MCCCXAnno diCristomcccx. IndizioneVIII.Clemente Vpapa 6.Arrigo VIIre de' Romani 3.Nel dì 26 di luglio dell'anno presente que' fuorusciti che erano entrati in Ferrara dopo la caduta dei principi estensi[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.], cioè Salingerra de' Torrelli, Ramberto de' Ramberti e Francesco Menabò colla fazion ghibellina, nemica degli Estensi guelfi, diede all'armi con disegno di levar quella città dalle mani della Chiesa. Vi furono ammazzamenti, massimamente di Catalani, e ruberie senza fine; e i palagi dei marchesi furono da que' ribaldi dati alle fiamme. Già tutta la città era in lor potere; ma, avvertito di ciò ilcardinal Pelagrua, soggiornante allora in Bologna, cavalcò a quella volta con copiosa milizia di Bolognesi, ed entrò in Castello Tealdo, dove s'erano ritirati que' pochi de' suoi che poterono sottrarsi alle spade de' sollevati. In aiuto suo accorseroancora da Rovigo con buon numero d'armati ilmarchese Francesco, RinaldoedObizzo Estensi. Allora i Ferraresi, veggendosi come perduti, altro ripiego non ebbero che di ricorrere alla misericordia del legato; ma questi, dopo aver voluto prima in mano circa ottanta (altri dicono meno) de' migliori della città, non altra misericordia usò loro che di lasciar la briglia alle sue truppe, le quali, unite coi Guelfi, si spinsero contra de' Ghibellini, e li forzarono alla fuga. In tal occasione seguirono molte uccisioni e saccheggi di monisteri e chiese, certo non con lode di esso legato, il qual poscia affaticò per molti dì il boia in far impiccare i colpevoli di quella sedizione. Anche la città di Piacenza fu in gran moto[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.].Alberto Scottoivi signore, tra perchè si trovava incalzato dalla forza de' fuorusciti, cioè di Leone degli Arcelli, Ubertino Lando ed altri Ghibellini, che erano spalleggiati daGuido dalla Torresignor di Milano; e perchè inoltre sentiva essere in procintoArrigo VIIdi calare in Italia, prese il partito di far pace cogli usciti, e di cedere il dominio della città, con che i pubblici uffizii da lì innanzi fossero comuni fra le parti. Entrarono in Piacenza quasi in trionfo i fuorusciti; ma siccome non si davano mai posa gli animi troppo allora turbolenti degl'Italiani, appena entrati i fuorusciti, svegliarono delle contese, e nel dì seguente a forza d'armi ne scacciarono Alberto Scotto, il quale co' suoi aderenti si ridusse a Castello Arquato, ed, impadronitosi di Fiorenzuola e Bobbio, cominciò di nuovo a recar frequenti molestie al popolo dominante di Piacenza. Obizzino Spinola cogli altri suoi consorti, anche essi fuorusciti di Genova[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]e padroni di Monaco, s'impadronì in quest'anno delle terre di Montaldo e Votaggio, e le distrusse da' fondamenti. La decantatavenuta del re de' Romani è credibile che movesse tanto essi Spinoli e i lor partigiani, quanto il governo di Genova a far poco appresso pace. Quaranta mila lire furono pagate agli Spinoli, che restituirono al comune di Genova tutti i luoghi presi, ed ebbero accesso libero alla città, eccettochè Obizzino, obbligato per due anni a starsene nelle sue castella. Nell'Umbria i Perugini, rinforzati dal maliscalco del re Roberto abitante in Firenze, fecero guerra nel mese di luglio alla città di Todi[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 5.]