MCCCLXXX

MCCCLXXXAnno diCristomccclxxx. Indiz.III.Urbano VIpapa 3.Venceslaore de' Romani 3.Andava sempre più avvalorandosi lo incendio dello scisma.Papa Urbanopien di bile contro diGiovanna reginadi Napoli[Raynaldus, Annal. Eccles.], principal promotrice, o almeno fomentatrice della deplorabil divisione insorta nella Chiesa di Dio, nel dì 21 d'aprile la dichiarò con bolla solenne scismatica, eretica, rea di lesa maestà, privata di tutti i suoi dominii, confiscati tutti i di lei beni, assoluto ogni suo suddito dal giuramento di fedeltà. Fulminò ancora le censure e la sentenza di deposizione controBernardo da Caorsarcivescovo di Napoli,per aver egli prestata ubbidienza all'antipapa Clemente. E diede per pastore a quella chiesaLuigi Bozzutonobile napoletano, che fu per questo aspramente perseguitato dalla regina Giovanna. Ma i suoi principali maneggi furono conLodovico re d'UngheriaePolonia, offerendogli il regno di Napoli, acciocchè colle sue armi calasse in Italia. Lodovico, siccome quegli che da gran tempo temea che Giovanna chiamasse alla successione di quel regno qualche straniero, ed insieme amavaCarlo dalla Pacesopra mentovato, principe suo nipote; non volle già egli, per essere vecchio, accudire in persona a quell'acquisto, ma bensì condiscese che esso Carlo, sbrigato che fosse della guerra co' Veneziani, marciasse alla volta di Napoli colle sue armi, per detronizzar la regina. Ora papa Urbano, per effettuar questo disegno, trovandosi scarso di danaro, e conoscendo la necessità di averne, giacchè la pubblicazion della crociata poco fruttava, non lasciò indietro mezzo alcuno per raunarne alle spese della Chiesa romana e delle altre ancora[Theodericus de Niem., lib. 1, cap. 22.]. Perciò riservò a sè stesso le rendite di tutti i beneficii vacanti; vendè a' cittadini romani assaissimi stabili e diritti delle chiese e dei monisteri di Roma, con ricavar da tali alienazioni più di ottanta mila fiorini di oro. Passando anche più innanzi, a misura dei bisogni, vendè poscia o convertì in moneta insino i calici d'oro e d'argento, le croci, le immagini de' santi, e gli altri mobili preziosi d'esse chiese[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Diede inoltre nel dì 30 di maggio di quest'anno facoltà a due cardinali d'impegnare o alienare i beni mobili ed immobili delle altre chiese, ancorchè contraddicessero i prelati, i capitoli e i titolari de' benefizii. Poco meno faceva in Francia l'antipapa Clemente. Tutto era ben impiegato per sostenere il loro impegno. La causa di Dio si allegava da entrambi, ma ognuno teneva per consigliera anche l'ambizione. Intanto in Napoli non s'ignorava il disegnodel papa e diCarlo dalla Pace, anzi dappertutto se ne discorreva senza riguardo alcuno[Vita Clementis Antipap., P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Però laregina Giovannapensando alla propria difesa, e sperando assai nell'aiuto della Francia, dappoichè Dio non le avea data successione, e il figliuolo suo già condotto in Ungheria dovea essere mancato di vita; nel dì 29 di giugno dell'anno presente adottò per suo figliuoloLodovico duca di Angiò, fratello diCarlo V redi Francia, soprannominato il Saggio, e ciò fece con partecipazione ed assenso dell'antipapa Clemente; affrettando quel principe ad accorrere in aiuto suo, prima che arrivasse il turbine che la minacciava dalla parte dell'Ungheria. Ma perchè nel settembre terminò il suddetto re Carlo i suoi giorni, cotal mutazione ritardò poi di troppo la venuta di esso Lodovico d'Angiò in Italia.Continuarono i Veneziani con gran vigore per alcuni mesi ancora ad assediare la città e il porto di Chiozza, dove erano rinserrati i Genovesi[Chinazzi Istor., tom. 15 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]; nel qual tempo seguirono molti fatti