MCCCXLIX

MCCCXLIXAnno diCristomcccxlix. IndizioneII.Clemente VIpapa 8.Carlo IVre de' Romani 4.Andò sossopra in quest'anno il regno di Napoli per la guerra insorta in quelle parti[Matteo Villani, lib. 12, cap. 35.]. Molto paese occupavano tuttavia gli Ungheri. Il re Luigi collaregina Giovannasua moglie, ben assistito dai Napoletani, mentre si facea l'assedio de' castelli di quella città, uscì in campagna coll'esercito suo, ed intraprese l'assedio di Nocera, dove trovò de' bravi difensori. Domenico da Gravina, scrittore parziale del re d'Ungheria,descrive[Dominicus de Gravina, tom. 12 Rer. Ital.]i varii avvenimenti di quella guerra. Dopo lunga difesa le fortezze di Napoli vennero in potere della regina; e intanto la maggior parte delle terre del regno inalberarono le bandiere della medesima, di modo che gli Ungheri non aveano più che Manfredonia, il Monte di Santo Angelo, Ortona, Guiglionese ed alcune castella in Calabria. La città di Nocera si arrendè al re Luigi, marito della regina, ma non già il castello che era fortissimo. Gli Ungheri, comandati da Corrado Lupo vicario del re Lodovico d'Ungheria, a forza d'armi presero e saccheggiarono la città di Foggia. Obbligarono inoltre il re Luigi ad abbandonar l'assedio d'esso castello di Nocera, per colpa specialmente delduca Guarnieri, uomo di niuna fede, il quale, nello stesso tempo che militava ai servigi di esso re Luigi, teneva intelligenza con Corrado Lupo, e guastava tutti i disegni: il che fece calar non poco di riputazione il medesimo re Luigi. Andò tanto innanzi la malvagità di costui, che stando egli a Corneto con quattrocento cavalieri alla guardia di quella terra, una notte si lasciò sorprender ivi con tutta la sua gente da Corrado, e fu ritenuto prigione. Comunemente fu creduto che fosse concertato fra loro il fatto. Misesi egli una taglia di trenta mila fiorini d'oro; e perchè il re Luigi negò di volerlo riscattare a sì alto prezzo, si servì egli di questo pretesto per prendere servigio nella armata degli Ungheri, e trasse a sè quanti Tedeschi potè; perlochè peggiorarono di molto gli affari del re Luigi, che si ritirò malconcio a Napoli. Crebbe ancora l'esercito degli Ungheri per la venuta diStefano vaivodadi Transilvania con più di trecento nobili ungheri: laonde alla loro ubbidienza tornarono Baroli, Trani, Bitonto, Giovenazzo, Molfetta ed altri luoghi. Ma sopprattutto in lor vantaggio tornò l'acquisto della città d'Aversa, i cui abitanti volontariamente loro si sottomisero. S'inoltrò poi l'esercito ungaricodel re Lodovico verso Napoli, e fatto correr voce falsa che fra i soldati ungheri e tedeschi fosse insorta gran discordia, s'invogliarono i Napoletani di venir con loro a battaglia. Adunque nel dì 6 di giugno, benchè il re Luigi contraddicesse[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], i baroni napoletani con gran baldanza e pompa uscirono ed ordinarono le loro schiere contra gli Ungheri; ma furono così ben ricevuti, che presto andarono in rotta, e vi restarono prigionieriRoberto di San Severino, Raimondo del Balzo, ilconte d'Armignaccae buona parte de' principali nobili della città di Napoli. Per tal vittoria scorrendo gli Ungheri sino alle porte della città, obbligarono que' cittadini a ricomperar la loro vendemmia collo sborso di venti mila fiorini d'oro. In questo piede erano gli affari di Napoli, mentre anche in altri luoghi del regno continuava la guerra, ora prospera per gli uni ed ora per gli altri.Nel dì 24 di gennaio di quest'anno la morte troncò il corso alla vita e all'ingrandimento, che tutto dì si facea maggiore, diLuchino Visconte[Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.]