MCCCLXXIX

MCCCLXXIXAnno diCristomccclxxix. Indiz.II.Urbano VIpapa 2.Venceslaore de' Romani 2.Erasi, come abbiam detto, dichiarata in favore dell'antipapa Clemente Giovanna reginadi Napoli, a ciò animata dal re di Francia, per li motivi politici, ma non cristiani, che abbiamo accennato di sopra. Però Clemente, affin di confermare nel suo partito i Napoletani, si portò per mare a quella città[Clementis VII Vita, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Fu accolto dalla regina colle maggiori dimostrazioni d'ossequio, come se fosse stato legittimo papa; ma non l'intese così il popolo, siccome quello che perUrbano, creduto da essi vero papa, e riguardato come compatrioto, nudriva più affetto, mirando per lo contrario in Clemente un assassino della Chiesa di Dio. Fecesi perciò una gran sollevazione contra di lui, di maniera che la regina Giovanna, temendo anche di sè stessa, il fece sloggiare ben presto, e ritornare a Fondi. Perch'egli non si teneva quivi sicuro, nel mese di maggio s'imbarcò co' suoi scomunicati cardinali, a riserva di due, che lasciò in Italia ad accudire a' suoi interessi; e, dopo aver corso varii pericoli per le tempeste di mare, nel dì 10 di giugno arrivò a Marsiglia, e poscia andò a piantare la sua residenza in Avignone. Fece anch'egli de' nuovi cardinali, fece de' processi contra dipapa Urbano VI, scomunicò i di lui cardinali; e siccome Urbano non men colle armi spirituali che colle temporali avea mossa guerra a lui e a' suoi aderenti, anch'egli altrettanto praticò, con inviar quei soccorsi di gente e di danaro che potè allaregina Giovanna, alconte di Fondie alprefetto da Vico, ch'erano della sua fazione. E qui cominciò a vedersi un mostruoso sconvolgimento nella Chiesa di Dio, con darsi dall'uno e dall'altro i medesimi vescovati e benefizii[Theodoricus de Niem., Histor.]:dal che nacquero private e pubbliche guerre e stragi. E i grandi, secondochè l'ambizione o l'interesse consigliava, aderivano a chi dei due contendenti più loro offeriva, sposando ora l'uno ora l'altro partito, e prevalendo quasi sempre i cattivi sopra i buoni, e toccando le chiese a persone indegne con sommo esterminio della disciplina ecclesiastica tanto ne' secolari che ne' regolari. Molti ancora dei prelati e preti aderenti ad Urbano furono presi, uccisi od annegati dai Clementini; e saccheggi, incendii ed ammazzamenti furono parimente fatti dall'altra parte[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Vita di santa Caterina da Siena.]. Gran noia e danno recava intanto ai Romani fedeli dipapa Urbanocastello Sant'Angelo, perchè tuttavia detenuto da un uffiziale dell'antipapa; e per questo il papa non potea abitare al Vaticano. L'assedio vi fu posto, e nel dì 29 d'aprile venne costretta quella fortezza alla resa colla fame, o piuttosto con danaro. N'ebbe non poca gioia il pontefice, il quale nello stesso mese fece predicare la crociata contra dell'antipapa e della regina Giovanna, e prese al suo soldo la compagnia di San Giorgio, composta di masnadieri italiani e tedeschi. Spese bene il suo danaro, perchè costoro diedero una fiera rotta alla compagnia de' Bretoni, che era a' servigi dell'antipapa, facendone grande strage, e prigioni quasi tutti i caporali della medesima[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Succedette questo fatto sotto Marino nel dì 28 d'aprile.Alberto conte di Barbiano, ossia di Cuneo, era il condottiere d'essa compagnia di San Giorgio, a cui si unirono anche le soldatesche romane. Questo fu il colpo che maggiormente affrettò l'antipapa a fuggirsene d'Italia. Dopo questi fatti la regina Giovanna, per placare il popolo, si mostrò inclinata ad abbandonar l'antipapa, e mandò anche suoi ambasciatori a Roma. Per