MCCCXCIIAnno diCristomcccxcii. Indiz.XV.Bonifazio IXpapa 4.Venceslaore de' Romani 15.Dispiaceva fortepapa Bonifaziol'arrabbiata guerra che si facea tra il conte di Virtù e i Fiorentini collegati col Carrarese[Corio, Istoria di Milano.]. Affine di smorzar questo fuoco, avea speditoRicciardo Caracciolo, gran maestro dell'ordine di Rodi, a Firenze e Pavia per indurre le parti alla pace. E perciocchè ancheAntoniotto Adornodoge di Genova con zelo avea fatte le medesime proposizioni, furono mandati a Genova gli ambasciatori delle potenze interessate; e, dopo grandi dibattimenti nel gennaio di quest'anno, si conchiuse una tregua di trent'anni fra loro[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. RinunziòGian-Galeazzoalle sue pretensioni sopra Padova, con cheFrancesco Novellopagasse cinquecento mila fiorini d'oro al Visconte in cinquanta anni, dieci mila per anno. Andrea Gataro scrive[Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], essere stati promessi solamente sette mila fiorini l'anno per anni trenta. Promesse sì lunghe sperava bene il Carrarese che non avrebbono effetto col tempo. DiFrancesco il vecchiosuo padre, che era prigione in Como (altri scrivono in Monza) nulla si parlò, figurandosi il figliuolo di poterne poi ottenere la liberazione dalla magnanimità di Gian-Galeazzo, se pure egli si curò moltodi riaverlo vivo. Gli altri capitoli della tregua, che fu pubblicata nel dì due di febbraio, si leggono presso il Corio, e son anche riferiti negli Annali del Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Disputandosi in quell'accordo, chi ne sarebbe garante,Guido Tomasi, ambasciator fiorentino, la finì con dire[Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 16.]:La spada sarà mallevadrice per tutti. Ma poco fidandosi i potenti d'Italia del Visconte, principe che colle forze grandi univa poca fede per la cocente voglia di dilatar le fimbrie, vollero assicurarsi in avvenire contra i di lui tentativi.Francesco Gonzagasignore di Mantova quegli fu che più degli altri si mosse. Andò a Roma, Firenze, Pisa, Bologna e Ferrara, e fermò una segreta lega di tutte queste potenze, la qual conchiusa in Bologna nel dì 11 d'aprile, accresciuta nel progresso, finalmente nel dì 8 di settembre fu gridata in Mantova, e si scoprì che v'erano entrati ancheFrancesco Novello da Carrara, edAstorreossiaEustorgio de' Manfredisignore d'Imola. N'ebbe gran rabbia Gian-Galeazzo Visconte, il quale in questi tempi attese a fabbricare il fortissimo castello, che tuttavia sussiste nella città di Milano, ed ebbe nel dì 23 d'esso mese la consolazione di veder nato da Caterina sua moglie un secondogenito, a cui fu posto il nome diFilippo Maria[Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nè si vuol tacere che di molte insidie furono tese al suddetto Gonzaga nel suo ritorno da Roma; il perchè fu necessitato a venir per mare in Toscana, e di là a Firenze e Bologna. Gli facea la caccia il conte di Virtù.Cominciò in quest'anno il giovinettore Ladislaoa tentar sua fortuna contra dell'emulo suore Lodovico[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Nel dì 10 d'aprile spedì le sue genti allo sterminio della potente casa de' Sanseverini, che teneva gran signoria in Calabria. Andarono ben fallati i suoi conti; imperciocchè, sentendo questa mossa i Sanseverini,cavalcarono un dì e una notte con fare settanta miglia (se tanto si può fare), e sull'alba assalirono il campo nemico, che a tutt'altro pensava, con isbarattarlo, far molti prigioni e guadagnar buon bottino. Si contarono fra i prigioniOttoneduca di Brunsvich principe di Taranto, edAlbericoconte di Barbiano. Costò al primo il riscatto non più di duemila fiorini d'oro; non più di tre mila all'altro, ma colla promessa di non militare per dieci anni contra di loro. Assai danaro si ricavò dalle altre persone di taglia, se vollero conseguire la libertà. Lorenzo Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]riferisce più tardi questo sinistro avvenimento, per cui il conte Alberico venne poi a militare in Lombardia. Andò ilre Ladislaoa Roma nel dì 30 di maggio, dove immensi onori gli furono fatti. E perciocchè laregina Costanzagià era venuta in isprezzo ad esso re, ed era successivamente mancato di vitaManfredi di ChiaramonteSiciliano suo padre, Ladislao propose in Roma l'annientamento del suo matrimonio (secondo alcuni, non peranche consumato) con essa regina, allegando di avervi consentito senza la necessaria età, e come per forza, e ne riportò