. La città di Milano gli era sommamente obbligata, perchè magnificata oltre modo da lui in potenza, ricchezze ed impieghi lucrosi, conservata in pace, e regolata non men essa che tutte l'altre città a lui soggette con incorrotta giustizia. Se vogliamo stare all'opinione di Giovanni da Bazzano[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], egli morì di peste; ma da altra cagione credettero altri proceduta la sua morte. Siccome dicemmo all'anno 1347,Isabella del Fiescosua moglie, donna di molta avvenenza, andò per cagion di voto, vero o finto, a San Marco di Venezia. Questa libertà le diede campo di soddisfare alle sue illecite voglie contra la fede maritale. Benvenuto Aliprando[Benven. Aliprando, Cronica di Mantova, tom. 5 Antiquit. Ital.]e dopo lui Bartolomeo Platina nelleStorie di Mantova[Platin., Hist. Mant., tom. 20 Rer. Ital.], chiaramente scrivono che essa invaghita diUgolino Gonzaga, seco il condusse a Venezia con familiarità detestabile; e perchè le dame e donne di confidenza avrebbono potuto rivelare il segreto, ad esse ancora fu dato agio di procacciarsi quella pastura che vollero. I malanni di casa d'ordinario son gli ultimi a saperli i padroni e mariti, e Luchino finalmente scoprì i proprii. Fanno i suddetti storici mantovani autore dello scoprimentoMastino dalla Scala, il quale in questa maniera attizzò lo sdegno di Luchino contra dei Gonzaghi. E certo s'egli vivea più lungo tempo ne avrebbe procurato lo sterminio, come attesta il Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Ma non sussiste già che Luchino facesse imprigionar la moglie, come asserisce il Platina. Secondo altri, accortasi ella essere venuto il marito in cognizione de' suoi falli, s'affrettò a dargli il veleno, per cui terminò i suoi giorni[Corio, Istoria di Milano.]. Sembra nondimeno alquanto inverisimile che la cagion della guerra contro ai Gonzaghi procedesse da questo, perchè tanto tempo prima l'abbiam veduta incominciata, nè intanto si scorge che Luchino facesse risentimento alcuno contra della moglie. Pietro Azario[Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.], scrittore contemporaneo, e ben informato di quegli affari, confessa gli scandali accaduti nel divoto pellegrinaggio d'Isabella del Fiesco e delle sue dame; ma perciocchè l'amore e la tosse non si possono occultare, n'ebbe in fine contezza il tradito Luchino. Gli scappò detto un dì di voler fare in breve la maggior giustizia che mai avesse fatto in Milano. Rapportata alla moglie questa parola, sospettò o s'accorse che la festa era preparata per lei. L'Azario non volle dire di più, e terminò il racconto con quel verso attribuito a Catone:Nam nulli tacuisse nocet. Nocet esse locutum.Secondo lo stesso Azario, l'arcivescovo Giovannifece giurar fedeltà aLuchino Novellofigliuolo del defunto suo fratello Luchino: il che par difficile a credersi.Bruzio, figliuolo bastardo di Luchino, che in addietro era stato il primo nobile della corte paterna, e come secondo padrone di Milano, avea tiranneggiato massimamente Lodi, della qual città era governatore (siccome persona, che dopo aver molto applicato alle lettere, d'esse unicamente s'era poi servito per commettere delle iniquità), se ne fuggì, e andò ramingo un pezzo, finchè in una città de' Veneziani meschinamente morì. Succedette, se pure non vogliam dire che continuòGiovanni Viscontearcivescovo di Milano nel dominio di Milano, Lodi, Piacenza, Borgo San Donnino, Parma, Crema, Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria, Tortona, Pontremoli ed altri luoghi in Piemonte. E benchè gli Astigiani si fossero dati a Luchino solamente durante la di lui vita, pur volle anch'egli la signoria di quella città. Una delle prime sue azioni quella fu di richiamar dall'esilio i due suoi nipotiBernabòeGaleazzo, figliuoli di Stefano suo fratello, che Luchino avea banditipropter opera ipsorum non bona, siccome scrive il Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Liberò ancora esso arcivescovo dalle carceriLodrisio Viscontesuo cugino[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], imprigionato, allorchè fu sconfitto a Parabiago daAzzo Visconte. Fece inoltre Giovanni arcivescovo sul fine d'aprile pace coiGonzaghi; ma fra essi Gonzaghi eMastino dalla Scalanon cessò la guerra. Ne' mesi di aprile e giugno l'esercito veronese, condotto daCane Scaligerofigliuolo diMastino, venne a dare il guasto al Mantovano, con lasciar dappertutto funesti segni dell'odio suo. Ed essendosi poi quelle genti ritirate nel dì 3 d'agosto, l'armata de' Mantovani, consistente in mille