MCCCLXXIII

MCCCLXXIIIAnno diCristomccclxxiii. Indiz.XI.Gregorio XIpapa 4.Carlo IVimperadore 19.Per continuare la guerra contro i Viscontipapa Gregorio XI, come si usava in questi sì sconcertati tempi, impose le decime nell'Ungheria, Polonia, Dania, Svezia, Norvegia ed Inghilterra. L'oro indi raccolto servì ad accrescere le due armate, destinate l'una in Piemonte contra diGaleazzo Visconte, e l'altra sul Modenese contra diBernabò, di lui fratello; i quali Visconti erano stati di nuovo scomunicati nella pubblicazion della bollaIn Coena Domini. La vendetta che ne fece Galeazzo[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], fu di spogliar gli ecclesiastici sottoposti al suo dominio, e di esiliarli. Più discreto in questo fu Bernabò, quantunque opprimesse i suoi anche egli con esorbitanti gravezze. Ora giacchè era finita la tregua, senza che si fosse potuto intavolar pace fra i Visconti e i collegati,Bernabònel dì 5 di gennaio spedì parte del suo esercito aidanni del Bolognese[Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital.], cioè mille uomini d'armi da tre cavalli l'uno, e trecento arcieri. Questa masnada pervenne sino a Cesena saccheggiando tutto il paese. Ma mentre carichi di preda se ne tornavano indietro, venne con loro alle mani, nel passare verso San Giovanni il fiume Panaro[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.],Giovanni Aucudcoi suoi Inglesi e coi Bolognesi, e li mise in rotta, con far prigioni circa mille persone. Secondo la Cronica di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], la maggior parte degli sconfitti si salvò colla fuga; ma non è da credere, perchè erano in paese nemico. Poscia nel dì 20 di febbraio il legato della Chiesa coll'esercito marciò verso Piacenza e Pavia, e si impadronì del castello San Giovanni. Quasi tutte le altre castella del Piacentino ed alcune del Pavese, prevalendo in esse i Guelfi, si ribellarono aGaleazzo, dandosi al legato; il che poi fu la loro rovina. Nello stesso tempoAmedeo conte di Savoiacon un'altra poderosa armata passò il Po e il Ticino, e giunse sino alle porte di Pavia, dove distrusse i giardini diGaleazzo Visconte. Poscia, venuto sul territorio di Milano, si accampò a Vicomercato, dove si fermò alquanti mesi, facendo scorrerie, e mettendo in contribuzione tutto il paese. Seco eranoOttone ducadi Brunsvich eLuchinetto Visconte. S'inoltrò poscia sul Bresciano a cagion di un trattato di tradimento che avea in Bergamo. Colà penetrò colle sue genti anche il legato pontificio, chiamato in aiuto; e le sue masnade in saccheggi ed incendii si studiarono di non essere da meno degli altri. Affinchè non si unissero col conte di Savoia, accorse l'armata de' Visconti, e presso Monte Chiaro disfece buona parte di esso esercito pontificio, colla morte di circa settecento uomini, e coll'acquisto di cinquecento cavalli. Ma nel dì 8 di maggio comparendo colle loro squadre inglesi e franzesiGiovanni Aucude ilsignore di Cussì, benchè inferioridi gente, diedero una gran rotta all'esercito de' Visconti nel luogo di Gavardo, ossia al ponte del fiume Chiesi, dove rimasero prigionieri moltissimi nobili italiani e tedeschi, distesamente annoverati dall'autore della Cronica Estense[Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.]. Fra i principali si contaronoFrancesco marchesed'Este fuoruscito di Ferrara;UgolinoeGaleazzo marchesidi Saluzzo,Castellino da Beccheria, Romeo de' Pepoli, Gabriotto da Canossa, Federigo da Gonzaga, Beltramo Rosso da Parma, eFrancesco da Sassuolo, quel medesimo che, per avere ucciso il nobil uomoGherardo de' Rangonida Modena, occasionò la presente guerra.Gian-Galeazzoconte di Virtù, figliuolo diGaleazzo, che si trovò in quel frangente, per miracolo si salvò.Narra il Gazata[Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.]che in questi tempi passò per Milano e per Pavia un vescovo nipote del papa con seguito di cinquanta persone, il quale si esibì ai fratelli Visconti di trattar di pace col papa. Fu ben veduto, e gli fu dato