MCCCXCIX

MCCCXCIXAnno diCristomcccxcix. Indiz.VII.Bonifazio IXpapa 11.Venceslaore de' Romani 22.Sino al dì 14 d'aprile l'antipapaBenedetto, assediato dal marescialloBucicaldonel castello d'Avignone, si sostenne[Raynaldus, Annal. Eccles.]; ma non venendo i soccorsi ch'egli aspettava dal re d'Aragona, e cominciando a mancare il legno da bruciare con altre provvisioni, finalmente capitolò coll'interposizione degli ambasciatori aragonesi, promettendo di deporre la pontificia tiara, ogni qual voltapapa Bonifazioanch'egli cedesse, oppure mancasse di vita, e di non ritardare in conto alcuno l'union della Chiesa. Promise e giurò quanto si volle, ma risoluto di nulla attendere dipoi. Gran partigiano degli scismatici ai confini dello Stato ecclesiastico eraOnorato Gaetanoconte di Fondi. Più mene avea tenuto con alcuni nobili romani per abbassare il dominio di papa Bonifazio IX; fors'anche avea tramato contro la di lui vita. Il pontefice in quest'anno a dì 2 di maggio pubblicò contra di lui tutte le censure, ed altre barbariche pene solite a fulminarsi in simili casi; e poscia addosso a lui spinse l'armi temporali con tal successo, che, secondo Gobelino[Gobelinus, in Cosmodr.], arrivò a sterminarlo affatto col braccio delre Ladislao. Ma non avvenne già tutto questo nell'anno presente, siccome vedremo. Per altro verso ancora maggiormente andavano prosperando gli affari d'esso re Ladislao, tanto per li suoi maneggi, che per quelli dell'amico pontefice. Fra i più potenti baroni del regno di Napoli si contavaRaimondo del Balzodi casa Orsina, conte di Lecce e d'altre città. S'era egli tenuto in addietro neutrale fra i due re contendenti, facendosi credere amico non men dell'uno che dell'altro. Ma in fine, guadagnato dal papa, prese le armi contro aLodovico d'Angiò; e giacchè era mancatodi vita senza figliuoliOttone di Brunsvichprincipe di Taranto, egli s'impadronì del meglio di quel principato. Accorse bensì colà il re Lodovico, ma non solamente nulla vi guadagnò, vi fu anche assediato da Raimondo per terra e per mare. Mossosi per questo anche ilre Ladislaoda Gaeta col suo esercito, passò a quella parte, e, venutogli incontro l'Orsino con prestargli omaggio, l'investì immediatamente di quel principato. Noi vedemmo di sopra riferito dal Rinaldi all'anno 1391 l'avere esso Raimondo Orsino abbracciato il partito di papa Bonifazio. Potrebbe dubitarsi ch'egli aspettasse a farlo in questo anno. Fin qui la possente casa de' Sanseverini avea sostenuta in capo a Lodovico d'Angiò la corona di Napoli. Cominciò anch'essa a titubare e a tener trattati col re Ladislao, e tanto fece che il rendè padrone di Napoli. Sono discordi gli autori in dire di qual anno preciso Ladislao tornasse in possesso di quella nobilissima città. Il Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]fa ciò succeduto nell'anno 1397. Ma, secondo gli Annali di Giovenale Orsini citati dal Rinaldi, e secondo altri autori, appartien questo avvenimento all'anno presente, e però più sotto ne parlerò. Leggesi ne' Giornali Napoletani[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]differito il ritorno di Ladislao in possesso di Napoli sino all'anno seguente, e così ancora l'acquisto fatto del principato di Taranto da Raimondo Orsino; come pure, che nel dì 12 d'aprile di quest'anno i Sanseverineschi colle forze loro andarono all'assedio della città d'Aversa, e che nel dì 4 di maggio se ne tornarono quali erano venuti. Ma ciò è piuttosto da riferire all'anno precedente. Veggiamo parimente scritto che il re Ladislao spossessò del dominio di Capoa il conte di Alife; ma sembra questo fatto lo stesso che di sopra fu narrato all'anno 1397. La storia di Napoli