più sicura la prima opinione. Portata a Pisa questa nuova, come se il doge, persona odiata e tenuta come tiranno, fosse morto, si levò a rumore tutto il popolo, gridandolibertà; e quantunque i figliuoli dell'Agnello fossero corsi colà per sostenere l'autorità del padre, o farsi esaltare eglino stessi[Tronci, Memor. di Pisa.], bisognò che in fretta scappassero per non restar vittime del furore de' cittadini, i quali cominciarono a reggersi a comune. Nel dì 3 di ottobre arrivò ad essa Pisa l'imperadore coll'imperadrice. Impose una contribuzione a quel popolo, e prese in prestito da alcuni di que' mercatanti dodici mila fiorini d'oro. Minacciava intanto i Fiorentini, richiedendo da essi Volterra ed alcune castella tolte a' Lucchesi. La risposta fu, che gli risponderebbono per le rime, s'egli avea voglia di guerra. In questi tempi una strepitosa disunione fu in Siena fra i nobili e il popolo[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.]. Spedirono i Salimbeni all'imperadore, perchè mandasse un corpo dei suoi armati. Egli vi spedìMalatesta Ungherosignore di Rimini con ottocento cavalli, il quale, entrato in Siena, ed unitosi col popolo, atterrò il governo dei nobili. Colà poi da Pisa si trasferì anche l'imperadore nel dì 12 di ottobre, ed ebbe il dominio di quella città, dove dichiarò suo luogotenente Malatesta. Suo vicario avea anche lasciato in Pisa e LuccaGualtieri vescovod'Augusta. Per fiorini mille e secento venti in Firenze era in pegno la corona imperiale d'oro, perchè Carlo sempre si trovava sbrollo, tuttochè ruspasse danari da ogni parte. I Sanesi gliela disimpegnarono, e inoltre a lui pagarono eprestarono altri danari. Dopo la dimora di pochi giorni in Siena l'Augusto Carlo cavalcò alla volta di Viterbo, dove l'aspettavapapa Urbano[Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Quivi, trattato che ebbero dei loro interessi, Carlo s'avviò verso Roma, e gli tenne dietro il papa. Vicino alla porta del castello Sant'Angelo s'incontrarono, e l'imperadore a piedi addestrò il pontefice, che veniva a cavallo, sino a San Pietro. Arrivata da lì ad alcuni giorni l'imperadrice Isabella, quarta sua moglie, con gran solennità fu coronata dal papa nella basilica vaticana correndo la festa degli Ognissanti. Sbrigato poi dagli affari che l'aveano condotto a Roma, sen venne di nuovo l'imperadore a Siena, dove trovò più che mai in confusione quella città e territorio; imperciocchè i nobili ridottisi alla campagna e alle lor castella, venivano di tanto in tanto sino alle porte della città saccheggiando e bruciando, di modo che i cittadini si morivano di fame. Fu dunque fatta una tregua, e si raffrenarono per un poco quei barbari movimenti.