salvocondotto per passare al campo del conte di Savoia, che si trovava allora sul Milanese. Ma Galeazzo, tenendogli buone spie alla vita, scoprì ch'egli portava seco cento venti mila fiorini d'oro per le paghe del conte. Buon boccone fu questo per lui; tutto sel prese, facendo poi dire al prelato che con sicurezza se n'andasse, ma che non dovea portar sussidii ai suoi nemici. Partissi nel dì 13 di maggio da SassuoloManfredinosignor di quella terra per andare a Firenze. Appena fu fuori, che quegli abitanti gli serrarono le porte dietro. Volle rientrare, ma non potè. Fu appresso data la terra almarchese Niccolò Estense; e così andarono dispersi da lì innanzi i signori di Sassuolo con gastigo meritato da essi per la ribellione al loro signore, e per l'ingiusto ammazzamento del Rangone. All'incontroGuido Savina da Fogliano, staccatosi dalla lega, s'accordò conBernabò Visconte, sottomettendo a lui ventiquattrocastella ch'egli possedeva nel Reggiano, e ne riportò dei vantaggiosi patti.Giovanni vescovodi Vercelli della casa del Fiesco in quest'anno colle milizie della Chiesa e colla fazion de' Brusati proditoriamente tolse aGaleazzo Viscontequella città, ma non già la cittadella, che si sostenne. In tale occasione barbaricamente essa città tutta fu posta a sacco, non men di quello che era succeduto alla città di Reggio. Era stato cagione l'avvicinamento del conte di Savoia[Corio, Istoria di Milano. Gazata, Chron.]che alcune valli del Bergamasco, per commozione de' Guelfi, s'erano ribellate aBernabò Visconte. Egli perciò spedì colà, nel mese d'agosto, il prode suo figliuoloAmbrosiocon copia grande di gente d'armi per mettere in dovere que' popoli. Trovavasi Ambrosio nella valle di San Martino ad un luogo appellato Caprino, quando gl'infuriati rustici il sorpresero con tal empito, che restò non solamente preso, ma anche vituperosamente ucciso nel dì 17 d'agosto. Da questo colpo fu anche aspramente trafitto il cuore di Bernabò suo padre; e però nel prossimo settembre cavalcò egli in persona con grosso esercito in quella valle, fece grande scempio di quelle genti, le quali in fine umiliatesi ritornarono alla di lui ubbidienza. Orrido e lagrimevole accidente fu l'occorso in quest'anno nella città di Pavia[Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.]. Mentre dal castello si portava alla sepoltura il corpo del defunto giovinettoCarlo Visconte, figliuolo diGian-Galeazzo, nel passare sul ponte, questo pel peso si ruppe, e caddero nell'acque profonde della fossa murata da amendue i lati più di ottanta persone nobili di varie città di Lombardia, e massimamente di Milano e di Pavia, che tutte rimasero miseramente annegate. Vi si aggiunse un altro caso strano; cioè, appena rotto il ponte, cominciò un diluvio di pioggia e gragnuola, che durò più di due ore: il che servìancora ad impedire ii soccorso di scale e corde agl'infelici caduti. Il Gazata, autore degno, in questi tempi di maggior fede, riferisce[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]questo infortunio al dì 3 d'aprile dell'anno seguente, e vuole che vi perissero cento e dieci persone nobili. Dopo la vittoria riportata dall'esercito collegato contra diBernabòal fiume Chiesi,Giovanni Aucud, trovando che molti dei suoi Inglesi erano o rimasti estinti nel conflitto o feriti, e veggendosi in paese nemico senza vettovaglia, oltre all'andare le genti de' Visconti sempre più crescendo, ritirandosi bel bello, si ridusse a Bologna. Gli tenne dietro con gran fretta anche il conte di Savoia coll'esercito suo, e venuto sul Bolognese, quivi si fermò, aspettando indarno le paghe promesse, con desolar intanto quel territorio amico. Finalmente esso conte, non osando passare pel Piacentino e Pavese, fu obbligato, se volle tornare in Piemonte, a prendere la strada del Genovesato: il che gli costò molte fatiche, e perdita di gente e cavalli, terminando con ciò la campagna, senza aver preso che poche castella in Piemonte, e con aver solamente rovinati varii paesi.Galeazzo Viscontegran guerra