MCCCLXXI

MCCCLXXIAnno diCristomccclxxi. Indiz.IX.Gregorio XIpapa 2.Carlo IVimperadore 17.Fecero gran rumore in Italia nel presente anno le calamità della città di Reggio[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Padrone d'essaFeltrino daGonzagatirannescamente opprimeva quel popolo, che perciò nulla più desiderava che di passar sotto altro signore. I Boiardi, Roberti, Manfredi, principali d'essa città, ne fecero parola almarchese Niccolòd'Este signor di Ferrara e Modena, rappresentandogli facile l'acquisto per la disposizion favorevole di que' cittadini. La voglia di slargare i confini, da cui non va esente alcuno de' principi; l'aver Feltrino usati in addietro varii tradimenti ed insolenze al marchese; e le pretensioni che tuttavia nudriva la casa d'Este sopra di Reggio, posseduto già da essa anche nel principio del corrente secolo, gli fecero dare il consenso a questa tentazione. Richiedeva l'impresa delle forze, e perciò prese egli al suo soldo la compagnia di masnadieri di varie nazioni, messa insieme dalconte Luciodi Suevia, non so se fratello del già ucciso conte Lucio Corrado, uomo che anche egli col prendere il soldo altrui, o pur colle rapine e coi saccheggi manteneva le truppe sue. Sul Sanese aveano costoro bruciate circa due mila case[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], e spremuto da quel comune per accordo otto mila fiorini d'oro a' dì 22 di marzo. Vennero pel Bolognese a guisa di nemici; e il marchese, per coprire i suoi disegni, gl'inviò sotto Sassuolo, mostrando di voler quivi piantare una bastia, giacchè durava la guerra contra diManfredinosignor di quella terra. Poscia nel dì 7 d'aprile segretamente cavalcò la gente del marchese a Reggio, sotto il comando di Bechino da Marano; e presa la porta di San Pietro per forza, entrò vittoriosa nella città. Feltrino da Gonzaga si rifugiò nella cittadella, e tenne forte anche due porte della stessa città. Arrivò intanto lo scellerato conte Lucio colle sue sfrenate masnade. L'ordine era, ch'egli non entrasse nella città, per ischivare i disordini; ma costui trovò la maniera di introdurvisi con promessa di non danneggiare i cittadini. Ma appena quelle inique milizie furono dentro, che diedero un orrido sacco alle case, ai sacri templi,con tutte le più detestabili conseguenze di sì fatte inumanità. Nè ciò bastando allo iniquo condottiere, dacchè intese cheFeltrinotrattava conBernabò Viscontedi vendergli Reggio, anch'egli concorse al mercato. Venne per questo a Parma Bernabò, dopo avere spedito a FeltrinoAmbrosiosuo figliuolo (già liberato per danari dalle carceri di Napoli) con aiuto di gente. Fu conchiuso il contratto fra lui e il Gonzaga nel dì 17 di maggio, come apparisce dallo strumento, per cui comperò Bernabò la città di Reggio pel prezzo di cinquanta mila fiorini d'oro, con lasciare a Feltrino il dominio di Novellara e Bagnolo, che erano del distretto di Reggio. Altri venticinque mila fiorini (quaranta mila dicono gli Annali Milanesi[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]) pagò il Visconte al conte Lucio, affinchè gli desse libera la città. Dopo di che tanto il Gonzaga, che il conte Lucio si ritirarono, comandando costui alle genti del marchese d'andarsene, altrimenti avrebbe contra di loro adoperata la forza.Enorme fu il tradimento; e pur con tanti esempi della mala fede di questi iniqui masnadieri, i principi d'Italia li conducevano al loro servigio; e il conte Lucio appunto passò da Reggio al soldo diGiovanni marchesedi Monferrato, contro al quale aspramente guerreggiavaGaleazzo Visconte. Scrisse il Corio[Corio, Istoria di Milano.], e prima di lui l'autore degli Annali Milanesi, essere state le milizie di Bernabò che diedero l'esecrabil sacco alla città di Reggio. La Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], siccome ho detto, e Matteo Griffone[Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]attribuiscono tanta iniquità alle soldatesche del conte Lucio. Ebbe bene a rodersi le dita per sì infelice impresa ilmarchese Niccolò. Non solamente non acquistò egli Reggio, ma servì lo sforzo suo a farla cadere in mano del maggiore e più potente nemico ch'egli avesse; e fu la rovinadi quella sfortunata città, la quale rimase desolata, essendosene ritirata buona parte de' cittadini o per le miserie sofferte, o per non restare sotto il duro dominio del crudele Bernabò Visconte. Poco stette ancora l'Estense a pagarne il fio, perchèAmbrosio Viscontenel dì 14 d'agosto con ischiere copiose d'armati diede il guasto al territorio di Modena, arrivò sul Ferrarese, assediò il Bondeno, e fece inestimabil preda di persone e bestiami. Le mire di Bernabò andavano oramai sopra Modena stessa: del che sommamente furono scontenti e in penapapa Gregorioe tutti i collegati, veggendo crescere sempre più la potenza del possente Biscione. Contro le forze diGaleazzo Viscontenon potea intanto reggereGiovanni marchesedi Monferrato, ed