d'armi e di singolar bravura dall'una e dall'altra parte. Ma sempre più veniva mancando agli assediati la provianda; e quantunque da Genova fosse venuta un'armata nuova di ventitrè galee e di alcuni altri legni minori per dar loro soccorso, niuna via trovò questa per mettere gente in terra e sovvenire al bisogno de' suoi nazionali; tante erano le guardie e i passi presi dai Veneziani. Finalmente, vinti dalla fame, i Genovesi, nel dì 21 di giugno mandarono ambasciatori aldoge Contareno, e si renderono a discrezione. Circa quattro mila d'essi e di altri loro ausiliarii rimasero prigioni, e furono condotti alle carceri di Venezia. Nel dì 24 il doge trionfante entrò in Chiozza. Vennero alle mani dei vincitori diciannove galee, assaissimi burchi e barche colle lor munizioni, e copiosa quantità di sale. Tutto ilrimanente, secondo le promesse, fu lasciato in preda alle soldatesche. Ed ecco dove andò a terminare il grave pericolo della nobilissima città di Venezia e la albagia de' Genovesi. Erasi intanto l'armata navale d'essi Genovesi, che navigava nell'Adriatico, accresciuta sino a trentanove galee, e sei galladelle. Con queste forze essi nel dì primo di luglio presero la città di Capo d'Istria, e la donarono al patriarca d'Aquileia, a cui i Veneziani la ritolsero nel dì primo di agosto per valore diVittor Pisani, il quale con quarantasette galee ben armate fu inviato colà. Ma nel calore di queste imprese caduto infermo esso Pisani, nel dì 13 del mese suddetto gloriosamente diede fine alla sua vita[Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Impadronironsi poscia i Genovesi della città di Pola, e la consegnarono alle fiamme. Ribellossi ancora alla signoria di Venezia Trieste nel dì 26 di giugno, e si sottomise al patriarca d'Aquileia. Tralascio altri fatti; ma non debbo tacere cheFrancesco da Carraranel maggio e nei seguenti mesi tornò a stringere d'assedio la città di Trivigi, e l'avea ridotta quasi agli estremi per mancanza di vettovaglie. Fecero sforzi grandi i Veneziani per soccorrerla di viveri, e riuscì loro di introdurvene, ma non tanto da assicurarla per l'avvenire; e massimamente peggiorò lo stato di quella città, dacchè il Carrarese nel novembre e dicembre s'impossessò di Porto Buffaledo e di Castelfranco. Perciò anche dopo la liberazion di Chiozza, seguitò la repubblica veneta ad essere in mezzo a gravissime burrasche.IntantoCarlo dalla Pace, nipote del re d'Ungheria, con consentimento, oppure coll'ordine d'esso re, sul principio d'agosto si mosse da Verona con mille lancie di buoni combattenti ungheri, e cinquecento arcieri (negli Annali di Milano[Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]è scritto che avea seco novemila Ungheri), premendo più a lui il suo disegno per la conquista del regno di Napoli, che i vantaggi della lega contra de' Veneziani; e per gli Stati del marchese d'Este arrivò sul Bolognese[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], dove la sua gente, benchè amica, trattò il paese da nemico. Andò sino a Rimini, ed era per continuare il viaggio da quella parte, quando i fuorusciti fiorentini, che erano molti e potenti in questi tempi, l'indussero a cangiar cammino[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 15.]