. Volle provarsi quel popolo ad una battaglia; ma non l'avesse fatto, perchè ne andò malamente sconfitto. Nello stesso mese furono cacciali i Guelfi da Spoleti, restando la signoria ai Ghibellini. Ma per più tempo i Perugini talmente guerreggiarono contra di quella città, che nell'anno seguente la forzarono a rimettere in casa i Guelfi; ed altrettanto fece la città di Todi.Dava molto da pensare aRoberto redi Napoli la disposizione diArrigo VII rede' Romani, di calar in Italia, ben prevedendo ch'egli sosterrebbe il partito dei Ghibellini amici dell'imperio con depressione de' Guelfi, de' quali egli era il capo. Gli parve dunque di non dovere maggiormente differire il suo ritorno dalla Provenza in Italia per dar sesto a' suoi affari. Coll'avere indotto il papa a fermare la sua residenza in Avignone, città della Provenza, e perciò di suo dominio, egli era divenuto come arbitro della corte pontificia. E fu in quest'anno[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]ch'egli ottenne il vicariato della Romagna e di Ferrara, ed inviò colà i suoi ministri a comandar le feste. Il pontefice Clemente intanto barcheggiava. Mostravasi egli tutto favorevole ad Arrigo VII, con approvar la sua venuta a prendere la corona imperiale; avea anche destinati i cardinali, che gliela dessero in Roma, e scrisse per lui lettere ai vescovi, principi e città d'Italia. Tuttavia gran cura avea di non disgustare il re Roberto, e non glidoveano dispiacere gli avanzamenti della fazione guelfa. Ora esso re Roberto nel dì 10 di giugno arrivò a Cuneo in Piemonte[Chron. Astens., cap. 53, tom. 11 Rer. Ital.]. Visitò Montevico, Fossano, Savigliano, Cherasco ed Alba, terre di sua giurisdizione,Filippo di Savoia, che si trovava allora in Asti, fece un'imperiosa intimazione agli Astigiani di guardarsi dall'amicizia di quel re. Altrettanto fecero il vescovo di Basilea,Luigi di Savoia, ed altri ambasciatori del re Arrigo, ch'erano pervenuti in quella città, e passarono dipoi a Savona, Genova e Pisa, annunziando dappertutto, la venuta d'esso Arrigo alla corona. Di belle parole dissero gli Astigiani, ma poi, spediti ambasciatori ad Alba, fecero una specie di lega col suddetto re Roberto; e questi dipoi nel dì 9 di agosto venne ad Asti, ed ebbe ad un gran convito i grandi di quella città. Si fece allora le maraviglie Guglielmo Ventura, il quale vi si trovò presente, al vedere che tutti mangiarono e bebbero solamente in vasi d'argento, perchè un lusso tale era tuttavia incognito agl'Italiani. Passò Roberto nel dì 10 d'agosto ad Alessandria, e ne scacciò gl'Inviziati e i Lanzavecchi ghibellini, e si fece dar la signoria di quella città dai Guelfi. Ecco come il buon re andava stendendo l'ali alle spese del romano imperio. Ito poscia a Lucca e a Firenze, dove indarno si studiò di pacificare insieme i Guelfi disuniti, inviò al governo della Romagna Niccolò Caracciolo[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], il quale, arrivato colà nel mese d'ottobre, ebbe ubbidienza da quasi tutte quelle città, e procurò di mettere pace dappertutto con ridurre nelle lor patrie i fuorusciti. Su due piedi egli ascoltava le liti, e senza strepito di giudizio le decideva. Di uno di questi abbisognerebbe ogni città. Dovette trovare ne' Forlivesi qualche durezza[Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], perchè ne fece spianar le fosse, e mise in prigione Scarpetta, Pino e Bartolommeo degli Ordelaffi, e alcuni deiCalboli e degli Argogliosi. Lasciò poi in libertà i Guelfi, e ritenne i Ghibellini. Ora, avendo Arrigo re de Romani stabilita la sua venuta in Italia, mandò varii ambasciatori a notificarlo alle città. Venne a Milano il vescovo di Costanza[Johannes de Cermenat., cap. 10, tom. 9 Rer. Ital.], e con bella orazione espose come il re era per prendere la corona del ferro dall'arcivescovo di Milano. Mostraronsi pronti i Milanesi a ricevere con tutto onore il sovrano; il soloGuido dalla Torresignor della città buffava, nè volea che si parlasse di questo grande affare. Chiamò poi ad un parlamento ilconte Filipponeda Langusco signor di Pavia,Antonio da Fissiragasignor di Lodi,Guglielmo Cavalcabòprincipal cittadino o signore di Cremona, eSimone degli Avvocatida