si scorge in questi tempi mancante di qualche autentico e contemporaneo scrittore de' suoi avvenimenti,riuscendo perciò molto intralciata e confusa.Gherardo d'Appiano, divenuto signore di Pisa, era uomo di mente ristretta, di poco coraggio. Lasciossi egli tanto aggirare ora da spaventi, ed ora da lusinghe diAntonio Porroministro del duca di Milano, che persuadendosi di non poter durare in quel dominio, e all'incontro di fare il bene della patria, s'indusse nel mese di febbraio a vendere quella città colle sue dipendenze ad essoGian-Galeazzopel prezzo di ducento mila fiorini d'oro[Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.], e con riserbarsi la signoria di Piombino, dell'isola d'Elba, e di qualche altro castello. Conchiuso il trattato, mandò il duca a Pisa circa mille lancie, ed alcune compagnie di fanteria con pretesto di mutar le altre ch'egli prima aveva in quella città[Corio, Istoria di Milano. Tronci, Istor. di Pisa. Ammirati, Istoria di Firenze.]. Con questi ed altri armati Gherardo corse la città senza resistenza; laonde con facilità diede il possesso di Pisa all'uffiziale del Visconte. Ne furono ben malcontenti quei cittadini; più ne rimasero turbati i Fiorentini, che s'erano lasciati avviluppar dalle belle parole, cioè dalle finte promesse dell'Appiano, e vedeano sempre più crescere i ceppi alla loro libertà. Andò l'Appiano a mettere la sua stanza a Piombino, terra che ne' suoi discendenti durò sino dopo l'anno 1600; e rimase Antonio Porro governator di Pisa pel duca di Milano, con far credere ai Fiorentini il miglior vicinato del mondo. Ossia che i Sanesi non si fossero prima d'ora dati al medesimo duca, e l'avessero preso solamente per protettore, oppure che aspettassero fino a quest'anno a mettersegli in braccio: certo è, che, angustiati daBrogliocapitano d'una compagnia di masnadieri, forse a sommossa del duca di Milano, anch'essi nell'agosto o settembre dell'anno presente[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]si spogliaronodella lor libertà, concedendo al medesimo duca la signoria della lor città: il che fu un altro colpo, onde restò trafitto il cuore alla repubblica di Firenze. Si dichiararono ancora aderenti al medesimo duca in Toscana i conti di Poppi e di Bagni, e gli Ubaldini tutti; e giàFrancesco Gonzagasignor di Mantova s'era messo ai servigi di lui. Però d'altro allora non si parlava che del grande ascendente e della fortunata politica del duca di Milano; ma con rammarico non ordinario di que' potentati, che miravano nell'esaltazione di lui il pericolo della propria rovina. S'aggiunse di più, che il duca co' suoi maneggi staccò dall'amicizia de' Fiorentini i Bolognesi. Cercò ancora d'indurre i Perugini, stanchi per la guerra col papa, ad accettarlo per loro signore, ma non gli riuscì se non nello anno seguente. Lucca inoltre parea del pari vicina a seguir l'esempio delle altre. Per tali successi in Firenze di gran consigli si fecero, affine di difendersi da così dilatata potenza, ma senza far movimento palese per non turbare la pace.Passarono gli affari di Bologna nella seguente forma[Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.]