MCCCVII

MCCCVIIAnno diCristomcccvii. IndizioneV.Clemente Vpapa 3.AlbertoAustriaco re de' Romani 10.DesiderandoFilippo redi Francia di fare un abboccamento col papa, fu scelta a questo effetto la città di Poitiers[Raynald., in Annal. Eccl.]. Quivi il re, non contento dell'avere dianzi il pontefice abolite le costituzioni di papa Bonifazio VIII pregiudiziali ai diritti dei re franzesi, tuttavia, pieno di livore, fece di forti istanze al papa perchè condannasse la memoria di papa Bonifazio, con ispacciarlo per simoniaco ed eretico. In prova di che, dicea d'aver testimonii degni di fede. Volle Dio cheNiccolò cardinaleda Prato eludesse il mal talento del re[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 91.]con suggerire al papa un ripiego atto a dilungare ed imbrogliar la faccenda. E fu quello di rispondere, che cosa di tanto momento, riguardante tutta la Chiesa, non si potea trattare e risolvere se non in un concilio generale. Al che non potendo di meno, acconsentì il re; e fu determinato di tenerlo in Vienna del Delfinato. Propose ancora il re in quel congresso di processare i cavalieri del Tempio, che, possedendo di grandi ricchezze e beni per tutta la cristianità, si erano dati forte al lusso e al libertinaggio, pretendendo giunta la depravazione dei lor costumi ai più abbominevoli ed enormi vizii, e sino a rinnegar la fede di Gesù Cristo. Altro io non dirò intorno a questa materia, se non che con mano forte si procedè contra d'essi Templari, imprigionati per tutta la Francia, e poscia per gli altri regni, il numero de' quali si faascendere da Ferreto Vicentino[Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.]a quindici mila. Costoro, se crediamo ai processi fatti in questo e nei susseguenti anni, furono trovati rei e convinti d'enormità inudite, d'apostasia e d'idolatria. Si sa che nel concilio di Vienna fu poscia abolito l'ordine, e confiscati gl'immensi lor beni a profitto del papa e dei re; la maggior parte de' quali fu venduta ai cavalieri dello Spedale, oggidì di Malta, con grande loro svantaggio nondimeno, perchè si caricarono di tanti debiti per denari presi ad usura affin di far sì grossi acquisti, che gran tempo ne languì l'ordine loro. Da molti fu quella sentenza tenuta per giustissima. Ma non si potè levar di capo ai più di que' tempi (e lo confessa il Villani[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 92.]con altri Italiani, e sopra ciò s'è veduto anche ai dì nostri un libro di autore franzese) che quella non fosse un'iniqua invenzione di Filippo il Bello re di Francia per arricchirsi colle spoglie loro, siccome dianzi avea fatto delle tante ricchezze degli Ebrei che egli scacciò dal regno suo. Dicevano essi che non ci voleva molto ai re il far comparire con dei processi e tormenti colpevole chi era in loro disgrazia, o per vendicarsi di loro o per assorbire i loro beni; e che se fosse toccato al re Filippo di formar anche il processo a papa Bonifazio, egli sarebbe apparuto simile ai Templari, quando pure ognun sapeva essere false le imputazioni a lui date dal medesimo re. Noto è altresì che il gran maestro e tanti altri cavalieri del Tempio bruciati vivi, o in altra guisa giustiziati, protestaronsi sempre innocenti de' falli loro apposti, e però da molti furono creduti martiri della cupidigia di quel re, principe diffamato per altri suoi gravi eccessi. Il perchè le disavventure occorse a lui, e la mancanza della sua linea furono attribuite dagli speculativi de' giudizii di Dio a questi ed altri atti della prepotenza sua. GuglielmoVentura[Guillel. Ventura, Chron. Astense, cap. 27, tom. 11 Rer. Ital.]scrittore contemporaneo, santo Antonino[S. Anton., P. III, tit. 21, Istor. Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital., pag. 518.]ed altri son da vedere intorno a questo argomento. Intanto a noi conviene il sospendere qui i giudizii nostri, lasciando a Dio solo, che non può ingannarsi, la cognizione della verità, bastando a noi d'avere inteso il fatto e le varie opinioni d'allora.Vidersi ancora nell'anno presente di grandi rivoluzioni in Italia. Cominciarono i Modenesi a provare il frutto della lor ribellione alla casa d'Este[Annales Veteres Mutinenses, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Italic.]. A tradimento tolsero loro i Bolognesi la terra di Nonantola; e l'arciprete de' Guidoni (dal Morani è detto de' Guidotti, siccome ancora dal Gazata[Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.]) occupò l'altra del Finale. Inoltre menavano essi Bolognesi un trattato coi Guelfi modenesi d'impadronirsi della città di Modena, e vennero coll'esercito fino a Spilamberto. Ma scoperto il macchinato tradimento verso la festa di Pasqua, furono in armi le due interne fazioni, e riuscì a quei di Sassuolo, da Livizzano, da Ganaceto e ai Grassoni, tutti Ghibellini, di superare e cacciar fuori di città i Savignani, Rangoni, Boschetti, Guidoni, Pedrezzani ed altri Guelfi. L'autore della Cronica di Parma, vivente in questi tempi, fa qui un brutto elogio di Modena, con dire che essa[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]semper fuit in his partibus Lombardiae exordium motionum, et novitatum origo, ex antiguis odiis partium, scilicet guelfae et ghibellinae: quasi che anche tant'altre città di Lombardia, Toscana, Romagna, ec. non fossero infette del medesimo morbo. Furono parimente non pochi rumori nel mese di marzo in Parma, dove s'era tramata una congiura per torre la signoria aGiberto da Correggio. Molti perciò furono presi e tormentati, ed altri, sì nobili che plebei, mandati ai confini. Scoprissi ancora nel mese di giugno un nuovo trattato contra d'esso Giberto; ed altri ne fuggirono, o furono confinati. Più strepito ancora fecero in questi tempi le rivoluzioni di Piacenza.Alberto Scottocogli altri usciti di quella città, e con gli usciti di Parma ed altri amici[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], dopo aver data una rotta ai Piacentini a Roncaruolo, entrò in castello Arquato, e in Fiorenzuola nella vigilia di san Jacopo. Nel dì seguente cavalcò alla volta di Piacenza, e gli fu data una porta, e però con tutti i suoi liberamente v'entrò. Ne fuggirono tutti i suoi avversarii, cioè Ubertino Lando, i Pelavicini, Anguissoli ed altre nobili famiglie ghibelline, e si ridussero in Bobbio. In tali occasioni compassionevole spettacolo era il veder anche le nobili donne coi loro figliuolini andarsene raminghe in esilio, e il mirar saccheggiate ed atterrate le case loro. Diedero poi essi fuorusciti una rotta ai Piacentini dominanti al luogo di Pigazzano. Questo avvenimento, secondo la Cronica di Piacenza, fece risolvere, sul fine dell'anno, quel popolo a prendere per due anni in suo capitano, difensore e signore Guido dalla Torre, poco prima divenuto signor di Milano, il quale mandò colà per podestà Passerino dalla Torre. Guerra grande fatta fu in quest'anno dai Mantovani, Veronesi, Bresciani e Parmigiani[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]al comune di Cremona. Perchè tanti si unissero contra de' Cremonesi, non l'accennano le storie. Probabilmente fu perchè essi si governavano a parte ghibellina, e Guelfi erano i cremonesi. In aiuto di Cremona mandò il comune di Milano[Corio, Istor. di Milano.]due mila fanti con molta cavalleria nel dì 24 d'agosto: nel qual tempo i Mantovani con grosso