cavalli e gran quantità di fanteria,passò sul Veronese per rendere la pariglia agli Scaligeri. Per tradimento s'impadronirono del castello di Valezzo; ma sopraggiuntoAlberto dalla Scalacol suo sforzo, loro diede addosso, e li sconfisse. Per un trattato che era con alcuni cittadini di Jesi[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cronica Bolognese, tom. 18 Rer. Ital.],Malatesta Unghero, figliuolo diMalatesta de' Malatestisignore di Rimini, entrò con copia d'armati in quella città nel dì 10 di gennaio. Allora messerUomo di santa Maria, che n'era signore, colle milizie sue e degli amici fece quanta difesa mai potè, e lungo fu il contrasto dell'armi fra loro; ma in fine prevalse il Malatesta, e rimase padrone della città. Nel dì primo di settembre[Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.](Matteo Villani scrive[Matteo Villani, lib. 1, cap. 45.]nel dì 4 d'esso mese) un fierissimo tremuoto si fece udire per la maggior parte d'Italia, e massimamente nella Puglia, dove le città dell'Aquila e d'Ascoli ed altre terre patirono immenso danno. Anche in Perugia precipitarono molte torri e case. E la terza parte del tetto della basilica di S. Paolo fuori di Roma cadde con assai altre chiese e fabbriche in Roma stessa. Dei danni patiti in Napoli, Aversa, Monte Casino, San Germano, Sora ed altri luoghi parla Matteo Villani. In questi tempi fiorivanoBartolo da SassoferratoeFrancesco PetrarcaFiorentino, l'uno gran legista, e l'altro poeta celebre; e cominciò anche a farsi conoscereGiovanni Boccaccioda Certaldo. La Sicilia era tutta sconvolta per due potenti fazioni insorte in quel regno, giacchè il re era tuttavia di poca età ed incapace di governo, e la morte gli avea rapito il valoroso suo zio, che col suo senno avea tenuto in addietro que' popoli in freno; laonde infelicissima divenne quell'isola, verificando il detto del Savio, che per lo più una pensione della minorità de' regnanti sono i disordini.

Andò sossopra in quest'anno il regno di Napoli per la guerra insorta in quelle parti[Matteo Villani, lib. 12, cap. 35.]. Molto paese occupavano tuttavia gli Ungheri. Il re Luigi collaregina Giovannasua moglie, ben assistito dai Napoletani, mentre si facea l'assedio de' castelli di quella città, uscì in campagna coll'esercito suo, ed intraprese l'assedio di Nocera, dove trovò de' bravi difensori. Domenico da Gravina, scrittore parziale del re d'Ungheria,descrive[Dominicus de Gravina, tom. 12 Rer. Ital.]i varii avvenimenti di quella guerra. Dopo lunga difesa le fortezze di Napoli vennero in potere della regina; e intanto la maggior parte delle terre del regno inalberarono le bandiere della medesima, di modo che gli Ungheri non aveano più che Manfredonia, il Monte di Santo Angelo, Ortona, Guiglionese ed alcune castella in Calabria. La città di Nocera si arrendè al re Luigi, marito della regina, ma non già il castello che era fortissimo. Gli Ungheri, comandati da Corrado Lupo vicario del re Lodovico d'Ungheria, a forza d'armi presero e saccheggiarono la città di Foggia. Obbligarono inoltre il re Luigi ad abbandonar l'assedio d'esso castello di Nocera, per colpa specialmente delduca Guarnieri, uomo di niuna fede, il quale, nello stesso tempo che militava ai servigi di esso re Luigi, teneva intelligenza con Corrado Lupo, e guastava tutti i disegni: il che fece calar non poco di riputazione il medesimo re Luigi. Andò tanto innanzi la malvagità di costui, che stando egli a Corneto con quattrocento cavalieri alla guardia di quella terra, una notte si lasciò sorprender ivi con tutta la sua gente da Corrado, e fu ritenuto prigione. Comunemente fu creduto che fosse concertato fra loro il fatto. Misesi egli una taglia di trenta mila fiorini d'oro; e perchè il re Luigi negò di volerlo riscattare a sì alto prezzo, si servì egli di questo pretesto per prendere servigio nella armata degli Ungheri, e trasse a sè quanti Tedeschi potè; perlochè peggiorarono di molto gli affari del re Luigi, che si ritirò malconcio a Napoli. Crebbe ancora l'esercito degli Ungheri per la venuta diStefano vaivodadi Transilvania con più di trecento nobili