sentenza favorevole: perlochè la sfortunata principessa, deposti i titoli regali, e trattata qual privata femminuccia, fu poi collocata in matrimonio ad altri, siccome diremo. Tornato a Gaeta Ladislao, uscì finalmente per la prima volta in campagna coll'esercito de' suoi baroni, a' quali laregina Margheritateneramente colle lagrime sugli occhi il raccomandò. S'impadronì dell'Aquila, e fece prigione ilconte di Monopoli. Fu attossicato in Capoa, e durò fatica a salvare la vita. Costrinse ad abbracciare il suo partitoTommaso Marzanoduca di Sessa, ammiraglio del regno, eStefano Sanseverinoconte di Matera. Mise anche in rotta i nemici a Monte Corvino, luogo che in quella congiuntura andò a sacco.Nell'anno presente[Raynald., Annales Ecclesiast. Histor. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.]Maria reginadi Sicilia, condotta in addietro per forza in Aragona dalla fazione aragonese, e maritata adon Martinodella real casa d'Aragona, venne col marito in Sicilia, correndo il mese di febbraio. Dopo avere oppressa, anzi spiantata la fazione contraria de' Chiaramontesi, Palermo, Catania ed altre città, vennero alla loro ubbidienza: al che si può credere che influisse non poco l'aver essi abbracciato il partito del veropontefice Bonifazio IX. Ma essendo i medesimi da lì a qualche tempo tornati a riconoscere l'antipapaClemente, si risvegliò una fiera ribellione in quell'isola, di modo che, a riserva di Messina, Siracusa e la rocca di Catania, tutto il rimanente si sottrasse al loro dominio. Non mancavano in tanto a papa Bonifazio turbolenze ne' suoi Stati, e cresceva l'impegno di sostener la guerra contra del nemicore Lodovico d'Angiòin favor dell'amicore Ladislao. Grande era il bisogno di danaro, ed egli per questo continuò ad impegnare i beni delle chiese di Roma, e ad erigere la metà delle annate per la collazion de' benefizii; del che furono universali le doglianze del clero, nè minori si sentirono per le decime imposte dall'antipapa al clero di Francia, e pur convenne pagarle. Grave discordia e guerra civile avea in addietro lacerata la città di Perugia per le fazioni de' Beccarini e Raspanti. S'invogliò quel popolo di chiamar colàpapa Bonifazio, il quale, già disgustato delle insolenze a lui fatte dai Banderesi romani, non ebbe discaro di accettar quella città per sua residenza[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], con esigere innanzi che in mano sua fossero rimesse le porte e le fortezze. Si portò egli colà nel dì 17 d'ottobre, e si studiò di rimettere la pace fra i cittadini, pace nondimeno che, secondo l'abuso di quei tempi, non fu di lunga durata.Dominava in Pisa da gran tempoPietro Gambacorta, governando, secondo varie Croniche, umanamente e saviamente quel popolo. Racconta all'incontro ne' suoi Annali il Tronci[Tronci, Annal. Pisani.], esser egli venuto in odio a tutti i cittadini di Pisa, non già per le azioni sue, ma per la prepotenza e per le insolenze de' suoi figliuoli, e d'altri della famiglia medesima. Somma confidenza aveva egli data aser Jacopo d'Appiano, ossiada Pisano, uomo, benchè vile di nascita, benchè malvagio in eccesso, pure suo segretario favorito, di modo che per mano di costui passavano tutti gli affari più importanti di quell'illustre città. La bandita fazion de' Raspanti manteneva segrete corrispondenze con questo mal arnese; anzi lo stessoGian-Galeazzo Visconteper fini suoi politici nascostamente fomentava stretta amicizia con lui; nè il Gambacorta seppe mai prestar fede ai Fiorentini e ad altri che gliel mettevano in sospetto. Per effettuare i suoi scellerati disegni l'Appiano, vecchio allora di settant'anni, occultamente introdusse in Pisa molte centinaia d'uomini suoi parziali, chiamati specialmente da Lucca e dalla Garfagnana[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]. Venuto il dì 21 di ottobre, ucciseJacopo Rosso de' Lanfranchi, uno de' primarii cittadini: fatto, per cui tutta la città fu in armi. Ancorchè non apparisse disposizione alcuna dell'ingratissimo Appiano contra del suo signore, pure Pier Gambacorta si afforzò con Lorenzo e Benedetto suoi figliuoli, e co' suoi provisionati. Ma non cessando di fidarsi dell'Appiano, restò miseramente ucciso egli, feriti e presi i suoi figliuoli, anch'eglino furono tolti dal mondo. Dopo di che il traditore Appiano ebbe seguito e forza per farsi proclamare signor di Pisa: colpo che sommamente increbbe ai Fiorentini, i quali, perduto un buon amico, ebbero da lì innanzi un dichiarato nemico in costui, siccome creaturadi Gian-Galeazzo Visconte, che all'aperta si diede poscia a conoscere gran protettore di lui. I fuorusciti allora rientrarono tutti in Pisa; ne uscirono i parziali de' Gambacorti, e non pochi altri de' migliori cittadini, e fra gli altri lo stessoarcivescovo Lotto Gambacorta. Di gravi molestie soffrì ancora in quest'anno la Toscana dalla compagnia di masnadieri raunata daAzzo da Castelloe daBiordo de' Michelotti[Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 16.]