MCCCXC

MCCCXCAnno diCristomcccxc. IndizioneXIII.Bonifazio IXpapa 2.Venceslaore de' Romani 13.Creato che fu papaBonifazio IX, non perdè tempo laregina Margheritaa spedirgli da Gaeta ambasciatori[Raynald., Annal. Eccles. Theodor. de Niem, Histor.], per prestargli ubbidienza, e pregarlo di rimettere in sua grazia l'innocente suo figliuoloLadislao, che era allora in età di circa quattordici anni. Bonifazio, meglio di quel che avesse fatto il suo predecessore, riflettendo alla necessità di proteggere gli affari di Ladislao, affine di opporlo al reLodovico d'Angiò, creatura dell'antipapa, non solamente aveva assoluta la regina suddetta coi figliuoli nell'anno precedente da tutte le censure, ma nel presente ordinò ai popoli del regno di Napoli di ubbidire ad esso Ladislao, e mandò anche a coronarlo re in Gaeta per le mani diAngelo Acciaiuolicardinale legato. Tanto maggior premura ebbe il pontefice di sostener gl'interessi di Ladislao[Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Italic.], perchè era già noto che il giovane Lodovico di Angiò s'affrettava per venire a Napoli[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Mossesi egli in fatti da Marsiglia nel dì 20 di luglio con ventuna tra galee e fuste, ed altri legni ben armati e forniti di copiose vettovaglie. Fu sbattuta da fiera tempesta la sua flotta; ciò non ostante, arrivò e sbarcò a Napoli nel dì 14 d'agosto. Per mal augurio fu preso che un Catalano, nell'inalberar la bandiera reale nella torre del Carmine, da un fulmine restò ucciso, e cadde con parte della torre la bandiera per terra. Risonò pel viva universale la città di Napoli; tutti i seggi gli giurarono fedeltà, e varie città e terre spedirono a riconoscerlo per loro signore. Sette mila fiorini d'oro applicati a Renzo Pagano castellano di castello Sant'Ermo operarono, ch'egli rimettesse in mano delre Lodoviconel dì 19 d'ottobre quella fortezza. Capitolò ancora Pozzuolo, dopo aver sostenuto per lungo tempo l'assedio[Gobelinus, in Cosmodr.]. Celebrossi nell'anno presente il giubileo in Roma, col concorso d'innumerabili pellegrini, venuti particolarmente dalla Germania, Polonia, Ungheria, Boemia, Inghilterra ed altri paesi dell'ubbidienza di papaBonifazio IX, ma non già dalla Francia e Spagna, che tenevano la parte dello antipapa. Di gran danaro raunò il pontefice con tal occasione, destinandolo al risarcimento delle chiese desolate di Roma, con impiegarne nondimeno buona parte in assoldar gente per dar soccorso al re Ladislao. Sul principio d'ottobre gl'inviò secento cavalli, e poscia condusse a' suoi servigi ilconte Albericoda Barbiano, valente capitano, colle sue genti d'armi. Per tali spese occorreva gran somma di danaro; diede perciò facoltà a due cardinali di ricavarne coll'impegnare i beni delle chiese e de' monisteri; infeudò molte terre della Chiesa romana; e confermò i vicariati delle lor città adAlberto d'Estemarchese di Ferrara, aiMalatesti, agliOrdelaffi, agliAlidosi, aiManfredi, ed altri signorotti della Romagna, imponendo loro l'annuo censo. Scomunicò eziandio l'antipapaClemente, e Clemente dal canto suo[Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 5 Rer. Ital. Annal. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.]non mancò di fare lo stesso contra di lui. Essendo stato uccisoRinaldo Orsinosignore dell'Aquila, si diede quella città al sommo pontefice Bonifazio.Già trasparivano i vasti pensieri diGian-Galeazzo Viscontesignor di Milano, inclinati alla monarchia d'Italia. Forze non gli mancavano, e meno molto l'ingegno e l'industria, potendosi egli contare pel più fino politico di questi tempi. Teneva egli corrispondenze e facea maneggi dappertutto, e massimamente in Toscana, dove avea già tratte all'aderenza sua le città di Siena e Perugia, disgustate de' Fiorentini[Ammirato, Istor. di Firenze, lib. 15.]