ungheri: laonde alla loro ubbidienza tornarono Baroli, Trani, Bitonto, Giovenazzo, Molfetta ed altri luoghi. Ma sopprattutto in lor vantaggio tornò l'acquisto della città d'Aversa, i cui abitanti volontariamente loro si sottomisero. S'inoltrò poi l'esercito ungaricodel re Lodovico verso Napoli, e fatto correr voce falsa che fra i soldati ungheri e tedeschi fosse insorta gran discordia, s'invogliarono i Napoletani di venir con loro a battaglia. Adunque nel dì 6 di giugno, benchè il re Luigi contraddicesse[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], i baroni napoletani con gran baldanza e pompa uscirono ed ordinarono le loro schiere contra gli Ungheri; ma furono così ben ricevuti, che presto andarono in rotta, e vi restarono prigionieriRoberto di San Severino, Raimondo del Balzo, ilconte d'Armignaccae buona parte de' principali nobili della città di Napoli. Per tal vittoria scorrendo gli Ungheri sino alle porte della città, obbligarono que' cittadini a ricomperar la loro vendemmia collo sborso di venti mila fiorini d'oro. In questo piede erano gli affari di Napoli, mentre anche in altri luoghi del regno continuava la guerra, ora prospera per gli uni ed ora per gli altri.

Nel dì 24 di gennaio di quest'anno la morte troncò il corso alla vita e all'ingrandimento, che tutto dì si facea maggiore, diLuchino Visconte[Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.]. La città di Milano gli era sommamente obbligata, perchè magnificata oltre modo da lui in potenza, ricchezze ed impieghi lucrosi, conservata in pace, e regolata non men essa che tutte l'altre città a lui soggette con incorrotta giustizia. Se vogliamo stare all'opinione di Giovanni da Bazzano[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], egli morì di peste; ma da altra cagione credettero altri proceduta la sua morte. Siccome dicemmo all'anno 1347,Isabella del Fiescosua moglie, donna di molta avvenenza, andò per cagion di voto, vero o finto, a San Marco di Venezia. Questa libertà le diede campo di soddisfare alle sue illecite voglie contra la fede maritale. Benvenuto Aliprando[Benven. Aliprando, Cronica di Mantova, tom. 5 Antiquit. Ital.]e dopo lui Bartolomeo Platina nelleStorie di Mantova[Platin., Hist. Mant., tom. 20 Rer. Ital.], chiaramente scrivono che essa invaghita diUgolino Gonzaga, seco il condusse a Venezia con familiarità detestabile; e perchè le dame e donne di confidenza avrebbono potuto rivelare il segreto, ad esse ancora fu dato agio di procacciarsi quella pastura che vollero. I malanni di casa d'ordinario son gli ultimi a saperli i padroni e mariti, e Luchino finalmente scoprì i proprii. Fanno i suddetti storici mantovani autore dello scoprimentoMastino dalla Scala, il quale in questa maniera attizzò lo sdegno di Luchino contra dei Gonzaghi. E certo s'egli vivea più lungo tempo ne avrebbe procurato lo sterminio, come attesta il Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Ma non sussiste già che Luchino facesse imprigionar la moglie, come asserisce il Platina. Secondo altri, accortasi ella essere venuto il marito in cognizione de' suoi falli, s'affrettò a dargli il veleno, per cui terminò i suoi giorni[Corio, Istoria di Milano.]. Sembra nondimeno alquanto inverisimile che la cagion della guerra contro ai Gonzaghi procedesse da questo, perchè tanto tempo prima l'abbiam veduta incominciata, nè intanto si scorge che Luchino facesse risentimento alcuno contra della moglie. Pietro Azario[Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.], scrittore contemporaneo, e ben informato di quegli affari, confessa gli scandali accaduti nel divoto pellegrinaggio d'Isabella del Fiesco e delle sue dame; ma perciocchè l'amore e la tosse non si possono occultare, n'ebbe in fine contezza il tradito Luchino. Gli scappò detto un dì di voler fare in breve la maggior giustizia che mai avesse fatto in Milano. Rapportata alla moglie questa parola, sospettò o s'accorse che la festa era preparata per lei. L'Azario non volle dire di più, e terminò il racconto con quel verso attribuito a Catone:

Nam nulli tacuisse nocet. Nocet esse locutum.