naviglio per Po, secondati da tutte le forze de' Parmigiani, entrati nel distretto cremonese, presero ediedero alle fiamme il ponte di Dosolo, Montesoro, Viadana, Portiolo, Casalmaggiore, Rivaruolo, Luzzara, Pomponesco ed altri luoghi. A Giberto da Correggio signor di Parma si arrendè Guastalla, ed egli ne fece spianar le fosse ed atterrar tutte le fortificazioni. Da gran tempo era Guastalla de' Cremonesi, e di qua apparisce fin dove si stendeva allora la giurisdizion di Cremona. I Veronesi dal canto loro presero e distrussero la terra di Piadena. Ed i Bresciani andarono a Rebecco, ed arrivarono sino alle porte di Cremona saccheggiando e bruciando dappertutto. Chi non dirà forsennati gli Italiani d'allora sempre inquieti, sempre torbidi, sempre rivolti a distruggersi l'un l'altro, disuniti in casa, e talvolta uniti co' vicini solamente per portare ad altri la rovina e la morte? Si rinnovò poi questo flagello anche nel settembre, con essere ritornati questi popoli ai danni del Cremonese. Vennero anche i Milanesi, Piacentini, Lodigiani e Pavesi con tutte le lor forze sino a Borgo San Donnino, e diedero il guasto a quei contorni, a e Soragna e ad altri luoghi. In favor di Cremona uscì ancoraAzzo marchesed'Este co' Ferraresi[Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e con un buon corpo di Catalani a lui inviati dalre Carlo IIsuocero suo, menando un copioso e possente naviglio per Po, col disegno di mettere l'assedio ad Ostiglia, terra allora de' Veronesi; ma quel presidio, senza volerlo aspettare, attaccò il fuoco alla terra, e se n'andò. Di là passò il marchese estense ad assalir Serravalle dei Mantovani; lo prese per forza, e ne tagliò il ponte, con poscia dirupare il castello, le torri e fortezze di quella terra. Ed allora fu ch'egli soggiogò tutte le navi armate de' Mantovani e Veronesi; fra le quali erano sei grosse galee, ed altre barche incastellate con battifredi da due ponti; e tutte con gran bottino le condusse a Ferrara.Teodoro marchesedi Monferrato coll'aiutodiFilippone contedi Langusco e signor di Pavia, suo cognato[Chron. Astense, cap. 44, tom. 11 Rer. Ital.], ricuperò in quest'anno la terra di Luy. Ma Rinaldo da Leto, siniscalco del reCarlo II, conFilippo di SavoiaeGiorgio marchesedi Ceva, ammassato un buon esercito, uscì in campo nel mese d'agosto contra di lui. Il conte di Langusco, dopo aver fatto ritirare Teodoro in luogo sicuro, andò, benchè inferiore di forze, arditamente ad azzuffarsi coi nemici, ed aspra fu la battaglia. Ma sbaragliati rimasero i Monferrini e Pavesi; e Filippone, fatto prigione, fu inviato al re Carlo, dimorante in Marsilia, che gli diede per carcere un castello della Provenza.Obizzino Spinola, capitano allora di Genova, e suocero d'esso Filippone e del marchese Teodoro, con promettere ad esso re il soccorso di un grande stuolo di galee genovesi per ricuperar la Sicilia, ottenne, dopo sei mesi, la libertà di esso suo genero. Fece anche cedere a sè stesso ogni pretensione che potesse avere il re sopra il Monferrato. Inoltre impetrò la restituzion delle terre di Moncalvo e Vignale, occupate al Monferrato, le quali egli ritenne per sè senza renderle al genero marchese Teodoro. Mancarono di vita in quest'anno nella città di Milano[Corio, Istoria di Milano.]Mosca e Martino dalla Torre. Capo di quella casa restòGuidofigliuolo di Francesco. Questi nel dì 17 di settembre nel pieno consiglio fu eletto capitano del popolo per un anno: il che vuol dire signore. E in questa cronologia sembra più fedele ed esatto il Corio storico milanese, che Galvano Fiamma e l'autor degli Annali di Milano. Consultò il primo migliori memorie che gli altri. Da lì a non molto, siccome