. Aveano essi fatto prima venire la compagnia di San Giorgio, comandata daAlberico contedi Barbiano, sul Pisano, Sanese e Fiorentino, sperando di obbligare i cittadini dominanti a rimettergli in città. MaGiovanni Aucud, preso per loro generale dai Fiorentini, e ilconte Averardo di Landolor capitano gli aveano fatti tornare indietro con poco lor gusto. In Toscana parimente era capitata la compagnia scemata di molto de' Bretoni, ma fece anche essa poche faccende. Le speranze dunque date da essi fuorusciti a Carlo dalla Pace gli fecero prendere il viaggio per la Toscana, figurandosi egli, se non potea conquistar terre, almeno di esigere ricche contribuzioni da quelle contrade. Gubbio se gli diede. Città di Castello fu vicina a far lo stesso, se non che, scoperto a tempo ch'egli veniva non per bene altrui, ma solo per pagar la sua gente colla libertà dei saccheggi, restò rotto il contratto. Arrivò egli nel settembre alla città d'Arezzo. I Bostoli ed Albergotti, dopo aver cacciati i loro avversarii, signoreggiavano dianzi in quella città, e vi aveano già ricevuto gli uffiziali di esso principe Carlo, ma con provar ben tosto gli effetti della lor balordaggine in aver messa la città e la fortezza in mano di gente barbara e senza fede, perch'essa da lì a non molto fece balzar le teste agli stessi Bostoli suoi benefattori ed amici. Siccome padrone assoluto di quella città,Carlo dalla Pacefece ivi battere sua moneta,e cominciò a martellare i Sanesi per aver danaro. Ne smunse due mila fiorini d'oro e molta vettovaglia. A sommossa poi de' banditi fiorentini minacciava la città di Firenze, ed uscì anche in campagna co' suoi Ungheri e colla compagnia dei Bretoni; ma essendosi postato a' confini Giovanni Aucud, generale de' Fiorentini e gran maestro di guerra, con un bell'esercito, gli fece tosto perdere la voglia di passar oltre. Mise dunque, pel suo meglio, in trattato d'accomodamento le controversie, e, lasciando burlati i fuorusciti, stabilì un accordo co' Fiorentini, da' quali ricavò, sotto lo specioso titolo di prestito, quaranta mila fiorini d'oro, e promessa di non dar aiuto allaregina Giovanna, con altri patti. Non gli era mai d'avviso di levarsi di Toscana: tal paura gli era saltata addosso. Però, lasciata la città di Arezzo in cattivo stato, cavalcò alla volta di Roma, dove giunse prima che terminasse l'anno corrente, ricevuto con gran festa dapapa Urbano VI[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], che il dichiarò senatore di Roma, e seco andò facendo le disposizioni per assalire nell'anno vegnente il regno di Napoli.Due matrimonii seguirono nell'anno presente in Milano[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.], amendue colla dispensa di papa Urbano, cioè quello diViolante, sorella diGian-Galeazzoconte di Virtù, e già vedova di due mariti, conLodovico Visconte, suo cugino carnale, perchè figliuolo di Bernabò. Anche lo stesso Gian-Galeazzo nel dì 2 d'ottobre prese per moglieCaterinafigliuola del medesimo Bernabò, sua cugina carnale. Nè si dee tacere che due anni prima, trovandosi il regno di Sicilia diviso fra due fazioni, ed essendo la principessaMaria, erede di quel regno, come in prigione[Corio, Istor. di Milano.], aspirò Gian-Galeazzo alle nozze della medesima, e ne seguirono anche gli sponsali, con patto che il Visconte spedisse colà un corpo di combattentiper mettere in libertà quella principessa, e ricuperar le terre occupate dai baroni; e similmente, ch'egli nel termine di un anno passasse in persona in Sicilia. Ma, scoperto questo trattato, ilre d'Aragona, che, oltre all'avere in quell'isola il suo partito assai forte, non sapea digerire che un sì bel regno uscisse fuori della sua real casa: inviò nel precedente anno tre galee nel mare di Pisa ad aspettare che gli uomini d'armi del Visconte uscissero di Porto Pisano in navi, per andare in Sicilia. Seguì battaglia fra loro, e rimasero fracassati i Lombardi. Per questo accidente sinistro andò a monte il divisato matrimonio colla principessa, ossia regina di Sicilia[Fazellus de Reb. Siculis.], la qual prese dipoi per maritoMartinodella schiatta dei re aragonesi. Conseguentemente anche Gian-Galeazzo si accoppiò conCaterinasua cugina, sperando col mezzo di tale unione di allontanare il suocero e zio Bernabò da pensieri maligni contra di lui e de' suoi stati.