. Nel dì 22 d'aprileGiovanni de' BentivoglieNanne de' Gozzadini, già fuorusciti, entrarono in quella città, con prendere la porta di Stra' San Donato, disegnando d'introdurre ilconte Giovanni da Barbianoco' suoi armati, e di abbattere la fazion dominante dei Maltraversi.Carlo degli Zambeccarie gli altri del suo partito, che non dormivano, furono tosto in armi, e fecero prigioni i già entrati. Benchè molti li volessero morti, Carlo, più magnanimo degli altri, si contentò che fossero mandati a' confini, chi a Carpi, chi a Zara e chi a Genova. Ma che? Entrata la peste in Bologna, grande strage fece, e fra gli altri levò dal mondo lo Zambeccari ed altri capi dei Maltraversi ne' mesi di settembre, ottobre e novembre.Avvenne[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]che nell'agosto il conte Giovanni di Barbiano colle sue genti passò sul Bolognese, commettendo molte ruberie e gravi insolenze alle donne nobili che erano in villa. Andava costui alla terra di Vignola, già da lui occupata nel territorio di Modena al marchese di Ferrara. Per tali insulti irritato non meno esso marchese, che i magistrati di Bologna, spedirono le loro milizie a Vignola; e trovato il conte che coi suoi dormiva senza far buona guardia, li condussero tutti prigionieri a Bologna. Andò sì innanzi l'ira del popolo, attizzata anche daAstorre de' Manfredisignor di Faenza, che volle liberarsi da così mal arnese, e però nel dì 27 di settembre furono decapitati nella pubblica piazza essoconte Giovanni, ilconte Lippazzosuo nipote e ilconte Bandezatosuo parente. Un figliuolo d'esso conte Giovanni morì nelle carceri, e a Conselice ad altro suo parente era già stato mozzato il capo. Costò ben caro dipoi ai Bolognesi questa rigorosa giustizia. Ricuperò ilmarchese Niccolòdi Ferrara, con tal congiuntura, Vignola, dopo quattro mesi d'assedio, e fece buon trattamento alconte Manfredidi Barbiano, rimasto prigione delle sue genti nella sconfitta di Vignola. Essendo mancati, come dicemmo, i principali de' Maltraversi, furono nel mese di novembre richiamati dall'esilioGiovanni de' Bentivogli, Nanne de' Gozzadini, e gli altri che manteneano buona corrispondenza col duca di Milano, e presero poi per forza il governo di quella città nel dicembre.Celebre fu quest'anno per la pia commozione de' Bianchi, somigliante ad altre, che s'erano vedute nel precedente secolo, ed anche nel presente, se non che non s'ode in questa il fracasso della disciplina che si praticò nelle prime. Portavano essi cappe bianche, ed ivano incappucciati uomini e donne, cantando a cori l'innoStabat mater dolorosa, che allora uscì alla luce. Entravano in processionenelle città, e con somma divozione andando alle cattedrali, intonavano di tanto in tantopaceemisericordia. Passati quei d'una città all'altra, se ne tornavano poi la maggior parte alle lor case; e quei della città visitata portavano ad un'altra in processione il medesimo istituto. A chi avea bisogno di vitto, benchè fossero migliaia di persone, ogni città caritatevolmente lo contribuiva; essi nondimeno altro non richiedevano se non pane ed acqua[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Fu cosa mirabile il mirar tanta commozione di popoli, tanta divozione, senzachè vi si osservassero scandali, come scrivono alcuni. Più mirabil fu il frutto che se ne ricavò; perciocchè dovunque giugneano, cessavano tutte le brighe; si riconciliavano i nemici con infinite paci: e i più indurati peccatori ricorrevano alla penitenza, in guisa che le confessioni e comunioni con gran frequenza e fervore si videro allora praticate. Le strade erano sicure, si restituiva il mal tolto, e furono contati o vantati non pochi miracoli come succeduti in questo pio movimento. Siccome nei precedenti aveano avuta origine le scuole, ossia le confraternite de' Battuti, così nel presente ebbero principio altre confraternite appellate de' Bianchi, le quali tuttavia durano nelle città d'Italia, del che ho io altrove favellato[Antiquit. Ital. tom. I, Dissert. II.]