. Avea anche delle telesegrete in Pisa. Le parole sue e i suoi manifesti altro non sonavano che desiderii di pace; ma il contrario risultava dai fatti. Vegliavano intanto gli accorti Fiorentini, e veggendo ch'egli era dietro ad accendere il fuoco in Toscana, dacchè avea spedito a SienaGiovanni d'Azzodegli Ubaldini con assai squadre d'uomini d'armi, non tralasciarono diligenza e spesa veruna per mettersi in istato di fargli fronte. Certamente a quella repubblica soprattutto si dee, se il Visconte non assorbì allora la maggior parte d'Italia. Più d'ogni altra città era minacciata Bologna dalle armi di lui; e però, fatta lega con quel popolo, inviarono alla difesa d'essa il valorosoGiovanni Aucudlor generale con un corpo di combattenti. I Bolognesi[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], che nell'aprile stavano in feste, ed aveano fatto un sontuoso torneamento, non lasciarono per questo, giacchè riconosceano il pericolo in cui si trovavano, di assoldar gente. Fecero venire per lor generale ilconte Giovannidi Barbiano colla sua brigata d'uomini d'armi; ma nel passar egli pel distretto de' Malatesti, fu sconfitta la sua gente, ed insieme trecento lancie inviategli incontro da' Bolognesi. Pure egli arrivò a Bologna; ma nel dì primo di maggio colà giunsero ancora tre trombetti a sfidar quel comune. Uno era diGian-Galeazzo, e gli altri due diAlbertomarchese di Ferrara e diFrancesco Gonzagasignore di Mantova; principi, ai quali conveniva allora far quello che voleva il Visconte, per non tirare la guerra addosso a sè stessi. Nel dì 4 d'esso mese entrò l'oste milanese, sotto il comando diGiacomo dal Verme, nel territorio di Bologna; andò all'assedio di Crevalcuore, e poco mancò che non se ne impadronisse. Ma uscito animosamente il popolo di Bologna, e fatta massa a castello San Giovanni in Persiceto, l'armata nemica levò il campo, e se n'andò con Dio. Ma eccola comparir di nuovo a' dì 20 di giugno, e pareva tutto disposto per venire ad un fatto d'armi, quando all'improvviso arrivòordine a Giacomo del Verme di tornarsene indietro. Il motivo di questo cangiamento di cose fu il seguente.Dopo essersi fermato lungo tempo in FirenzeFrancesco Novello da Carrara[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], ed aver concertato con que' pubblici magistrati il come si avesse da far guerra al conte di Virtù, travestito avea impresi varii viaggi nell'anno precedente a Perugia, a Pisa e ad altri luoghi. Finalmente, passato in Germania, andò a trovareStefano ducadi Baviera per impegnarlo, secondo le istruzioni avute dai Fiorentini e Bolognesi, nella guerra contra del conte di Virtù. Trovò disposto quel principe a calare in Italia con un corpo d'armata. Passò ancora a Madrussa a visitar quel conte suo cognato, e ritrovato Michele da Rabatta onorato cavaliere, che tutto si offerì a' suoi servigi, fece quella leva che potè di alcune centinaia di lance tanto in Germania che nel Friuli. Ora Francesco Novello, come ebbe nuova che Gian-Galeazzo avea impegnate le sue armi contra de' Bolognesi, coraggiosamente con quel poco di gente se ne tornò in Italia con disegno di tentare il suo ritorno in Padova. Era egli assai informato che il popolo padovano, dianzi sì disgustato del governo carrarese, lungi d'aver trovato quel dolce che si figurava sotto il Visconte, ne provava l'amaro, e sarebbe volentieri ritornato all'ubbidienza primiera; rari essendo que' popoli che, perduto il proprio principe, e ridotta la lor città in provincia, non ne sentano eccessivo danno, tanto che giungono a desiderare un principe, quand'anche non