MCCCXLVII

MCCCXLVIIAnno diCristomcccxlvii. Indiz.XV.Clemente VIpapa 6.Carlo IVre de' Romani 2.Divenuto già re de' Romani e re di BoemiaCarlofigliuolo del fure Giovanni, perchè pretendeva il contado del Tirolo, che gli era contrastato daLodovico il Bavaroe daLodovico marchesedi Brandeburgo suo figliuolo, venne in abito di pellegrino a Trento con isperanza di ridurre alla sua ubbidienza quel paese[Chron. Estense, tom. 15 Rer Italic. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 84.]. Non gli mancò d'assistenza papaClemente VI, perciocchè mosse con premurose lettereLuchino Visconte, Mastino dalla Scala, il patriarca d'Aquileia e i signori di Mantova a prestargli aiuto; ed ognuno in fatti spedì colà un gagliardo rinforzo di cavalleria e fanteria. Se gli diede il popolo di Trento, ed egli nel dì 27 di marzo assistè alla messa in quel duomo in abito imperiale. Impadronissi ancora di Feltro e di Belluno. Essendo poi passato all'assedio di Marano nel Tirolo, eccoli sopravvenire il marchese di Brandeburgo con forze superiori di armati, che gli diede una rotta, e il fece fuggire a Trento. Ma si mutò in questo anno faccia alle cose; imperciocchè trovandosiLodovico il Bavaroalla caccia nel dì 11 di ottobre[Albert. Argentin., Chron. Rebdorf., Annal.], sorpreso da un colpo d'apoplessia e caduto da cavallo, spirò l'anima sua. V'ha chi dice esser egli morto con segni di penitenza, lo niegano altri; ma è fuor di dubbio che da niun sacerdote ebbe l'assoluzion de' peccati e delle censure[Raynaldus, Annal. Eccles.], portando al mondo di là una pesante soma di colpe principesche e private. La morte sua fu la vita diCarlo IV redei Romani, perchè i suoi affari cominciarono immediatamente a prosperare, con riconoscerlo per re molti principi e non poche città della Germania, quantunque non mancassero altri che passarono all'elezione diOdoardo red'Inghilterra, poi diFederigo marchesedi Misnia, e poi diGuntero contedi Suarzemburgo. Con danari seppe il re Carlo indurre i due ultimi a non accettare, o a rinunziare l'esibita corona. Per lo contrario, in Italia si aprì un nuovo teatro di calamità a cagione diLodovico red'Ungheria, ansante di vendicarla morte ignominiosa del fratelloAndrea, ma più di conquistare il regno di Napoli, al qual fine determinò di passare egli in persona in Italia. Spedì innanzi i suoi ambasciatori, per aver libero il passo da' principi italiani; e questi, giunti a Ferrara nel dì 24 d'aprile, ebbero buon accoglimento dalmarchese Obizzod'Este. Continuato poscia il lor viaggio, arrivarono ai confini del regno, e cominciarono dei maneggi per muovere a ribellione que' popoli. Certo è che, a papaClemente VInon piaceva che un sì potente principe venisse a piantar il piede nel regno di Napoli. Oltre di che, a cagione del suo soggiorno in Provenza, terra dellaregina Giovanna, pendeva più a favorir questa che quello. Intanto essa regina nel dì 20 d'agosto sposòLuigi principedi Taranto, uno de' Reali[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 98.]: matrimonio in que' tempi disapprovato dagli zelanti cristiani. Alcuni credono ch'ella fin d'allora ne ottenesse la dispensa dal pontefice. Il Rinaldi meritamente la riferisce all'anno seguente. Accordossi ancora la regina Giovanna conLodovico re di Sicilia, cedendo ad ogni pretensione sua sopra quell'isola, con patto che egli, in occasione di guerra, dovesse mantenere al di lei servigio quindici galee. Mancò ad un tale accordo l'approvazione del papa, diretto padrone della Sicilia.Gran voglia avevaIsabella del Fiesco, moglie diLuchino Visconte, di veder la rara e magnifica città di Venezia. Però pubblicò in quest'anno un voto da lei fatto, allorchè fu per partorire nell'anno addietro i due suoi gemelli, di visitare la basilica di San Marco in quella città. L'addolciato marito non potè negarle il contento di adempiere così santa divozione, e le formò uno splendidissimo corteggio della primaria nobiltà delle sue città. Nella Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]si veggono annoverati tutti i nobili scelti da Milano, Tortona, Alessandria, Cremona,Brescia, Vercelli, Lodi, Novara, Asti, Como, Bergamo, Piacenza e Parma, ed anche da Pavia, siccome ancora le nobili donne destinate ad accompagnarla, oltre ai paggi, staffieri e alla prodigiosa minor famiglia[Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.]