Colobiano cittadin primario o signore di Vercelli, per udir il loro parere. Tutti erano di fazion guelfa. Schiettamente disse Filippone fra i primi ch'egli non voleva essere ribello al re suo signore. Gli altri dissero che bisognava prendere consiglio sul fatto, ma che allora non si potea. Guido dalla Torre era di parere che tutti si unissero contra di questo Tedesco; e smanioso girava per le camere, borbottando e parlando da sè solo. Finì il parlamento senza conchiusione alcuna.Sul fine d'ottobre arrivò a Susa, e poscia a Torino, ilre Arrigocollaregina Margheritasua moglie, mille arcieri e mille uomini d'arme, dopo avere, mercè di un matrimonio, fatto divenirGiovannisuo figliuolo re di Boemia.Amedeo conte di Savoia, FilippoeLuigiparimente di Savoia erano tutti per lui, e seppero ben fare il lor negozio con questo attaccamento. Nella corte d'esso re si contavano l'arcivescovo di TreviriBaldovinosuo fratello,Teobaldo vescovodi Liegi,Ugo delfino di Vienna, il duca di Brabante ed altri principi e baroni. Andarono colà a fargli riverenza Filippone conte di Langusco,Teodoro marchese di Monferrato, i vescovi, i signori e gli ambasciatoridi varie città, e nominatamente i romani, che comparvero con gran fasto. Tutti condussero gente armata per accompagnarlo. Per attestato di Albertino Mussato[Albertinus Mussatus, lib. 1, cap. 6.], mise un suo vicario in Torino: segno che quella era allora città libera. Nel dì 10 di novembre venne ad Asti[Chron. Astense, cap. 58, tom. 11 Rer. Ital.], e v'introdusse i fuorusciti ghibellini. Gli fu data (malvolentieri nondimeno) la signoria di quella città, ed egli pose quivi un vicario, che cominciò molto bene ad aggravar quel popolo. Usava in corte d'esso re, ed era ben veduto da lui Francesco da Garbagnate[Corio, Istor. di Milano. Bonincon. Morigia, Chron. tom. 12 Rer. Ital.], giovane milanese assai disinvolto, che gli avea più volte detto gran bene diMatteo Visconteesiliato da Milano, con dipignerglielo pel più savio, attivo ed onorato uomo di Lombardia, e perciò capace di ben servirlo ne' correnti affari. Mostrò Arrigo voglia di vederlo. Il Garbagnate, che tenea buon filo col Visconte, gliel fece tosto sapere; e Matteo travestito per solitarii cammini si portò ad Asti, dove, datosi a conoscere, non vi fu cortesia che non ricevesse da quella corte, ed anche dal re. I soli magnati guelfi il guardarono con occhio bieco, e villanamente ancora parlarono di lui, ma senza ch'egli mostrasse di alterarsene punto. Il favorevole accoglimento a lui fatto da Arrigo cagionò bensì che molti Milanesi e Lombardi abbracciarono il suo partito. Ed essendo giunto colà anche l'arcivescovo di MilanoGaston dalla Torre, già esiliato, stabilì pace e lega con esso Matteo, a nome ancora de' suoi fratelli, alcuni dei quali erano tuttavia detenuti prigioni da Guido dalla Torre. Non si fidava molto Arrigo d'andare a Milano, siccome abbastanza informato delle cattive disposizioni di Guido dalla Torre; anzi diffidava non poco di tutti gl'Italiani, perchè sessant'anni correano che non aveano veduto imperadori o re de' Romani; edavvezzati a vivere a lor modo, non amavano al certo di riconoscere superiore alcuno. Matteo Visconte, per conto di Milano, gli levò le apprensioni del cuore, ben conoscendo egli quanto se ne potea promettere. Il distornò ancora dal differir la sua entrata in Milano, al che l'andavano sotto varii pretesti esortando i capi de' Guelfi[Dino Compagni, tom. 9 Rer. Ital.]