MCCCXLIII

MCCCXLIIIAnno diCristomcccxliii. IndizioneXI.Clemente VIpapa 2.Imperio vacante.Si videro in quest'anno da papaClemente VIconfermate contra diLodovico il Bavarotutte le censure di papaGiovanni XXII. Cercò questi di placarlo[Albertus Argentinus, Chron. Raynaldus, Annal. Eccles.], e, a persuasione del re di Francia, che gli facea dell'amico, spedì ad Avignone solenni ambasciatori con facoltà di accettare tutte le condizioni che al papa fosse piaciuto d'imporgli. Gli fu imposto di confessar tutte le eresie che gli venivano imputate, di deporre l'imperio, e di nol ricevere se non dalle mani del papa; di consegnar prima nelle mani d'esso pontefice la persona sua e de' suoi figliuoli; e finalmente di cedere alla Sede apostolica molte terre e diritti dell'imperio.Portate in Germania queste condizioni, nella dieta de' principi furono trovate sì esorbitanti ed ignominiose, che tutti protestarono non potersi elle accettare, e d'essere tutti pronti a sostenere le ragioni dell'imperio contra della prepotenza del papa, il quale intanto cavava buon profitto dalla vacanza di esso coi censi imposti ai vicarii del regno italico. Ma papa Clemente già tesseva una tela per creare un altro imperadore, siccome risoluto di non voler mai in quel grado il duca di Baviera. Presto ce ne avvedremo. Terminò il corso di sua vita in quest'anno nel giorno 19 di gennaioRoberto redi Napoli, e signore della Provenza e d'altri Stati in Piemonte, principe non men celebre per la sua pietà, che per la sua letteratura, per la giustizia, saviezza e per molte altre virtù. Dal Villani è scritto[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 9.]ch'egli in vecchiaia si lasciò guastare dall'avarizia, per cui restò erede di gran tesoro sua nipote. Nè vo' lasciar di accennare che la morte di questo re vien posta da Domenico da Gravina[Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.], autore contemporaneo,anno domini MCCCXLII, mense januarii, decima Indictione, XIV die mensis ejusdem; e però sarebbe da riferire all'anno precedente, in cui correva l'indizione decima. La Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]e la Sanese[Cronica Sanese, tom. eod.]vanno anch'esse d'accordo col Gravina. Tuttavia non si può dipartire dal Villani, il qual mette la morte di esso re nel 1542, seguendo l'era fiorentina, e che conduce l'anno 1542 sino al giorno 25 di marzo del nostro 1543. Con esso convengono Giorgio Stella negli Annali di Genova[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], Giovanni da Bazano[Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.]e gli storici napoletani. Però, in vece dell'Indictione X, si dee credere che il Gravina scrivesseIndictione XI. Non restò prole maschile del re Roberto, ma bensì due sue nipoti, figliuole del fuCarlo ducadi Calabria, cioèGiovannaeMaria. Erede del regno fu la prima, già sposata col giovinettoAndreafratello diLodovico red'Ungheria, la quale fu poi coronata per le mani delcardinale Aimericolegato pontificio, ma senza che al consorte Andrea fosse conferita la medesima corona. Si accorsero in breve i Napoletani del fulmine sopra di loro scagliato nella caduta del savio re Roberto, perchè non tardò a sconvolgersi il regno, e poscia ad andar tutto in rovina. Di circa sedici anni era Giovanna, che, posta in libertà, nè discernimento avea per guardarsi da chi cercava di sedurla, nè mettea guardia alle sue giovanili inclinazioni. Cominciò a disamare il marito, forse anche mai non l'avea amato, perchè non s'era egli per anche saputo spogliare della barbarie ungarica, nè mostrava abbondanza di prudenza e di senno. Insolentivano i suoi uffiziali e cortigiani ungheri; e, per accrescere maggiormente il fuoco della dissensione, si trovavano allora in Napoli molti principi della real casa, appellati perciò i Reali, cadauno de' quali aspirava al regno, o almeno al comando. Fra gli altri furbescamente, e al dispetto degli Ungheri, Carlo duca di Durazzo sposò Maria sorella della regina Giovanna: matrimonio che partorì molta discordia e peggiori conseguenze in avvenire. Io non mi dilungherò maggiormente in descrivere il disordine in cui restò la real corte di Napoli, perchè ciò esigerebbe una narrazion troppo diffusa. Ne andrò solamente accennando i principali avvenimenti, secondochè il filo della storia richiederà.Nell'anno presente ancora a' dì 4 di gennaio, essendo