Continuò papa Urbano il suo soggiorno nel palazzo del Vaticano anche nella primavera di quest'anno, e nel mese di marzoGiovanna reginadi Napoli ePietro redi Cipri vennero a Roma per baciargli i piedi, e per trattar dei loro affari[Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Ad essa regina in segno d'onore fu donata dal pontefice la rosa d'oro. Venuta la state, andò il santo Padre a villeggiare a Montefiascone, della cui buon'aria e situazione si compiacque assaissimo. Eresse quivi un vescovato e un capitolo di canonici. Insigni parentadi si studiò sempreBernabò Viscontedi fare; maGaleazzosuo fratello gli andò innanzi anche in questo.Biancasua moglie era sorella diAmedeo VI conte di Savoia; Isabella, moglie diGian Galeazzosuo figliuolo avea per padre il re di Francia. Contrasse egli parentela in quest'anno anche col red'Inghilterra[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], con dare in moglie aLionelloossiaLionetto, figlio d'esso re e duca di Chiarenza,Violantesua figliuola. La dote fu magnifica, perchè, oltre a ducento mila fiorini d'oro[Corio, Istor. di Milano.], concedette al genero la città d'Alba e molte castella in Piemonte, come Montevico, Cuneo, Cherasco e Demonte. Nel dì 27 di maggio venne il reale sposo a Milano[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], accolto con ismisurata pompa e regali senza fine dai Visconti fratelli, e da gran nobiltà dell'uno e dell'altro sesso. Celebraronsi le nozze nel dì cinque di giugno, nel qual giorno si fecero nobilissimi conviti, che si veggono descritti dall'autore degli Annali Milanesi e dal Corio. Alla prima mensa, dove sedeano i principi, fu ammesso ancheFrancesco Petrarcainsigne poeta: tanta era la di lui riputazione. Ma infausto fine ebbe questo matrimonio; imperciocchè il suddetto principe inglese, divenuto padrone d'Alba e delle suddette castella in Piemonte, per intemperanza, o per altre cagioni, finì di vivere in Pavia nell'anno presente (altri dicono nel seguente) con incredibil rammarico e gravissimo danno di Galeazzo, il quale non solamente perdè il genero, e seco le speranze di appoggio dalla parte del re d'Inghilterra, ma neppur potè ricuperar Alba e l'altre terre dotali del Piemonte, delle quali si fece padrone Odoardo il Dispensiere inglese, siccome andremo vedendo.
Stava in questo mentreBernabò Viscontesuo fratello attento agli andamenti e preparamenti de' principi collegati, ben prevedendo che l'aveano giurata contra di lui; sapea eziandio cheCarlo IV imperadore, capo della lega, si disponea a passar in Italia con formidabili forze. Però da tutte le parti cercò al suo soldo gente, e determinò di prevenire i nemici colle sue armi e con quelle diCan Signore dalla Scalasuo collegato. Erano allora le armate di Italia, siccome osservò il Corio, compostedi varie nazioni. In quelle di Bernabò e di Galeazzo si contavano Italiani, Tedeschi, Ungheri e Borgognoni; e lo stesso succedea in quelle degli Estensi, Gonzaghi e Scaligeri. Il papa nell'esercito suo avea gran copia di Franzesi, Spagnoli, Bretoni, Provenzali e Pugliesi. Fra poco vedremo comparire anche l'imperadore con Boemi, Schiavoni, Polacchi ed altre nazioni. Se l'Italia stesse bene fra tanti e sì varii, quasi dissi, cani e ladroni, ognun può immaginarselo. Avvenne[Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.]che nel dì 9 di marzo, trovandosi in Parma una grossa guarnigione di Bernabò, vennero alle mani i soldati italiani coi tedeschi ed ungheri, e degli ultimi ne rimasero uccisi trentadue. Fecero gli uffiziali del Visconte far tregua di tre mesi fra loro, e si quetò per allora il tumulto. Ora Bernabò, unite le sue armi con quelle del fratelloGaleazzoe dello Scaligero, all'improvviso nel dì cinque d'aprile portò la guerra sul Mantovano per terra e per acqua[Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.], avendo fatto calare per Po una copiosa flotta di galeoni armati. Entrò nel serraglio di Mantova da due parti, mettendo a sacco e fuoco tutto il paese, e quivi fabbricò una bastia fortissima. Anche dalla parte di Guastalla mandò un esercito verso Borgoforte, e se ne impadronì. Non tardòNiccolò marchesed'Este a spedire in soccorso de' collegati Gonzaghi i suoi galeoni armati per Po. Giunta a Borgoforte questa flotta, attaccò battaglia con quella del Visconte. Dieci ore durò il combattimento; in fine la peggio toccò ai legni estensi; e quelli che non si poterono salvar colla fuga, rimasero in potere dei vincitori. Ciò fatto, l'esercito di Bernabò si accostò maggiormente a Mantova. Intanto andarono covando i Tedeschi l'odio conceputo contra de' soldati italiani per la rissa succeduta in Parma, finchè se la videro bella. Essendo un dì sul Mantovano, senza far caso della tregua giurata, assalirono i fanti italiani. Lunghissimo fu il combattimento, e molti furono trucidatidall'una e dall'altra parte; ma perchè gl'Italiani erano in minor numero, toccò loro la peggio; e circa settecento d'essi si gittarono nel Po. Bernabò, ch'era in Parma, corse a Guastalla tutto dolente, e tanto si maneggiò, che fecero pace insieme. Anche in Bergamo, giunta la nuova dell'assassinio fatto agl'Italiani dai Tedeschi ed Ungheri, quarantacinque di quei Tedeschi, i quali erano ivi in presidio, furono spogliati ed uccisi.
