MCCCXIV

MCCCXIVAnno diCristomcccxiv. IndizioneXII.Clemente Vpapa 10.Imperio vacante.Filippo il Bello redi Francia eRoberto redi Napoli e signor di Provenza, che in questi tempi raggiravano a lor piacere la corte pontificia, fecero pubblicar due costituzioni a papaClemente V[Raynald., Annal. Eccl.], colle quali annullò, ossia dichiarò nulla la sentenza dell'imperadoreArrigo VIIcontra del re Roberto. Nè veramente sussisteva essa in quella parte, dove il dichiarava decaduto e privato di tutte le Provincie e città da lui possedute, con assolvere tutti i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà: perciocchè tali parole generali sembravano ferire anche il regno di Napoli, del quale da sì lungo tempo la sola Chiesa romana concedeva l'investitura, senza che gl'imperadori vi ritenessero o usassero sovranità alcuna. Ma qui non finì la faccenda[Nicolaus Botront., Relat. Itiner. Henrici VII tom. 9 Rer. Ital.]. Era stata nel 1512 in Roma qualche controversia fra i ministri pontificii e l'imperadore Arrigo, intorno ai giuramenti che fanno gl'imperadori ai papi nella coronazione, e all'autorità pretesa dal pontefice di comandare all'imperadore anche nel temporale. Ora Clemente dichiarò che tali giuramenti prestati dai papi sono giuramenti di fedeltà, volendo insinuare che gl'imperadori son vassalli del papa. E nella clementinaPastoralem, con cui abolisce la suddetta sentenza d'Arrigo, aggiugne queste parole:Nos tam ex superioritate, quam ad imperium non est dubium nos habere, quam ex potestate, in qua vacante imperio imperatori succedimus, ec. Parvero dure ed insoffribili novità queste espressioni, e cagionarono poi delle gravi discordie, pretendendolei Tedeschi affatto ripugnanti alla sentenza e pratica di tutti i secoli addietro; e che gl'imperadori, lungi dall'essere vassalli de' papi, fossero stati in passato sovrani di Roma stessa; e che sui regni d'Italia e di Germania niuna autorità temporale avessero mai avuta i papi, nè potessero pretenderla per varie ragioni; e che novità ancora fosse l'attribuirsi il governo d'esso regno d'Italia, vacante l'imperio. Ma a buon conto papa Clemente, piantate queste massime, delle quali per necessità convien qui fare menzione, ne procedette all'esecuzione nel dì 14 di marzo del presente anno[Raynaldus, Annal. Eccles.], col sostituire vicario dell'imperio in tutte le parti dell'Italia sottoposte al medesimo imperio ilre Roberto, a cui nulla si negava in questi tempi, e che inoltre fu creato senatore di Roma: tutti gradini per alzarsi al dominio di tutta l'Italia, se i popoli avessero facilmente ceduto ai di lui voleri e disegni. Ma si fermò il breve volo della sua fortuna per la morte sopravvenuta al medesimo papaClemente V[Bernardus Guid. Ptolom. Lucens. Amalricus Auger. Giovanni Villani, et alii.]. Trovavasi egli in Roccamora vicino al Rodano, malmesso di sanità da qualche tempo. Quivi terminò sua vita nel dì 20 d'aprile di quest'anno. Son brutti i colori lasciati alla memoria di questo pontefice da Giovanni Villani, da Albertino Mussato, da fra Francesco Pipino e da altri. Certo alcuni ne avrà inventati la malignità. Ma indubitato è ancora che un gran processo dovette questo pontefice trovar nel tribunale di Dio, per la maniera da lui tenuta in ottenere il pontificato, e per aver privata della sua residenza quella città, di cui Dio ha fatti pastori particolari i sommi pontefici, e con empiere il sacro collegio di oltramontani, per eternare in tale forma la permanenza della santa Sede di là dai monti. Fu anche accusato di non aver conosciuta misura nell'arricchire ed ingrandire i suoi parenti, nel ridur in commendatanti monisteri, e nell'ammassar tesori anche per illecite vie: tesori che dopo la sua morte andarono tutti a sacco, colla giunta di quel deforme spettacolo che vien asserito dal suddetto frate Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[Franciscus Pipin., in Chron., tom. 9 Rer. Italic.]per relazione di chi v'era presente: cioè, che di tante sue ricchezze appena potè trovarsi uno straccio di veste da coprirlo; e morto, restò talmente abbandonato da tutti i suoi, intenti allo spoglio, che il fuoco caduto da un doppiere gli bruciò una parte del corpo. Raccontano ancora gli storici[Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.]che uno de' Templarii condotto fin da Napoli alla corte pontificia, e condannato al fuoco, benchè si protestasse innocente, citò al tribunale di Dio il papa e Filippo re di Francia entro lo spazio di un anno a rendere conto di quella ingiustizia: e che, finito l'anno, amendue mancarono di vita. Quand'anche fosse vera una tal citazione, noi non dobbiam per questo attribuire ad essa la morte del papa, perchè troppo scuri sono al guardo nostro i giudizii di Dio. Ma essendovi chi niega questo fatto, quasichè non si combinino i tempi, si vuole osservare che nel precedente anno due Templarii, ed altri nel presente, tutti costantissimi in asserir sè stessi innocenti di quei misfatti, de' quali erano incolpati[Bernardus Guid. Raynaldus, in Annal. Eccl. Johann. Canon., in Vita Clementis V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], furono bruciati vivi in