colpa di chi avvenisse, nol so dire; ben so che nulla ne seguì; e tornati gli ambasciatori, continuaronole ostilità fra essa e papa Urbano, il quale intanto inviperito cercava le vie di torle il regno, siccome in fatti avvenne dipoi, per quanto vedremo. I Bolognesi[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], prevalendosi, di tali sconcerti, si rimisero maggiormente in libertà; e, per meglio sostenersi, fecero lega coi comuni di Firenze, Perugia e Siena, sempre nondimeno aderendo adUrbano VI, papa legittimo.Strepitosa fu nell'anno presente la guerra de' Veneziani e Genovesi. Il racconto di essa esigerebbe più carte ma io, seguitando la brevità, ne accennerò solamente i fatti più importanti, rimettendo per gli altri men riguardevoli il lettore a Daniello Chinazzi[Chinazzi, Istor., tom. 15 Rer. Ital.], al Caresino[Caresin., Chron., tom. 13 Rer. Ital.], ai Gatari[Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]e al Redusio[De Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Di molte prodezze avea fattoVittor Pisanicoll'armata navale veneta nell'Adriatico; ma questa armata si trovò molto sminuita e snervata per li patimenti del verno e per mancanza delle vettovaglie, indarno richieste e indarno aspettate da Venezia. Tuttavia, essendo sopraggiunta a Pola, dove egli si trovava, l'armata navale de' Genovesi, comandata dal valorosoLuciano Doria, il Pisani, sopraffatto dalle istanze de' suoi, benchè alcune delle sue galee gli mancassero, perchè non peranche spalmate, andò ad assalirla. Crudelissima fu la battaglia nel dì 5 oppure 6 di maggio; sul principio vi restò morto da un colpo de' nemici ilDoriagenerale de' Genovesi, e presa la capitana. Ma sopraggiunte dieci altre galee genovesi, poste dianzi in aguato, non potè reggere la flotta veneta. Quindici galee rimasero in potere de' vincitori con più di due mila prigioni, parte dei quali fu decapitata dagli inumani Genovesi in vendetta dell'ucciso generale. Vittor Pisani con sette altre galee salvatosi, andò a presentarsi al consiglio inVenezia; e quasichè la sfortuna e l'evento sinistro di un fatto d'arme fosse un delitto, fu, senza ascoltar sue scuse, cacciato in prigione. Ora per tal vittoria insuperbiti i Genovesi, si misero in pensiero di procedere innanzi per espugnar, se poteano, l'inespugnabil città di Venezia. Gran coraggio facea loro a tale impresa ancheFrancesco da Carrarasignor di Padova lor collegato, ed implacabil nemico dei Veneziani. Venne anche loro un abbondante rinforzo di legni, d'armati e di munizioni da Genova, condotto daPietro Doria, nuovo generale di tutta l'armata. Pertanto nel dì di Pentecoste comparvero i Genovesi al porto di San Niccolò di Lido; entrarono in Chiozza picciola, ed unitisi con loro i ganzaruoli, legni sottili inviati dal Carrarese, nel dì 16 d'agosto diedero un furioso assalto di molte ore alla stessa città di Chiozza grande, e se ne impadronirono colla morte di circa ottocento sessanta Veneziani, e prigionia di circa tre mila e ottocento. Fu data a sacco la misera città. A tale conquista tenne dietro quella di Loreo, della torre delle Bebbe e d'altri siti; e la vittoriosa armata scorreva sino a Malamocco, abbandonato da' Veneziani. Non si può esprimere la costernazione che tal perdita e il brutto aspetto di peggiori conseguenze cagionarono nell'animo dei Veneziani, gente in tante altre disavventure sempre coraggiosa e costante.Andrea Contarenodoge non lasciò di far cuore ad ognuno, e fu risoluto nel consiglio d'inviare ambasciatori aPietro Doriaper trattar di pace, con un foglio in bianco, per accettar le condizioni anche più dure, purchè fosse in salvo la libertà di Venezia. Il signor di Padova, siccome uomo saggio, consigliò di accettar la pace. Ma il Doria non altra risposta diede agli ambasciatori, se non la seguente:Alla fè di Dio, signori Veneziani, non avrete mai pace da noi, se prima non mettiamo la briglia a quei vostri cavalli sfrenati che stanno sopra la porta della chiesa di san Marco. Imbrigliati che sieno, vi faremostare in buona pace. E ricusati i prigioni genovesi, con dire, che sperava di venir presto in persona a liberarli, con sì aspre maniere li licenziò. L'alterigia genovese fu la salute di Venezia[Caresin., Chron., tom. 12 Rer Ital.]