ho detto, anche i Piacentini presero esso Guido per lor capitano. Passò in quest'anno dalla Romagna ad Arezzo ilcardinal Napoleonedegli Orsini, legato pontificio[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 89.], e siccome disgustato dei Fiorentini che non voleano prestargliubbidienza alcuna, cominciò a fare una gran raunata di gente, tanto di terra di Roma, del ducato di Spoleti, della marca d'Ancona, quanto della Romagna e dei Ghibellini di Toscana. I Fiorentini, che vedeano prepararsi questo nuvolo contra di loro, nol vollero aspettare; e richiesti gli amici, misero insieme un'armata dì quindici mila fanti e tre mila cavalli, e con essa entrarono nel contado d'Arezzo, facendo ivi que' buoni trattamenti che solea far la guerra di que' tempi. Per consiglio dei saggi, uscì d'Arezzo il cardinale, facendo vista di andar pel Casentino alla volta di Firenze. Allora i Fiorentini, per timore che egli avesse delle intelligenze nella loro città, disordinatamente alzarono il campo, e chi più potea si affrettò per correre a Firenze. Se il cardinale era ben avvertito, li potea con facilità mettere in isconfitta. Andò egli poscia a Chiusi, e mandò innanzi e indietro ambasciate a' Fiorentini per ridurre gli usciti in Firenze[Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.]; ma nulla potè ottenere; di modo che, vedendo scemato il suo credito e potere, e sè stesso anche dileggiato, se ne tornò assai malcontento di là da' monti ad informar la corte pontificia della sua fallita legazione, che gli fu anche levata: tante furono le segrete cabale de' Fiorentini nella corte papale. Volle in quest'annoMalatestino dei Malatestitentare di ricuperar Bertinoro[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], e ne avea già ordito il tradimento con Alberguccio de' Mainardi. V'andò nel dì 6 d'agosto con parte della milizia di Rimini e con tutta quella di Cesena, ed ebbe una parte della terra, ma non il girone e la torre. Portatone l'avviso a Forlì,Scarpetta degli Ordelaffi, capitano di quella città, marciò in fretta con tutta la soldatesca, diede loro battaglia e li sconfisse. Si rifugiò parte de' Riminesi e Cesenati nel castello; ma da lì a due giorni, per difetto di vettovaglia, furono costretti a rendersi. Quasi due mila persone restarono prigioniere, e andaronoa far penitenza nelle carceri di Forlì. Anche i Bolognesi fecero guerra a Faenza ed Imola[Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], e s'impadronirono del castello di Lugo. In Roma si attaccò il fuoco alla sacra basilica lateranense, e tutta la bruciò, insieme colle case dei canonici: disgrazia che recò sommo dolore al popolo romano, e fu presa per presagio delle calamità che avvennero. Ma non passarono molti anni, che unitisi i buoni di Roma, uomini e donne, ed aiutati anche dal papa, la rifecero come prima[Bernard. Guid., in Vit. Clementis V.]. Erano già più anni che Dulcino, nato in Val d'Ossela, diocesi di Novara, eretico della setta de' Catari ossieno Gazzeri, specie di Manichei[Historia Dulcini, tom. 9 Rer. Ital. Bernardus Guid., Giovanni Villani, et alii.], andava infettando la Lombardia co' suoi perversi errori. Si ridusse costui in una montagna del Vercellese co' suoi seguaci in numero di circa mille e trecento, dove, per mantenersi quella canaglia, altro ripiego non avea che di saccheggiare le ville vicine. Predicata contra di essi la crociata, furono essi assediati in quel monte, e finalmente nel dì 23 di marzo dell'anno presente obbligati per la fame a rendersi. Dulcino colla moglie Margherita ed altri pochi, senza volersi mai ravvedere, furono bruciati vivi: con che estirpata rimase la pestilente sua setta.