. Tutte le storie italiane parlano sotto l'anno corrente di questa divozione, la quale, secondo il Delaito, venne fin da Granata, oppure, per sentimento di Giorgio Stella, nacque in Provenza, o almeno da quella parte penetrò in Italia, e, per la riviera d'occidente nel dì 5 di luglio giunse a Genova, imprimendo negli animi di quel popolo il timore santo di Dio, la penitenza e la pace. Di là passò poi in Toscana e Lombardia. Nel mese d'agosto i Modenesi vestiti di bianco in numero, chi dice di quindici, e chi di venticinquemila persone, andarono a Bologna[Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.]; e susseguentemente i Bolognesi si trasferirono ad Imola. Nella stessa maniera i Lucchesi portarono cosiffatta divozione a Pistoia[Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 16.], e di là questa passò a Firenze; e poscia circa venti mila Fiorentini processionalmente, avendo per loro guida il vescovo di Fiesole, marciarono ad Arezzo. I signori veneziani sempre circospetti non vollero nelle lor terre questa unione di gente; e il duca di Milano anch'egli non la permise in alcuna delle sue città per sospetto di sedizioni. Peggio abbiamo da Teodorico di Niem[Theodoric. de Niem, lib. 2, cap. 26.]. Dice egli (non so se con verità) che alcuni impostori, fingendo miracoli, portarono dalla Scozia in Italia questa novità; ma che, dormendo le notti nelle chiese e ne' monisteri uomini e donne insieme sulla nuda terra, ne seguivano non pochi disordini, e la cosa andò a terminar male, siccome dirò all'anno seguente.Torniamo ora alle novità del regno di Napoli, le quali tengo io per fermo succedute in questo, e non già in altro anno. Jacopo Delaito[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], Sozomeno[Sozomenus, Histor., tom. 16 Rer. Ital.]e Giorgio Stella[Giorgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], scrittori contemporanei, m'assicurano abbastanza ch'io non m'abbaglio in questo. Essendo riuscito alre Ladislaodi tirar con segreti maneggi alla sua divozione i Sanseverineschi, stati in addietro il braccio destro delre Lodovico d'Angiò: cominciarono questi a divisar la maniera di sbrigarsi di esso re Lodovico, al quale non il solo nemico Ladislao facea paura, ma anche la povertà. Il consigliarono di passare a Taranto per assicurarsi che quel paese non cadesse nelle mani di Ladislao. Andò egli nel dì 8 di febbraio, e vi fu ricevuto sotto il pallio. Sfumò da lì a poco questa allegrezza,perchè Raimondo del Balzo Orsino, secondo le cose narrate di sopra, l'assediò in quella città. Venne in questi tempi a NapoliCarlo d'Angiòfratello del re Lodovico, e restò ivi. Ma eccoti arrivare nel dì 9 di luglio a quella città il reLadislaocon sue galere, e trattare col popolo napoletano per entrare. Furono d'accordo, e Ladislao vi entrò; perlochè Carlo d'Angiò coi Provenzali si ritirò in Castello Nuovo, il quale fu immantenente cinto d'assedio. Ora trovandosi il re Lodovico confinato in Taranto, perseguitato da Raimondo Orsino, e abbandonato dalla casa Sanseverina, o, per meglio dire, da tutti, disperato s'imbarcò nelle sue galere, e venne alla volta di Napoli, credendosi di rientrarvi; ma ritrovò che la città avea mutato padrone. Il perchè mandò a trattare col re Ladislao, e fu stabilito di fargli rendere il Castello Nuovo, con che Carlo d'Angiò suo fratello fosse messo in libertà. Ciò fatto, diede le vele al vento, e se ne ritornò a' suoi Stati di Provenza confuso, con lasciar Ladislao trionfante. Gran peste fu in questo anno per la maggior parte d'Italia con fiera strage de' popoli. Poca diligenza per guardarsene usavano allora le città, e neppur lasciavano usarla le guerre e le sedizioni troppo frequenti in sì grande ondeggiamento dell'Italia. Quel gran male che faceva una volta la pestilenza, si proverebbe anche oggidì, se venissero meno le precauzioni e diligenze introdotte dipoi.