. Per una regina non si poteva far di più. Si mosse ella da Milano nel giorno 29 d'aprile, e grandi onori ricevè in Verona daAlbertoeMastino dalla Scala; grandi in Padova daJacopo da Carrara; maggiori poi in Venezia da quella splendida repubblica. Soddisfatto che ebbe in Venezia alla sua divozione, e veduta la celebre funzione dell'Ascensione, se ne tornò per Padova, Verona e Mantova a Milano. Dove andasse poi a terminare questo sì divoto pellegrinaggio, non istaremo molto a vederlo. Una scena curiosa, cominciata nell'anno addietro in Roma, maggiore comparsa fece nel presente[Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital., tom. 3.]. Per la lontananza de' papi era divenuta quella mirabil metropoli un bosco d'ingiustizia; ognun facea a suo modo; discordi erano i due senatori, l'uno di casa Colonna, e l'altro di casa Orsina, con due diverse fazioni; le entrate del papa e del pubblico divorate; le strade piene di ladri, di modo che più non s'attentavano i pellegrini di portarsi colà alla visita dei santi luoghi. Si alzò su un giorno, e fece popolo un certo della feccia del volgo, cioè Niccolò figliuolo di Lorenzo Tavernaro, appellato volgarmenteCola di Rienzo, giunto col suo studio ad essere notaio. Costui era uomo fantastico; dall'un canto facea la figura di eroe, dall'altro di pazzo. Soprattutto gli stava bene la lingua in bocca. Tanto declamò contro ai disordini di Roma e alle prepotenze de' grandi, che indusse di popolo a consentirgli il titolo e la balìa di tribuno. Ciò gli bastò per cacciare di Campidoglio i senatori, e per farsi signore di Roma[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. eod.], con intitolarsipomposamente:Nicola, severo e clemente, liberator di Roma, zelante del bene dell'Italia, amatore del mondo e tribuno augusto. Formò poscia de' magistrati, mettendovi degli uomini di merito; fece giustiziar varii capi di fazione, che mantenevano quantità di masnadieri, e assassinavano alle strade; intimò il bando ai grandi, che solevano farla da prepotenti, se non giuravano sommessione al buon governo, di maniera che, fuggiti i malviventi, in breve mise in quiete la città, e si potea portar per le strade l'oro in mano. Gli venne in testa il capriccioso disegno non solamente di riformare Roma, ma di rimettere anche in libertà l'Italia tutta, con formare una repubblica, di cui fosse capo Roma, come fu ne' secoli antichi. Scrisse perciò lettere di gran magniloquenza a tutti i principi e alle città italiane, e trovò chi prestò fede ai suoi vanti. Spedì loro degli ambasciatori, e rispose alle lettere dei principi con graziose esibizioni: cotanto credito s'era egli acquistato col rigore della giustizia. I Perugini, gli Aretini ed altri si diedero a lui. In somma chi facea plauso a queste novità, e chi ne rideva. Da Francesco Petrarca, insigne poeta d'allora, fra gli altri, fu scritta in sua lode una suntuosa canzone[Petrarca, Rime.], che tuttavia si legge, credendosi egli che veramente questo uomo avesse a risuscitar la gloria di Roma e dell'Italia. Ma altro ci volea a così vasta impresa che un cervello sì irregolare e mancante di forze. Perchè il popolo di Viterbo gli negava ubbidienza, si mise Cola in ordine nell'anno presente, per far guerra a quella città; e l'avrebbe fatta, se Giovanni da Vico prefetto e signor di Viterbo non si fosse sottomesso con rendergli varie rocche. Andò poi tanto innanzi la bestialità d'esso tribuno, che con gran solennità si fece far cavaliere[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 89. Johan. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], e si bagnò nella conca di porfido,dove i secoli barbari s'immaginarono che fosse stato battezzato l'imperador Costantino il Grande, e si fece coronar con varie corone. Poscia citòpapa Clemente VIe i cardinali che venissero a Roma. Citò ancheLodovico il Bavaronon per anche defunto, eCarlo di Boemia, e gli elettori a comparire e ad allegar le ragioni, per le quali pretendevano allo imperio. Finora avea egli rispettato il papa; si mise in fine sotto i piedi ogni riguardo anche verso di lui e de' suoi ministri; e però non potè più stare alle mosse il vicario pontificio, e proruppe in proteste, delle quali niun