avea già perduta parte del suo paese. Appigliossi dunque al partito, siccome dicemmo, di condurre al suo soldo l'infedelconte Lucio, la cui compagnia si faceva ascendere a circa cinque mila uomini d'armi, oltre a gran quantità di balestrieri ed arcieri a piedi[Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Venne Galeazzo Visconte a Piacenza, e quivi ammassò l'esercito suo, composto di diverse nazioni, Italiani, Tedeschi, Ungheri, Spagnuoli, Guasconi e Bretoni, con disegno d'impedire il passo a questi masnadieri. Ma alle pruove giudicò meglio di non far loro resistenza. Passarono dunque in Monferrato sul principio di giugno, e l'arrivo loro impedì che Galeazzo non facesse alcun altro progresso nell'anno corrente. Nel dicembre di quest'anno l'odio inveterato, che l'un contra l'altro covavano iVeneziani[Caresin., Chronic., tom. 12 Rer. Ital. Sanuto, Cron., tom. 22 Rer. Ital.]eFrancesco da Carrarasignor di Padova, finalmente scoppiò in un'aperta dissensione e in preparamenti di guerra. Gli autori veneti ne attribuiscono, e più probabilmente, la colpa a Francesco da Carrara, che, alzato in superbia per la protezione diLodovicopotentissimore d'Ungheria, avea fabbricatovarie castella, argini e chiuse oltre la palude d'Oriago, e in altri siti che il comune di Venezia pretendea suoi. All'incontro, gli storici padovani[Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital.]scrivono avere i Veneziani per odio ed invidia, e senza ragione, mossi cotali pretesti per vendicarsi del Carrarese a cagion della assistenza già data al re d'Ungheria, allorchè venne all'assedio di Trivigi; giacchè non altrove avea Francesco fabbricato quelle ville e fatte le fortificazioni, se non sul distretto di Padova.

Fecero gran rumore in Italia nel presente anno le calamità della città di Reggio[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Padrone d'essaFeltrino daGonzagatirannescamente opprimeva quel popolo, che perciò nulla più desiderava che di passar sotto altro signore. I Boiardi, Roberti, Manfredi, principali d'essa città, ne fecero parola almarchese Niccolòd'Este signor di Ferrara e Modena, rappresentandogli facile l'acquisto per la disposizion favorevole di que' cittadini. La voglia di slargare i confini, da cui non va esente alcuno de' principi; l'aver Feltrino usati in addietro varii tradimenti ed insolenze al marchese; e le pretensioni che tuttavia nudriva la casa d'Este sopra di Reggio, posseduto già da essa anche nel principio del corrente secolo, gli fecero dare il consenso a questa tentazione. Richiedeva l'impresa delle forze, e perciò prese egli al suo soldo la compagnia di masnadieri di varie nazioni, messa insieme dalconte Luciodi Suevia, non so se fratello del già ucciso conte Lucio Corrado, uomo che anche egli col prendere il soldo altrui, o pur colle rapine e coi saccheggi manteneva le truppe sue. Sul Sanese aveano costoro bruciate circa due mila case[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.], e spremuto da quel comune per accordo otto mila fiorini d'oro a' dì 22 di marzo. Vennero pel Bolognese a guisa di nemici; e il marchese, per coprire i suoi disegni, gl'inviò sotto Sassuolo, mostrando di voler quivi piantare una bastia, giacchè durava la guerra contra diManfredinosignor di quella terra. Poscia nel dì 7 d'aprile segretamente cavalcò la gente del marchese a Reggio, sotto il comando di Bechino da Marano; e presa la porta di San Pietro per forza, entrò vittoriosa nella città. Feltrino da Gonzaga si rifugiò nella cittadella, e tenne forte anche due porte della stessa città. Arrivò intanto lo scellerato conte Lucio colle sue sfrenate masnade. L'ordine era, ch'egli non entrasse nella città, per ischivare i disordini; ma costui trovò la maniera di introdurvisi con promessa di non danneggiare i cittadini. Ma appena quelle inique milizie furono dentro, che diedero un orrido sacco alle case, ai sacri templi,con tutte le più detestabili conseguenze di sì fatte inumanità. Nè ciò bastando allo iniquo condottiere, dacchè intese cheFeltrinotrattava conBernabò Viscontedi vendergli Reggio, anch'egli concorse al mercato. Venne per questo a Parma Bernabò, dopo avere spedito a FeltrinoAmbrosiosuo figliuolo (già liberato per danari dalle carceri di Napoli) con aiuto di gente. Fu conchiuso il contratto fra lui e il Gonzaga nel dì 17 di maggio, come apparisce dallo strumento, per cui comperò Bernabò la città di Reggio pel prezzo di cinquanta mila fiorini d'oro, con lasciare a Feltrino il dominio di Novellara e Bagnolo, che erano del distretto di Reggio. Altri venticinque mila fiorini (quaranta mila dicono gli Annali Milanesi[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]) pagò il Visconte al conte Lucio, affinchè gli desse libera la città. Dopo di che tanto il Gonzaga, che il conte Lucio si ritirarono, comandando costui alle genti del marchese d'andarsene, altrimenti avrebbe contra di loro adoperata la forza.