già mancato di vitaBartolomeo Gradenigodoge di Venezia[Raphael Caresinus, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Marino Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital.], fu eletto per quella dignitàAndrea Dandolo, quel medesimo a cui siamtenuti per la bella Storia veneta, da me data alla luce. Non avea egli che 36 anni, e pure, contra l'uso di quella saggia repubblica, ascese al trono: cotanto era in credito la di lui prudenza, onestà, sapere e cortesia. Vegniamo ora agli affari di Firenze. Lo studio continuo di Gualtieri duca d'Atene, signore di quella città, era di schiantare affatto la libertà de' Fiorentini[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 15.], e di assodar sè stesso in un'assoluta signoria: al qual fine avea contratta lega co' marchesi estensi, cogli Scaligeri, Pepoli ed altri signori, abbassando intanto in casa chi poteva opporsi a' suoi voleri, strapazzando la nobiltà, e valendosi di ministri crudeli ed ingiusti. A così fatto asprissimo governo non era avvezzo nè sapeva adattarsi il popolo di Firenze; e però si cominciarono a formar segretamente delle congiure contra di lui da varii cittadini di tutti gli ordini, senza che l'uno sapesse dell'altro. Della principale venne in conoscenza il duca; ma ritrovato che vi teneano mano tante grandi e potenti famiglie, servì questo solamente a mettere lui e il popolo in maggior gelosia e timore. Pure avea egli messi i suoi pezzi a segno per farne una memorabil vendetta nel giorno 20 di luglio, festa di sant'Anna, quando nel medesimo giorno si alzò universalmente a rumore la cittadinanza, risoluta di tutto mettere a repentaglio per liberarsi dall'odiato non signore, ma tiranno. Abbarrata e asserragliata ogni via della città per impedire il corso alla cavalleria del duca, corsero in furia a rompere le prigioni delle Stinche, presero e saccheggiarono il palazzo del podestà, ed assediarono il duca nello stesso palazzo. Gran soccorso venne loro da Siena[Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.], da San Miniato e da altri luoghi; e maggiormente perciò animati strinsero tanto l'assedio, che obbligarono il duca e i suoi Borgognoni per la fame a chiedere misericordia, a dar loro nelle mani alcuni degli spietati suoi uffiziali della giustizia,nella strage de' quali si sfogò alquanto la rabbia del popolo. Consentirono in fine nel giorno terzo di agosto che il duca se ne potesse uscire, salva la vita di lui e de' suoi, e di poter seco condurre il bagaglio, con rinunziare giuridicamente ad ogni sua ragione e pretensione sopra quella città. In questa maniera ricuperarono la loro libertà, ma con gravissimo lor danno; imperciocchè Pistoia nel dì 27 di luglio[Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]si ribellò, disfece il castello e cominciò a reggersi a comune, tenendo nondimeno la parte guelfa. Arezzo, Volterra, Colle e San Geminiano fecero altrettanto: sicchè ben caro costò a Firenze la riacquistata sua libertà. A tali disavventure si aggiunse la discordia cittadinesca fra i nobili e il popolo. Pretendeano i primi, sì per la ragion comune della cittadinanza, come pel merito d'aver cooperato al riacquisto della libertà, d'entrare a parte degli onori e degli uffizii della città, e alcun di loro fu anche ammesso nel numero dei priori; ma il popolo, sempre timoroso della prepotenza de' grandi (e in fatti cominciò a provarne gli effetti), spronato da Giovanni dalla Tosa e da altri, diedero un dì all'armi, e cacciarono i priori nobili. Sdegnata perciò la nobiltà si preparava anch'essa a valersi della forza; e, nata perciò un'universal sollevazione del popolo, si venne a battaglia con alcune delle più potenti e ricche famiglie di Firenze, specialmente co' Bardi e Frescobaldi, i palagi de' quali, vinti colla forza e saccheggiati, furono dal fuoco distrutti. Si quetò in fine il rumore, e Firenze fu ridotta a governo popolare, e, quel ch'è più, al governo del popolo minuto.Minacciando più che mai la gran compagnia masnadiera delduca Guarnieridi passar dalla Romagna su quel di Bologna[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eodem.],Taddeo de' Popolisignore di quella città, invece di avventurareuna battaglia con gente disperata, e che nulla avea da perdere, s'appigliò al saggio partito di difendersi coll'oro, e vi acconsentirono gli Estensi e Scaligeri suoi collegati. Passò dunque nel giorno 25 o 26 di gennaio quella barbarica armata pel contado di Bologna senza far danno. Nel dì 28 o 29 venne ad accamparsi nelle ville del Modenese[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.]al Colombaro, al Montale, a Mugnano, Formigine, Bazovara, e vi si fermò per otto giorni[Chron. Estense, tom. eod.]