DesiderandoFilippo redi Francia di fare un abboccamento col papa, fu scelta a questo effetto la città di Poitiers[Raynald., in Annal. Eccl.]. Quivi il re, non contento dell'avere dianzi il pontefice abolite le costituzioni di papa Bonifazio VIII pregiudiziali ai diritti dei re franzesi, tuttavia, pieno di livore, fece di forti istanze al papa perchè condannasse la memoria di papa Bonifazio, con ispacciarlo per simoniaco ed eretico. In prova di che, dicea d'aver testimonii degni di fede. Volle Dio cheNiccolò cardinaleda Prato eludesse il mal talento del re[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 91.]con suggerire al papa un ripiego atto a dilungare ed imbrogliar la faccenda. E fu quello di rispondere, che cosa di tanto momento, riguardante tutta la Chiesa, non si potea trattare e risolvere se non in un concilio generale. Al che non potendo di meno, acconsentì il re; e fu determinato di tenerlo in Vienna del Delfinato. Propose ancora il re in quel congresso di processare i cavalieri del Tempio, che, possedendo di grandi ricchezze e beni per tutta la cristianità, si erano dati forte al lusso e al libertinaggio, pretendendo giunta la depravazione dei lor costumi ai più abbominevoli ed enormi vizii, e sino a rinnegar la fede di Gesù Cristo. Altro io non dirò intorno a questa materia, se non che con mano forte si procedè contra d'essi Templari, imprigionati per tutta la Francia, e poscia per gli altri regni, il numero de' quali si faascendere da Ferreto Vicentino[Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.]a quindici mila. Costoro, se crediamo ai processi fatti in questo e nei susseguenti anni, furono trovati rei e convinti d'enormità inudite, d'apostasia e d'idolatria. Si sa che nel concilio di Vienna fu poscia abolito l'ordine, e confiscati gl'immensi lor beni a profitto del papa e dei re; la maggior parte de' quali fu venduta ai cavalieri dello Spedale, oggidì di Malta, con grande loro svantaggio nondimeno, perchè si caricarono di tanti debiti per denari presi ad usura affin di far sì grossi acquisti, che gran tempo ne languì l'ordine loro. Da molti fu quella sentenza tenuta per giustissima. Ma non si potè levar di capo ai più di que' tempi (e lo confessa il Villani[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 92.]con altri Italiani, e sopra ciò s'è veduto anche ai dì nostri un libro di autore franzese) che quella non fosse un'iniqua invenzione di Filippo il Bello re di Francia per arricchirsi colle spoglie loro, siccome dianzi avea fatto delle tante ricchezze degli Ebrei che egli scacciò dal regno suo. Dicevano essi che non ci voleva molto ai re il far comparire con dei processi e tormenti colpevole chi era in loro disgrazia, o per vendicarsi di loro o per assorbire i loro beni; e che se fosse toccato al re Filippo di formar anche il processo a papa Bonifazio, egli sarebbe apparuto simile ai Templari, quando pure ognun sapeva essere false le imputazioni a lui date dal medesimo re. Noto è altresì che il gran maestro e tanti altri cavalieri del Tempio bruciati vivi, o in altra guisa giustiziati, protestaronsi sempre innocenti de' falli loro apposti, e però da molti furono creduti martiri della cupidigia di quel re, principe diffamato per altri suoi gravi eccessi. Il perchè le disavventure occorse a lui, e la mancanza della sua linea furono attribuite dagli speculativi de' giudizii di Dio a questi ed altri atti della prepotenza sua. GuglielmoVentura[Guillel. Ventura, Chron. Astense, cap. 27, tom. 11 Rer. Ital.]scrittore contemporaneo, santo Antonino[S. Anton., P. III, tit. 21, Istor. Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital., pag. 518.]ed altri son da vedere intorno a questo argomento. Intanto a noi conviene il sospendere qui i giudizii nostri, lasciando a Dio solo, che non può ingannarsi, la cognizione della verità, bastando a noi d'avere inteso il fatto e le varie opinioni d'allora.