Andava sempre più avvalorandosi lo incendio dello scisma.Papa Urbanopien di bile contro diGiovanna reginadi Napoli[Raynaldus, Annal. Eccles.], principal promotrice, o almeno fomentatrice della deplorabil divisione insorta nella Chiesa di Dio, nel dì 21 d'aprile la dichiarò con bolla solenne scismatica, eretica, rea di lesa maestà, privata di tutti i suoi dominii, confiscati tutti i di lei beni, assoluto ogni suo suddito dal giuramento di fedeltà. Fulminò ancora le censure e la sentenza di deposizione controBernardo da Caorsarcivescovo di Napoli,per aver egli prestata ubbidienza all'antipapa Clemente. E diede per pastore a quella chiesaLuigi Bozzutonobile napoletano, che fu per questo aspramente perseguitato dalla regina Giovanna. Ma i suoi principali maneggi furono conLodovico re d'UngheriaePolonia, offerendogli il regno di Napoli, acciocchè colle sue armi calasse in Italia. Lodovico, siccome quegli che da gran tempo temea che Giovanna chiamasse alla successione di quel regno qualche straniero, ed insieme amavaCarlo dalla Pacesopra mentovato, principe suo nipote; non volle già egli, per essere vecchio, accudire in persona a quell'acquisto, ma bensì condiscese che esso Carlo, sbrigato che fosse della guerra co' Veneziani, marciasse alla volta di Napoli colle sue armi, per detronizzar la regina. Ora papa Urbano, per effettuar questo disegno, trovandosi scarso di danaro, e conoscendo la necessità di averne, giacchè la pubblicazion della crociata poco fruttava, non lasciò indietro mezzo alcuno per raunarne alle spese della Chiesa romana e delle altre ancora[Theodericus de Niem., lib. 1, cap. 22.]. Perciò riservò a sè stesso le rendite di tutti i beneficii vacanti; vendè a' cittadini romani assaissimi stabili e diritti delle chiese e dei monisteri di Roma, con ricavar da tali alienazioni più di ottanta mila fiorini di oro. Passando anche più innanzi, a misura dei bisogni, vendè poscia o convertì in moneta insino i calici d'oro e d'argento, le croci, le immagini de' santi, e gli altri mobili preziosi d'esse chiese[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Diede inoltre nel dì 30 di maggio di quest'anno facoltà a due cardinali d'impegnare o alienare i beni mobili ed immobili delle altre chiese, ancorchè contraddicessero i prelati, i capitoli e i titolari de' benefizii. Poco meno faceva in Francia l'antipapa Clemente. Tutto era ben impiegato per sostenere il loro impegno. La causa di Dio si allegava da entrambi, ma ognuno teneva per consigliera anche l'ambizione. Intanto in Napoli non s'ignorava il disegnodel papa e diCarlo dalla Pace, anzi dappertutto se ne discorreva senza riguardo alcuno[Vita Clementis Antipap., P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Però laregina Giovannapensando alla propria difesa, e sperando assai nell'aiuto della Francia, dappoichè Dio non le avea data successione, e il figliuolo suo già condotto in Ungheria dovea essere mancato di vita; nel dì 29 di giugno dell'anno presente adottò per suo figliuoloLodovico duca di Angiò, fratello diCarlo V redi Francia, soprannominato il Saggio, e ciò fece con partecipazione ed assenso dell'antipapa Clemente; affrettando quel principe ad accorrere in aiuto suo, prima che arrivasse il turbine che la minacciava dalla parte dell'Ungheria. Ma perchè nel settembre terminò il suddetto re Carlo i suoi giorni, cotal mutazione ritardò poi di troppo la venuta di esso Lodovico d'Angiò in Italia.