fosse il migliore del mondo, piuttosto che essere governati, cioè desolati da mercenarii governatori. E già molti dei nobili padovani erano stati o carcerati o confinati a Milano, oppure se n'erano fuggiti.Gran conforto fu questa cognizione al Carrarese, e molto più gli era stata la promessa a lui fatta dal duca di Baviera di condurre le sue armi in Italia contradel signor di Milano. Passò egli pel Friuli col suo picciolo esercito, che nondimeno s'andò aumentando per istrada, concorrendo a lui massimamente i banditi da Padova. Appena giunto sul Padovano, a migliaia furono al suo seguito i villani armati, di modo che nel dì 19 di giugno si presentò alle mura del primo recinto di Padova, e diede un generale assalto[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Italic.]. La maggior parte di que' cittadini, all'udirCarro, Carro, e al veder le bandiere dell'antica casa da Carrara, e al sapere che v'era in persona Francesco Novello, non solo abbandonò la difesa delle mura, ma facilitò l'ingresso al Carrarese, che, entrato vittorioso, fece buona ciera a quanti si mostrarono allegri per la sua venuta. Nel dì seguente colla stessa facilità, aiutato da' cittadini, s'impadronì dell'interiore città, con essersiLuchino Rusca, Berretto Viscontee ilmarchese SpinetaMalaspina ritirati nel castello insieme colla guarnigion milanese, continuando poi la guerra contra della città. Vennero in poco tempo alla divozion del Carrarese le terre e castella del distretto, ed egli non tardò a spedire ambasciatori a Venezia, Ferrara, Bologna e Firenze colla nuova della ricuperata città, per cui si fecero pubbliche feste nelle due ultime città. Anche i signori veneziani, dimenticate le ingiurie e gli odii passati, con più riguardo sì, ma con egual piacere, gustarono l'impresa del Carrarese, perchè mal volentieri si vedeano sì vicini al potente signor di Milano. L'aiutarono ancora con vettovaglie e munizioni da guerra. Quanto adAlberto marchesedi Ferrara, interamente anch'egli se ne rallegrò, ma il contrario mostrò in apparenza. Per la non mai aspettata perdita di Padova rimasero non poco sconcertate le misure del conte di Virtù, di modo che immediatamente, cioè nel dì 24 di giugno, richiamò dal Bolognese l'armata sua. Avvenne, che uditasi in Verona la novelladel cambiamento seguito in Padova, ed essere venuto conFrancesco da Carrarail giovinettoCan Francesco dalla Scala, figliuolo del giàAntonio signoredi quella città, risvegliossi l'amore di molti di quel popolo verso la casa dalla Scala, e correndo colle armi alla piazza, contro il parere dei saggi e de' nobili, ribellarono la città, costrignendo il presidio milanese a ritirarsi nel castello, senza poi affossarsi e fortificarsi contra del medesimo. Eravi anche discordia fra i nobili e la plebe. Passò in quello stanteUgolotto Biancardocapitano del conte di Virtù, già spedito da lui con cinquecento lance all'assedio di Bologna, o, come è più probabile, al soccorso del castello di Padova, che vigorosamente si difendea. Giuntogli all'orecchio l'avviso della ribellion di Verona, mutato pensiero, tacitamente entrò di notte nel castello[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Poscia nella mattina seguente giorno 26 di giugno uscì furibondo contro gl'incauti Veronesi, uccidendo chiunque s'incontrava, senza trovarvi resistenza alcuna. Miserabil tragedia fu quella di sì nobile e ricca città. Tutta fu crudelmente messa a sacco senza distinzione d'innocenti e di rei, e senza risparmiare i luoghi sacri e l'onor delle donne, che furono in buona parte ritenute, quando il resto del popolo prese volontaria fuga, o ne fu cacciato, o imprigionato sì fieramente, che per qualche tempo restò desolata l'infelice Verona