. Molto ancora a salvarla contribuì l'ambizione ed avarizia loro; perciocchè se avessero rilasciata Chiozza al Carrarese, che ne faceva istanza, per attender essi colla loro armata a maggiori imprese, forse diverso esito avrebbe avuta la presente guerra. Ma si può credere che Iddio volesse salva in mezzo a tanti pericoli la nobilissima città di Venezia.Spirata la speranza della pace, ad altro non pensarono i saggi Veneziani che a prepararsi per una gagliarda difesa. Ma ritrovarono il popolo mal disposto, perchè tutti bramavano per capitano di mare il valoroso ed innocenteVittor Pisani, e questi era nelle carceri[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu dunque presa la determinazione di metterlo in libertà, con pregarlo di dimenticar le ingiurie, e di avere per raccomandata la patria: il che non solo promise egli di fare, ma fece in effetto da lì innanzi con una gloriosa intrepidezza e costanza. L'allegria e il coraggio per questo si diffuse nel popolo tutto; ed essendo stato proposto di armare quaranta nuove galee, con promettere la nobiltà a chi maggiormente impiegasse uomini e denari in soccorso del pubblico, mirabil cosa fu il vedere la gara de' benestanti che andavano ad offerir sè stessi, i lor figliuoli, oppur somme rilevanti di danaro; di modo che in breve tempo fu rimessa in piedi una fiorita armata di legni e di gente, tutta pronta a dare il suo sangue in aiuto della patria. Leggesi nelle Storie del Chinazzi e dei Gatari il ruolo di coloro che generosamente contribuirono ad armare la suddetta flotta. Capitan generale di essa volle essere lo stesso dogeAndrea Contareno; ammiraglio ne fu dichiaratoVittor Pisani. Intanto avendoLodovico re d'Ungheriainviati aFrancesco da Carraradieci milade' suoi combattenti[Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.], sotto il comando diCarlofigliuolo del giàduca di Durazzo, spedì esso CarrareseFrancesco Novellosuo figliuolo colle altre sue forze all'assedio di Trivigi, lasciando che i Genovesi a lor talento si regolassero nella guerra. Trivigi fece bella difesa, e deluse tutti gli attentati de' nemici. Moltissimi fatti d'armi, parte favorevoli, parte contrarii, accaddero dipoi fra i Veneziani e Genovesi, ch'io tralascio, ristringendomi a dire, che accidentalmente attaccato il fuoco ad una cocca all'imboccatura del porto di Chiozza, questi si affondò, e chiuse la bocca di esso porto, con serrare nello stesso tempo in quella città i Genovesi. Fecero ben questi delle incredibili prodezze; ma non minori furono quelle de' Veneziani, i quali finalmente misero il formale assedio alla città di Chiozza. Prima di questi tempi, cioè nel giugno di quest'anno, era stato speditoCarlo Zenovalente capitano dai Veneziani in corso per infestare i Genovesi con nove galee. Diede egli il sacco alla riviera di Genova; fece di ricchissime prede; e sopra tutto nel dì 17 di ottobre prese una cocca de' Genovesi appellata la Bichignona, la maggiore e più ricca che allora solcasse il mare, in cui trovò merci di valore immenso, ascendente, per quanto fu detto, a più di cinquecento mila fiorini d'oro. Ma avvisato finalmente il Zeno de' bisogni della patria, lasciò il gustoso mestiere di corsaro, e se