. Per liberarsene furono obbligati i Fiorentini a sborsare quaranta mila fiorini d'oro, sette mila i Sanesi, dodici mila i Pisani, otto mila i Lucchesi. Ecco se sapeano dare dei buoni salassi questi assassini. Altra via di cacciar costoro non ebbero i Perugini, che d'invitare alla lor città il papa, siccome abbiam già detto. In Genova gran commozione fu nell'anno presente contro adAntoniotto Adornodoge di quella istabile repubblica[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.].Antonio Viale vescovodi Savona nel dì 19 d'aprile fu il primo ad entrar coll'armi nella città; ma preso e cacciato in un'orrida prigione fu costretto per qualche tempo a far penitenza dell'attentato sconvenevole ad un pari suo. Altro sforzo fu fatto nel maggio, ma con poco successo, contra di esso doge. Finalmente nel dì 16 di giugno i Guelfi tutti, prese le armi, fecero battaglia cogli avversarii, costrignendoli alla fuga, di modo che anche l'Adorno segretamente si ritirò fuori della città, e in luogo suo fu creato dogeAntonio di Montaldo, parente del medesimo Adorno, benchè in età di soli ventitrè anni.
Dispiaceva fortepapa Bonifaziol'arrabbiata guerra che si facea tra il conte di Virtù e i Fiorentini collegati col Carrarese[Corio, Istoria di Milano.]. Affine di smorzar questo fuoco, avea speditoRicciardo Caracciolo, gran maestro dell'ordine di Rodi, a Firenze e Pavia per indurre le parti alla pace. E perciocchè ancheAntoniotto Adornodoge di Genova con zelo avea fatte le medesime proposizioni, furono mandati a Genova gli ambasciatori delle potenze interessate; e, dopo grandi dibattimenti nel gennaio di quest'anno, si conchiuse una tregua di trent'anni fra loro[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. RinunziòGian-Galeazzoalle sue pretensioni sopra Padova, con cheFrancesco Novellopagasse cinquecento mila fiorini d'oro al Visconte in cinquanta anni, dieci mila per anno. Andrea Gataro scrive[Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], essere stati promessi solamente sette mila fiorini l'anno per anni trenta. Promesse sì lunghe sperava bene il Carrarese che non avrebbono effetto col tempo. DiFrancesco il vecchiosuo padre, che era prigione in Como (altri scrivono in Monza) nulla si parlò, figurandosi il figliuolo di poterne poi ottenere la liberazione dalla magnanimità di Gian-Galeazzo, se pure egli si curò moltodi riaverlo vivo. Gli altri capitoli della tregua, che fu pubblicata nel dì due di febbraio, si leggono presso il Corio, e son anche riferiti negli Annali del Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Disputandosi in quell'accordo, chi ne sarebbe garante,Guido Tomasi, ambasciator fiorentino, la finì con dire[Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 16.]:La spada sarà mallevadrice per tutti. Ma poco fidandosi i potenti d'Italia del Visconte, principe che colle forze grandi univa poca fede per la cocente voglia di dilatar le fimbrie, vollero assicurarsi in avvenire contra i di lui tentativi.Francesco Gonzagasignore di Mantova quegli fu che più degli altri si mosse. Andò a Roma, Firenze, Pisa, Bologna e Ferrara, e fermò una segreta lega di tutte queste potenze, la qual conchiusa in Bologna nel dì 11 d'aprile, accresciuta nel progresso, finalmente nel dì 8 di settembre fu gridata in Mantova, e si scoprì che v'erano entrati ancheFrancesco Novello da Carrara, edAstorreossiaEustorgio de' Manfredisignore d'Imola. N'ebbe gran rabbia Gian-Galeazzo Visconte, il quale in questi tempi attese a fabbricare il fortissimo castello, che tuttavia sussiste nella città di Milano, ed ebbe nel dì 23 d'esso mese la consolazione di veder nato da Caterina sua moglie un secondogenito, a cui fu posto il nome diFilippo Maria[Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nè si vuol tacere che di molte insidie furono tese al suddetto Gonzaga nel suo ritorno da Roma; il perchè fu necessitato a venir per mare in Toscana, e di là a Firenze e Bologna. Gli facea la caccia il conte di Virtù.