Vidersi ancora nell'anno presente di grandi rivoluzioni in Italia. Cominciarono i Modenesi a provare il frutto della lor ribellione alla casa d'Este[Annales Veteres Mutinenses, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Italic.]. A tradimento tolsero loro i Bolognesi la terra di Nonantola; e l'arciprete de' Guidoni (dal Morani è detto de' Guidotti, siccome ancora dal Gazata[Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.]) occupò l'altra del Finale. Inoltre menavano essi Bolognesi un trattato coi Guelfi modenesi d'impadronirsi della città di Modena, e vennero coll'esercito fino a Spilamberto. Ma scoperto il macchinato tradimento verso la festa di Pasqua, furono in armi le due interne fazioni, e riuscì a quei di Sassuolo, da Livizzano, da Ganaceto e ai Grassoni, tutti Ghibellini, di superare e cacciar fuori di città i Savignani, Rangoni, Boschetti, Guidoni, Pedrezzani ed altri Guelfi. L'autore della Cronica di Parma, vivente in questi tempi, fa qui un brutto elogio di Modena, con dire che essa[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]semper fuit in his partibus Lombardiae exordium motionum, et novitatum origo, ex antiguis odiis partium, scilicet guelfae et ghibellinae: quasi che anche tant'altre città di Lombardia, Toscana, Romagna, ec. non fossero infette del medesimo morbo. Furono parimente non pochi rumori nel mese di marzo in Parma, dove s'era tramata una congiura per torre la signoria aGiberto da Correggio. Molti perciò furono presi e tormentati, ed altri, sì nobili che plebei, mandati ai confini. Scoprissi ancora nel mese di giugno un nuovo trattato contra d'esso Giberto; ed altri ne fuggirono, o furono confinati. Più strepito ancora fecero in questi tempi le rivoluzioni di Piacenza.Alberto Scottocogli altri usciti di quella città, e con gli usciti di Parma ed altri amici[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], dopo aver data una rotta ai Piacentini a Roncaruolo, entrò in castello Arquato, e in Fiorenzuola nella vigilia di san Jacopo. Nel dì seguente cavalcò alla volta di Piacenza, e gli fu data una porta, e però con tutti i suoi liberamente v'entrò. Ne fuggirono tutti i suoi avversarii, cioè Ubertino Lando, i Pelavicini, Anguissoli ed altre nobili famiglie ghibelline, e si ridussero in Bobbio. In tali occasioni compassionevole spettacolo era il veder anche le nobili donne coi loro figliuolini andarsene raminghe in esilio, e il mirar saccheggiate ed atterrate le case loro. Diedero poi essi fuorusciti una rotta ai Piacentini dominanti al luogo di Pigazzano. Questo avvenimento, secondo la Cronica di Piacenza, fece risolvere, sul fine dell'anno, quel popolo a prendere per due anni in suo capitano, difensore e signore Guido dalla Torre, poco prima divenuto signor di Milano, il quale mandò colà per podestà Passerino dalla Torre. Guerra grande fatta fu in quest'anno dai Mantovani, Veronesi, Bresciani e Parmigiani[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]al comune di Cremona. Perchè tanti si unissero contra de' Cremonesi, non l'accennano le storie. Probabilmente fu perchè essi si governavano a parte ghibellina, e Guelfi erano i cremonesi. In aiuto di Cremona mandò il comune di Milano[Corio, Istor. di Milano.]due mila fanti con molta cavalleria nel dì 24 d'agosto: nel qual tempo i Mantovani con grosso naviglio per Po, secondati da tutte le forze de' Parmigiani, entrati nel distretto cremonese, presero ediedero alle fiamme il ponte di Dosolo, Montesoro, Viadana, Portiolo, Casalmaggiore, Rivaruolo, Luzzara, Pomponesco ed altri luoghi. A Giberto da