con orrore di ognuno.Passò dipoi colle sue genti, e con alquante schiere di villani vicentini, Ugolotto Biancardo alla volta di Padova con voglia e speranza di fare un simile brutto giuoco a quella città, ed anche entrò nel castello, e si provò dipoi a dar battaglia a quei della città. Ma così ben ordinati trincieramenti avea fatto il Carrarese, e tal fu la difesa de' suoi, che il Biancardo, lasciato ben fornito quel castello, se ne ritornò indietro a Vicenza. Disponevasiintanto il conte di Virtù per ispedire gran gente contro di Padova, quando i Bolognesi e Fiorentini interruppero i suoi disegni, coll'inviare le loro armi addosso al distretto di Parma. S'aggiunse che, sollecitatoStefano duca di BavieradaFrancesco Novelloper li soccorsi promessi, mandò innanzi secento cavalli, che nel dì 27 di giugno pervennero a Padova. Vi arrivò egli stesso dipoi in persona nel dì primo di luglio. Andrea Gataro scrive con sei mila cavalli ben in ordine; altri dicono con mille lance, cadauna di quelle, a mio credere, di tre o quattro cavalli. Con questo gagliardo rinforzo cessò il timore nel petto ai Padovani, e riuscì loro di costringere alla resa il castello di Padova, nel dì 25 ossia 27 d'agosto[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; giacchè Ugolotto Biancardo, che ne' giorni addietro s'era mosso per tornare a rinforzarlo, rimase sconfitto dal conte da Carrara, fratello bastardo del medesimo Francesco Novello. Dopo tale acquisto non istette esso Carrarese in ozio; perocchè nel dì 19 di settembre, mosso l'esercito suo controAlberto d'Estemarchese di Ferrara, occupò nel Polesine la Badia e Lendenara, e passò all'assedio di Rovigo. Erano queste apparenze di nimistà fatte, per quanto si può credere, con intelligenza dell'Estense, affinchè egli si ritirasse con ragionevol motivo dalla lega contratta col signor di Milano. In fatti, essendosi interposto il duca di Baviera, con venir egli in persona a Ferrara nel dì 3 d'ottobre, seguì pace fra loro. Il Gataro iuniore[Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.]scrive trattato questo accordo dalla signoria di Venezia, colla spedizion de' suoi ambasciatori a Padova. Certo è che il marchese abbandonò il conte di Virtù, amicossi col Carrarese, e colle comunità di Firenze e Bologna, ma colla neutralità verso il conte suddetto. Fin quiAntoniotto Adornodoge di Genova con sua lode e con vantaggio del pubblico avea retta quellarepubblica[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Nulladimeno, conoscendo egli cresciuta di molto l'invidia contra di lui, nel giorno 3 d'agosto imbarcatosi all'improvviso, si ritirò dalla sconoscente e sempre fluttuante città; perlochè fu in armi il popolo, ed elesse per successore di luiJacopo da Campofregoso, figliuolo di Domenico, già doge della medesima città. In quest'anno ancora fu guerra in Toscana[Ammirato, Istoria di Firenze, lib. 15.]. I Sanesi col grosso corpo di gente, loro inviato dal conte di Virtù, sotto il comando diGiovanni di Azzodegli Ubaldini, e coll'aiuto de' Perugini lor collegati, diedero molto da fare ai Fiorentini, e presero alcune castella. Ma si raffreddò fra poco il loro ardire per la morte del medesimo Azzo, valoroso condottier d'armi, ed antico nemico de' Fiorentini[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], procurata, per quanto fu comunemente creduto, in Siena dai Fiorentini medesimi. Il Cataro, che il fa vivo nell'anno seguente, e intervenuto alle battaglie, a mio credere, s'ingannò. Anzi, per non potere il Visconte accudire alle cose di Toscana, a cagion delle mutazioni occorse in Lombardia, soffrirono i Sanesi non pochi danni per le scorrerie fatte dai provisionanti di Firenze nel loro territorio.