Parigi; e però poter forse sussistere un sì fatto racconto.Non so io dire se a qualche troppo delicata persona potesse parere non ben fatto il parlar dei difetti dei capi visibili della Chiesa di Dio, senza por mente all'esempio delle divine Scritture e dei santi, e dei migliori storici, che ugualmente per istruzione de' posteri han lodato i buoni e biasimati i cattivi; e senza riflettere che i difetti delle persone non son difetti della cattedra, la qual sempre fu santae sempre sarà finchè il mondo avrà vita.L'adulare i principi, non è scrivere istoria, ma un dar loro animo, che facciano ogni male, confidati che di loro sarà scritto ogni bene: perciò l'istoria non è da ingegno servile. Così diceva Alessandro Tassoni, chiaro scrittore fra i Modenesi. Ma sappiano i lettori, aver io detto nulla di questo papa in paragon di quello che ne scrissero ai lor giorni gli afflitti cardinali italiani, delusi troppo da questo volpino pontefice. Abbiamo una lettera scritta dalcardinal Napoleonedegli Orsini al re di Francia dopo la morte di Clemente V[Baluz., Collec. Act. vet., pag. 289.], in cui accenna gl'immensi mali avvenuti a Roma e a tutta l'Italia per cagion dell'inganno fatto ai cardinali dal papa, col mettere la Sedia in Francia; e le simonie continue da lui fatte, e le rovine delle chiese per colpa sua succedute affine di accumular danari. Peggiorarono questi affari dipoi. Ventitrè erano i cardinali, fra' quali solamente sei italiani, il resto franzesi, che nella città di Carpentrasso entrarono nel conclave per eleggere il successore[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Nel dì 24 di luglio Bertrando del Gotto e Raimondo Guglielmo, parenti del defunto Clemente, con una gran frotta di armati entrati in Carpentrasso[Baluz., Collect. Act. vet., pag. 288.], volendo un papa guascone, attaccarono il fuoco a più parti della città e alle case de' cardinali italiani, giacchè contra di questi soli era indirizzato il loro furore; uccisero e ferirono molti delle lor famiglie, oppure italiani; e correndo anche al conclave, tentarono di sforzarlo, gridando intanto:Muoiano i cardinali italiani. Sarebbe forse avvenuto di peggio, se essi cardinali tutti spaventati, col far rompere un muro di dietro d'esso conclave, non fossero chi qua chi là segretamente scampati fuori di quella città. Questi scandali fecero poi differire di molto l'elezion del nuovo pontefice. Intanto nel dì 9 di novembre anche Filippoil Bello, principe pieno di peccati, fu chiamato da Dio al rendimento dei conti. Si accordano Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 65.], Ferreto Vicentino[Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.]e Guglielmo Ventura[Ventura, Chron. Astens., cap. 28, tom. 11 Rer. Ital.]in dire, essere succeduta la morte sua da un cignale, che nella caccia il fece cader da cavallo con tal ferita, che incurabile il condusse infine al sepolcro. Questa particolarità viene taciuta da alcuni storici franzesi, e negata dal Mezeray e dal Sammartani. Ma noi l'abbiamo da tre autori contemporanei, che ce ne assicurano con parole assai chiare. L'essersi trovate in adulterio, mentre egli vivea, le tre sue nuore, mogli de' tre suoi figliuoli; l'essere questi figliuoli re l'un dietro all'altro, morti in meno di undici anni senza successione, con passare la corona di Francia nella linea diCarlo di Valoisnell'anno 1328, diedero molto da parlare a coloro che vogliono entrare nei gabinetti del cielo, e crederono tutto ciò gastigo di Dio. Anche in Germania accadde un altro scabroso accidente, cagione poi di gravi sconcerti in Germania ed Italia[Albert. Argentin., Chron. Giovanni Villani. Ferretus Vicentinus, lib. 7.]. Nel dì 20 d'ottobre di questo anno cinque elettori, cioèPietro arcivescovodi Magonza, Baldovino arcivescovo di Treveri,Giovanni redi Boemia, suo nipote, e figliuolo del fu imperadore Arrigo,Valdemaro marchesedi Brandeburgo eGiovanni ducadi Sassonia, dopo avere indarno chiamati ed aspettati gli altri due elettori, elessero in Francoforte re dei RomaniLodovico conte palatinodel Reno, e duca di Baviera, famoso poi nella storia ecclesiastica col nome diLodovico il Bavaro. Egli fu poi solennemente coronato in Aquisgrana, ma non dall'arcivescovo di Colonia, come portava il rituale. Gli altri due elettori, cioèArrigo arcivescovodi Colonia eRidolfo conte palatinodel Renoe duca di Baviera, elessero re dei RomaniFederigo duca d'Austria, figliuolo del fu imperadore Alberto, che fu coronato in Bonna dal suddetto arcivescovo di Colonia, e non già in Aquisgrana, dove, secondo il rito, dovea farsi la funzione. Parea chiaro il diritto del Bavaro, e Giovan-Giorgio Ervarto[Hervartus, in Lud. IX imp.], che nel secolo prossimo passato acremente scrisse contra del Bzovio in difesa d'esso Bavaro, pretende che, secondo le leggi e gli usi dell'impero, legittima ed incontrastabile fosse la sua elezione. Ma ciò non si potè persuadere all'emulo Federigo, e a chi era per lui: però si venne all'armi, e ne ebbe per molto tempo a piangere la Germania.Dappoichè mancò di vita l'imperadore Arrigo, parea che avesse da fiorire il mondo per la fazion ghibellina d'Italia, stante il gran potere delre Roberto, che signoreggiava non solamente nel regno di Napoli e in Provenza, ma anche in Roma, in Firenze, in Lucca, in Ferrara, nella Romagna, in Pavia, Alessandria, Bergamo e in varii luoghi del Piemonte.Giberto da Correggiogli avea anche suggettata Parma. Tuttavia diversi dall'opinion del volgo furono gli avvenimenti. Aveano, siccome abbiamo detto, i Pisani ghibellini preso per loro signoreUguccion dalla Faggiuola[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 57. Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Ital.]. Questo accorto e vigilante capitano non perdè tempo a muover guerra ai Lucchesi con ispesse cavalcate e fieri saccheggi sino alle porte della loro città, dove nel dì 14 di novembre del precedente anno fu vicino ad entrarvi con loro gran paura e danno. Rinnovò nel presente le scorrerie, retrocedendo quando venivano in lor soccorso i Fiorentini; e subito, dappoichè s'erano ritirati, tornando al medesimo giuoco. Seguitò tanto questo doloroso flagello, che i Lucchesi discordi fra loro s'indussero a stabilir pace coi Pisani, a rimettere in città gl'Interminelli e gli altri fuoruscitighibellini, e restituir Ripafratta con altri luoghi ai Pisani[Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 2, rubr. 9. Istor Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]. Ma che? non andò molto che n'ebbero un mal pagamento. Nel dì 14 di giugno essi Ghibellini mossero a rumore Lucca, e cominciarono battaglia coi Guelfi. Arrivò Uguccione coi Pisani, che erano di intelligenza, e fu ammesso per la Posterla del Prato in città. Andò a ruba l'infelice Lucca, e durò per otto dì il barbaro saccheggio. Ne fuggì Gherardo da San Lupidio, vicario del re Roberto, coi Guelfi; laonde i Pisani, sì dianzi abbattuti, crebbero di credito e potenza per l'acquisto di quella città. In così funesta congiuntura perì ancora il tesoro d'immenso prezzo, riposto in San Frediano, chepapa Clemente Vvi aveva fatto portar da Roma e da altri Stati, avanti che Arrigo Augusto facesse guerra in Roma stessa colle genti del re Roberto. Non v'era memoria d'un così grosso bottino fatto in una sola città, come fu quello di Lucca. Per questo atroce colpo grande spasimo prese il cuor de' Fiorentini, massimamente perchè Uguccione cominciò a far guerra al loro distretto e a quel di Pistoia. Scrissero perciò efficaci lettere al re Roberto, ed egli mandò tosto in aiuto loroPietrosuo fratello minore con trecento uomini d'armi, ricevuto a grande onore in Firenze nel dì 18 di agosto. Nello stesso mese, volendo il medesimo re oramai vendicarsi diFederigo redi Sicilia, co' principi suoi fratelliFilippoeGiovanni(Raimondo Berengario è chiamato da Niccolò Speciale[Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 4, tom. 10 Rer. Ital.]) e con un'armata di centoventi galee, e quasi altrettanti legni grossi da trasportar cavalli e munizioni, conducendo seco due mila cavalieri e fanteria senza fine, veleggiò verso la Sicilia[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 61. Ferretus Vicentinus, lib. 6, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 76, tom. 11 Rer. Ital.]. Impadronissi a tutta prima di Castellamare; e, credendosi di mettereil piede in Trapani per un precedente trattato, si trovò deluso. Lo stesso Federigo quegli era stato che avea ordita la trama, per fermar quivi le forze del re Roberto, siccome avvenne; perchè Roberto imprese l'assedio di quella città con sommo vigore. Ma questa era ben provveduta di viveri e di gente, che nulla tralasciò per una gagliarda difesa. Lo stesso Federigo, col corseggiar ne' contorni, andava pizzicando i nemici. Ora per le infermità e per la mortalità venne a scemarsi di molto l'armata del re Roberto. Sopraggiunse ancora un'orrida burrasca che mise in conquasso tutti i suoi legni, e impedì parimente che non seguisse un fatto d'armi con quei del re Federigo, giù usciti in mare, e battuti anch'essi dalla medesima tempesta. Veggendosi dunque Roberto a mal partito per la perdita di trenta galee, e per la mancanza delle vettovaglie, s'appigliò alla risoluzione di trattar qualche accordo; sicchè fu conchiusa tra loro una tregua di tre anni e due mesi e mezzo, e col favor d'essa nel finire dell'anno Roberto, malcontento di tante spese inutilmente fatte e della perdita di molta gente e di molte navi, se ne tornò a Napoli a macchinar degli altri disegni.In Ferrara, che gli Annali Estensi[Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.]dicono donata daClemente VaSanciamoglie delre Roberto, fu un trattato fra alcuni cittadini e fuorusciti ghibellini per levarla di mano ad esso re. Vennero costoro nel mese di giugno pel Po col naviglio de' Mantovani alla volta di quella città; ma, alzatasi una fortuna in esso fiume, andò a male il lor disegno. Molti ne furono presi e fatti giustiziare da Pino dalla Tosa, vicario ivi del re Roberto. Aspra guerra intanto seguitava fra i Padovani eCane dalla Scala[Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 4, rubr. 1, tom. 8 Rer. Ital.]; ma Padova, la quale più che mai abbisognava di concordia in sì pericoloso impegno, non la nudriva nel suo seno a cagiondelle fazioni e