. Passò dunque Arrigo a Casale, a Vercelli e a Novara, accolto con allegria da que' popoli. In Vercelli mise fine alla guerra civile fra i Tizzoni ed Avvocati, in Novara fra i Brusati e Tornielli. Ogni fuoruscito potè ritornare alla sua patria. Cavalcò poscia il re, ed, invece di andare a Pavia, dove il conte Filippone l'aspettava, per consiglio di Matteo Visconte, passato il Ticino, s'inviò alla volta di Milano, incontrato di mano in mano da varie schiere di nobili milanesi, tutti in festa e gala, che gli baciavano il piede: dal che s'avvide avergli il Visconte dato buon consiglio. L'ultimo a venirgli incontro fuori de' borghi di Milano fu Guido dalla Torre[Johan. de Cermenat., cap. 13, tom. 9 Rer. Ital.]. Lo sdegno e la superbia erano con lui. Laddove gli altri, all'appressarsi del re, abbassavano le loro insegne, Guido portava diritto la sua. Gl'insegnarono i Tedeschi le creanze ed il dovere, con buttargliela per terra. All'arrivo del re, smontò Guido da cavallo, e gli andò come incantato a baciare il piede. Arrigo, con volto umano riguardandolo, gli disse:Guido, riconosci il tuo re, perchè duro è il ricalcitrar contro lo stimolo. Entrò il re nel dì 23 di dicembre, e non già nel dì seguente, come scrivono alcuni[Gualvan. Flamma, cap. 349. Chron. Astense, cap. 39, tom. 11 Rer. Ital.], in Milano, e seco Gastone arcivescovo, Matteo Visconte ed ogni altro fuoruscito. Volle il dominio della città, che gli fu dato, e Guido dalla Torre andò a sedere: disgrazia per altro da lui preveduta, ma senza avere cercata, o, per meglio dire, trovata maniera di provvedervi. Fece poi farpace fra i Torriani e Visconti, e quetò le altre nemicizie, desiderando che tutti vivessero in pace e concordia. Attese dipoi a far le sue disposizioni per ricevere la corona del ferro, alla qual funzione fu destinato il dì dell'Epifania dell'anno seguente. Fece in quest'anno papa Clemente nelle quattro tempora del Natale una promozione di cinque cardinali, tutti Guasconi[Ptolom. Lucensis, in Vita Clementis V.]: se con piacere degl'Italiani, Dio vel dica. Nè voglio tacere che i Ghibellini di Modena nel mese di luglio cacciarono fuori di città quei da Sassuolo, da Ganaceto e i Grassoni, tutti di fazione guelfa[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.].
Nel dì 26 di luglio dell'anno presente que' fuorusciti che erano entrati in Ferrara dopo la caduta dei principi estensi[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.], cioè Salingerra de' Torrelli, Ramberto de' Ramberti e Francesco Menabò colla fazion ghibellina, nemica degli Estensi guelfi, diede all'armi con disegno di levar quella città dalle mani della Chiesa. Vi furono ammazzamenti, massimamente di Catalani, e ruberie senza fine; e i palagi dei marchesi furono da que' ribaldi dati alle fiamme. Già tutta la città era in lor potere; ma, avvertito di ciò ilcardinal Pelagrua, soggiornante allora in Bologna, cavalcò a quella volta con copiosa milizia di Bolognesi, ed entrò in Castello Tealdo, dove s'erano ritirati que' pochi de' suoi che poterono sottrarsi alle spade de' sollevati. In aiuto suo accorseroancora da Rovigo con buon numero d'armati ilmarchese Francesco, RinaldoedObizzo Estensi. Allora i Ferraresi, veggendosi come perduti, altro ripiego non ebbero che di ricorrere alla misericordia del legato; ma questi, dopo aver voluto prima in mano circa ottanta (altri dicono meno) de' migliori della città, non altra misericordia usò loro che di lasciar la briglia alle sue truppe, le quali, unite coi Guelfi, si spinsero contra de' Ghibellini, e li forzarono alla fuga. In tal occasione seguirono molte uccisioni e saccheggi di monisteri e chiese, certo non con lode di esso legato, il qual poscia affaticò per molti dì il boia in far impiccare i colpevoli di quella sedizione. Anche la città di Piacenza fu in gran moto[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.].Alberto Scottoivi signore, tra perchè si trovava incalzato dalla forza de' fuorusciti, cioè di Leone degli Arcelli, Ubertino Lando ed altri Ghibellini, che erano spalleggiati daGuido dalla Torresignor di Milano; e perchè inoltre sentiva essere in