conto fu fatto, dicendo il vanaglorioso Cola di far tutto per ordine dello Spirito Santo, del quale pubblicamente s'intitolavacandidato. Non potevano digerire i Colonnesi, gli Orsini, i Savelli ed altri grandi romani tanto sprezzo, o, per dir meglio, strapazzo che facea di loro il tribuno, giacchè avea fatto imprigionarne i principali, ed annunziata loro anche la morte; se non che si placò, e li rimise in libertà. Eglino dunque con grosse squadre di cavalli e fanti nel dì 20 di quest'anno vennero alla porta di San Lorenzo con disegno d'entrare in Roma, e d'insegnar le creanze al tribuno. Ma egli, messo in armi il popolo, con tal empito il fece uscire contra di loro, che li mise in isconfitta, colla morte diStefano, GiovanniePietro dalla Colonna, e d'altri nobili e di molti delle loro masnade. Salì per questo in alto la gloria e la riputazione di Cola.Era già riuscito ai ministri o partigiani diLodovico red'Ungheria di muovere a ribellione contra dellaregina Giovannal'Aquila, città benchè nata a tempi di Federigo II Augusto, pure pervenuta da lì non molto ad un'ampia popolazione e potenza[Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 88.]. Erano in discordia i Reali di Napoli; ma cotante promesse furono fatte aCarlo ducadi Durazzo, che s'indusse a prendere il baston del comandoper procedere contro degli Aquilani. Tenne egli coll'esercito suo assediata per tre mesi, ma indarno, quella città. Intanto venuto in Italia il vescovo di Cinque Chiese con ducento nobili ungheri ben in arnese e con danaro assai, assoldò molta gente nella Romagna e nella Marca; ebbe non pochi aiuti daUgolino de' Trincisignor di Foligno e daiMalatestisignori di Rimini, e con circa mille uomini d'armi e numerosa fanteria andò ad unirsi con altri mille cavalli e fanti, già assoldati nell'Abbruzzo per parte del re Lodovico d'Ungheria. Il timore di quest'armata fece sloggiare di sotto l'Aquila gli assediatori; e tanto più perchè succeduto nel medesimo tempo il matrimonio della regina conLuigi principedi Taranto, il duca di Durazzo deluso e mal soddisfatto non volle più guerreggiar contra degli Ungheri. Seppero ben prevalersi di tal discordia i capitani del re Lodovico; perchè, posto l'assedio alla città di Sulmona, senza che alcuno ne tentasse giammai il soccorso, se ne impadronirono nel mese di ottobre, continuando poi le lor conquiste sino a Venafro, Tiano e Sarno. Arrivò nel mese di novembreLodovico red'Ungheria nel Friuli ad Udine, senza che sicuramente si raccolga dagli scrittori ch'egli menasse con seco un esercito potente. Forse non avea più di mille cavalli. Perchè era in collera coi Veneziani, non accettò il loro invito[Johan. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. eodem. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 106.]. Onorevolmente ricevuto a Cittadella daJacopo da Carrarasignore di Padova, sul principio di dicembre passò a Vicenza e Verona, doveAlbertoeMastino dalla Scalasplendidamente il trattarono, con dargli ancora trecento de' loro cavalieri, acciocchè lo accompagnassero a Napoli. Per Ostiglia venuto a Modena, fu incontrato con tutto onore daObizzo marchesed'Este, che non fu da meno degli altri in fargli un nobile trattamento. Fuorchè in Imola eFaenza, dove il conte della Romagna pel papa nol lasciò entrare, ricevè somme finezze dappertutto dove passò, in Bologna daiPepoli, in Forlì dagliOrdelaffi, in Rimini daiMalatesti, in Foligno daiTrinci. Con trecento cavalieri il seguitò pel viaggioFrancesco degli Ordelaffi. Ma essendosegli presentato in Foligno il legato del papa per intimargli sotto pena di scomunica di non far da padrone nel regno di Napoli senza l'assenso del papa, il re, che già toccava con mano la pretension del pontefice in favore della regina Giovanna, gli rispose assai bruscamente che il regno era suo per successione dei suoi maggiori; che risponderebbe alla Chiesa pel feudo; e che della scomunica non curava, perchè sarebbe patentemente ingiusta. Arrivò poscia questo principe all'Aquila nella vigilia di Natale, e quivi attese ai preparamenti per condurre a fine l'incominciata impresa.Nel ritornare nell'anno addietroOstasio da Polentasignor di Ravenna da Milano in compagnia diObizzo marchesed'Este, nella terra di Trezzo rimase come morto una notte a cagione