Si mosse, nell'aprile di quest'anno, dalla BoemiaCarlo IV imperadore[Chron. Estense., tom. 15 Rer. Ital.]con un possente esercito, accompagnato dai duchi di Sassonia, d'Austria, di Baviera, da' marchesi di Moravia e di Misnia, e da varii altri vescovi e gran signori. Giunse nel dì 5 di maggio a Conegliano, dove fu a rendergli i suoi ossequiiNiccolò marchesedi Ferrara. Nel dì 12 di giugno arrivò a Figheruolo sul Ferrarese, e seco si congiunsero, le milizie dipapa Urbano, governate dalcardinale Anglico, vescovo d'Albano, fratello d'esso pontefice, con quelle dellareina Giovanna. L'anonimo autore degli Annali Milanesi[Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.](se pur non è guasto il suo testo), per ingrandir la gloria de' Visconti, si lasciò scappar dalla penna che questa armata ascendeva a cinquanta mila cavalieri, senza la fanteria. L'autore della Cronica di Rimini[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]narra che Carlo venne in Italia con trenta mila cavalieri. E all'incontro il Corio[Corio, Istoria di Milano.]scrive essere stata l'armata dei collegati di venti mila persone. Tuttavia, qualunque fosse l'esercito di lui, pareva che l'imperadore avesse da ingoiare i Visconti. Ma Carlo IV, principe debole di consiglio in quasi tutte le imprese sue, nulla fece di rilevante in questo anno. Mise l'assedio ad Ostiglia, terra allora del Veronese: non potè averla. Andò sotto alla bastia fabbricata da Bernabò nel serraglio di Mantova, e con tutti i suoi assalti e con tante forze nonpotè vincerla. Il peggio fu che, ingrossato il Po, li suoi vollero tagliar l'argine del fiume per inondar la bastia; e quei della bastia voltarono le acque addosso al campo dell'imperatore, di modo che si trovò tutta la sua gente in pericolo, e convenne sloggiare in fretta, lasciando anche indietro buona parte del bagaglio. Del pariCan Signorefece tagliar l'Adige, e lo spinse addosso al Padovano. Andarono poi l'armi collegate a saccheggiare il Veronese. L'autore della Vita di papa Urbano V lasciò scritto[Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]che Carlo si accomodò collo Scaligero, e lo staccò dalla lega del Visconte. Null'altro di rilevante fece l'imperadore con tanta potenza; e ciò che ridondò in suo non lieve disonore, fu l'essersi egli fermato tanto colle sue genti in Mantova, città amica e fedele, che quasi la ridusse all'ultimo esterminio. Ora, dopo aver Carlo procurato una tregua, e, per quanto fu creduto, ricevuta sotto mano buona somma di danaro dai Visconti, e dopo aver licenziato molte delle sue milizie, a guisa di vinto si partì da Mantova, e nel dì 24 d'agosto arrivò a Modena, dove il marchese gli fece molto onore. Poscia pel territorio di Bologna passò in Toscana, e nel dì cinque di settembre entrò nella città di Lucca.