fece sul Piacentino, e ricuperò gran parte delle castella ribellate. Si trattò di pace; ma, non fidandosi il papa de' Visconti, i suoi ministri ritrovando più conto in seguitar la guerra, per cui arricchivano molto succiando la pecunia pontificia, e profittando de' saccheggi, andò per terra ogni trattato, e continuò la rovina di quasi tutta la Lombardia. Non era minor fuoco in questi tempi fra i Veneziani eFrancesco da Carrarasignor di Padova[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. La superiorità delle forze de' primi tale era, che il Carrarese, diffidando di potere resistere, cercò di tirar in legaAlbertoeLeopoldo duchidi Austria, comperando nondimeno il loro aiuto con cedere ad essi le città di Feltree di Cividal di Belluno. Perciò quei principi spedirono molte soldatesche contra de' Veneziani sul Trivisano. Più altre ne inviòLodovico red'Ungheria e di Polonia, comandate daStefano vaivoda. IntantoUguccionedaTiene, nunzio di papa Gregorio XI, perorava presso i Veneziani per indurli alla pace. Condiscesero essi, ma, conoscendo la lor potenza, diedero varii capitoli contenenti eccessive dimande per parte loro, che il Carrarese sparse dipoi dappertuttoper far conoscere l'ingordigia de' suoi avversarii. Fra varii incontri e piccioli fatti d'armi, uno spezialmente fu considerabile nel mese di maggio ad una fossa fatta dai Veneziani verso Pieve di Sacco. Sì vigorosamente combatterono allora gli Ungheri, che disfecero l'armata veneta, con far prigioni assaissimi nobili veneti. Ma in un altro fiero conflitto a dì primo di luglio, che riuscì favorevole a' Veneziani, restò prigione lo stesso Stefano vaivoda generale degli Ungheri con altri nobili di sua nazione ed italiani: il che fu d'infinito danno al Carrarese. Imperocchè gli Ungheri protestarono da lì innanzi di non voler più guerra, se non veniva posto in libertà il loro generale. A questo mal tempo se ne aggiunse un altro; e fu, che i Veneziani sollevarono segretamenteMarsilio da Carraracontro di Francesco suo fratello signore di Padova. Si scoprì la congiura, e Marsilio ebbe tempo da fuggirsene a Venezia nel dì 3 d'agosto. Per tali disavventure, e perchè il popolo di Padova, disfatto da questa guerra, forte se ne lagnava, si trovava in grandi affanni Francesco da Carrara. Il perchè per mezzo del patriarca di Grado cercò colla corda al collo pace da' Veneziani: pace vergognosa e gravosa a lui, perchè data da chi era al disopra di lui, ma che servì a liberarlo dai pericoli maggiori, a' quali si vedeva esposto.Scrive Andrea Redusio[Andreas de Redusio, Chron. Tarvis., tom. 19 Rer. Ital.]che il celebreFrancesco Petrarca, allora abitante sul Padovano, fu spedito dal Carrarese a Veneziaper ottener questa pace, e che alla presenza dell'augusto senato veneto lo stupore gli tolse di mente l'orazion preparata. Secondo il Caresino[Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.], si obbligò il Carrarese a pagar cento mila fiorini d'oro per le spese della guerra. I Gatari[Gattari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.]dicono trecento cinquanta mila ducati ossia fiorini d'oro. Il Sanuto[Sanuto, Chron. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]scrisse ducento quaranta mila; con pagarne di presente i quaranta mila. Fu inoltre forzato a mandare al senato venetoFrancescoNovello suo figliuolo a chiedere perdono, e a dirupar varie castella sui confini, e a cederne delle altre ai Veneziani: i quali piantarono i confini dove lor parve, senza che il Padovano osasse reclamare. In somma, per non poter di meno, ebbe una lezion sì dura, che pregno d'odio e di rabbia ad altro non pensò per l'avvenire che a farne vendetta. Fu pubblicata questa pace in Venezia nel dì 21 di settembre. Anche i Genovesi[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]nell'anno presente diedero gran pascolo ai novellisti. Vogliosi essi di vendicarsi de' Cipriotti per l'affronto lor fatto nell'anno precedente, indirizzarono alla volta di Cipri la poderosa loro armata, composta di