Creato che fu papaBonifazio IX, non perdè tempo laregina Margheritaa spedirgli da Gaeta ambasciatori[Raynald., Annal. Eccles. Theodor. de Niem, Histor.], per prestargli ubbidienza, e pregarlo di rimettere in sua grazia l'innocente suo figliuoloLadislao, che era allora in età di circa quattordici anni. Bonifazio, meglio di quel che avesse fatto il suo predecessore, riflettendo alla necessità di proteggere gli affari di Ladislao, affine di opporlo al reLodovico d'Angiò, creatura dell'antipapa, non solamente aveva assoluta la regina suddetta coi figliuoli nell'anno precedente da tutte le censure, ma nel presente ordinò ai popoli del regno di Napoli di ubbidire ad esso Ladislao, e mandò anche a coronarlo re in Gaeta per le mani diAngelo Acciaiuolicardinale legato. Tanto maggior premura ebbe il pontefice di sostener gl'interessi di Ladislao[Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Italic.], perchè era già noto che il giovane Lodovico di Angiò s'affrettava per venire a Napoli[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Mossesi egli in fatti da Marsiglia nel dì 20 di luglio con ventuna tra galee e fuste, ed altri legni ben armati e forniti di copiose vettovaglie. Fu sbattuta da fiera tempesta la sua flotta; ciò non ostante, arrivò e sbarcò a Napoli nel dì 14 d'agosto. Per mal augurio fu preso che un Catalano, nell'inalberar la bandiera reale nella torre del Carmine, da un fulmine restò ucciso, e cadde con parte della torre la bandiera per terra. Risonò pel viva universale la città di Napoli; tutti i seggi gli giurarono fedeltà, e varie città e terre spedirono a riconoscerlo per loro signore. Sette mila fiorini d'oro applicati a Renzo Pagano castellano di castello Sant'Ermo operarono, ch'egli rimettesse in mano delre Lodoviconel dì 19 d'ottobre quella fortezza. Capitolò ancora Pozzuolo, dopo aver sostenuto per lungo tempo l'assedio[Gobelinus, in Cosmodr.]. Celebrossi nell'anno presente il giubileo in Roma, col concorso d'innumerabili pellegrini, venuti particolarmente dalla Germania, Polonia, Ungheria, Boemia, Inghilterra ed altri paesi dell'ubbidienza di papaBonifazio IX, ma non già dalla Francia e Spagna, che tenevano la parte dello antipapa. Di gran danaro raunò il pontefice con tal occasione, destinandolo al risarcimento delle chiese desolate di Roma, con impiegarne nondimeno buona parte in assoldar gente per dar soccorso al re Ladislao. Sul principio d'ottobre gl'inviò secento cavalli, e poscia condusse a' suoi servigi ilconte Albericoda Barbiano, valente capitano, colle sue genti d'armi. Per tali spese occorreva gran somma di danaro; diede perciò facoltà a due cardinali di ricavarne coll'impegnare i beni delle chiese e de' monisteri; infeudò molte terre della Chiesa romana; e confermò i vicariati delle lor città adAlberto d'Estemarchese di Ferrara, aiMalatesti, agliOrdelaffi, agliAlidosi, aiManfredi, ed altri signorotti della Romagna, imponendo loro l'annuo censo. Scomunicò eziandio l'antipapaClemente, e Clemente dal canto suo[Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 5 Rer. Ital. Annal. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.]non mancò di fare lo stesso contra di lui. Essendo stato uccisoRinaldo Orsinosignore dell'Aquila, si diede quella città al sommo pontefice Bonifazio.