. Contuttochè da Modena fosse recata a costoro l'occorrente vettovaglia, pure fecero un netto di tutto il foraggio, vino e masserizie dei contadini, e molti ancora della povera gente si trovarono impiccati da razza cotanto spietata. Andarono poi nel dì 4 di febbraio su quel di Reggio, e di là sul Mantovano, commettendo dappertutto indicibili danni e violenze. Tornarono dipoi sul Modenese a Ganaceto, Soliera, Carpi, Campo Galliano, e ad altre ville. Tutto era pieno di desolazione. L'ultimo ripiego per allontanar sì grave tempesta fu di accordarsi con loro, pagando dieci mila fiorini d'oro: con che dessero buoni ostaggi d'andarsene con Dio alle case loro. Fu data esecuzione all'accordo; e quella mala gente piena d'oro e di spoglie, parte se ne tornò in Germania, e parte divisa entrò al soldo di varii principi d'Italia[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Era in questi tempi guerra fra imarchesi estensi, ScaligeriePepolidall'una parte,Luchino Viscontee iGonzaghidall'altra. Nel dì 21 di gennaio, avendoObizzo marchesed'Este qualche trattato in Parma, colle sue genti e con quelle de' collegati, alle quali s'unirono Giberto da San Vitale, Vecchio de' Rossi, Ugolino Lupo ed altri Parmigiani, segretamente cavalcò alla volta di Parma. Perchè non ebbe effetto il trattato, se ne tornarono indietro colle pive nel sacco, senza recar danno ad alcuno. Seguì poi nel giorno25 di marzo una tregua di tre anni fra il Visconte, gli Estensi e gli altri alleati. Parimente nel maggio di quest'annoMastino dalla Scalasignor di Verona e Vicenza, edUbertino da Carrarasignor di Padova[Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.]giudicarono più spediente il dar fine alla vecchia lor nemicizia, ed, insieme abboccatisi a Montagnana, si abbracciarono e fecero pace fra loro: il che recò non poca gelosia ai Veneziani, signori allora di Trivigi.

Si videro in quest'anno da papaClemente VIconfermate contra diLodovico il Bavarotutte le censure di papaGiovanni XXII. Cercò questi di placarlo[Albertus Argentinus, Chron. Raynaldus, Annal. Eccles.], e, a persuasione del re di Francia, che gli facea dell'amico, spedì ad Avignone solenni ambasciatori con facoltà di accettare tutte le condizioni che al papa fosse piaciuto d'imporgli. Gli fu imposto di confessar tutte le eresie che gli venivano imputate, di deporre l'imperio, e di nol ricevere se non dalle mani del papa; di consegnar prima nelle mani d'esso pontefice la persona sua e de' suoi figliuoli; e finalmente di cedere alla Sede apostolica molte terre e diritti dell'imperio.Portate in Germania queste condizioni, nella dieta de' principi furono trovate sì esorbitanti ed ignominiose, che tutti protestarono non potersi elle accettare, e d'essere tutti pronti a sostenere le ragioni dell'imperio contra della prepotenza del papa, il quale intanto cavava buon profitto dalla vacanza di esso coi censi imposti ai vicarii del regno italico. Ma papa Clemente già tesseva una tela per creare un altro imperadore, siccome risoluto di non voler mai in quel grado il duca di Baviera. Presto ce ne avvedremo. Terminò il corso di sua vita in quest'anno nel giorno 19 di gennaioRoberto redi Napoli, e signore della Provenza e d'altri Stati in Piemonte, principe non men celebre per la sua pietà, che per la sua letteratura, per la giustizia, saviezza e per molte altre virtù. Dal Villani è scritto[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 9.]ch'egli in vecchiaia si lasciò guastare dall'avarizia, per cui restò erede di gran tesoro sua nipote. Nè vo' lasciar di accennare che la morte di questo re vien posta da Domenico da Gravina[Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.], autore contemporaneo,anno domini MCCCXLII, mense januarii, decima Indictione, XIV die mensis ejusdem; e però sarebbe da riferire all'anno precedente, in cui correva l'indizione decima. La Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]e la Sanese[Cronica Sanese, tom. eod.]vanno anch'esse d'accordo col Gravina. Tuttavia non si può dipartire dal Villani, il