prepotenze, frutti consueti delle repubbliche italiane d'allora. Quivi nel dì 24 d'aprile nata rissa fra la nobil famiglia da Carrara, terra sul Padovano, capi della quale erano allora Jacopo ed Ubertino, e quelle di Pietro Alticlino e Ronco Agolante, due potenti plebee di quella città: tutto il popolo vi si interessò. Vi fu della mortalità, e non pochi saccheggi, ma prevalsero i Carraresi. La casa di Albertino Mussato istorico andò anch'essa allora a sacco[Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Continuò dipoi la guerra contro Cane dalla Scala, e nel settembre i Padovani con tutte le lor forze improvvisamente arrivarono sino alle porte di Vicenza[Annal. Estenses. Ferretus Vicentinus. Chron. Bononiens., et alii.]con tale baldanza, come se andassero a diporto ed avessero in pugno quella città. Presero il borgo di San Pietro, e gli diedero il sacco, con tutte le scelleraggini che accompagnano simili congiunture. Incredibile fu il terrore nella città, quando ecco inaspettatamente arrivar Cane da Verona. Al primo avviso dell'insulto de' Padovani, saltato a cavallo il furibondo Scaligero con un sol famiglio, si avviò alla volta di Vicenza[Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]. Entrato nella confusa città, rimise il cuore in petto a quei cittadini; e, senza perdere tempo, nel dì 17 di settembre, fatto lor prendere l'armi[Johannes de Bazano, Chronicon Mutinense, tom. 15 Rer. Ital.], unitamente coi Tedeschi della guarnigione uscì per una porta addosso ai Padovani, con alle grida intonando tutti:Viva Cane[Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.]. Se ne stavano i buoni Padovani sparsi e senza guardie. Il nome temuto di Cane e l'ardire de' Vicentini furono fulmini che bastarono a mettergli in fuga. La strage d'essi fu grande, maggiore la copia de' prigionieri, che si fanno montare a mille e cinquecento, il bottino inestimabile. Jacopo e Marsilio da Carrara (che da Ferreto viene appellato dei Rossi, per errore del testo) ed AlbertinoMussato restarono, oltre a tant'altri, in poter de' nemici. Questi, mentre Padova si trovava in una fiera costernazione, e Cane raunava da tutte le parti gente per passar sotto quella città, mossero parola di pace con esso Scaligero, che vi diede ascolto. Tanto finalmente si trattò coll'andare e venir corrieri da Padova, che questa fu conchiusa nel dì 20 d'ottobre, per cui fu ceduta da' Padovani a Cane ogni lor pretensione sopra Vicenza.Ebbero i Piacentini[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]nel maggio di quest'anno una rotta da Leone degli Arcelli, e dagli altri loro fuorusciti in Vico Giustino. Poscia nel mese di settembreUgo Delfinodi Vienna, che si facea parente dei Torriani, venuto a Pavia in loro aiuto con alcune schiere d'armati, formata una grande unione di Pavesi, Cremonesi, Parmigiani, Alessandrini, Vercellesi e d'altri Guelfi, insieme coi suddetti fuorusciti ostilmente venne sul Piacentino per terra e per acqua. Bruciò questa armata il ponte de' Piacentini sul Po, ed entrò nel borgo di San Leonardo, dove si fermò nove giorni, disponendo le macchine per espugnar la città. Al governo d'essa eraGaleazzo Visconte, già eletto signore della medesima, il quale si preparò per una valida difesa. Ma, insorta discordia nel campo di essi collegati, senza far altro maggior tentativo, e con perdita di gente, tutti se ne andarono alle lor case[Bonincontrus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Se crediamo a Galvano Fiamma[Gualvanus Flamma, cap. 353.], Galeazzo Visconte gl'inseguì fino a Tortona. In Genova[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 56.], per la gara continua di quelle possenti case, cadauna delle quali voleva la maggioranza negli uffizii, ed anche la signoria della terra, nacquero varie contese fra i Boria e gli Spinoli. Pace fu fatta, ma di corta durata. Si venne all'armi, e per ventiquattro giorni si combattè fra essi e i lor fazionarii, con interessarsi la maggior parte del popoloin sì fatta querela, che costò la vita a molti e l'incendio a non poche case. Finalmente, per l'interposizione di alcuni saggi neutrali, si quetò la guerra; ma stettero poco gli Spinoli a rinnovarla con loro svantaggio nondimeno, perchè sconfitti, furono necessitati ad abbandonar la città e a ritirarsi nelle lor terre. I Doria e i Grimaldi rimasero uniti, e seguitò Genova a reggersi a popolo. Nella Romagna[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Albertinus Mussat., de Gest. Ital., lib. 5, rubr. 5.]Francesco de' Manfredi, correndo il dì 9 del mese di novembre, mosse a ribellione le città di Faenza e d'Imola contra ilconte Gilibertode' Sintilli, vicario della Romagna pel re Roberto. Tentò ancora dipoi con Lamberto e Banino da Polenta, e con un esercito di cinquecento cavalli e diecimila fanti, la conquista di Forlì; anzi v'entrò col favore dei Calboli; ma prevalendo gli Argogliosi coi lor Catalani, ch'erano ivi di presidio pel re Roberto, furono costretti gli entrati e i Caiboli coi loro fautori alla fuga. Cesena restò dipoi quasi presa da essi Catalani; se non cheMalatestinoda Rimini, accorso, li cacciò, e prese il governo di quella città.