Già trasparivano i vasti pensieri diGian-Galeazzo Viscontesignor di Milano, inclinati alla monarchia d'Italia. Forze non gli mancavano, e meno molto l'ingegno e l'industria, potendosi egli contare pel più fino politico di questi tempi. Teneva egli corrispondenze e facea maneggi dappertutto, e massimamente in Toscana, dove avea già tratte all'aderenza sua le città di Siena e Perugia, disgustate de' Fiorentini[Ammirato, Istor. di Firenze, lib. 15.]. Avea anche delle telesegrete in Pisa. Le parole sue e i suoi manifesti altro non sonavano che desiderii di pace; ma il contrario risultava dai fatti. Vegliavano intanto gli accorti Fiorentini, e veggendo ch'egli era dietro ad accendere il fuoco in Toscana, dacchè avea spedito a SienaGiovanni d'Azzodegli Ubaldini con assai squadre d'uomini d'armi, non tralasciarono diligenza e spesa veruna per mettersi in istato di fargli fronte. Certamente a quella repubblica soprattutto si dee, se il Visconte non assorbì allora la maggior parte d'Italia. Più d'ogni altra città era minacciata Bologna dalle armi di lui; e però, fatta lega con quel popolo, inviarono alla difesa d'essa il valorosoGiovanni Aucudlor generale con un corpo di combattenti. I Bolognesi[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], che nell'aprile stavano in feste, ed aveano fatto un sontuoso torneamento, non lasciarono per questo, giacchè riconosceano il pericolo in cui si trovavano, di assoldar gente. Fecero venire per lor generale ilconte Giovannidi Barbiano colla sua brigata d'uomini d'armi; ma nel passar egli pel distretto de' Malatesti, fu sconfitta la sua gente, ed insieme trecento lancie inviategli incontro da' Bolognesi. Pure egli arrivò a Bologna; ma nel dì primo di maggio colà giunsero ancora tre trombetti a sfidar quel comune. Uno era diGian-Galeazzo, e gli altri due diAlbertomarchese di Ferrara e diFrancesco Gonzagasignore di Mantova; principi, ai quali conveniva allora far quello che voleva il Visconte, per non tirare la guerra addosso a sè stessi. Nel dì 4 d'esso mese entrò l'oste milanese, sotto il comando diGiacomo dal Verme, nel territorio di Bologna; andò all'assedio di Crevalcuore, e poco mancò che non se ne impadronisse. Ma uscito animosamente il popolo di Bologna, e fatta massa a castello San Giovanni in Persiceto, l'armata nemica levò il campo, e se n'andò con Dio. Ma eccola comparir di nuovo a' dì 20 di giugno, e pareva tutto disposto per venire ad un fatto d'armi, quando all'improvviso arrivòordine a Giacomo del Verme di tornarsene indietro. Il motivo di questo cangiamento di cose fu il seguente.

Dopo essersi fermato lungo tempo in FirenzeFrancesco Novello da Carrara[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], ed aver concertato con que' pubblici magistrati il come si avesse da far guerra al conte di Virtù, travestito avea impresi varii viaggi nell'anno precedente a Perugia, a Pisa e ad altri luoghi. Finalmente, passato in Germania, andò a trovareStefano ducadi Baviera per impegnarlo, secondo le istruzioni avute dai Fiorentini e Bolognesi, nella guerra contra del conte di Virtù. Trovò disposto quel principe a calare in Italia con un corpo d'armata. Passò ancora a Madrussa a visitar quel conte suo cognato, e ritrovato Michele da Rabatta onorato cavaliere, che tutto si offerì a' suoi servigi, fece quella leva che potè di alcune centinaia di lance tanto in Germania che nel Friuli. Ora Francesco Novello, come ebbe nuova che Gian-Galeazzo avea impegnate le sue armi contra de' Bolognesi, coraggiosamente con quel poco di gente se ne tornò in Italia con disegno di tentare il suo ritorno in Padova. Era egli assai informato che il popolo padovano, dianzi sì disgustato del governo carrarese, lungi d'aver trovato quel dolce che si figurava sotto il Visconte, ne provava l'amaro, e sarebbe volentieri ritornato all'ubbidienza primiera; rari essendo que' popoli che, perduto il proprio principe, e ridotta la lor città in provincia, non ne sentano eccessivo danno, tanto che giungono a desiderare un principe, quand'anche non fosse il migliore del mondo, piuttosto che essere governati, cioè desolati da mercenarii governatori. E già molti dei nobili padovani erano stati o carcerati o confinati a Milano, oppure se n'erano fuggiti.