del fumo di carbone acceso nella sua camera dai famigli, perchè facea freddo. Portato a Ravenna così malconcio, terminò i suoi giorni nel dì 14 di novembre[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], e gli succederono nel dominio di RavennaBernardinosuo figliuolo, e in quello di CerviaPandolfoaltro suo figliuolo.Lamberto, terzo de' figliuoli, nulla possedeva. Di questo partaggio non erano contenti i due ultimi fratelli, e però pensarono ad un tradimento. Nel dì 5 d'aprile spedirono a Ravenna un messo a Bernardino, notificandogli, che essendo caduto gravemente infermo Pandolfo, se volea vederlo vivo, non tardasse a venire. Venne Bernardino, e, preso, fu posto in una dura prigione. Nella notte cavalcò Pandolfo a Ravenna con molti armati, e fatto esporre alle guardie della porta da un cortigiano guadagnato di Bernardino, di essere venuto a prendere de' medicamentinecessarii al finto infermo, gli fu permessa l'entrata in città. S'impadronì Pandolfo di essa senza fatica; ma, interpostosi poiMalatestasignor di Rimini, nel dì 24 di giugnoBernardinofu liberato dalle prigioni di Cervia, e in Ravenna si conchiuse pace coi fratelli. Ma di questa si dimenticò ben presto esso Bernardino, e ricordevole solamente dell'oltraggio patito, sotto pretesto chePandolfoeLambertomacchinassero contro la sua vita, nel dì 7 di settembre[Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]fece loro mettere le mani addosso, e gl'imprigionò, prendendo in sè tutto il dominio di Ravenna e poi di Cervia. Lasciarono poscia la vita i suddetti col tempo nelle carceri d'essa Cervia. Nel dì 29 di settembreTaddeo de' Pepolisignor di Bologna compiè il corso di sua vita[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e concordemente da quel popolo fu data la signoria della città aGiovannieGiacopofigliuoli di esso Taddeo. Poco durò il bizzarro governo diCola di Rienzoin Roma. Dopo la vittoria riportata, di cui si è favellato di sopra, gli si erano maggiormente esaltati i fumi alla testa, e tiranneggiando cominciò a perdere l'amore del popolo. Contra di lui soffiava forte il legato del papa, e più i grandi fuorusciti. Mandò ben Cola le sue genti all'assedio del castello di Marino de' Colonnesi, ma nulla ne profittò[Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 104.]. Ora nel dì 15 di dicembre di quest'anno (e non già nel marzo del susseguente, come ha il Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.])Giovanni Pipinoconte di Altamura e Minerbino, bandito dal regno di Napoli siccome uomo intrigante e masnadiere, o per suoi particolari disgusti o disegni, oppure a sommossa del legato apostolico e de' nobili, fece una sollevazione in Roma contra del tribuno, laonde si diede campana a martello, e si asserragliarono le strade. Quantunque non accorressero in aiuto del tribuno gli Orsinie il popolo, come egli sperava, pure egli era provveduto di tali forze che facilmente avrebbe potuto sconfiggere chiunque se gli opponeva. Ma appena fu messa in rotta una delle sue bandiere, che siccome uomo vile e codardo, senza fare ulterior resistenza, si ritirò in castello Sant'Angelo, e poi travestito da frate se ne fuggì, allorchè passò il re d'Ungheria alla volta dell'Aquila. Nel dì 17 entrò in Roma Stefanuccio dalla Colonna, ed, aboliti gli atti del tribuno, a riserva delle paci fatte, rimise quella città all'ubbidienza del papa, e furono poi creati tre senatori, un colonnese, un orsino e il legato pontificio. Cola di Rienzo, divenuto mendico e screditato, si ridusse poi alla corte diCarlo IV rede' Romani, e, col racconto di varie rivelazioni e promesse di gran cose, cominciò la tela di un'altra fortuna; ma informatone il papa, volle nelle mani questo ciarlatano, e il tenne poi per molto tempo incarcerato in Avignone. In due fazioni era ne' tempi correnti divisa la città di Pisa, cioè nei Raspanti e Bergolini[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 118.]