Correggio signor di Parma si arrendè Guastalla, ed egli ne fece spianar le fosse ed atterrar tutte le fortificazioni. Da gran tempo era Guastalla de' Cremonesi, e di qua apparisce fin dove si stendeva allora la giurisdizion di Cremona. I Veronesi dal canto loro presero e distrussero la terra di Piadena. Ed i Bresciani andarono a Rebecco, ed arrivarono sino alle porte di Cremona saccheggiando e bruciando dappertutto. Chi non dirà forsennati gli Italiani d'allora sempre inquieti, sempre torbidi, sempre rivolti a distruggersi l'un l'altro, disuniti in casa, e talvolta uniti co' vicini solamente per portare ad altri la rovina e la morte? Si rinnovò poi questo flagello anche nel settembre, con essere ritornati questi popoli ai danni del Cremonese. Vennero anche i Milanesi, Piacentini, Lodigiani e Pavesi con tutte le lor forze sino a Borgo San Donnino, e diedero il guasto a quei contorni, a e Soragna e ad altri luoghi. In favor di Cremona uscì ancoraAzzo marchesed'Este co' Ferraresi[Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e con un buon corpo di Catalani a lui inviati dalre Carlo IIsuocero suo, menando un copioso e possente naviglio per Po, col disegno di mettere l'assedio ad Ostiglia, terra allora de' Veronesi; ma quel presidio, senza volerlo aspettare, attaccò il fuoco alla terra, e se n'andò. Di là passò il marchese estense ad assalir Serravalle dei Mantovani; lo prese per forza, e ne tagliò il ponte, con poscia dirupare il castello, le torri e fortezze di quella terra. Ed allora fu ch'egli soggiogò tutte le navi armate de' Mantovani e Veronesi; fra le quali erano sei grosse galee, ed altre barche incastellate con battifredi da due ponti; e tutte con gran bottino le condusse a Ferrara.

Teodoro marchesedi Monferrato coll'aiutodiFilippone contedi Langusco e signor di Pavia, suo cognato[Chron. Astense, cap. 44, tom. 11 Rer. Ital.], ricuperò in quest'anno la terra di Luy. Ma Rinaldo da Leto, siniscalco del reCarlo II, conFilippo di SavoiaeGiorgio marchesedi Ceva, ammassato un buon esercito, uscì in campo nel mese d'agosto contra di lui. Il conte di Langusco, dopo aver fatto ritirare Teodoro in luogo sicuro, andò, benchè inferiore di forze, arditamente ad azzuffarsi coi nemici, ed aspra fu la battaglia. Ma sbaragliati rimasero i Monferrini e Pavesi; e Filippone, fatto prigione, fu inviato al re Carlo, dimorante in Marsilia, che gli diede per carcere un castello della Provenza.Obizzino Spinola, capitano allora di Genova, e suocero d'esso Filippone e del marchese Teodoro, con promettere ad esso re il soccorso di un grande stuolo di galee genovesi per ricuperar la Sicilia, ottenne, dopo sei mesi, la libertà di esso suo genero. Fece anche cedere a sè stesso ogni pretensione che potesse avere il re sopra il Monferrato. Inoltre impetrò la restituzion delle terre di Moncalvo e Vignale, occupate al Monferrato, le quali egli ritenne per sè senza renderle al genero marchese Teodoro. Mancarono di vita in quest'anno nella città di Milano[Corio, Istoria di Milano.]Mosca e Martino dalla Torre. Capo di quella casa restòGuidofigliuolo di Francesco. Questi nel dì 17 di settembre nel pieno consiglio fu eletto capitano del popolo per un anno: il che vuol dire signore. E in questa cronologia sembra più fedele ed esatto il Corio storico milanese, che Galvano Fiamma e l'autor degli Annali di Milano. Consultò il primo migliori memorie che gli altri. Da lì a non molto, siccome ho detto, anche i Piacentini presero esso Guido per lor capitano. Passò in quest'anno dalla Romagna ad Arezzo ilcardinal Napoleonedegli Orsini, legato