ne tornò a Venezia, conducendo seco quattordici galee, perchè in viaggio s'era accresciuto il suo stuolo. Con gran giubilo de' suoi concittadini arrivò nel dì primo di gennaio, e ritrovò che seguitava l'assedio di Chiozza non senza gran mortalità dall'una e dall'altra parte. Anch'egli fatto condottiere dell'armata, s'applicò ad obbligar quella città alla resa.Per dar qualche aiuto a' Veneziani suoi collegati,Bernabò Viscontein quest'anno condusse al suo soldo[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.]la compagniadella Stella, composta di masnadieri. Capo di essi eraAstorre de' Manfredisignor di Faenza, che indarno avea tentato di penetrar nel Modenese e Bolognese. Spinse il Visconte costoro all'improvviso nel dì 2 di luglio addosso ai Genovesi. Si fermarono essi a San Pier d'Arena in numero di circa quattro mila armati, buona parte cavalleria, e fecero un netto del paese. Perchè in Genova si dubitava di discordia e di cattive intelligenze,Niccolò di Guarcodoge col suo consiglio giudicò meglio di adoperare l'esorcismo dell'oro per dissipare il mal tempo. Con diciannove mila fiorini d'oro gl'indusse ad andarsene con Dio. Andarono; ma che? Siccome gente di niuna fede, nel dì 22 di settembre eccoli comparir di nuovo nella villa d'Albaro presso alla città. Allora i Genovesi irritati da questo tradimento, presero le balestre e l'altre armi, e nel dì 24 usciti della città sul far del giorno, coraggiosamente gli assalirono, li ruppero, e ne fecero prigionieri assaissimi, con prendere tre bandiere di Venezia e Milano. Astorre Manfredi fatto prigione, con aver promessa buona somma di danaro a due Genovesi, in abito da contadino ebbe la fortuna di salvarsi. Fu intrapreso in quest'anno, siccome dissi, l'assedio di Trivigi daFrancesco da Carrarasignor di Padova[Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.], e colà arrivòCarlo, soprannominatodalla Pace, figliuolo del fuduca di Durazzo, della prosapia diCarlo II redi Napoli, che seco, per ordine del re d'Ungheria, condusse dieci mila cavalli. Nella Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]non si parla se non di otto cento cavalli. Da Venezia gli furono spediti ambasciatori per trattare di pace. Nulla si conchiuse di questo; ciò non ostante, si lasciò egli corrompere dalla sete del denaro, e permise che i Veneziani introducessero quanta vettovaglia lor piacque in quella città e in varie castella: il che fu cagione che i Padovani, trovandosi traditi da chi men lo dovea, sciogliessero lo assedio di Trivigi. Intantopapa Urbano VImaneggiava un segreto trattato per condurre essoprincipe Carloalla conquista del regno di Napoli: impresa molto desiderata daLodovico red'Ungheria, il cui odio contro lareina Giovannanon mai s'era rallentato. Per dispor meglio le cose, se ne tornò Carlo in Ungheria, risoluto di procedere nell'anno vegnente alla volta di Napoli. Bench'io abbia raccontata nel precedente anno la discordia diBernabò Viscontecoi fratelliScaligerisignori di Verona e Vicenza, pure[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]vien creduto che solamente in quest'anno nel dì 13 di maggio seguisse, se non la guerra, almen la pace fra loro. Vi s'indusse Bernabò, perchè avendo speditoGiovanni Aucudco' suoi Inglesi, e ilconte LucioLando co' suoi Tedeschi ai danni del Veronese, se ne ritirarono dopo venti giorni con loro perdita: il che fu preso per un tradimento da Bernabò[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]. Nè volendo egli per questo pagarli, que' masnadieri fecero di gran saccheggio e bottino sul Bresciano e Cremonese. Li bandì Bernabò, e pubblicò una taglia contra di loro, ma ciò fu creduto una finzione. Andarono poi costoro in Romagna, e di là in Toscana.