. Nel dì 24 di dicembre si sollevarono i Bergolini, cioè i Gambacorti, gli Agitati ed altri contra dei Raspanti, che comandavano allora a bacchetta, e riuscì loro d'abbattere e scacciare Dino della Rocca, capo d'essa fazione, co' suoi aderenti, e di prendere il dominio della terra: e qui cominciò l'ascendente della famiglia Gambacorta. Secondo la Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], in quest'annoLuchino Viscontecoll'aiuto diGiovanni marchesedi Monferrato acquistò le città di Tortona e d'Alba. Anche il marchese guadagnò per sè la terra di Valenza[Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. E perciocchè i continuati progressi di Luchino in Piemonte non potevano piacere alconte di Savoia Amedeo VI, nè aJacopo di Savoiaprincipe della Morea, questi si collegarono col duca di Borgogna e col conte di Ginevra contra di Luchinoe del marchese di Monferrato. Guerra fu fatta, e nel mese di luglio si venne ad un crudele combattimento, in cui perì dall'una parte e dall'altra gran copia d'uomini e di cavalli; ma in fine se ne andò sconfitto il marchese di Monferrato. Di questo fatto d'armi non ebbero notizia nè Benvenuto da San Giorgio, nè il Guichenone nella Storia della real casa di Savoia.

Divenuto già re de' Romani e re di BoemiaCarlofigliuolo del fure Giovanni, perchè pretendeva il contado del Tirolo, che gli era contrastato daLodovico il Bavaroe daLodovico marchesedi Brandeburgo suo figliuolo, venne in abito di pellegrino a Trento con isperanza di ridurre alla sua ubbidienza quel paese[Chron. Estense, tom. 15 Rer Italic. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 84.]. Non gli mancò d'assistenza papaClemente VI, perciocchè mosse con premurose lettereLuchino Visconte, Mastino dalla Scala, il patriarca d'Aquileia e i signori di Mantova a prestargli aiuto; ed ognuno in fatti spedì colà un gagliardo rinforzo di cavalleria e fanteria. Se gli diede il popolo di Trento, ed egli nel dì 27 di marzo assistè alla messa in quel duomo in abito imperiale. Impadronissi ancora di Feltro e di Belluno. Essendo poi passato all'assedio di Marano nel Tirolo, eccoli sopravvenire il marchese di Brandeburgo con forze superiori di armati, che gli diede una rotta, e il fece fuggire a Trento. Ma si mutò in questo anno faccia alle cose; imperciocchè trovandosiLodovico il Bavaroalla caccia nel dì 11 di ottobre[Albert. Argentin., Chron. Rebdorf., Annal.], sorpreso da un colpo d'apoplessia e caduto da cavallo, spirò l'anima sua. V'ha chi dice esser egli morto con segni di penitenza, lo niegano altri; ma è fuor di dubbio che da niun sacerdote ebbe l'assoluzion de' peccati e delle censure[Raynaldus, Annal. Eccles.], portando al mondo di là una pesante soma di colpe principesche e private. La morte sua fu la vita diCarlo IV redei Romani, perchè i suoi affari cominciarono immediatamente a prosperare, con riconoscerlo per re molti principi e non poche città della Germania, quantunque non mancassero altri che passarono all'elezione diOdoardo red'Inghilterra, poi diFederigo marchesedi Misnia, e poi diGuntero contedi Suarzemburgo. Con danari seppe il re Carlo indurre i due ultimi a non accettare, o a rinunziare l'esibita corona. Per lo contrario, in Italia si aprì un nuovo teatro di calamità a cagione diLodovico red'Ungheria, ansante di vendicarla morte ignominiosa del fratelloAndrea, ma più di conquistare il regno di Napoli, al qual fine determinò di passare egli in persona in Italia. Spedì innanzi i suoi ambasciatori, per aver libero il passo da' principi italiani; e questi, giunti a Ferrara nel dì 24 d'aprile, ebbero buon accoglimento dalmarchese Obizzod'Este. Continuato poscia il lor viaggio, arrivarono ai confini del regno, e cominciarono dei maneggi per muovere a ribellione que' popoli. Certo è che, a papaClemente VInon piaceva che un sì potente principe venisse a piantar il piede nel regno di Napoli. Oltre di che, a cagione del suo soggiorno in Provenza, terra dellaregina Giovanna, pendeva più a favorir questa che quello. Intanto essa regina nel dì 20 d'agosto sposòLuigi principedi Taranto, uno de' Reali[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 98.]: matrimonio in que' tempi disapprovato dagli zelanti cristiani. Alcuni credono ch'ella fin d'allora ne ottenesse la dispensa dal pontefice. Il Rinaldi meritamente la riferisce all'anno seguente. Accordossi ancora la regina Giovanna conLodovico re di Sicilia, cedendo ad ogni pretensione sua sopra quell'isola, con patto che egli, in occasione di guerra, dovesse mantenere al di lei servigio quindici galee. Mancò ad un tale accordo l'approvazione del papa, diretto padrone della Sicilia.