qual mette la morte di esso re nel 1542, seguendo l'era fiorentina, e che conduce l'anno 1542 sino al giorno 25 di marzo del nostro 1543. Con esso convengono Giorgio Stella negli Annali di Genova[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], Giovanni da Bazano[Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.]e gli storici napoletani. Però, in vece dell'Indictione X, si dee credere che il Gravina scrivesseIndictione XI. Non restò prole maschile del re Roberto, ma bensì due sue nipoti, figliuole del fuCarlo ducadi Calabria, cioèGiovannaeMaria. Erede del regno fu la prima, già sposata col giovinettoAndreafratello diLodovico red'Ungheria, la quale fu poi coronata per le mani delcardinale Aimericolegato pontificio, ma senza che al consorte Andrea fosse conferita la medesima corona. Si accorsero in breve i Napoletani del fulmine sopra di loro scagliato nella caduta del savio re Roberto, perchè non tardò a sconvolgersi il regno, e poscia ad andar tutto in rovina. Di circa sedici anni era Giovanna, che, posta in libertà, nè discernimento avea per guardarsi da chi cercava di sedurla, nè mettea guardia alle sue giovanili inclinazioni. Cominciò a disamare il marito, forse anche mai non l'avea amato, perchè non s'era egli per anche saputo spogliare della barbarie ungarica, nè mostrava abbondanza di prudenza e di senno. Insolentivano i suoi uffiziali e cortigiani ungheri; e, per accrescere maggiormente il fuoco della dissensione, si trovavano allora in Napoli molti principi della real casa, appellati perciò i Reali, cadauno de' quali aspirava al regno, o almeno al comando. Fra gli altri furbescamente, e al dispetto degli Ungheri, Carlo duca di Durazzo sposò Maria sorella della regina Giovanna: matrimonio che partorì molta discordia e peggiori conseguenze in avvenire. Io non mi dilungherò maggiormente in descrivere il disordine in cui restò la real corte di Napoli, perchè ciò esigerebbe una narrazion troppo diffusa. Ne andrò solamente accennando i principali avvenimenti, secondochè il filo della storia richiederà.

Nell'anno presente ancora a' dì 4 di gennaio, essendo già mancato di vitaBartolomeo Gradenigodoge di Venezia[Raphael Caresinus, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Marino Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital.], fu eletto per quella dignitàAndrea Dandolo, quel medesimo a cui siamtenuti per la bella Storia veneta, da me data alla luce. Non avea egli che 36 anni, e pure, contra l'uso di quella saggia repubblica, ascese al trono: cotanto era in credito la di lui prudenza, onestà, sapere e cortesia. Vegniamo ora agli affari di Firenze. Lo studio continuo di Gualtieri duca d'Atene, signore di quella città, era di schiantare affatto la libertà de' Fiorentini[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 15.], e di assodar sè stesso in un'assoluta signoria: al qual fine avea contratta lega co' marchesi estensi, cogli Scaligeri, Pepoli ed altri signori, abbassando intanto in casa chi poteva opporsi a' suoi voleri, strapazzando la nobiltà, e valendosi di ministri crudeli ed ingiusti. A così fatto asprissimo governo non era avvezzo nè sapeva adattarsi il popolo di Firenze; e però si cominciarono a formar segretamente delle congiure contra di lui da varii cittadini di tutti gli ordini, senza che l'uno sapesse dell'altro. Della principale venne in conoscenza il duca; ma ritrovato che vi teneano mano tante grandi e potenti famiglie, servì questo solamente a mettere lui e il popolo in maggior gelosia e timore. Pure avea egli messi i suoi pezzi a segno per farne una memorabil vendetta nel giorno 20 di luglio, festa di sant'Anna, quando nel medesimo giorno si alzò universalmente a rumore la cittadinanza, risoluta di tutto mettere a repentaglio per liberarsi dall'odiato non signore, ma tiranno. Abbarrata e asserragliata ogni via della città per impedire il corso alla cavalleria del duca, corsero in furia a rompere le prigioni delle Stinche, presero e saccheggiarono il palazzo del podestà, ed assediarono il duca nello stesso palazzo. Gran soccorso venne loro da Siena[Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.], da San Miniato e da altri luoghi; e maggiormente perciò animati strinsero tanto l'assedio, che obbligarono il duca e i suoi Borgognoni per la fame a chiedere misericordia, a dar loro nelle mani alcuni degli spietati suoi