Sino al dì 14 d'aprile l'antipapaBenedetto, assediato dal marescialloBucicaldonel castello d'Avignone, si sostenne[Raynaldus, Annal. Eccles.]; ma non venendo i soccorsi ch'egli aspettava dal re d'Aragona, e cominciando a mancare il legno da bruciare con altre provvisioni, finalmente capitolò coll'interposizione degli ambasciatori aragonesi, promettendo di deporre la pontificia tiara, ogni qual voltapapa Bonifazioanch'egli cedesse, oppure mancasse di vita, e di non ritardare in conto alcuno l'union della Chiesa. Promise e giurò quanto si volle, ma risoluto di nulla attendere dipoi. Gran partigiano degli scismatici ai confini dello Stato ecclesiastico eraOnorato Gaetanoconte di Fondi. Più mene avea tenuto con alcuni nobili romani per abbassare il dominio di papa Bonifazio IX; fors'anche avea tramato contro la di lui vita. Il pontefice in quest'anno a dì 2 di maggio pubblicò contra di lui tutte le censure, ed altre barbariche pene solite a fulminarsi in simili casi; e poscia addosso a lui spinse l'armi temporali con tal successo, che, secondo Gobelino[Gobelinus, in Cosmodr.], arrivò a sterminarlo affatto col braccio delre Ladislao. Ma non avvenne già tutto questo nell'anno presente, siccome vedremo. Per altro verso ancora maggiormente andavano prosperando gli affari d'esso re Ladislao, tanto per li suoi maneggi, che per quelli dell'amico pontefice. Fra i più potenti baroni del regno di Napoli si contavaRaimondo del Balzodi casa Orsina, conte di Lecce e d'altre città. S'era egli tenuto in addietro neutrale fra i due re contendenti, facendosi credere amico non men dell'uno che dell'altro. Ma in fine, guadagnato dal papa, prese le armi contro aLodovico d'Angiò; e giacchè era mancatodi vita senza figliuoliOttone di Brunsvichprincipe di Taranto, egli s'impadronì del meglio di quel principato. Accorse bensì colà il re Lodovico, ma non solamente nulla vi guadagnò, vi fu anche assediato da Raimondo per terra e per mare. Mossosi per questo anche ilre Ladislaoda Gaeta col suo esercito, passò a quella parte, e, venutogli incontro l'Orsino con prestargli omaggio, l'investì immediatamente di quel principato. Noi vedemmo di sopra riferito dal Rinaldi all'anno 1391 l'avere esso Raimondo Orsino abbracciato il partito di papa Bonifazio. Potrebbe dubitarsi ch'egli aspettasse a farlo in questo anno. Fin qui la possente casa de' Sanseverini avea sostenuta in capo a Lodovico d'Angiò la corona di Napoli. Cominciò anch'essa a titubare e a tener trattati col re Ladislao, e tanto fece che il rendè padrone di Napoli. Sono discordi gli autori in dire di qual anno preciso Ladislao tornasse in possesso di quella nobilissima città. Il Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]fa ciò succeduto nell'anno 1397. Ma, secondo gli Annali di Giovenale Orsini citati dal Rinaldi, e secondo altri autori, appartien questo avvenimento all'anno presente, e però più sotto ne parlerò. Leggesi ne' Giornali Napoletani[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]differito il ritorno di Ladislao in possesso di Napoli sino all'anno seguente, e così ancora l'acquisto fatto del principato di Taranto da Raimondo Orsino; come pure, che nel dì 12 d'aprile di quest'anno i Sanseverineschi colle forze loro andarono all'assedio della città d'Aversa, e che nel dì 4 di maggio se ne tornarono quali erano venuti. Ma ciò è piuttosto da riferire all'anno precedente. Veggiamo parimente scritto che il re Ladislao spossessò del dominio di Capoa il conte di Alife; ma sembra questo fatto lo stesso che di sopra fu narrato all'anno 1397. La storia di Napoli si scorge in questi tempi mancante di qualche autentico e contemporaneo scrittore de' suoi avvenimenti,riuscendo perciò molto intralciata e confusa.