Gran conforto fu questa cognizione al Carrarese, e molto più gli era stata la promessa a lui fatta dal duca di Baviera di condurre le sue armi in Italia contradel signor di Milano. Passò egli pel Friuli col suo picciolo esercito, che nondimeno s'andò aumentando per istrada, concorrendo a lui massimamente i banditi da Padova. Appena giunto sul Padovano, a migliaia furono al suo seguito i villani armati, di modo che nel dì 19 di giugno si presentò alle mura del primo recinto di Padova, e diede un generale assalto[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Italic.]. La maggior parte di que' cittadini, all'udirCarro, Carro, e al veder le bandiere dell'antica casa da Carrara, e al sapere che v'era in persona Francesco Novello, non solo abbandonò la difesa delle mura, ma facilitò l'ingresso al Carrarese, che, entrato vittorioso, fece buona ciera a quanti si mostrarono allegri per la sua venuta. Nel dì seguente colla stessa facilità, aiutato da' cittadini, s'impadronì dell'interiore città, con essersiLuchino Rusca, Berretto Viscontee ilmarchese SpinetaMalaspina ritirati nel castello insieme colla guarnigion milanese, continuando poi la guerra contra della città. Vennero in poco tempo alla divozion del Carrarese le terre e castella del distretto, ed egli non tardò a spedire ambasciatori a Venezia, Ferrara, Bologna e Firenze colla nuova della ricuperata città, per cui si fecero pubbliche feste nelle due ultime città. Anche i signori veneziani, dimenticate le ingiurie e gli odii passati, con più riguardo sì, ma con egual piacere, gustarono l'impresa del Carrarese, perchè mal volentieri si vedeano sì vicini al potente signor di Milano. L'aiutarono ancora con vettovaglie e munizioni da guerra. Quanto adAlberto marchesedi Ferrara, interamente anch'egli se ne rallegrò, ma il contrario mostrò in apparenza. Per la non mai aspettata perdita di Padova rimasero non poco sconcertate le misure del conte di Virtù, di modo che immediatamente, cioè nel dì 24 di giugno, richiamò dal Bolognese l'armata sua. Avvenne, che uditasi in Verona la novelladel cambiamento seguito in Padova, ed essere venuto conFrancesco da Carrarail giovinettoCan Francesco dalla Scala, figliuolo del giàAntonio signoredi quella città, risvegliossi l'amore di molti di quel popolo verso la casa dalla Scala, e correndo colle armi alla piazza, contro il parere dei saggi e de' nobili, ribellarono la città, costrignendo il presidio milanese a ritirarsi nel castello, senza poi affossarsi e fortificarsi contra del medesimo. Eravi anche discordia fra i nobili e la plebe. Passò in quello stanteUgolotto Biancardocapitano del conte di Virtù, già spedito da lui con cinquecento lance all'assedio di Bologna, o, come è più probabile, al soccorso del castello di Padova, che vigorosamente si difendea. Giuntogli all'orecchio l'avviso della ribellion di Verona, mutato pensiero, tacitamente entrò di notte nel castello[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Poscia nella mattina seguente giorno 26 di giugno uscì furibondo contro gl'incauti Veronesi, uccidendo chiunque s'incontrava, senza trovarvi resistenza alcuna. Miserabil tragedia fu quella di sì nobile e ricca città. Tutta fu crudelmente messa a sacco senza distinzione d'innocenti e di rei, e senza risparmiare i luoghi sacri e l'onor delle donne, che furono in buona parte ritenute, quando il resto del popolo prese volontaria fuga, o ne fu cacciato, o imprigionato sì fieramente, che per qualche tempo restò desolata l'infelice Verona con orrore di ognuno.