Continuarono i Veneziani con gran vigore per alcuni mesi ancora ad assediare la città e il porto di Chiozza, dove erano rinserrati i Genovesi[Chinazzi Istor., tom. 15 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]; nel qual tempo seguirono molti fatti d'armi e di singolar bravura dall'una e dall'altra parte. Ma sempre più veniva mancando agli assediati la provianda; e quantunque da Genova fosse venuta un'armata nuova di ventitrè galee e di alcuni altri legni minori per dar loro soccorso, niuna via trovò questa per mettere gente in terra e sovvenire al bisogno de' suoi nazionali; tante erano le guardie e i passi presi dai Veneziani. Finalmente, vinti dalla fame, i Genovesi, nel dì 21 di giugno mandarono ambasciatori aldoge Contareno, e si renderono a discrezione. Circa quattro mila d'essi e di altri loro ausiliarii rimasero prigioni, e furono condotti alle carceri di Venezia. Nel dì 24 il doge trionfante entrò in Chiozza. Vennero alle mani dei vincitori diciannove galee, assaissimi burchi e barche colle lor munizioni, e copiosa quantità di sale. Tutto ilrimanente, secondo le promesse, fu lasciato in preda alle soldatesche. Ed ecco dove andò a terminare il grave pericolo della nobilissima città di Venezia e la albagia de' Genovesi. Erasi intanto l'armata navale d'essi Genovesi, che navigava nell'Adriatico, accresciuta sino a trentanove galee, e sei galladelle. Con queste forze essi nel dì primo di luglio presero la città di Capo d'Istria, e la donarono al patriarca d'Aquileia, a cui i Veneziani la ritolsero nel dì primo di agosto per valore diVittor Pisani, il quale con quarantasette galee ben armate fu inviato colà. Ma nel calore di queste imprese caduto infermo esso Pisani, nel dì 13 del mese suddetto gloriosamente diede fine alla sua vita[Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Impadronironsi poscia i Genovesi della città di Pola, e la consegnarono alle fiamme. Ribellossi ancora alla signoria di Venezia Trieste nel dì 26 di giugno, e si sottomise al patriarca d'Aquileia. Tralascio altri fatti; ma non debbo tacere cheFrancesco da Carraranel maggio e nei seguenti mesi tornò a stringere d'assedio la città di Trivigi, e l'avea ridotta quasi agli estremi per mancanza di vettovaglie. Fecero sforzi grandi i Veneziani per soccorrerla di viveri, e riuscì loro di introdurvene, ma non tanto da assicurarla per l'avvenire; e massimamente peggiorò lo stato di quella città, dacchè il Carrarese nel novembre e dicembre s'impossessò di Porto Buffaledo e di Castelfranco. Perciò anche dopo la liberazion di Chiozza, seguitò la repubblica veneta ad essere in mezzo a gravissime burrasche.

IntantoCarlo dalla Pace, nipote del re d'Ungheria, con consentimento, oppure coll'ordine d'esso re, sul principio d'agosto si mosse da Verona con mille lancie di buoni combattenti ungheri, e cinquecento arcieri (negli Annali di Milano[Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]è scritto che avea seco novemila Ungheri), premendo più a lui il suo disegno per la conquista del regno di Napoli, che i vantaggi della lega contra de' Veneziani; e per gli Stati del marchese d'Este arrivò sul Bolognese[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], dove la sua gente, benchè amica, trattò il paese da nemico. Andò sino a Rimini, ed era per continuare il viaggio da quella parte, quando i fuorusciti fiorentini, che erano molti e potenti in questi tempi, l'indussero a cangiar cammino[Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 15.]