uffiziali della giustizia,nella strage de' quali si sfogò alquanto la rabbia del popolo. Consentirono in fine nel giorno terzo di agosto che il duca se ne potesse uscire, salva la vita di lui e de' suoi, e di poter seco condurre il bagaglio, con rinunziare giuridicamente ad ogni sua ragione e pretensione sopra quella città. In questa maniera ricuperarono la loro libertà, ma con gravissimo lor danno; imperciocchè Pistoia nel dì 27 di luglio[Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]si ribellò, disfece il castello e cominciò a reggersi a comune, tenendo nondimeno la parte guelfa. Arezzo, Volterra, Colle e San Geminiano fecero altrettanto: sicchè ben caro costò a Firenze la riacquistata sua libertà. A tali disavventure si aggiunse la discordia cittadinesca fra i nobili e il popolo. Pretendeano i primi, sì per la ragion comune della cittadinanza, come pel merito d'aver cooperato al riacquisto della libertà, d'entrare a parte degli onori e degli uffizii della città, e alcun di loro fu anche ammesso nel numero dei priori; ma il popolo, sempre timoroso della prepotenza de' grandi (e in fatti cominciò a provarne gli effetti), spronato da Giovanni dalla Tosa e da altri, diedero un dì all'armi, e cacciarono i priori nobili. Sdegnata perciò la nobiltà si preparava anch'essa a valersi della forza; e, nata perciò un'universal sollevazione del popolo, si venne a battaglia con alcune delle più potenti e ricche famiglie di Firenze, specialmente co' Bardi e Frescobaldi, i palagi de' quali, vinti colla forza e saccheggiati, furono dal fuoco distrutti. Si quetò in fine il rumore, e Firenze fu ridotta a governo popolare, e, quel ch'è più, al governo del popolo minuto.

Minacciando più che mai la gran compagnia masnadiera delduca Guarnieridi passar dalla Romagna su quel di Bologna[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eodem.],Taddeo de' Popolisignore di quella città, invece di avventurareuna battaglia con gente disperata, e che nulla avea da perdere, s'appigliò al saggio partito di difendersi coll'oro, e vi acconsentirono gli Estensi e Scaligeri suoi collegati. Passò dunque nel giorno 25 o 26 di gennaio quella barbarica armata pel contado di Bologna senza far danno. Nel dì 28 o 29 venne ad accamparsi nelle ville del Modenese[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.]al Colombaro, al Montale, a Mugnano, Formigine, Bazovara, e vi si fermò per otto giorni[Chron. Estense, tom. eod.]. Contuttochè da Modena fosse recata a costoro l'occorrente vettovaglia, pure fecero un netto di tutto il foraggio, vino e masserizie dei contadini, e molti ancora della povera gente si trovarono impiccati da razza cotanto spietata. Andarono poi nel dì 4 di febbraio su quel di Reggio, e di là sul Mantovano, commettendo dappertutto indicibili danni e violenze. Tornarono dipoi sul Modenese a Ganaceto, Soliera, Carpi, Campo Galliano, e ad altre ville. Tutto era pieno di desolazione. L'ultimo ripiego per allontanar sì grave tempesta fu di accordarsi con loro, pagando dieci mila fiorini d'oro: con che dessero buoni ostaggi d'andarsene con Dio alle case loro. Fu data esecuzione all'accordo; e quella mala gente piena d'oro e di spoglie, parte se ne tornò in Germania, e parte divisa entrò al soldo di varii principi d'Italia[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Era in questi tempi guerra fra imarchesi estensi, ScaligeriePepolidall'una parte,Luchino Viscontee iGonzaghidall'altra. Nel dì 21 di gennaio, avendoObizzo marchesed'Este qualche trattato in Parma, colle sue genti e con quelle de' collegati, alle quali s'unirono Giberto da San Vitale, Vecchio de' Rossi, Ugolino Lupo ed altri Parmigiani, segretamente cavalcò alla volta di Parma. Perchè non ebbe effetto il trattato, se ne tornarono indietro colle pive nel sacco, senza recar danno ad alcuno. Seguì poi nel giorno25 di marzo una tregua di tre anni fra il Visconte, gli Estensi e gli altri alleati. Parimente nel maggio di quest'annoMastino dalla Scalasignor di Verona e Vicenza, edUbertino da Carrarasignor di Padova[Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.]giudicarono più spediente il dar fine alla vecchia lor nemicizia, ed, insieme abboccatisi a Montagnana, si abbracciarono e fecero pace fra loro: il che recò non poca gelosia ai Veneziani, signori allora di Trivigi.


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