procintoArrigo VIIdi calare in Italia, prese il partito di far pace cogli usciti, e di cedere il dominio della città, con che i pubblici uffizii da lì innanzi fossero comuni fra le parti. Entrarono in Piacenza quasi in trionfo i fuorusciti; ma siccome non si davano mai posa gli animi troppo allora turbolenti degl'Italiani, appena entrati i fuorusciti, svegliarono delle contese, e nel dì seguente a forza d'armi ne scacciarono Alberto Scotto, il quale co' suoi aderenti si ridusse a Castello Arquato, ed, impadronitosi di Fiorenzuola e Bobbio, cominciò di nuovo a recar frequenti molestie al popolo dominante di Piacenza. Obizzino Spinola cogli altri suoi consorti, anche essi fuorusciti di Genova[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]e padroni di Monaco, s'impadronì in quest'anno delle terre di Montaldo e Votaggio, e le distrusse da' fondamenti. La decantatavenuta del re de' Romani è credibile che movesse tanto essi Spinoli e i lor partigiani, quanto il governo di Genova a far poco appresso pace. Quaranta mila lire furono pagate agli Spinoli, che restituirono al comune di Genova tutti i luoghi presi, ed ebbero accesso libero alla città, eccettochè Obizzino, obbligato per due anni a starsene nelle sue castella. Nell'Umbria i Perugini, rinforzati dal maliscalco del re Roberto abitante in Firenze, fecero guerra nel mese di luglio alla città di Todi[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 5.]. Volle provarsi quel popolo ad una battaglia; ma non l'avesse fatto, perchè ne andò malamente sconfitto. Nello stesso mese furono cacciali i Guelfi da Spoleti, restando la signoria ai Ghibellini. Ma per più tempo i Perugini talmente guerreggiarono contra di quella città, che nell'anno seguente la forzarono a rimettere in casa i Guelfi; ed altrettanto fece la città di Todi.
Dava molto da pensare aRoberto redi Napoli la disposizione diArrigo VII rede' Romani, di calar in Italia, ben prevedendo ch'egli sosterrebbe il partito dei Ghibellini amici dell'imperio con depressione de' Guelfi, de' quali egli era il capo. Gli parve dunque di non dovere maggiormente differire il suo ritorno dalla Provenza in Italia per dar sesto a' suoi affari. Coll'avere indotto il papa a fermare la sua residenza in Avignone, città della Provenza, e perciò di suo dominio, egli era divenuto come arbitro della corte pontificia. E fu in quest'anno[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]ch'egli ottenne il vicariato della Romagna e di Ferrara, ed inviò colà i suoi ministri a comandar le feste. Il pontefice Clemente intanto barcheggiava. Mostravasi egli tutto favorevole ad Arrigo VII, con approvar la sua venuta a prendere la corona imperiale; avea anche destinati i cardinali, che gliela dessero in Roma, e scrisse per lui lettere ai vescovi, principi e città d'Italia. Tuttavia gran cura avea di non disgustare il re Roberto, e non glidoveano dispiacere gli avanzamenti della fazione guelfa. Ora esso re Roberto nel dì 10 di giugno arrivò a Cuneo in Piemonte[Chron. Astens., cap. 53, tom. 11 Rer. Ital.]. Visitò Montevico, Fossano, Savigliano, Cherasco ed Alba, terre di sua giurisdizione,Filippo di Savoia, che si trovava allora in Asti, fece un'imperiosa intimazione agli Astigiani di guardarsi dall'amicizia di quel re. Altrettanto fecero il vescovo di Basilea,Luigi di Savoia, ed altri ambasciatori del re Arrigo, ch'erano pervenuti in quella città, e passarono dipoi a Savona, Genova e Pisa, annunziando dappertutto, la venuta d'esso Arrigo alla corona. Di belle parole dissero gli Astigiani, ma poi, spediti ambasciatori ad Alba, fecero una specie di lega col suddetto re Roberto; e questi dipoi nel dì 9 di agosto venne ad Asti, ed ebbe ad un gran convito i grandi di quella città. Si fece allora le maraviglie Guglielmo Ventura, il quale