Gherardo d'Appiano, divenuto signore di Pisa, era uomo di mente ristretta, di poco coraggio. Lasciossi egli tanto aggirare ora da spaventi, ed ora da lusinghe diAntonio Porroministro del duca di Milano, che persuadendosi di non poter durare in quel dominio, e all'incontro di fare il bene della patria, s'indusse nel mese di febbraio a vendere quella città colle sue dipendenze ad essoGian-Galeazzopel prezzo di ducento mila fiorini d'oro[Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.], e con riserbarsi la signoria di Piombino, dell'isola d'Elba, e di qualche altro castello. Conchiuso il trattato, mandò il duca a Pisa circa mille lancie, ed alcune compagnie di fanteria con pretesto di mutar le altre ch'egli prima aveva in quella città[Corio, Istoria di Milano. Tronci, Istor. di Pisa. Ammirati, Istoria di Firenze.]. Con questi ed altri armati Gherardo corse la città senza resistenza; laonde con facilità diede il possesso di Pisa all'uffiziale del Visconte. Ne furono ben malcontenti quei cittadini; più ne rimasero turbati i Fiorentini, che s'erano lasciati avviluppar dalle belle parole, cioè dalle finte promesse dell'Appiano, e vedeano sempre più crescere i ceppi alla loro libertà. Andò l'Appiano a mettere la sua stanza a Piombino, terra che ne' suoi discendenti durò sino dopo l'anno 1600; e rimase Antonio Porro governator di Pisa pel duca di Milano, con far credere ai Fiorentini il miglior vicinato del mondo. Ossia che i Sanesi non si fossero prima d'ora dati al medesimo duca, e l'avessero preso solamente per protettore, oppure che aspettassero fino a quest'anno a mettersegli in braccio: certo è, che, angustiati daBrogliocapitano d'una compagnia di masnadieri, forse a sommossa del duca di Milano, anch'essi nell'agosto o settembre dell'anno presente[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]si spogliaronodella lor libertà, concedendo al medesimo duca la signoria della lor città: il che fu un altro colpo, onde restò trafitto il cuore alla repubblica di Firenze. Si dichiararono ancora aderenti al medesimo duca in Toscana i conti di Poppi e di Bagni, e gli Ubaldini tutti; e giàFrancesco Gonzagasignor di Mantova s'era messo ai servigi di lui. Però d'altro allora non si parlava che del grande ascendente e della fortunata politica del duca di Milano; ma con rammarico non ordinario di que' potentati, che miravano nell'esaltazione di lui il pericolo della propria rovina. S'aggiunse di più, che il duca co' suoi maneggi staccò dall'amicizia de' Fiorentini i Bolognesi. Cercò ancora d'indurre i Perugini, stanchi per la guerra col papa, ad accettarlo per loro signore, ma non gli riuscì se non nello anno seguente. Lucca inoltre parea del pari vicina a seguir l'esempio delle altre. Per tali successi in Firenze di gran consigli si fecero, affine di difendersi da così dilatata potenza, ma senza far movimento palese per non turbare la pace.