Nam nulli tacuisse nocet. Nocet esse locutum.

Secondo lo stesso Azario, l'arcivescovo Giovannifece giurar fedeltà aLuchino Novellofigliuolo del defunto suo fratello Luchino: il che par difficile a credersi.Bruzio, figliuolo bastardo di Luchino, che in addietro era stato il primo nobile della corte paterna, e come secondo padrone di Milano, avea tiranneggiato massimamente Lodi, della qual città era governatore (siccome persona, che dopo aver molto applicato alle lettere, d'esse unicamente s'era poi servito per commettere delle iniquità), se ne fuggì, e andò ramingo un pezzo, finchè in una città de' Veneziani meschinamente morì. Succedette, se pure non vogliam dire che continuòGiovanni Viscontearcivescovo di Milano nel dominio di Milano, Lodi, Piacenza, Borgo San Donnino, Parma, Crema, Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria, Tortona, Pontremoli ed altri luoghi in Piemonte. E benchè gli Astigiani si fossero dati a Luchino solamente durante la di lui vita, pur volle anch'egli la signoria di quella città. Una delle prime sue azioni quella fu di richiamar dall'esilio i due suoi nipotiBernabòeGaleazzo, figliuoli di Stefano suo fratello, che Luchino avea banditipropter opera ipsorum non bona, siccome scrive il Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Liberò ancora esso arcivescovo dalle carceriLodrisio Viscontesuo cugino[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], imprigionato, allorchè fu sconfitto a Parabiago daAzzo Visconte. Fece inoltre Giovanni arcivescovo sul fine d'aprile pace coiGonzaghi; ma fra essi Gonzaghi eMastino dalla Scalanon cessò la guerra. Ne' mesi di aprile e giugno l'esercito veronese, condotto daCane Scaligerofigliuolo diMastino, venne a dare il guasto al Mantovano, con lasciar dappertutto funesti segni dell'odio suo. Ed essendosi poi quelle genti ritirate nel dì 3 d'agosto, l'armata de' Mantovani, consistente in mille cavalli e gran quantità di fanteria,passò sul Veronese per rendere la pariglia agli Scaligeri. Per tradimento s'impadronirono del castello di Valezzo; ma sopraggiuntoAlberto dalla Scalacol suo sforzo, loro diede addosso, e li sconfisse. Per un trattato che era con alcuni cittadini di Jesi[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cronica Bolognese, tom. 18 Rer. Ital.],Malatesta Unghero, figliuolo diMalatesta de' Malatestisignore di Rimini, entrò con copia d'armati in quella città nel dì 10 di gennaio. Allora messerUomo di santa Maria, che n'era signore, colle milizie sue e degli amici fece quanta difesa mai potè, e lungo fu il contrasto dell'armi fra loro; ma in fine prevalse il Malatesta, e rimase padrone della città. Nel dì primo di settembre[Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.](Matteo Villani scrive[Matteo Villani, lib. 1, cap. 45.]nel dì 4 d'esso mese) un fierissimo tremuoto si fece udire per la maggior parte d'Italia, e massimamente nella Puglia, dove le città dell'Aquila e d'Ascoli ed altre terre patirono immenso danno. Anche in Perugia precipitarono molte torri e case. E la terza parte del tetto della basilica di S. Paolo fuori di Roma cadde con assai altre chiese e fabbriche in Roma stessa. Dei danni patiti in Napoli, Aversa, Monte Casino, San Germano, Sora ed altri luoghi parla Matteo Villani. In questi tempi fiorivanoBartolo da SassoferratoeFrancesco PetrarcaFiorentino, l'uno gran legista, e l'altro poeta celebre; e cominciò anche a farsi conoscereGiovanni Boccaccioda Certaldo. La Sicilia era tutta sconvolta per due potenti fazioni insorte in quel regno, giacchè il re era tuttavia di poca età ed incapace di governo, e la morte gli avea rapito il valoroso suo zio, che col suo senno avea tenuto in addietro que' popoli in freno; laonde infelicissima divenne quell'isola, verificando il detto del Savio, che per lo più una pensione della minorità de' regnanti sono i disordini.


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