vi si trovò presente, al vedere che tutti mangiarono e bebbero solamente in vasi d'argento, perchè un lusso tale era tuttavia incognito agl'Italiani. Passò Roberto nel dì 10 d'agosto ad Alessandria, e ne scacciò gl'Inviziati e i Lanzavecchi ghibellini, e si fece dar la signoria di quella città dai Guelfi. Ecco come il buon re andava stendendo l'ali alle spese del romano imperio. Ito poscia a Lucca e a Firenze, dove indarno si studiò di pacificare insieme i Guelfi disuniti, inviò al governo della Romagna Niccolò Caracciolo[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], il quale, arrivato colà nel mese d'ottobre, ebbe ubbidienza da quasi tutte quelle città, e procurò di mettere pace dappertutto con ridurre nelle lor patrie i fuorusciti. Su due piedi egli ascoltava le liti, e senza strepito di giudizio le decideva. Di uno di questi abbisognerebbe ogni città. Dovette trovare ne' Forlivesi qualche durezza[Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], perchè ne fece spianar le fosse, e mise in prigione Scarpetta, Pino e Bartolommeo degli Ordelaffi, e alcuni deiCalboli e degli Argogliosi. Lasciò poi in libertà i Guelfi, e ritenne i Ghibellini. Ora, avendo Arrigo re de Romani stabilita la sua venuta in Italia, mandò varii ambasciatori a notificarlo alle città. Venne a Milano il vescovo di Costanza[Johannes de Cermenat., cap. 10, tom. 9 Rer. Ital.], e con bella orazione espose come il re era per prendere la corona del ferro dall'arcivescovo di Milano. Mostraronsi pronti i Milanesi a ricevere con tutto onore il sovrano; il soloGuido dalla Torresignor della città buffava, nè volea che si parlasse di questo grande affare. Chiamò poi ad un parlamento ilconte Filipponeda Langusco signor di Pavia,Antonio da Fissiragasignor di Lodi,Guglielmo Cavalcabòprincipal cittadino o signore di Cremona, eSimone degli Avvocatida Colobiano cittadin primario o signore di Vercelli, per udir il loro parere. Tutti erano di fazion guelfa. Schiettamente disse Filippone fra i primi ch'egli non voleva essere ribello al re suo signore. Gli altri dissero che bisognava prendere consiglio sul fatto, ma che allora non si potea. Guido dalla Torre era di parere che tutti si unissero contra di questo Tedesco; e smanioso girava per le camere, borbottando e parlando da sè solo. Finì il parlamento senza conchiusione alcuna.
Sul fine d'ottobre arrivò a Susa, e poscia a Torino, ilre Arrigocollaregina Margheritasua moglie, mille arcieri e mille uomini d'arme, dopo avere, mercè di un matrimonio, fatto divenirGiovannisuo figliuolo re di Boemia.Amedeo conte di Savoia, FilippoeLuigiparimente di Savoia erano tutti per lui, e seppero ben fare il lor negozio con questo attaccamento. Nella corte d'esso re si contavano l'arcivescovo di TreviriBaldovinosuo fratello,Teobaldo vescovodi Liegi,Ugo delfino di Vienna, il duca di Brabante ed altri principi e baroni. Andarono colà a fargli riverenza Filippone conte di Langusco,Teodoro marchese di Monferrato, i vescovi, i signori e gli ambasciatoridi varie città, e nominatamente i romani, che comparvero con gran fasto. Tutti condussero gente armata per accompagnarlo. Per attestato di Albertino Mussato[Albertinus Mussatus, lib. 1, cap. 6.], mise un suo vicario in Torino: segno che quella era allora città libera. Nel dì 10 di novembre venne ad Asti[Chron. Astense, cap. 58, tom. 11 Rer. Ital.], e v'introdusse i fuorusciti ghibellini. Gli fu data (malvolentieri nondimeno) la signoria di quella città, ed egli pose quivi un vicario, che cominciò molto bene ad aggravar quel popolo. Usava in corte d'esso re, ed era ben veduto da lui Francesco da Garbagnate[Corio, Istor. di Milano. Bonincon. Morigia, Chron. tom. 12 Rer. Ital.], giovane milanese assai disinvolto, che gli avea più volte detto gran bene diMatteo Visconteesiliato