Erasi, come abbiam detto, dichiarata in favore dell'antipapa Clemente Giovanna reginadi Napoli, a ciò animata dal re di Francia, per li motivi politici, ma non cristiani, che abbiamo accennato di sopra. Però Clemente, affin di confermare nel suo partito i Napoletani, si portò per mare a quella città[Clementis VII Vita, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Fu accolto dalla regina colle maggiori dimostrazioni d'ossequio, come se fosse stato legittimo papa; ma non l'intese così il popolo, siccome quello che perUrbano, creduto da essi vero papa, e riguardato come compatrioto, nudriva più affetto, mirando per lo contrario in Clemente un assassino della Chiesa di Dio. Fecesi perciò una gran sollevazione contra di lui, di maniera che la regina Giovanna, temendo anche di sè stessa, il fece sloggiare ben presto, e ritornare a Fondi. Perch'egli non si teneva quivi sicuro, nel mese di maggio s'imbarcò co' suoi scomunicati cardinali, a riserva di due, che lasciò in Italia ad accudire a' suoi interessi; e, dopo aver corso varii pericoli per le tempeste di mare, nel dì 10 di giugno arrivò a Marsiglia, e poscia andò a piantare la sua residenza in Avignone. Fece anch'egli de' nuovi cardinali, fece de' processi contra dipapa Urbano VI, scomunicò i di lui cardinali; e siccome Urbano non men colle armi spirituali che colle temporali avea mossa guerra a lui e a' suoi aderenti, anch'egli altrettanto praticò, con inviar quei soccorsi di gente e di danaro che potè allaregina Giovanna, alconte di Fondie alprefetto da Vico, ch'erano della sua fazione. E qui cominciò a vedersi un mostruoso sconvolgimento nella Chiesa di Dio, con darsi dall'uno e dall'altro i medesimi vescovati e benefizii[Theodoricus de Niem., Histor.]:dal che nacquero private e pubbliche guerre e stragi. E i grandi, secondochè l'ambizione o l'interesse consigliava, aderivano a chi dei due contendenti più loro offeriva, sposando ora l'uno ora l'altro partito, e prevalendo quasi sempre i cattivi sopra i buoni, e toccando le chiese a persone indegne con sommo esterminio della disciplina ecclesiastica tanto ne' secolari che ne' regolari. Molti ancora dei prelati e preti aderenti ad Urbano furono presi, uccisi od annegati dai Clementini; e saccheggi, incendii ed ammazzamenti furono parimente fatti dall'altra parte[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Vita di santa Caterina da Siena.]. Gran noia e danno recava intanto ai Romani fedeli dipapa Urbanocastello Sant'Angelo, perchè tuttavia detenuto da un uffiziale dell'antipapa; e per questo il papa non potea abitare al Vaticano. L'assedio vi fu posto, e nel dì 29 d'aprile venne costretta quella fortezza alla resa colla fame, o piuttosto con danaro. N'ebbe non poca gioia il pontefice, il quale nello stesso mese fece predicare la crociata contra dell'antipapa e della regina Giovanna, e prese al suo soldo la compagnia di San Giorgio, composta di masnadieri italiani e tedeschi. Spese bene il suo danaro, perchè costoro diedero una fiera rotta alla compagnia de' Bretoni, che era a' servigi dell'antipapa, facendone grande strage, e prigioni quasi tutti i caporali della medesima[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Succedette questo fatto sotto Marino nel dì 28 d'aprile.Alberto conte di Barbiano, ossia di Cuneo, era il condottiere d'essa compagnia di San Giorgio, a cui si unirono anche le soldatesche romane. Questo fu il colpo che maggiormente affrettò l'antipapa a fuggirsene d'Italia. Dopo questi fatti la regina Giovanna, per placare il popolo, si mostrò inclinata ad abbandonar l'antipapa, e mandò anche suoi ambasciatori a Roma. Per colpa di chi avvenisse, nol so dire; ben so che nulla ne seguì; e tornati gli ambasciatori, continuaronole ostilità fra essa e papa Urbano, il quale intanto inviperito cercava le vie di torle il regno, siccome in fatti avvenne dipoi, per quanto vedremo. I Bolognesi[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], prevalendosi, di tali sconcerti, si rimisero maggiormente in libertà; e, per meglio sostenersi, fecero lega coi comuni di Firenze, Perugia e Siena, sempre nondimeno aderendo adUrbano VI, papa legittimo.