Filippo il Bello redi Francia eRoberto redi Napoli e signor di Provenza, che in questi tempi raggiravano a lor piacere la corte pontificia, fecero pubblicar due costituzioni a papaClemente V[Raynald., Annal. Eccl.], colle quali annullò, ossia dichiarò nulla la sentenza dell'imperadoreArrigo VIIcontra del re Roberto. Nè veramente sussisteva essa in quella parte, dove il dichiarava decaduto e privato di tutte le Provincie e città da lui possedute, con assolvere tutti i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà: perciocchè tali parole generali sembravano ferire anche il regno di Napoli, del quale da sì lungo tempo la sola Chiesa romana concedeva l'investitura, senza che gl'imperadori vi ritenessero o usassero sovranità alcuna. Ma qui non finì la faccenda[Nicolaus Botront., Relat. Itiner. Henrici VII tom. 9 Rer. Ital.]. Era stata nel 1512 in Roma qualche controversia fra i ministri pontificii e l'imperadore Arrigo, intorno ai giuramenti che fanno gl'imperadori ai papi nella coronazione, e all'autorità pretesa dal pontefice di comandare all'imperadore anche nel temporale. Ora Clemente dichiarò che tali giuramenti prestati dai papi sono giuramenti di fedeltà, volendo insinuare che gl'imperadori son vassalli del papa. E nella clementinaPastoralem, con cui abolisce la suddetta sentenza d'Arrigo, aggiugne queste parole:Nos tam ex superioritate, quam ad imperium non est dubium nos habere, quam ex potestate, in qua vacante imperio imperatori succedimus, ec. Parvero dure ed insoffribili novità queste espressioni, e cagionarono poi delle gravi discordie, pretendendolei Tedeschi affatto ripugnanti alla sentenza e pratica di tutti i secoli addietro; e che gl'imperadori, lungi dall'essere vassalli de' papi, fossero stati in passato sovrani di Roma stessa; e che sui regni d'Italia e di Germania niuna autorità temporale avessero mai avuta i papi, nè potessero pretenderla per varie ragioni; e che novità ancora fosse l'attribuirsi il governo d'esso regno d'Italia, vacante l'imperio. Ma a buon conto papa Clemente, piantate queste massime, delle quali per necessità convien qui fare menzione, ne procedette all'esecuzione nel dì 14 di marzo del presente anno[Raynaldus, Annal. Eccles.], col sostituire vicario dell'imperio in tutte le parti dell'Italia sottoposte al medesimo imperio ilre Roberto, a cui nulla si negava in questi tempi, e che inoltre fu creato senatore di Roma: tutti gradini per alzarsi al dominio di tutta l'Italia, se i popoli avessero facilmente ceduto ai di lui voleri e disegni. Ma si fermò il breve volo della sua fortuna per la morte sopravvenuta al medesimo papaClemente V[Bernardus Guid. Ptolom. Lucens. Amalricus Auger. Giovanni Villani, et alii.]. Trovavasi egli in Roccamora vicino al Rodano, malmesso di sanità da qualche tempo. Quivi terminò sua vita nel dì 20 d'aprile di quest'anno. Son brutti i colori lasciati alla memoria di questo pontefice da Giovanni Villani, da Albertino Mussato, da fra Francesco Pipino e da altri. Certo alcuni ne avrà inventati la malignità. Ma indubitato è ancora che un gran processo dovette questo pontefice trovar nel tribunale di Dio, per la maniera da lui tenuta in ottenere il pontificato, e per aver privata della sua residenza quella città, di cui Dio ha fatti pastori particolari i sommi pontefici, e con empiere il sacro collegio di oltramontani, per eternare in tale forma la permanenza della santa Sede di là dai monti. Fu anche accusato di non aver conosciuta misura nell'arricchire ed ingrandire i suoi parenti, nel ridur in commendatanti monisteri, e nell'ammassar tesori anche per illecite vie: tesori che dopo la sua morte andarono tutti a sacco, colla giunta di quel deforme spettacolo che vien asserito dal suddetto frate Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[Franciscus Pipin., in Chron., tom. 9 Rer. Italic.]per relazione di chi v'era presente: cioè, che di tante sue ricchezze appena potè trovarsi uno straccio di veste da coprirlo; e morto, restò talmente abbandonato da tutti i suoi, intenti allo spoglio, che il fuoco caduto da un doppiere gli bruciò una parte del corpo. Raccontano ancora gli storici[Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.]che uno de' Templarii condotto fin da Napoli alla corte pontificia, e condannato al fuoco, benchè si protestasse innocente, citò al tribunale di Dio il papa e Filippo re di Francia entro lo spazio di un anno a rendere conto di quella ingiustizia: e che, finito l'anno, amendue mancarono di vita. Quand'anche fosse vera una tal citazione, noi non dobbiam per questo attribuire ad essa la morte del papa, perchè troppo scuri sono al guardo nostro i giudizii di Dio. Ma essendovi chi niega questo fatto, quasichè non si combinino i tempi, si vuole osservare che nel precedente anno due Templarii, ed altri nel presente, tutti costantissimi in asserir sè stessi innocenti di quei misfatti, de' quali erano incolpati[Bernardus Guid. Raynaldus, in Annal. Eccl. Johann. Canon., in Vita Clementis V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], furono bruciati vivi in Parigi; e però poter forse sussistere un sì fatto racconto.