da Milano, con dipignerglielo pel più savio, attivo ed onorato uomo di Lombardia, e perciò capace di ben servirlo ne' correnti affari. Mostrò Arrigo voglia di vederlo. Il Garbagnate, che tenea buon filo col Visconte, gliel fece tosto sapere; e Matteo travestito per solitarii cammini si portò ad Asti, dove, datosi a conoscere, non vi fu cortesia che non ricevesse da quella corte, ed anche dal re. I soli magnati guelfi il guardarono con occhio bieco, e villanamente ancora parlarono di lui, ma senza ch'egli mostrasse di alterarsene punto. Il favorevole accoglimento a lui fatto da Arrigo cagionò bensì che molti Milanesi e Lombardi abbracciarono il suo partito. Ed essendo giunto colà anche l'arcivescovo di MilanoGaston dalla Torre, già esiliato, stabilì pace e lega con esso Matteo, a nome ancora de' suoi fratelli, alcuni dei quali erano tuttavia detenuti prigioni da Guido dalla Torre. Non si fidava molto Arrigo d'andare a Milano, siccome abbastanza informato delle cattive disposizioni di Guido dalla Torre; anzi diffidava non poco di tutti gl'Italiani, perchè sessant'anni correano che non aveano veduto imperadori o re de' Romani; edavvezzati a vivere a lor modo, non amavano al certo di riconoscere superiore alcuno. Matteo Visconte, per conto di Milano, gli levò le apprensioni del cuore, ben conoscendo egli quanto se ne potea promettere. Il distornò ancora dal differir la sua entrata in Milano, al che l'andavano sotto varii pretesti esortando i capi de' Guelfi[Dino Compagni, tom. 9 Rer. Ital.]. Passò dunque Arrigo a Casale, a Vercelli e a Novara, accolto con allegria da que' popoli. In Vercelli mise fine alla guerra civile fra i Tizzoni ed Avvocati, in Novara fra i Brusati e Tornielli. Ogni fuoruscito potè ritornare alla sua patria. Cavalcò poscia il re, ed, invece di andare a Pavia, dove il conte Filippone l'aspettava, per consiglio di Matteo Visconte, passato il Ticino, s'inviò alla volta di Milano, incontrato di mano in mano da varie schiere di nobili milanesi, tutti in festa e gala, che gli baciavano il piede: dal che s'avvide avergli il Visconte dato buon consiglio. L'ultimo a venirgli incontro fuori de' borghi di Milano fu Guido dalla Torre[Johan. de Cermenat., cap. 13, tom. 9 Rer. Ital.]. Lo sdegno e la superbia erano con lui. Laddove gli altri, all'appressarsi del re, abbassavano le loro insegne, Guido portava diritto la sua. Gl'insegnarono i Tedeschi le creanze ed il dovere, con buttargliela per terra. All'arrivo del re, smontò Guido da cavallo, e gli andò come incantato a baciare il piede. Arrigo, con volto umano riguardandolo, gli disse:Guido, riconosci il tuo re, perchè duro è il ricalcitrar contro lo stimolo. Entrò il re nel dì 23 di dicembre, e non già nel dì seguente, come scrivono alcuni[Gualvan. Flamma, cap. 349. Chron. Astense, cap. 39, tom. 11 Rer. Ital.], in Milano, e seco Gastone arcivescovo, Matteo Visconte ed ogni altro fuoruscito. Volle il dominio della città, che gli fu dato, e Guido dalla Torre andò a sedere: disgrazia per altro da lui preveduta, ma senza avere cercata, o, per meglio dire, trovata maniera di provvedervi. Fece poi farpace fra i Torriani e Visconti, e quetò le altre nemicizie, desiderando che tutti vivessero in pace e concordia. Attese dipoi a far le sue disposizioni per ricevere la corona del ferro, alla qual funzione fu destinato il dì dell'Epifania dell'anno seguente. Fece in quest'anno papa Clemente nelle quattro tempora del Natale una promozione di cinque cardinali, tutti Guasconi[Ptolom. Lucensis, in Vita Clementis V.]: se con piacere degl'Italiani, Dio vel dica. Nè voglio tacere che i Ghibellini di Modena nel mese di luglio cacciarono fuori di città quei da Sassuolo, da Ganaceto e i Grassoni, tutti di fazione guelfa[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.].