Strepitosa fu nell'anno presente la guerra de' Veneziani e Genovesi. Il racconto di essa esigerebbe più carte ma io, seguitando la brevità, ne accennerò solamente i fatti più importanti, rimettendo per gli altri men riguardevoli il lettore a Daniello Chinazzi[Chinazzi, Istor., tom. 15 Rer. Ital.], al Caresino[Caresin., Chron., tom. 13 Rer. Ital.], ai Gatari[Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]e al Redusio[De Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Di molte prodezze avea fattoVittor Pisanicoll'armata navale veneta nell'Adriatico; ma questa armata si trovò molto sminuita e snervata per li patimenti del verno e per mancanza delle vettovaglie, indarno richieste e indarno aspettate da Venezia. Tuttavia, essendo sopraggiunta a Pola, dove egli si trovava, l'armata navale de' Genovesi, comandata dal valorosoLuciano Doria, il Pisani, sopraffatto dalle istanze de' suoi, benchè alcune delle sue galee gli mancassero, perchè non peranche spalmate, andò ad assalirla. Crudelissima fu la battaglia nel dì 5 oppure 6 di maggio; sul principio vi restò morto da un colpo de' nemici ilDoriagenerale de' Genovesi, e presa la capitana. Ma sopraggiunte dieci altre galee genovesi, poste dianzi in aguato, non potè reggere la flotta veneta. Quindici galee rimasero in potere de' vincitori con più di due mila prigioni, parte dei quali fu decapitata dagli inumani Genovesi in vendetta dell'ucciso generale. Vittor Pisani con sette altre galee salvatosi, andò a presentarsi al consiglio inVenezia; e quasichè la sfortuna e l'evento sinistro di un fatto d'arme fosse un delitto, fu, senza ascoltar sue scuse, cacciato in prigione. Ora per tal vittoria insuperbiti i Genovesi, si misero in pensiero di procedere innanzi per espugnar, se poteano, l'inespugnabil città di Venezia. Gran coraggio facea loro a tale impresa ancheFrancesco da Carrarasignor di Padova lor collegato, ed implacabil nemico dei Veneziani. Venne anche loro un abbondante rinforzo di legni, d'armati e di munizioni da Genova, condotto daPietro Doria, nuovo generale di tutta l'armata. Pertanto nel dì di Pentecoste comparvero i Genovesi al porto di San Niccolò di Lido; entrarono in Chiozza picciola, ed unitisi con loro i ganzaruoli, legni sottili inviati dal Carrarese, nel dì 16 d'agosto diedero un furioso assalto di molte ore alla stessa città di Chiozza grande, e se ne impadronirono colla morte di circa ottocento sessanta Veneziani, e prigionia di circa tre mila e ottocento. Fu data a sacco la misera città. A tale conquista tenne dietro quella di Loreo, della torre delle Bebbe e d'altri siti; e la vittoriosa armata scorreva sino a Malamocco, abbandonato da' Veneziani. Non si può esprimere la costernazione che tal perdita e il brutto aspetto di peggiori conseguenze cagionarono nell'animo dei Veneziani, gente in tante altre disavventure sempre coraggiosa e costante.Andrea Contarenodoge non lasciò di far cuore ad ognuno, e fu risoluto nel consiglio d'inviare ambasciatori aPietro Doriaper trattar di pace, con un foglio in bianco, per accettar le condizioni anche più dure, purchè fosse in salvo la libertà di Venezia. Il signor di Padova, siccome uomo saggio, consigliò di accettar la pace. Ma il Doria non altra risposta diede agli ambasciatori, se non la seguente:Alla fè di Dio, signori Veneziani, non avrete mai pace da noi, se prima non mettiamo la briglia a quei vostri cavalli sfrenati che stanno sopra la porta della chiesa di san Marco. Imbrigliati che sieno, vi faremostare in buona pace. E ricusati i prigioni genovesi, con dire, che sperava di venir presto in persona a liberarli, con sì aspre maniere li licenziò. L'alterigia genovese fu la salute di Venezia[Caresin., Chron., tom. 12 Rer Ital.]. Molto ancora a salvarla contribuì l'ambizione ed avarizia loro; perciocchè se avessero rilasciata Chiozza al Carrarese, che ne faceva istanza, per attender essi colla loro armata a maggiori imprese, forse diverso esito avrebbe avuta la presente guerra. Ma si può credere che Iddio volesse salva in mezzo a tanti pericoli la nobilissima città di Venezia.