Enorme fu il tradimento; e pur con tanti esempi della mala fede di questi iniqui masnadieri, i principi d'Italia li conducevano al loro servigio; e il conte Lucio appunto passò da Reggio al soldo diGiovanni marchesedi Monferrato, contro al quale aspramente guerreggiavaGaleazzo Visconte. Scrisse il Corio[Corio, Istoria di Milano.], e prima di lui l'autore degli Annali Milanesi, essere state le milizie di Bernabò che diedero l'esecrabil sacco alla città di Reggio. La Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], siccome ho detto, e Matteo Griffone[Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]attribuiscono tanta iniquità alle soldatesche del conte Lucio. Ebbe bene a rodersi le dita per sì infelice impresa ilmarchese Niccolò. Non solamente non acquistò egli Reggio, ma servì lo sforzo suo a farla cadere in mano del maggiore e più potente nemico ch'egli avesse; e fu la rovinadi quella sfortunata città, la quale rimase desolata, essendosene ritirata buona parte de' cittadini o per le miserie sofferte, o per non restare sotto il duro dominio del crudele Bernabò Visconte. Poco stette ancora l'Estense a pagarne il fio, perchèAmbrosio Viscontenel dì 14 d'agosto con ischiere copiose d'armati diede il guasto al territorio di Modena, arrivò sul Ferrarese, assediò il Bondeno, e fece inestimabil preda di persone e bestiami. Le mire di Bernabò andavano oramai sopra Modena stessa: del che sommamente furono scontenti e in penapapa Gregorioe tutti i collegati, veggendo crescere sempre più la potenza del possente Biscione. Contro le forze diGaleazzo Viscontenon potea intanto reggereGiovanni marchesedi Monferrato, ed avea già perduta parte del suo paese. Appigliossi dunque al partito, siccome dicemmo, di condurre al suo soldo l'infedelconte Lucio, la cui compagnia si faceva ascendere a circa cinque mila uomini d'armi, oltre a gran quantità di balestrieri ed arcieri a piedi[Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Venne Galeazzo Visconte a Piacenza, e quivi ammassò l'esercito suo, composto di diverse nazioni, Italiani, Tedeschi, Ungheri, Spagnuoli, Guasconi e Bretoni, con disegno d'impedire il passo a questi masnadieri. Ma alle pruove giudicò meglio di non far loro resistenza. Passarono dunque in Monferrato sul principio di giugno, e l'arrivo loro impedì che Galeazzo non facesse alcun altro progresso nell'anno corrente. Nel dicembre di quest'anno l'odio inveterato, che l'un contra l'altro covavano iVeneziani[Caresin., Chronic., tom. 12 Rer. Ital. Sanuto, Cron., tom. 22 Rer. Ital.]eFrancesco da Carrarasignor di Padova, finalmente scoppiò in un'aperta dissensione e in preparamenti di guerra. Gli autori veneti ne attribuiscono, e più probabilmente, la colpa a Francesco da Carrara, che, alzato in superbia per la protezione diLodovicopotentissimore d'Ungheria, avea fabbricatovarie castella, argini e chiuse oltre la palude d'Oriago, e in altri siti che il comune di Venezia pretendea suoi. All'incontro, gli storici padovani[Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital.]scrivono avere i Veneziani per odio ed invidia, e senza ragione, mossi cotali pretesti per vendicarsi del Carrarese a cagion della assistenza già data al re d'Ungheria, allorchè venne all'assedio di Trivigi; giacchè non altrove avea Francesco fabbricato quelle ville e fatte le fortificazioni, se non sul distretto di Padova.


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