Passò dipoi colle sue genti, e con alquante schiere di villani vicentini, Ugolotto Biancardo alla volta di Padova con voglia e speranza di fare un simile brutto giuoco a quella città, ed anche entrò nel castello, e si provò dipoi a dar battaglia a quei della città. Ma così ben ordinati trincieramenti avea fatto il Carrarese, e tal fu la difesa de' suoi, che il Biancardo, lasciato ben fornito quel castello, se ne ritornò indietro a Vicenza. Disponevasiintanto il conte di Virtù per ispedire gran gente contro di Padova, quando i Bolognesi e Fiorentini interruppero i suoi disegni, coll'inviare le loro armi addosso al distretto di Parma. S'aggiunse che, sollecitatoStefano duca di BavieradaFrancesco Novelloper li soccorsi promessi, mandò innanzi secento cavalli, che nel dì 27 di giugno pervennero a Padova. Vi arrivò egli stesso dipoi in persona nel dì primo di luglio. Andrea Gataro scrive con sei mila cavalli ben in ordine; altri dicono con mille lance, cadauna di quelle, a mio credere, di tre o quattro cavalli. Con questo gagliardo rinforzo cessò il timore nel petto ai Padovani, e riuscì loro di costringere alla resa il castello di Padova, nel dì 25 ossia 27 d'agosto[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; giacchè Ugolotto Biancardo, che ne' giorni addietro s'era mosso per tornare a rinforzarlo, rimase sconfitto dal conte da Carrara, fratello bastardo del medesimo Francesco Novello. Dopo tale acquisto non istette esso Carrarese in ozio; perocchè nel dì 19 di settembre, mosso l'esercito suo controAlberto d'Estemarchese di Ferrara, occupò nel Polesine la Badia e Lendenara, e passò all'assedio di Rovigo. Erano queste apparenze di nimistà fatte, per quanto si può credere, con intelligenza dell'Estense, affinchè egli si ritirasse con ragionevol motivo dalla lega contratta col signor di Milano. In fatti, essendosi interposto il duca di Baviera, con venir egli in persona a Ferrara nel dì 3 d'ottobre, seguì pace fra loro. Il Gataro iuniore[Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.]scrive trattato questo accordo dalla signoria di Venezia, colla spedizion de' suoi ambasciatori a Padova. Certo è che il marchese abbandonò il conte di Virtù, amicossi col Carrarese, e colle comunità di Firenze e Bologna, ma colla neutralità verso il conte suddetto. Fin quiAntoniotto Adornodoge di Genova con sua lode e con vantaggio del pubblico avea retta quellarepubblica[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Nulladimeno, conoscendo egli cresciuta di molto l'invidia contra di lui, nel giorno 3 d'agosto imbarcatosi all'improvviso, si ritirò dalla sconoscente e sempre fluttuante città; perlochè fu in armi il popolo, ed elesse per successore di luiJacopo da Campofregoso, figliuolo di Domenico, già doge della medesima città. In quest'anno ancora fu guerra in Toscana[Ammirato, Istoria di Firenze, lib. 15.]. I Sanesi col grosso corpo di gente, loro inviato dal conte di Virtù, sotto il comando diGiovanni di Azzodegli Ubaldini, e coll'aiuto de' Perugini lor collegati, diedero molto da fare ai Fiorentini, e presero alcune castella. Ma si raffreddò fra poco il loro ardire per la morte del medesimo Azzo, valoroso condottier d'armi, ed antico nemico de' Fiorentini[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], procurata, per quanto fu comunemente creduto, in Siena dai Fiorentini medesimi. Il Cataro, che il fa vivo nell'anno seguente, e intervenuto alle battaglie, a mio credere, s'ingannò. Anzi, per non potere il Visconte accudire alle cose di Toscana, a cagion delle mutazioni occorse in Lombardia, soffrirono i Sanesi non pochi danni per le scorrerie fatte dai provisionanti di Firenze nel loro territorio.


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