Non so io dire se a qualche troppo delicata persona potesse parere non ben fatto il parlar dei difetti dei capi visibili della Chiesa di Dio, senza por mente all'esempio delle divine Scritture e dei santi, e dei migliori storici, che ugualmente per istruzione de' posteri han lodato i buoni e biasimati i cattivi; e senza riflettere che i difetti delle persone non son difetti della cattedra, la qual sempre fu santae sempre sarà finchè il mondo avrà vita.L'adulare i principi, non è scrivere istoria, ma un dar loro animo, che facciano ogni male, confidati che di loro sarà scritto ogni bene: perciò l'istoria non è da ingegno servile. Così diceva Alessandro Tassoni, chiaro scrittore fra i Modenesi. Ma sappiano i lettori, aver io detto nulla di questo papa in paragon di quello che ne scrissero ai lor giorni gli afflitti cardinali italiani, delusi troppo da questo volpino pontefice. Abbiamo una lettera scritta dalcardinal Napoleonedegli Orsini al re di Francia dopo la morte di Clemente V[Baluz., Collec. Act. vet., pag. 289.], in cui accenna gl'immensi mali avvenuti a Roma e a tutta l'Italia per cagion dell'inganno fatto ai cardinali dal papa, col mettere la Sedia in Francia; e le simonie continue da lui fatte, e le rovine delle chiese per colpa sua succedute affine di accumular danari. Peggiorarono questi affari dipoi. Ventitrè erano i cardinali, fra' quali solamente sei italiani, il resto franzesi, che nella città di Carpentrasso entrarono nel conclave per eleggere il successore[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Nel dì 24 di luglio Bertrando del Gotto e Raimondo Guglielmo, parenti del defunto Clemente, con una gran frotta di armati entrati in Carpentrasso[Baluz., Collect. Act. vet., pag. 288.], volendo un papa guascone, attaccarono il fuoco a più parti della città e alle case de' cardinali italiani, giacchè contra di questi soli era indirizzato il loro furore; uccisero e ferirono molti delle lor famiglie, oppure italiani; e correndo anche al conclave, tentarono di sforzarlo, gridando intanto:Muoiano i cardinali italiani. Sarebbe forse avvenuto di peggio, se essi cardinali tutti spaventati, col far rompere un muro di dietro d'esso conclave, non fossero chi qua chi là segretamente scampati fuori di quella città. Questi scandali fecero poi differire di molto l'elezion del nuovo pontefice. Intanto nel dì 9 di novembre anche Filippoil Bello, principe pieno di peccati, fu chiamato da Dio al rendimento dei conti. Si accordano Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 65.], Ferreto Vicentino[Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.]e Guglielmo Ventura[Ventura, Chron. Astens., cap. 28, tom. 11 Rer. Ital.]in dire, essere succeduta la morte sua da un cignale, che nella caccia il fece cader da cavallo con tal ferita, che incurabile il condusse infine al sepolcro. Questa particolarità viene taciuta da alcuni storici franzesi, e negata dal Mezeray e dal Sammartani. Ma noi l'abbiamo da tre autori contemporanei, che ce ne assicurano con parole assai chiare. L'essersi trovate in adulterio, mentre egli vivea, le tre sue nuore, mogli de' tre suoi figliuoli; l'essere questi figliuoli re l'un dietro all'altro, morti in meno di undici anni senza successione, con passare la corona di Francia nella linea diCarlo di Valoisnell'anno 1328, diedero molto da parlare a coloro che vogliono entrare nei gabinetti del cielo, e crederono tutto ciò gastigo di Dio. Anche in Germania accadde un altro scabroso accidente, cagione poi di gravi sconcerti in Germania ed Italia[Albert. Argentin., Chron. Giovanni Villani. Ferretus Vicentinus, lib. 7.]. Nel dì 20 d'ottobre di questo anno cinque elettori, cioèPietro arcivescovodi Magonza, Baldovino arcivescovo di Treveri,Giovanni redi Boemia, suo nipote, e figliuolo del fu imperadore Arrigo,Valdemaro marchesedi Brandeburgo eGiovanni ducadi Sassonia, dopo avere indarno chiamati ed aspettati gli altri due elettori, elessero in Francoforte re dei RomaniLodovico conte palatinodel Reno, e duca di Baviera, famoso poi nella storia ecclesiastica col nome diLodovico il Bavaro. Egli fu poi solennemente coronato in Aquisgrana, ma non dall'arcivescovo di Colonia, come portava il rituale. Gli altri due elettori, cioèArrigo arcivescovodi Colonia eRidolfo conte palatinodel Renoe duca di Baviera, elessero re dei RomaniFederigo duca d'Austria, figliuolo del fu imperadore Alberto, che fu coronato in Bonna dal suddetto arcivescovo di Colonia, e non già in Aquisgrana, dove, secondo il rito, dovea farsi la funzione. Parea chiaro il diritto del Bavaro, e Giovan-Giorgio Ervarto[Hervartus, in Lud. IX imp.], che nel secolo prossimo passato acremente scrisse contra del Bzovio in difesa d'esso Bavaro, pretende che, secondo le leggi e gli usi dell'impero, legittima ed incontrastabile fosse la sua elezione. Ma ciò non si potè persuadere all'emulo Federigo, e a chi era per lui: però si venne all'armi, e ne ebbe per molto tempo a piangere la Germania.