pontificio[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 89.], e siccome disgustato dei Fiorentini che non voleano prestargliubbidienza alcuna, cominciò a fare una gran raunata di gente, tanto di terra di Roma, del ducato di Spoleti, della marca d'Ancona, quanto della Romagna e dei Ghibellini di Toscana. I Fiorentini, che vedeano prepararsi questo nuvolo contra di loro, nol vollero aspettare; e richiesti gli amici, misero insieme un'armata dì quindici mila fanti e tre mila cavalli, e con essa entrarono nel contado d'Arezzo, facendo ivi que' buoni trattamenti che solea far la guerra di que' tempi. Per consiglio dei saggi, uscì d'Arezzo il cardinale, facendo vista di andar pel Casentino alla volta di Firenze. Allora i Fiorentini, per timore che egli avesse delle intelligenze nella loro città, disordinatamente alzarono il campo, e chi più potea si affrettò per correre a Firenze. Se il cardinale era ben avvertito, li potea con facilità mettere in isconfitta. Andò egli poscia a Chiusi, e mandò innanzi e indietro ambasciate a' Fiorentini per ridurre gli usciti in Firenze[Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.]; ma nulla potè ottenere; di modo che, vedendo scemato il suo credito e potere, e sè stesso anche dileggiato, se ne tornò assai malcontento di là da' monti ad informar la corte pontificia della sua fallita legazione, che gli fu anche levata: tante furono le segrete cabale de' Fiorentini nella corte papale. Volle in quest'annoMalatestino dei Malatestitentare di ricuperar Bertinoro[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], e ne avea già ordito il tradimento con Alberguccio de' Mainardi. V'andò nel dì 6 d'agosto con parte della milizia di Rimini e con tutta quella di Cesena, ed ebbe una parte della terra, ma non il girone e la torre. Portatone l'avviso a Forlì,Scarpetta degli Ordelaffi, capitano di quella città, marciò in fretta con tutta la soldatesca, diede loro battaglia e li sconfisse. Si rifugiò parte de' Riminesi e Cesenati nel castello; ma da lì a due giorni, per difetto di vettovaglia, furono costretti a rendersi. Quasi due mila persone restarono prigioniere, e andaronoa far penitenza nelle carceri di Forlì. Anche i Bolognesi fecero guerra a Faenza ed Imola[Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], e s'impadronirono del castello di Lugo. In Roma si attaccò il fuoco alla sacra basilica lateranense, e tutta la bruciò, insieme colle case dei canonici: disgrazia che recò sommo dolore al popolo romano, e fu presa per presagio delle calamità che avvennero. Ma non passarono molti anni, che unitisi i buoni di Roma, uomini e donne, ed aiutati anche dal papa, la rifecero come prima[Bernard. Guid., in Vit. Clementis V.]. Erano già più anni che Dulcino, nato in Val d'Ossela, diocesi di Novara, eretico della setta de' Catari ossieno Gazzeri, specie di Manichei[Historia Dulcini, tom. 9 Rer. Ital. Bernardus Guid., Giovanni Villani, et alii.], andava infettando la Lombardia co' suoi perversi errori. Si ridusse costui in una montagna del Vercellese co' suoi seguaci in numero di circa mille e trecento, dove, per mantenersi quella canaglia, altro ripiego non avea che di saccheggiare le ville vicine. Predicata contra di essi la crociata, furono essi assediati in quel monte, e finalmente nel dì 23 di marzo dell'anno presente obbligati per la fame a rendersi. Dulcino colla moglie Margherita ed altri pochi, senza volersi mai ravvedere, furono bruciati vivi: con che estirpata rimase la pestilente sua setta.


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