Passarono gli affari di Bologna nella seguente forma[Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.]. Nel dì 22 d'aprileGiovanni de' BentivoglieNanne de' Gozzadini, già fuorusciti, entrarono in quella città, con prendere la porta di Stra' San Donato, disegnando d'introdurre ilconte Giovanni da Barbianoco' suoi armati, e di abbattere la fazion dominante dei Maltraversi.Carlo degli Zambeccarie gli altri del suo partito, che non dormivano, furono tosto in armi, e fecero prigioni i già entrati. Benchè molti li volessero morti, Carlo, più magnanimo degli altri, si contentò che fossero mandati a' confini, chi a Carpi, chi a Zara e chi a Genova. Ma che? Entrata la peste in Bologna, grande strage fece, e fra gli altri levò dal mondo lo Zambeccari ed altri capi dei Maltraversi ne' mesi di settembre, ottobre e novembre.Avvenne[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]che nell'agosto il conte Giovanni di Barbiano colle sue genti passò sul Bolognese, commettendo molte ruberie e gravi insolenze alle donne nobili che erano in villa. Andava costui alla terra di Vignola, già da lui occupata nel territorio di Modena al marchese di Ferrara. Per tali insulti irritato non meno esso marchese, che i magistrati di Bologna, spedirono le loro milizie a Vignola; e trovato il conte che coi suoi dormiva senza far buona guardia, li condussero tutti prigionieri a Bologna. Andò sì innanzi l'ira del popolo, attizzata anche daAstorre de' Manfredisignor di Faenza, che volle liberarsi da così mal arnese, e però nel dì 27 di settembre furono decapitati nella pubblica piazza essoconte Giovanni, ilconte Lippazzosuo nipote e ilconte Bandezatosuo parente. Un figliuolo d'esso conte Giovanni morì nelle carceri, e a Conselice ad altro suo parente era già stato mozzato il capo. Costò ben caro dipoi ai Bolognesi questa rigorosa giustizia. Ricuperò ilmarchese Niccolòdi Ferrara, con tal congiuntura, Vignola, dopo quattro mesi d'assedio, e fece buon trattamento alconte Manfredidi Barbiano, rimasto prigione delle sue genti nella sconfitta di Vignola. Essendo mancati, come dicemmo, i principali de' Maltraversi, furono nel mese di novembre richiamati dall'esilioGiovanni de' Bentivogli, Nanne de' Gozzadini, e gli altri che manteneano buona corrispondenza col duca di Milano, e presero poi per forza il governo di quella città nel dicembre.

Celebre fu quest'anno per la pia commozione de' Bianchi, somigliante ad altre, che s'erano vedute nel precedente secolo, ed anche nel presente, se non che non s'ode in questa il fracasso della disciplina che si praticò nelle prime. Portavano essi cappe bianche, ed ivano incappucciati uomini e donne, cantando a cori l'innoStabat mater dolorosa, che allora uscì alla luce. Entravano in processionenelle città, e con somma divozione andando alle cattedrali, intonavano di tanto in tantopaceemisericordia. Passati quei d'una città all'altra, se ne tornavano poi la maggior parte alle lor case; e quei della città visitata portavano ad un'altra in processione il medesimo istituto. A chi avea bisogno di vitto, benchè fossero migliaia di persone, ogni città caritatevolmente lo contribuiva; essi nondimeno altro non richiedevano se non pane ed acqua[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Fu cosa mirabile il mirar tanta commozione di popoli, tanta divozione, senzachè vi si osservassero scandali, come scrivono alcuni. Più mirabil fu il frutto che se ne ricavò; perciocchè dovunque giugneano, cessavano tutte le brighe; si riconciliavano i nemici con infinite paci: e i più indurati peccatori ricorrevano alla penitenza, in guisa che le confessioni e comunioni con gran frequenza e fervore si videro allora praticate. Le strade erano sicure, si restituiva il mal tolto, e furono contati o vantati non pochi miracoli come succeduti in questo pio movimento. Siccome nei precedenti aveano avuta origine le scuole, ossia le confraternite de' Battuti, così nel presente ebbero principio altre confraternite appellate de' Bianchi, le quali tuttavia durano nelle città d'Italia, del che ho io altrove favellato[Antiquit. Ital. tom. I, Dissert. II.]