Dappoichè mancò di vita l'imperadore Arrigo, parea che avesse da fiorire il mondo per la fazion ghibellina d'Italia, stante il gran potere delre Roberto, che signoreggiava non solamente nel regno di Napoli e in Provenza, ma anche in Roma, in Firenze, in Lucca, in Ferrara, nella Romagna, in Pavia, Alessandria, Bergamo e in varii luoghi del Piemonte.Giberto da Correggiogli avea anche suggettata Parma. Tuttavia diversi dall'opinion del volgo furono gli avvenimenti. Aveano, siccome abbiamo detto, i Pisani ghibellini preso per loro signoreUguccion dalla Faggiuola[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 57. Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Ital.]. Questo accorto e vigilante capitano non perdè tempo a muover guerra ai Lucchesi con ispesse cavalcate e fieri saccheggi sino alle porte della loro città, dove nel dì 14 di novembre del precedente anno fu vicino ad entrarvi con loro gran paura e danno. Rinnovò nel presente le scorrerie, retrocedendo quando venivano in lor soccorso i Fiorentini; e subito, dappoichè s'erano ritirati, tornando al medesimo giuoco. Seguitò tanto questo doloroso flagello, che i Lucchesi discordi fra loro s'indussero a stabilir pace coi Pisani, a rimettere in città gl'Interminelli e gli altri fuoruscitighibellini, e restituir Ripafratta con altri luoghi ai Pisani[Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 2, rubr. 9. Istor Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]. Ma che? non andò molto che n'ebbero un mal pagamento. Nel dì 14 di giugno essi Ghibellini mossero a rumore Lucca, e cominciarono battaglia coi Guelfi. Arrivò Uguccione coi Pisani, che erano di intelligenza, e fu ammesso per la Posterla del Prato in città. Andò a ruba l'infelice Lucca, e durò per otto dì il barbaro saccheggio. Ne fuggì Gherardo da San Lupidio, vicario del re Roberto, coi Guelfi; laonde i Pisani, sì dianzi abbattuti, crebbero di credito e potenza per l'acquisto di quella città. In così funesta congiuntura perì ancora il tesoro d'immenso prezzo, riposto in San Frediano, chepapa Clemente Vvi aveva fatto portar da Roma e da altri Stati, avanti che Arrigo Augusto facesse guerra in Roma stessa colle genti del re Roberto. Non v'era memoria d'un così grosso bottino fatto in una sola città, come fu quello di Lucca. Per questo atroce colpo grande spasimo prese il cuor de' Fiorentini, massimamente perchè Uguccione cominciò a far guerra al loro distretto e a quel di Pistoia. Scrissero perciò efficaci lettere al re Roberto, ed egli mandò tosto in aiuto loroPietrosuo fratello minore con trecento uomini d'armi, ricevuto a grande onore in Firenze nel dì 18 di agosto. Nello stesso mese, volendo il medesimo re oramai vendicarsi diFederigo redi Sicilia, co' principi suoi fratelliFilippoeGiovanni(Raimondo Berengario è chiamato da Niccolò Speciale[Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 4, tom. 10 Rer. Ital.]) e con un'armata di centoventi galee, e quasi altrettanti legni grossi da trasportar cavalli e munizioni, conducendo seco due mila cavalieri e fanteria senza fine, veleggiò verso la Sicilia[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 61. Ferretus Vicentinus, lib. 6, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 76, tom. 11 Rer. Ital.]. Impadronissi a tutta prima di Castellamare; e, credendosi di mettereil piede in Trapani per un precedente trattato, si trovò deluso. Lo stesso Federigo quegli era stato che avea ordita la trama, per fermar quivi le forze del re Roberto, siccome avvenne; perchè Roberto imprese l'assedio di quella città con sommo vigore. Ma questa era ben provveduta di viveri e di gente, che nulla tralasciò per una gagliarda difesa. Lo stesso Federigo, col corseggiar ne' contorni, andava pizzicando i nemici. Ora per le infermità e per la mortalità venne a scemarsi di molto l'armata del re Roberto. Sopraggiunse ancora un'orrida burrasca che mise in conquasso tutti i suoi legni, e impedì parimente che non seguisse un fatto d'armi con quei del re Federigo, giù usciti in mare, e battuti anch'essi dalla medesima tempesta. Veggendosi dunque Roberto a mal partito per la perdita di trenta galee, e per la mancanza delle vettovaglie, s'appigliò alla risoluzione di trattar qualche accordo; sicchè fu conchiusa tra loro una tregua di tre anni e due mesi e mezzo, e col favor d'essa nel finire dell'anno Roberto, malcontento di tante spese inutilmente fatte e della perdita di molta gente e di molte navi, se ne tornò a Napoli a macchinar degli altri disegni.