quarantatrè galee e d'altri legni minori, con circa quattordici mila combattenti. Presero nel dì 10 d'ottobre senza molto contrasto la capitale di quell'isola, cioè Famagosta; e quivi piantarono il piede con farsi rendere ubbidienza dalle altre città e terre dell'isola. Al giovinettore Pietro Lusignano, con cui fecero la pace, lasciarono il titolo di re, obbligandolo a pagare loro ogni anno quaranta mila fiorini d'oro. Da queste dissensioni dei cristiani non lieve profitto intanto ricavarono i Turchi, la potenza de' quali ogni dì più andava crescendo in Asia, calando nello stesso tempo quella de' Greci. Essendosi in questo mentre[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]ribellato alla reginaGiovanna il duca d'Andriadella casa del Balzo,essa spedì contra di lui coll'esercitoGiovanni Malataccada Reggio, che assediò e prese Teano. Se ne fuggì il duca ad Avignone, spogliato di tutti i suoi Stati, i quali la regina vendè tosto ad altri baroni. Cosa strana vien raccontata dall'autore della Cronica di Siena[Cron. Sanese, tom. 15 Rer. Ital.]: cioè che in quest'anno (quasi fosse forza di maligno pianeta) i frati di varii ordini religiosi ebbero brighe e dissensioni, e ne seguirono varii ammazzamenti fra loro. E le calunnie ed oppressioni furono frequenti ne' lor monisteri. Frutti erano questi della general corruzion de' costumi che regnava allora in Italia, per colpa spezialmente della lontananza de' papi e delle guerre continue. Certo non v'ha scrittore di questi tempi che non tocchi il depravamento in cui si trovavano quasi tutti gli ordini religiosi.

Per continuare la guerra contro i Viscontipapa Gregorio XI, come si usava in questi sì sconcertati tempi, impose le decime nell'Ungheria, Polonia, Dania, Svezia, Norvegia ed Inghilterra. L'oro indi raccolto servì ad accrescere le due armate, destinate l'una in Piemonte contra diGaleazzo Visconte, e l'altra sul Modenese contra diBernabò, di lui fratello; i quali Visconti erano stati di nuovo scomunicati nella pubblicazion della bollaIn Coena Domini. La vendetta che ne fece Galeazzo[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], fu di spogliar gli ecclesiastici sottoposti al suo dominio, e di esiliarli. Più discreto in questo fu Bernabò, quantunque opprimesse i suoi anche egli con esorbitanti gravezze. Ora giacchè era finita la tregua, senza che si fosse potuto intavolar pace fra i Visconti e i collegati,Bernabònel dì 5 di gennaio spedì parte del suo esercito aidanni del Bolognese[Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital.], cioè mille uomini d'armi da tre cavalli l'uno, e trecento arcieri. Questa masnada pervenne sino a Cesena saccheggiando tutto il paese. Ma mentre carichi di preda se ne tornavano indietro, venne con loro alle mani, nel passare verso San Giovanni il fiume Panaro[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.],Giovanni Aucudcoi suoi Inglesi e coi Bolognesi, e li mise in rotta, con far prigioni circa mille persone. Secondo la Cronica di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], la maggior parte degli sconfitti si salvò colla fuga; ma non è da credere, perchè erano in paese nemico. Poscia nel dì 20 di febbraio il legato della Chiesa coll'esercito marciò verso Piacenza e Pavia, e si impadronì del castello San Giovanni. Quasi tutte le altre castella del Piacentino ed alcune del Pavese, prevalendo in esse i Guelfi, si ribellarono aGaleazzo, dandosi al legato; il che poi fu la loro rovina. Nello stesso tempoAmedeo conte di Savoiacon un'altra poderosa armata passò il Po e il Ticino, e giunse sino alle porte di Pavia, dove distrusse i giardini diGaleazzo Visconte. Poscia, venuto sul territorio di Milano, si accampò a Vicomercato, dove si fermò alquanti mesi, facendo scorrerie, e mettendo in contribuzione tutto il paese. Seco eranoOttone ducadi Brunsvich eLuchinetto Visconte. S'inoltrò poscia sul Bresciano a cagion di un trattato di tradimento che avea in Bergamo. Colà penetrò colle sue genti anche il legato pontificio, chiamato