Spirata la speranza della pace, ad altro non pensarono i saggi Veneziani che a prepararsi per una gagliarda difesa. Ma ritrovarono il popolo mal disposto, perchè tutti bramavano per capitano di mare il valoroso ed innocenteVittor Pisani, e questi era nelle carceri[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu dunque presa la determinazione di metterlo in libertà, con pregarlo di dimenticar le ingiurie, e di avere per raccomandata la patria: il che non solo promise egli di fare, ma fece in effetto da lì innanzi con una gloriosa intrepidezza e costanza. L'allegria e il coraggio per questo si diffuse nel popolo tutto; ed essendo stato proposto di armare quaranta nuove galee, con promettere la nobiltà a chi maggiormente impiegasse uomini e denari in soccorso del pubblico, mirabil cosa fu il vedere la gara de' benestanti che andavano ad offerir sè stessi, i lor figliuoli, oppur somme rilevanti di danaro; di modo che in breve tempo fu rimessa in piedi una fiorita armata di legni e di gente, tutta pronta a dare il suo sangue in aiuto della patria. Leggesi nelle Storie del Chinazzi e dei Gatari il ruolo di coloro che generosamente contribuirono ad armare la suddetta flotta. Capitan generale di essa volle essere lo stesso dogeAndrea Contareno; ammiraglio ne fu dichiaratoVittor Pisani. Intanto avendoLodovico re d'Ungheriainviati aFrancesco da Carraradieci milade' suoi combattenti[Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.], sotto il comando diCarlofigliuolo del giàduca di Durazzo, spedì esso CarrareseFrancesco Novellosuo figliuolo colle altre sue forze all'assedio di Trivigi, lasciando che i Genovesi a lor talento si regolassero nella guerra. Trivigi fece bella difesa, e deluse tutti gli attentati de' nemici. Moltissimi fatti d'armi, parte favorevoli, parte contrarii, accaddero dipoi fra i Veneziani e Genovesi, ch'io tralascio, ristringendomi a dire, che accidentalmente attaccato il fuoco ad una cocca all'imboccatura del porto di Chiozza, questi si affondò, e chiuse la bocca di esso porto, con serrare nello stesso tempo in quella città i Genovesi. Fecero ben questi delle incredibili prodezze; ma non minori furono quelle de' Veneziani, i quali finalmente misero il formale assedio alla città di Chiozza. Prima di questi tempi, cioè nel giugno di quest'anno, era stato speditoCarlo Zenovalente capitano dai Veneziani in corso per infestare i Genovesi con nove galee. Diede egli il sacco alla riviera di Genova; fece di ricchissime prede; e sopra tutto nel dì 17 di ottobre prese una cocca de' Genovesi appellata la Bichignona, la maggiore e più ricca che allora solcasse il mare, in cui trovò merci di valore immenso, ascendente, per quanto fu detto, a più di cinquecento mila fiorini d'oro. Ma avvisato finalmente il Zeno de' bisogni della patria, lasciò il gustoso mestiere di corsaro, e se ne tornò a Venezia, conducendo seco quattordici galee, perchè in viaggio s'era accresciuto il suo stuolo. Con gran giubilo de' suoi concittadini arrivò nel dì primo di gennaio, e ritrovò che seguitava l'assedio di Chiozza non senza gran mortalità dall'una e dall'altra parte. Anch'egli fatto condottiere dell'armata, s'applicò ad obbligar quella città alla resa.