In Ferrara, che gli Annali Estensi[Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.]dicono donata daClemente VaSanciamoglie delre Roberto, fu un trattato fra alcuni cittadini e fuorusciti ghibellini per levarla di mano ad esso re. Vennero costoro nel mese di giugno pel Po col naviglio de' Mantovani alla volta di quella città; ma, alzatasi una fortuna in esso fiume, andò a male il lor disegno. Molti ne furono presi e fatti giustiziare da Pino dalla Tosa, vicario ivi del re Roberto. Aspra guerra intanto seguitava fra i Padovani eCane dalla Scala[Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 4, rubr. 1, tom. 8 Rer. Ital.]; ma Padova, la quale più che mai abbisognava di concordia in sì pericoloso impegno, non la nudriva nel suo seno a cagiondelle fazioni e prepotenze, frutti consueti delle repubbliche italiane d'allora. Quivi nel dì 24 d'aprile nata rissa fra la nobil famiglia da Carrara, terra sul Padovano, capi della quale erano allora Jacopo ed Ubertino, e quelle di Pietro Alticlino e Ronco Agolante, due potenti plebee di quella città: tutto il popolo vi si interessò. Vi fu della mortalità, e non pochi saccheggi, ma prevalsero i Carraresi. La casa di Albertino Mussato istorico andò anch'essa allora a sacco[Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Continuò dipoi la guerra contro Cane dalla Scala, e nel settembre i Padovani con tutte le lor forze improvvisamente arrivarono sino alle porte di Vicenza[Annal. Estenses. Ferretus Vicentinus. Chron. Bononiens., et alii.]con tale baldanza, come se andassero a diporto ed avessero in pugno quella città. Presero il borgo di San Pietro, e gli diedero il sacco, con tutte le scelleraggini che accompagnano simili congiunture. Incredibile fu il terrore nella città, quando ecco inaspettatamente arrivar Cane da Verona. Al primo avviso dell'insulto de' Padovani, saltato a cavallo il furibondo Scaligero con un sol famiglio, si avviò alla volta di Vicenza[Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]. Entrato nella confusa città, rimise il cuore in petto a quei cittadini; e, senza perdere tempo, nel dì 17 di settembre, fatto lor prendere l'armi[Johannes de Bazano, Chronicon Mutinense, tom. 15 Rer. Ital.], unitamente coi Tedeschi della guarnigione uscì per una porta addosso ai Padovani, con alle grida intonando tutti:Viva Cane[Cortus, Hist., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.]. Se ne stavano i buoni Padovani sparsi e senza guardie. Il nome temuto di Cane e l'ardire de' Vicentini furono fulmini che bastarono a mettergli in fuga. La strage d'essi fu grande, maggiore la copia de' prigionieri, che si fanno montare a mille e cinquecento, il bottino inestimabile. Jacopo e Marsilio da Carrara (che da Ferreto viene appellato dei Rossi, per errore del testo) ed AlbertinoMussato restarono, oltre a tant'altri, in poter de' nemici. Questi, mentre Padova si trovava in una fiera costernazione, e Cane raunava da tutte le parti gente per passar sotto quella città, mossero parola di pace con esso Scaligero, che vi diede ascolto. Tanto finalmente si trattò coll'andare e venir corrieri da Padova, che questa fu conchiusa nel dì 20 d'ottobre, per cui fu ceduta da' Padovani a Cane ogni lor pretensione sopra Vicenza.

Ebbero i Piacentini[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]nel maggio di quest'anno una rotta da Leone degli Arcelli, e dagli altri loro fuorusciti in Vico Giustino. Poscia nel mese di settembreUgo Delfinodi Vienna, che si facea parente dei Torriani, venuto a Pavia in loro aiuto con alcune schiere d'armati, formata una grande unione di Pavesi, Cremonesi, Parmigiani, Alessandrini, Vercellesi e d'altri Guelfi, insieme coi suddetti fuorusciti ostilmente venne sul Piacentino per terra e per acqua. Bruciò questa armata il ponte de' Piacentini sul Po, ed entrò nel borgo di San Leonardo, dove si fermò nove giorni, disponendo le macchine per espugnar la città. Al governo d'essa eraGaleazzo Visconte, già eletto signore della medesima, il quale si preparò per una valida difesa. Ma, insorta discordia nel campo di essi collegati, senza far altro maggior tentativo, e con perdita di gente, tutti se ne andarono alle lor case[Bonincontrus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Se crediamo a Galvano Fiamma[Gualvanus Flamma, cap. 353.], Galeazzo Visconte gl'inseguì fino a Tortona. In Genova[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 56.], per la gara continua di quelle possenti case, cadauna delle quali voleva la maggioranza negli uffizii, ed anche la signoria della terra, nacquero varie contese fra i Boria e gli Spinoli. Pace fu fatta, ma di corta durata. Si venne all'armi, e per ventiquattro giorni si combattè fra essi e i lor fazionarii, con interessarsi la maggior parte del popoloin sì fatta querela, che costò la vita a molti e l'incendio a non poche case. Finalmente, per l'interposizione di alcuni saggi neutrali, si quetò la guerra; ma stettero poco gli Spinoli a rinnovarla con loro svantaggio nondimeno, perchè sconfitti, furono necessitati ad abbandonar la città e a ritirarsi nelle lor terre. I Doria e i Grimaldi rimasero uniti, e seguitò Genova a reggersi a popolo. Nella Romagna[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Albertinus Mussat., de Gest. Ital., lib. 5, rubr. 5.]Francesco de' Manfredi, correndo il dì 9 del mese di novembre, mosse a ribellione le città di Faenza e d'Imola contra ilconte Gilibertode' Sintilli, vicario della Romagna pel re Roberto. Tentò ancora dipoi con Lamberto e Banino da Polenta, e con un esercito di cinquecento cavalli e diecimila fanti, la conquista di Forlì; anzi v'entrò col favore dei Calboli; ma prevalendo gli Argogliosi coi lor Catalani, ch'erano ivi di presidio pel re Roberto, furono costretti gli entrati e i Caiboli coi loro fautori alla fuga. Cesena restò dipoi quasi presa da essi Catalani; se non cheMalatestinoda Rimini, accorso, li cacciò, e prese il governo di quella città.


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