Cominciò in quest'anno il giovinettore Ladislaoa tentar sua fortuna contra dell'emulo suore Lodovico[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Nel dì 10 d'aprile spedì le sue genti allo sterminio della potente casa de' Sanseverini, che teneva gran signoria in Calabria. Andarono ben fallati i suoi conti; imperciocchè, sentendo questa mossa i Sanseverini,cavalcarono un dì e una notte con fare settanta miglia (se tanto si può fare), e sull'alba assalirono il campo nemico, che a tutt'altro pensava, con isbarattarlo, far molti prigioni e guadagnar buon bottino. Si contarono fra i prigioniOttoneduca di Brunsvich principe di Taranto, edAlbericoconte di Barbiano. Costò al primo il riscatto non più di duemila fiorini d'oro; non più di tre mila all'altro, ma colla promessa di non militare per dieci anni contra di loro. Assai danaro si ricavò dalle altre persone di taglia, se vollero conseguire la libertà. Lorenzo Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]riferisce più tardi questo sinistro avvenimento, per cui il conte Alberico venne poi a militare in Lombardia. Andò ilre Ladislaoa Roma nel dì 30 di maggio, dove immensi onori gli furono fatti. E perciocchè laregina Costanzagià era venuta in isprezzo ad esso re, ed era successivamente mancato di vitaManfredi di ChiaramonteSiciliano suo padre, Ladislao propose in Roma l'annientamento del suo matrimonio (secondo alcuni, non peranche consumato) con essa regina, allegando di avervi consentito senza la necessaria età, e come per forza, e ne riportò sentenza favorevole: perlochè la sfortunata principessa, deposti i titoli regali, e trattata qual privata femminuccia, fu poi collocata in matrimonio ad altri, siccome diremo. Tornato a Gaeta Ladislao, uscì finalmente per la prima volta in campagna coll'esercito de' suoi baroni, a' quali laregina Margheritateneramente colle lagrime sugli occhi il raccomandò. S'impadronì dell'Aquila, e fece prigione ilconte di Monopoli. Fu attossicato in Capoa, e durò fatica a salvare la vita. Costrinse ad abbracciare il suo partitoTommaso Marzanoduca di Sessa, ammiraglio del regno, eStefano Sanseverinoconte di Matera. Mise anche in rotta i nemici a Monte Corvino, luogo che in quella congiuntura andò a sacco.
Nell'anno presente[Raynald., Annales Ecclesiast. Histor. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.]Maria reginadi Sicilia, condotta in addietro per forza in Aragona dalla fazione aragonese, e maritata adon Martinodella real casa d'Aragona, venne col marito in Sicilia, correndo il mese di febbraio. Dopo avere oppressa, anzi spiantata la fazione contraria de' Chiaramontesi, Palermo, Catania ed altre città, vennero alla loro ubbidienza: al che si può credere che influisse non poco l'aver essi abbracciato il partito del veropontefice Bonifazio IX. Ma essendo i medesimi da lì a qualche tempo tornati a riconoscere l'antipapaClemente, si risvegliò una fiera ribellione in quell'isola, di modo che, a riserva di Messina, Siracusa e la rocca di Catania, tutto il rimanente si sottrasse al loro dominio. Non mancavano in tanto a papa Bonifazio turbolenze ne' suoi Stati, e cresceva l'impegno di sostener la guerra contra del nemicore Lodovico d'Angiòin favor dell'amicore Ladislao. Grande era il bisogno di danaro, ed egli per questo continuò ad impegnare i beni delle chiese di Roma, e ad erigere la metà delle annate per la collazion de' benefizii; del che furono universali le doglianze del clero, nè minori si sentirono per le decime imposte dall'antipapa al clero di Francia, e pur convenne pagarle. Grave discordia e guerra civile avea in addietro lacerata la città di Perugia per le fazioni de' Beccarini e Raspanti. S'invogliò quel popolo di chiamar colàpapa Bonifazio, il quale, già disgustato delle insolenze a lui fatte dai Banderesi romani, non ebbe discaro di accettar quella città per sua residenza[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], con esigere innanzi che in mano sua fossero rimesse le porte e le fortezze. Si portò egli colà nel dì 17 d'ottobre, e si studiò di rimettere la pace fra i cittadini, pace nondimeno che, secondo l'abuso di quei tempi, non fu di lunga durata.