Giovanni dell'Agnellodoge di Pisa, perchè temeva assai di perdere suo stato per la venuta dell'imperadore, gli avea per tempo inviati suoi ambasciatori e regali, ed erasi accordato con lui, con permettergli l'entrare in Lucca, e cedergli il castello dell'Agosta. Carlo inviò innanzi il patriarca d'Aquileia suo fratello a prendere il possesso d'essa città, e dipoi vi si trasferì egli in persona. Quivi si trovò anche l'Agnello a riceverlo, oppure, come altri scrissero, v'andò egli dipoi con assai nobile accompagnamento a pagargli il tributo della sua divozione. Ma un dopo desinare stando egli con altri nobili in un ballatoio, ossia sporto, overone, o ringhiera, a veder le buffonerie d'un giocoliere[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], cadde quel ballatoio, e con esso lui Giovanni dell'Agnello, il quale, per tal caduta, si ruppe una coscia. Altri vogliono che, rottosegli sotto per istrada un ponte di legno, ne ricevesse quella rottura; ma è più sicura la prima opinione. Portata a Pisa questa nuova, come se il doge, persona odiata e tenuta come tiranno, fosse morto, si levò a rumore tutto il popolo, gridandolibertà; e quantunque i figliuoli dell'Agnello fossero corsi colà per sostenere l'autorità del padre, o farsi esaltare eglino stessi[Tronci, Memor. di Pisa.], bisognò che in fretta scappassero per non restar vittime del furore de' cittadini, i quali cominciarono a reggersi a comune. Nel dì 3 di ottobre arrivò ad essa Pisa l'imperadore coll'imperadrice. Impose una contribuzione a quel popolo, e prese in prestito da alcuni di que' mercatanti dodici mila fiorini d'oro. Minacciava intanto i Fiorentini, richiedendo da essi Volterra ed alcune castella tolte a' Lucchesi. La risposta fu, che gli risponderebbono per le rime, s'egli avea voglia di guerra. In questi tempi una strepitosa disunione fu in Siena fra i nobili e il popolo[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.]. Spedirono i Salimbeni all'imperadore, perchè mandasse un corpo dei suoi armati. Egli vi spedìMalatesta Ungherosignore di Rimini con ottocento cavalli, il quale, entrato in Siena, ed unitosi col popolo, atterrò il governo dei nobili. Colà poi da Pisa si trasferì anche l'imperadore nel dì 12 di ottobre, ed ebbe il dominio di quella città, dove dichiarò suo luogotenente Malatesta. Suo vicario avea anche lasciato in Pisa e LuccaGualtieri vescovod'Augusta. Per fiorini mille e secento venti in Firenze era in pegno la corona imperiale d'oro, perchè Carlo sempre si trovava sbrollo, tuttochè ruspasse danari da ogni parte. I Sanesi gliela disimpegnarono, e inoltre a lui pagarono eprestarono altri danari. Dopo la dimora di pochi giorni in Siena l'Augusto Carlo cavalcò alla volta di Viterbo, dove l'aspettavapapa Urbano[Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Quivi, trattato che ebbero dei loro interessi, Carlo s'avviò verso Roma, e gli tenne dietro il papa. Vicino alla porta del castello Sant'Angelo s'incontrarono, e l'imperadore a piedi addestrò il pontefice, che veniva a cavallo, sino a San Pietro. Arrivata da lì ad alcuni giorni l'imperadrice Isabella, quarta sua moglie, con gran solennità fu coronata dal papa nella basilica vaticana correndo la festa degli Ognissanti. Sbrigato poi dagli affari che l'aveano condotto a Roma, sen venne di nuovo l'imperadore a Siena, dove trovò più che mai in confusione quella città e territorio; imperciocchè i nobili ridottisi alla campagna e alle lor castella, venivano di tanto in tanto sino alle porte della città saccheggiando e bruciando, di modo che i cittadini si morivano di fame. Fu dunque fatta una tregua, e si raffrenarono per un poco quei barbari movimenti.