in aiuto; e le sue masnade in saccheggi ed incendii si studiarono di non essere da meno degli altri. Affinchè non si unissero col conte di Savoia, accorse l'armata de' Visconti, e presso Monte Chiaro disfece buona parte di esso esercito pontificio, colla morte di circa settecento uomini, e coll'acquisto di cinquecento cavalli. Ma nel dì 8 di maggio comparendo colle loro squadre inglesi e franzesiGiovanni Aucude ilsignore di Cussì, benchè inferioridi gente, diedero una gran rotta all'esercito de' Visconti nel luogo di Gavardo, ossia al ponte del fiume Chiesi, dove rimasero prigionieri moltissimi nobili italiani e tedeschi, distesamente annoverati dall'autore della Cronica Estense[Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.]. Fra i principali si contaronoFrancesco marchesed'Este fuoruscito di Ferrara;UgolinoeGaleazzo marchesidi Saluzzo,Castellino da Beccheria, Romeo de' Pepoli, Gabriotto da Canossa, Federigo da Gonzaga, Beltramo Rosso da Parma, eFrancesco da Sassuolo, quel medesimo che, per avere ucciso il nobil uomoGherardo de' Rangonida Modena, occasionò la presente guerra.Gian-Galeazzoconte di Virtù, figliuolo diGaleazzo, che si trovò in quel frangente, per miracolo si salvò.

Narra il Gazata[Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.]che in questi tempi passò per Milano e per Pavia un vescovo nipote del papa con seguito di cinquanta persone, il quale si esibì ai fratelli Visconti di trattar di pace col papa. Fu ben veduto, e gli fu dato salvocondotto per passare al campo del conte di Savoia, che si trovava allora sul Milanese. Ma Galeazzo, tenendogli buone spie alla vita, scoprì ch'egli portava seco cento venti mila fiorini d'oro per le paghe del conte. Buon boccone fu questo per lui; tutto sel prese, facendo poi dire al prelato che con sicurezza se n'andasse, ma che non dovea portar sussidii ai suoi nemici. Partissi nel dì 13 di maggio da SassuoloManfredinosignor di quella terra per andare a Firenze. Appena fu fuori, che quegli abitanti gli serrarono le porte dietro. Volle rientrare, ma non potè. Fu appresso data la terra almarchese Niccolò Estense; e così andarono dispersi da lì innanzi i signori di Sassuolo con gastigo meritato da essi per la ribellione al loro signore, e per l'ingiusto ammazzamento del Rangone. All'incontroGuido Savina da Fogliano, staccatosi dalla lega, s'accordò conBernabò Visconte, sottomettendo a lui ventiquattrocastella ch'egli possedeva nel Reggiano, e ne riportò dei vantaggiosi patti.Giovanni vescovodi Vercelli della casa del Fiesco in quest'anno colle milizie della Chiesa e colla fazion de' Brusati proditoriamente tolse aGaleazzo Viscontequella città, ma non già la cittadella, che si sostenne. In tale occasione barbaricamente essa città tutta fu posta a sacco, non men di quello che era succeduto alla città di Reggio. Era stato cagione l'avvicinamento del conte di Savoia[Corio, Istoria di Milano. Gazata, Chron.]che alcune valli del Bergamasco, per commozione de' Guelfi, s'erano ribellate aBernabò Visconte. Egli perciò spedì colà, nel mese d'agosto, il prode suo figliuoloAmbrosiocon copia grande di gente d'armi per mettere in dovere que' popoli. Trovavasi Ambrosio nella valle di San Martino ad un luogo appellato Caprino, quando gl'infuriati rustici il sorpresero con tal empito, che restò non solamente preso, ma anche vituperosamente ucciso nel dì 17 d'agosto. Da questo colpo fu anche aspramente trafitto il cuore di Bernabò suo padre; e però nel prossimo settembre cavalcò egli in persona con grosso esercito in quella valle, fece grande scempio di quelle genti, le quali in fine umiliatesi ritornarono alla di lui ubbidienza. Orrido e lagrimevole accidente fu l'occorso in quest'anno nella città di Pavia[Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.]