Dominava in Pisa da gran tempoPietro Gambacorta, governando, secondo varie Croniche, umanamente e saviamente quel popolo. Racconta all'incontro ne' suoi Annali il Tronci[Tronci, Annal. Pisani.], esser egli venuto in odio a tutti i cittadini di Pisa, non già per le azioni sue, ma per la prepotenza e per le insolenze de' suoi figliuoli, e d'altri della famiglia medesima. Somma confidenza aveva egli data aser Jacopo d'Appiano, ossiada Pisano, uomo, benchè vile di nascita, benchè malvagio in eccesso, pure suo segretario favorito, di modo che per mano di costui passavano tutti gli affari più importanti di quell'illustre città. La bandita fazion de' Raspanti manteneva segrete corrispondenze con questo mal arnese; anzi lo stessoGian-Galeazzo Visconteper fini suoi politici nascostamente fomentava stretta amicizia con lui; nè il Gambacorta seppe mai prestar fede ai Fiorentini e ad altri che gliel mettevano in sospetto. Per effettuare i suoi scellerati disegni l'Appiano, vecchio allora di settant'anni, occultamente introdusse in Pisa molte centinaia d'uomini suoi parziali, chiamati specialmente da Lucca e dalla Garfagnana[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]. Venuto il dì 21 di ottobre, ucciseJacopo Rosso de' Lanfranchi, uno de' primarii cittadini: fatto, per cui tutta la città fu in armi. Ancorchè non apparisse disposizione alcuna dell'ingratissimo Appiano contra del suo signore, pure Pier Gambacorta si afforzò con Lorenzo e Benedetto suoi figliuoli, e co' suoi provisionati. Ma non cessando di fidarsi dell'Appiano, restò miseramente ucciso egli, feriti e presi i suoi figliuoli, anch'eglino furono tolti dal mondo. Dopo di che il traditore Appiano ebbe seguito e forza per farsi proclamare signor di Pisa: colpo che sommamente increbbe ai Fiorentini, i quali, perduto un buon amico, ebbero da lì innanzi un dichiarato nemico in costui, siccome creaturadi Gian-Galeazzo Visconte, che all'aperta si diede poscia a conoscere gran protettore di lui. I fuorusciti allora rientrarono tutti in Pisa; ne uscirono i parziali de' Gambacorti, e non pochi altri de' migliori cittadini, e fra gli altri lo stessoarcivescovo Lotto Gambacorta. Di gravi molestie soffrì ancora in quest'anno la Toscana dalla compagnia di masnadieri raunata daAzzo da Castelloe daBiordo de' Michelotti[Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 16.]. Per liberarsene furono obbligati i Fiorentini a sborsare quaranta mila fiorini d'oro, sette mila i Sanesi, dodici mila i Pisani, otto mila i Lucchesi. Ecco se sapeano dare dei buoni salassi questi assassini. Altra via di cacciar costoro non ebbero i Perugini, che d'invitare alla lor città il papa, siccome abbiam già detto. In Genova gran commozione fu nell'anno presente contro adAntoniotto Adornodoge di quella istabile repubblica[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.].Antonio Viale vescovodi Savona nel dì 19 d'aprile fu il primo ad entrar coll'armi nella città; ma preso e cacciato in un'orrida prigione fu costretto per qualche tempo a far penitenza dell'attentato sconvenevole ad un pari suo. Altro sforzo fu fatto nel maggio, ma con poco successo, contra di esso doge. Finalmente nel dì 16 di giugno i Guelfi tutti, prese le armi, fecero battaglia cogli avversarii, costrignendoli alla fuga, di modo che anche l'Adorno segretamente si ritirò fuori della città, e in luogo suo fu creato dogeAntonio di Montaldo, parente del medesimo Adorno, benchè in età di soli ventitrè anni.