. Aveano essi fatto prima venire la compagnia di San Giorgio, comandata daAlberico contedi Barbiano, sul Pisano, Sanese e Fiorentino, sperando di obbligare i cittadini dominanti a rimettergli in città. MaGiovanni Aucud, preso per loro generale dai Fiorentini, e ilconte Averardo di Landolor capitano gli aveano fatti tornare indietro con poco lor gusto. In Toscana parimente era capitata la compagnia scemata di molto de' Bretoni, ma fece anche essa poche faccende. Le speranze dunque date da essi fuorusciti a Carlo dalla Pace gli fecero prendere il viaggio per la Toscana, figurandosi egli, se non potea conquistar terre, almeno di esigere ricche contribuzioni da quelle contrade. Gubbio se gli diede. Città di Castello fu vicina a far lo stesso, se non che, scoperto a tempo ch'egli veniva non per bene altrui, ma solo per pagar la sua gente colla libertà dei saccheggi, restò rotto il contratto. Arrivò egli nel settembre alla città d'Arezzo. I Bostoli ed Albergotti, dopo aver cacciati i loro avversarii, signoreggiavano dianzi in quella città, e vi aveano già ricevuto gli uffiziali di esso principe Carlo, ma con provar ben tosto gli effetti della lor balordaggine in aver messa la città e la fortezza in mano di gente barbara e senza fede, perch'essa da lì a non molto fece balzar le teste agli stessi Bostoli suoi benefattori ed amici. Siccome padrone assoluto di quella città,Carlo dalla Pacefece ivi battere sua moneta,e cominciò a martellare i Sanesi per aver danaro. Ne smunse due mila fiorini d'oro e molta vettovaglia. A sommossa poi de' banditi fiorentini minacciava la città di Firenze, ed uscì anche in campagna co' suoi Ungheri e colla compagnia dei Bretoni; ma essendosi postato a' confini Giovanni Aucud, generale de' Fiorentini e gran maestro di guerra, con un bell'esercito, gli fece tosto perdere la voglia di passar oltre. Mise dunque, pel suo meglio, in trattato d'accomodamento le controversie, e, lasciando burlati i fuorusciti, stabilì un accordo co' Fiorentini, da' quali ricavò, sotto lo specioso titolo di prestito, quaranta mila fiorini d'oro, e promessa di non dar aiuto allaregina Giovanna, con altri patti. Non gli era mai d'avviso di levarsi di Toscana: tal paura gli era saltata addosso. Però, lasciata la città di Arezzo in cattivo stato, cavalcò alla volta di Roma, dove giunse prima che terminasse l'anno corrente, ricevuto con gran festa dapapa Urbano VI[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], che il dichiarò senatore di Roma, e seco andò facendo le disposizioni per assalire nell'anno vegnente il regno di Napoli.

Due matrimonii seguirono nell'anno presente in Milano[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.], amendue colla dispensa di papa Urbano, cioè quello diViolante, sorella diGian-Galeazzoconte di Virtù, e già vedova di due mariti, conLodovico Visconte, suo cugino carnale, perchè figliuolo di Bernabò. Anche lo stesso Gian-Galeazzo nel dì 2 d'ottobre prese per moglieCaterinafigliuola del medesimo Bernabò, sua cugina carnale. Nè si dee tacere che due anni prima, trovandosi il regno di Sicilia diviso fra due fazioni, ed essendo la principessaMaria, erede di quel regno, come in prigione[Corio, Istor. di Milano.], aspirò Gian-Galeazzo alle nozze della medesima, e ne seguirono anche gli sponsali, con patto che il Visconte spedisse colà un corpo di combattentiper mettere in libertà quella principessa, e ricuperar le terre occupate dai baroni; e similmente, ch'egli nel termine di un anno passasse in persona in Sicilia. Ma, scoperto questo trattato, ilre d'Aragona, che, oltre all'avere in quell'isola il suo partito assai forte, non sapea digerire che un sì bel regno uscisse fuori della sua real casa: inviò nel precedente anno tre galee nel mare di Pisa ad aspettare che gli uomini d'armi del Visconte uscissero di Porto Pisano in navi, per andare in Sicilia. Seguì battaglia fra loro, e rimasero fracassati i Lombardi. Per questo accidente sinistro andò a monte il divisato matrimonio colla principessa, ossia regina di Sicilia[Fazellus de Reb. Siculis.], la qual prese dipoi per maritoMartinodella schiatta dei re aragonesi. Conseguentemente anche Gian-Galeazzo si accoppiò conCaterinasua cugina, sperando col mezzo di tale unione di allontanare il suocero e zio Bernabò da pensieri maligni contra di lui e de' suoi stati.


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