Per dar qualche aiuto a' Veneziani suoi collegati,Bernabò Viscontein quest'anno condusse al suo soldo[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.]la compagniadella Stella, composta di masnadieri. Capo di essi eraAstorre de' Manfredisignor di Faenza, che indarno avea tentato di penetrar nel Modenese e Bolognese. Spinse il Visconte costoro all'improvviso nel dì 2 di luglio addosso ai Genovesi. Si fermarono essi a San Pier d'Arena in numero di circa quattro mila armati, buona parte cavalleria, e fecero un netto del paese. Perchè in Genova si dubitava di discordia e di cattive intelligenze,Niccolò di Guarcodoge col suo consiglio giudicò meglio di adoperare l'esorcismo dell'oro per dissipare il mal tempo. Con diciannove mila fiorini d'oro gl'indusse ad andarsene con Dio. Andarono; ma che? Siccome gente di niuna fede, nel dì 22 di settembre eccoli comparir di nuovo nella villa d'Albaro presso alla città. Allora i Genovesi irritati da questo tradimento, presero le balestre e l'altre armi, e nel dì 24 usciti della città sul far del giorno, coraggiosamente gli assalirono, li ruppero, e ne fecero prigionieri assaissimi, con prendere tre bandiere di Venezia e Milano. Astorre Manfredi fatto prigione, con aver promessa buona somma di danaro a due Genovesi, in abito da contadino ebbe la fortuna di salvarsi. Fu intrapreso in quest'anno, siccome dissi, l'assedio di Trivigi daFrancesco da Carrarasignor di Padova[Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.], e colà arrivòCarlo, soprannominatodalla Pace, figliuolo del fuduca di Durazzo, della prosapia diCarlo II redi Napoli, che seco, per ordine del re d'Ungheria, condusse dieci mila cavalli. Nella Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]non si parla se non di otto cento cavalli. Da Venezia gli furono spediti ambasciatori per trattare di pace. Nulla si conchiuse di questo; ciò non ostante, si lasciò egli corrompere dalla sete del denaro, e permise che i Veneziani introducessero quanta vettovaglia lor piacque in quella città e in varie castella: il che fu cagione che i Padovani, trovandosi traditi da chi men lo dovea, sciogliessero lo assedio di Trivigi. Intantopapa Urbano VImaneggiava un segreto trattato per condurre essoprincipe Carloalla conquista del regno di Napoli: impresa molto desiderata daLodovico red'Ungheria, il cui odio contro lareina Giovannanon mai s'era rallentato. Per dispor meglio le cose, se ne tornò Carlo in Ungheria, risoluto di procedere nell'anno vegnente alla volta di Napoli. Bench'io abbia raccontata nel precedente anno la discordia diBernabò Viscontecoi fratelliScaligerisignori di Verona e Vicenza, pure[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]vien creduto che solamente in quest'anno nel dì 13 di maggio seguisse, se non la guerra, almen la pace fra loro. Vi s'indusse Bernabò, perchè avendo speditoGiovanni Aucudco' suoi Inglesi, e ilconte LucioLando co' suoi Tedeschi ai danni del Veronese, se ne ritirarono dopo venti giorni con loro perdita: il che fu preso per un tradimento da Bernabò[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]. Nè volendo egli per questo pagarli, que' masnadieri fecero di gran saccheggio e bottino sul Bresciano e Cremonese. Li bandì Bernabò, e pubblicò una taglia contra di loro, ma ciò fu creduto una finzione. Andarono poi costoro in Romagna, e di là in Toscana.


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