. Tutte le storie italiane parlano sotto l'anno corrente di questa divozione, la quale, secondo il Delaito, venne fin da Granata, oppure, per sentimento di Giorgio Stella, nacque in Provenza, o almeno da quella parte penetrò in Italia, e, per la riviera d'occidente nel dì 5 di luglio giunse a Genova, imprimendo negli animi di quel popolo il timore santo di Dio, la penitenza e la pace. Di là passò poi in Toscana e Lombardia. Nel mese d'agosto i Modenesi vestiti di bianco in numero, chi dice di quindici, e chi di venticinquemila persone, andarono a Bologna[Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.]; e susseguentemente i Bolognesi si trasferirono ad Imola. Nella stessa maniera i Lucchesi portarono cosiffatta divozione a Pistoia[Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 16.], e di là questa passò a Firenze; e poscia circa venti mila Fiorentini processionalmente, avendo per loro guida il vescovo di Fiesole, marciarono ad Arezzo. I signori veneziani sempre circospetti non vollero nelle lor terre questa unione di gente; e il duca di Milano anch'egli non la permise in alcuna delle sue città per sospetto di sedizioni. Peggio abbiamo da Teodorico di Niem[Theodoric. de Niem, lib. 2, cap. 26.]. Dice egli (non so se con verità) che alcuni impostori, fingendo miracoli, portarono dalla Scozia in Italia questa novità; ma che, dormendo le notti nelle chiese e ne' monisteri uomini e donne insieme sulla nuda terra, ne seguivano non pochi disordini, e la cosa andò a terminar male, siccome dirò all'anno seguente.

Torniamo ora alle novità del regno di Napoli, le quali tengo io per fermo succedute in questo, e non già in altro anno. Jacopo Delaito[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], Sozomeno[Sozomenus, Histor., tom. 16 Rer. Ital.]e Giorgio Stella[Giorgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], scrittori contemporanei, m'assicurano abbastanza ch'io non m'abbaglio in questo. Essendo riuscito alre Ladislaodi tirar con segreti maneggi alla sua divozione i Sanseverineschi, stati in addietro il braccio destro delre Lodovico d'Angiò: cominciarono questi a divisar la maniera di sbrigarsi di esso re Lodovico, al quale non il solo nemico Ladislao facea paura, ma anche la povertà. Il consigliarono di passare a Taranto per assicurarsi che quel paese non cadesse nelle mani di Ladislao. Andò egli nel dì 8 di febbraio, e vi fu ricevuto sotto il pallio. Sfumò da lì a poco questa allegrezza,perchè Raimondo del Balzo Orsino, secondo le cose narrate di sopra, l'assediò in quella città. Venne in questi tempi a NapoliCarlo d'Angiòfratello del re Lodovico, e restò ivi. Ma eccoti arrivare nel dì 9 di luglio a quella città il reLadislaocon sue galere, e trattare col popolo napoletano per entrare. Furono d'accordo, e Ladislao vi entrò; perlochè Carlo d'Angiò coi Provenzali si ritirò in Castello Nuovo, il quale fu immantenente cinto d'assedio. Ora trovandosi il re Lodovico confinato in Taranto, perseguitato da Raimondo Orsino, e abbandonato dalla casa Sanseverina, o, per meglio dire, da tutti, disperato s'imbarcò nelle sue galere, e venne alla volta di Napoli, credendosi di rientrarvi; ma ritrovò che la città avea mutato padrone. Il perchè mandò a trattare col re Ladislao, e fu stabilito di fargli rendere il Castello Nuovo, con che Carlo d'Angiò suo fratello fosse messo in libertà. Ciò fatto, diede le vele al vento, e se ne ritornò a' suoi Stati di Provenza confuso, con lasciar Ladislao trionfante. Gran peste fu in questo anno per la maggior parte d'Italia con fiera strage de' popoli. Poca diligenza per guardarsene usavano allora le città, e neppur lasciavano usarla le guerre e le sedizioni troppo frequenti in sì grande ondeggiamento dell'Italia. Quel gran male che faceva una volta la pestilenza, si proverebbe anche oggidì, se venissero meno le precauzioni e diligenze introdotte dipoi.


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