. Mentre dal castello si portava alla sepoltura il corpo del defunto giovinettoCarlo Visconte, figliuolo diGian-Galeazzo, nel passare sul ponte, questo pel peso si ruppe, e caddero nell'acque profonde della fossa murata da amendue i lati più di ottanta persone nobili di varie città di Lombardia, e massimamente di Milano e di Pavia, che tutte rimasero miseramente annegate. Vi si aggiunse un altro caso strano; cioè, appena rotto il ponte, cominciò un diluvio di pioggia e gragnuola, che durò più di due ore: il che servìancora ad impedire ii soccorso di scale e corde agl'infelici caduti. Il Gazata, autore degno, in questi tempi di maggior fede, riferisce[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]questo infortunio al dì 3 d'aprile dell'anno seguente, e vuole che vi perissero cento e dieci persone nobili. Dopo la vittoria riportata dall'esercito collegato contra diBernabòal fiume Chiesi,Giovanni Aucud, trovando che molti dei suoi Inglesi erano o rimasti estinti nel conflitto o feriti, e veggendosi in paese nemico senza vettovaglia, oltre all'andare le genti de' Visconti sempre più crescendo, ritirandosi bel bello, si ridusse a Bologna. Gli tenne dietro con gran fretta anche il conte di Savoia coll'esercito suo, e venuto sul Bolognese, quivi si fermò, aspettando indarno le paghe promesse, con desolar intanto quel territorio amico. Finalmente esso conte, non osando passare pel Piacentino e Pavese, fu obbligato, se volle tornare in Piemonte, a prendere la strada del Genovesato: il che gli costò molte fatiche, e perdita di gente e cavalli, terminando con ciò la campagna, senza aver preso che poche castella in Piemonte, e con aver solamente rovinati varii paesi.

Galeazzo Viscontegran guerra fece sul Piacentino, e ricuperò gran parte delle castella ribellate. Si trattò di pace; ma, non fidandosi il papa de' Visconti, i suoi ministri ritrovando più conto in seguitar la guerra, per cui arricchivano molto succiando la pecunia pontificia, e profittando de' saccheggi, andò per terra ogni trattato, e continuò la rovina di quasi tutta la Lombardia. Non era minor fuoco in questi tempi fra i Veneziani eFrancesco da Carrarasignor di Padova[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. La superiorità delle forze de' primi tale era, che il Carrarese, diffidando di potere resistere, cercò di tirar in legaAlbertoeLeopoldo duchidi Austria, comperando nondimeno il loro aiuto con cedere ad essi le città di Feltree di Cividal di Belluno. Perciò quei principi spedirono molte soldatesche contra de' Veneziani sul Trivisano. Più altre ne inviòLodovico red'Ungheria e di Polonia, comandate daStefano vaivoda. IntantoUguccionedaTiene, nunzio di papa Gregorio XI, perorava presso i Veneziani per indurli alla pace. Condiscesero essi, ma, conoscendo la lor potenza, diedero varii capitoli contenenti eccessive dimande per parte loro, che il Carrarese sparse dipoi dappertuttoper far conoscere l'ingordigia de' suoi avversarii. Fra varii incontri e piccioli fatti d'armi, uno spezialmente fu considerabile nel mese di maggio ad una fossa fatta dai Veneziani verso Pieve di Sacco. Sì vigorosamente combatterono allora gli Ungheri, che disfecero l'armata veneta, con far prigioni assaissimi nobili veneti. Ma in un altro fiero conflitto a dì primo di luglio, che riuscì favorevole a' Veneziani, restò prigione lo stesso Stefano vaivoda generale degli Ungheri con altri nobili di sua nazione ed italiani: il che fu d'infinito danno al Carrarese. Imperocchè gli Ungheri protestarono da lì innanzi di non voler più guerra, se non veniva posto in libertà il loro generale. A questo mal tempo se ne aggiunse un altro; e fu, che i Veneziani sollevarono segretamenteMarsilio da Carraracontro di Francesco suo fratello signore di Padova. Si scoprì la congiura, e Marsilio ebbe tempo da fuggirsene a Venezia nel dì 3 d'agosto. Per tali disavventure, e perchè il popolo di Padova, disfatto da questa guerra, forte se ne lagnava, si trovava in grandi affanni Francesco da Carrara. Il perchè per mezzo del patriarca di Grado cercò colla corda al collo pace da' Veneziani: pace vergognosa e gravosa a lui, perchè data da chi era al disopra di lui, ma che servì a liberarlo dai pericoli maggiori, a' quali si vedeva esposto.

Scrive Andrea Redusio[Andreas de Redusio, Chron. Tarvis., tom. 19 Rer. Ital.]che il celebreFrancesco Petrarca, allora abitante sul Padovano, fu spedito dal Carrarese a Veneziaper ottener questa pace, e che alla presenza dell'augusto senato veneto lo stupore gli tolse di mente l'orazion preparata. Secondo il Caresino[Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.], si obbligò il Carrarese a pagar cento mila fiorini d'oro per le spese della guerra. I Gatari[Gattari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.]dicono trecento cinquanta mila ducati ossia fiorini d'oro. Il Sanuto[Sanuto, Chron. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]scrisse ducento quaranta mila; con pagarne di presente i quaranta mila. Fu inoltre forzato a mandare al senato venetoFrancescoNovello suo figliuolo a chiedere perdono, e a dirupar varie castella sui confini, e a cederne delle altre ai Veneziani: i quali piantarono i confini dove lor parve, senza che il Padovano osasse reclamare. In somma, per non poter di meno, ebbe una lezion sì dura, che pregno d'odio e di rabbia ad altro non pensò per l'avvenire che a farne vendetta. Fu pubblicata questa pace in Venezia nel dì 21 di settembre. Anche i Genovesi[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]nell'anno presente diedero gran pascolo ai novellisti. Vogliosi essi di vendicarsi de' Cipriotti per l'affronto lor fatto nell'anno precedente, indirizzarono alla volta di Cipri la poderosa loro armata, composta di quarantatrè galee e d'altri legni minori, con circa quattordici mila combattenti. Presero nel dì 10 d'ottobre senza molto contrasto la capitale di quell'isola, cioè Famagosta; e quivi piantarono il piede con farsi rendere ubbidienza dalle altre città e terre dell'isola. Al giovinettore Pietro Lusignano, con cui fecero la pace, lasciarono il titolo di re, obbligandolo a pagare loro ogni anno quaranta mila fiorini d'oro. Da queste dissensioni dei cristiani non lieve profitto intanto ricavarono i Turchi, la potenza de' quali ogni dì più andava crescendo in Asia, calando nello stesso tempo quella de' Greci. Essendosi in questo mentre[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]ribellato alla reginaGiovanna il duca d'Andriadella casa del Balzo,essa spedì contra di lui coll'esercitoGiovanni Malataccada Reggio, che assediò e prese Teano. Se ne fuggì il duca ad Avignone, spogliato di tutti i suoi Stati, i quali la regina vendè tosto ad altri baroni. Cosa strana vien raccontata dall'autore della Cronica di Siena[Cron. Sanese, tom. 15 Rer. Ital.]: cioè che in quest'anno (quasi fosse forza di maligno pianeta) i frati di varii ordini religiosi ebbero brighe e dissensioni, e ne seguirono varii ammazzamenti fra loro. E le calunnie ed oppressioni furono frequenti ne' lor monisteri. Frutti erano questi della general corruzion de' costumi che regnava allora in Italia, per colpa spezialmente della lontananza de' papi e delle guerre continue. Certo non v'ha scrittore di questi tempi che non tocchi il depravamento in cui si trovavano quasi tutti gli ordini religiosi.


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