Gran voglia avevaIsabella del Fiesco, moglie diLuchino Visconte, di veder la rara e magnifica città di Venezia. Però pubblicò in quest'anno un voto da lei fatto, allorchè fu per partorire nell'anno addietro i due suoi gemelli, di visitare la basilica di San Marco in quella città. L'addolciato marito non potè negarle il contento di adempiere così santa divozione, e le formò uno splendidissimo corteggio della primaria nobiltà delle sue città. Nella Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]si veggono annoverati tutti i nobili scelti da Milano, Tortona, Alessandria, Cremona,Brescia, Vercelli, Lodi, Novara, Asti, Como, Bergamo, Piacenza e Parma, ed anche da Pavia, siccome ancora le nobili donne destinate ad accompagnarla, oltre ai paggi, staffieri e alla prodigiosa minor famiglia[Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.]. Per una regina non si poteva far di più. Si mosse ella da Milano nel giorno 29 d'aprile, e grandi onori ricevè in Verona daAlbertoeMastino dalla Scala; grandi in Padova daJacopo da Carrara; maggiori poi in Venezia da quella splendida repubblica. Soddisfatto che ebbe in Venezia alla sua divozione, e veduta la celebre funzione dell'Ascensione, se ne tornò per Padova, Verona e Mantova a Milano. Dove andasse poi a terminare questo sì divoto pellegrinaggio, non istaremo molto a vederlo. Una scena curiosa, cominciata nell'anno addietro in Roma, maggiore comparsa fece nel presente[Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital., tom. 3.]. Per la lontananza de' papi era divenuta quella mirabil metropoli un bosco d'ingiustizia; ognun facea a suo modo; discordi erano i due senatori, l'uno di casa Colonna, e l'altro di casa Orsina, con due diverse fazioni; le entrate del papa e del pubblico divorate; le strade piene di ladri, di modo che più non s'attentavano i pellegrini di portarsi colà alla visita dei santi luoghi. Si alzò su un giorno, e fece popolo un certo della feccia del volgo, cioè Niccolò figliuolo di Lorenzo Tavernaro, appellato volgarmenteCola di Rienzo, giunto col suo studio ad essere notaio. Costui era uomo fantastico; dall'un canto facea la figura di eroe, dall'altro di pazzo. Soprattutto gli stava bene la lingua in bocca. Tanto declamò contro ai disordini di Roma e alle prepotenze de' grandi, che indusse di popolo a consentirgli il titolo e la balìa di tribuno. Ciò gli bastò per cacciare di Campidoglio i senatori, e per farsi signore di Roma[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. eod.], con intitolarsipomposamente:Nicola, severo e clemente, liberator di Roma, zelante del bene dell'Italia, amatore del mondo e tribuno augusto. Formò poscia de' magistrati, mettendovi degli uomini di merito; fece giustiziar varii capi di fazione, che mantenevano quantità di masnadieri, e assassinavano alle strade; intimò il bando ai grandi, che solevano farla da prepotenti, se non giuravano sommessione al buon governo, di maniera che, fuggiti i malviventi, in breve mise in quiete la città, e si potea portar per le strade l'oro in mano. Gli venne in testa il capriccioso disegno non solamente di riformare Roma, ma di rimettere anche in libertà l'Italia tutta, con formare una repubblica, di cui fosse capo Roma, come fu ne' secoli antichi. Scrisse perciò lettere di gran magniloquenza a tutti i principi e alle città italiane, e trovò chi prestò fede ai suoi vanti. Spedì loro degli ambasciatori, e rispose alle lettere dei principi con graziose esibizioni: cotanto credito s'era egli acquistato col rigore della giustizia. I Perugini, gli Aretini ed altri si diedero a lui. In somma chi facea plauso a queste novità, e chi ne rideva. Da Francesco Petrarca, insigne poeta d'allora, fra gli altri, fu scritta in sua lode una suntuosa canzone[Petrarca, Rime.], che tuttavia si legge, credendosi egli che veramente questo uomo avesse a risuscitar la gloria di Roma e dell'Italia. Ma altro ci volea a così vasta impresa che un cervello sì irregolare e mancante di forze. Perchè il popolo di Viterbo gli negava ubbidienza, si mise Cola in ordine nell'anno presente, per far guerra a quella città; e l'avrebbe fatta, se Giovanni da Vico prefetto e signor di Viterbo non si fosse sottomesso con rendergli varie rocche. Andò poi tanto innanzi la bestialità d'esso tribuno, che con gran solennità si fece far cavaliere[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 89. Johan. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], e si bagnò nella conca di porfido,dove i secoli barbari s'immaginarono che fosse stato battezzato l'imperador Costantino il Grande, e si fece coronar con varie corone. Poscia citòpapa Clemente VIe i cardinali che venissero a Roma. Citò ancheLodovico il Bavaronon per anche defunto, eCarlo di Boemia, e gli elettori a comparire e ad allegar le ragioni, per le quali pretendevano allo imperio. Finora avea egli rispettato il papa; si mise in fine sotto i piedi ogni riguardo anche verso di lui e de' suoi ministri; e però non potè più stare alle mosse il vicario pontificio, e proruppe in proteste, delle quali niun conto fu fatto, dicendo il vanaglorioso Cola di far tutto per ordine dello Spirito Santo, del quale pubblicamente s'intitolavacandidato. Non potevano digerire i Colonnesi, gli Orsini, i Savelli ed altri grandi romani tanto sprezzo, o, per dir meglio, strapazzo che facea di loro il tribuno, giacchè avea fatto imprigionarne i principali, ed annunziata loro anche la morte; se non che si placò, e li rimise in libertà. Eglino dunque con grosse squadre di cavalli e fanti nel dì 20 di quest'anno vennero alla porta di San Lorenzo con disegno d'entrare in Roma, e d'insegnar le creanze al tribuno. Ma egli, messo in armi il popolo, con tal empito il fece uscire contra di loro, che li mise in isconfitta, colla morte diStefano, GiovanniePietro dalla Colonna, e d'altri nobili e di molti delle loro masnade. Salì per questo in alto la gloria e la riputazione di Cola.

Era già riuscito ai ministri o partigiani diLodovico red'Ungheria di muovere a ribellione contra dellaregina Giovannal'Aquila, città benchè nata a tempi di Federigo II Augusto, pure pervenuta da lì non molto ad un'ampia popolazione e potenza[Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 88.]. Erano in discordia i Reali di Napoli; ma cotante promesse furono fatte aCarlo ducadi Durazzo, che s'indusse a prendere il baston del comandoper procedere contro degli Aquilani. Tenne egli coll'esercito suo assediata per tre mesi, ma indarno, quella città. Intanto venuto in Italia il vescovo di Cinque Chiese con ducento nobili ungheri ben in arnese e con danaro assai, assoldò molta gente nella Romagna e nella Marca; ebbe non pochi aiuti daUgolino de' Trincisignor di Foligno e daiMalatestisignori di Rimini, e con circa mille uomini d'armi e numerosa fanteria andò ad unirsi con altri mille cavalli e fanti, già assoldati nell'Abbruzzo per parte del re Lodovico d'Ungheria. Il timore di quest'armata fece sloggiare di sotto l'Aquila gli assediatori; e tanto più perchè succeduto nel medesimo tempo il matrimonio della regina conLuigi principedi Taranto, il duca di Durazzo deluso e mal soddisfatto non volle più guerreggiar contra degli Ungheri. Seppero ben prevalersi di tal discordia i capitani del re Lodovico; perchè, posto l'assedio alla città di Sulmona, senza che alcuno ne tentasse giammai il soccorso, se ne impadronirono nel mese di ottobre, continuando poi le lor conquiste sino a Venafro, Tiano e Sarno. Arrivò nel mese di novembreLodovico red'Ungheria nel Friuli ad Udine, senza che sicuramente si raccolga dagli scrittori ch'egli menasse con seco un esercito potente. Forse non avea più di mille cavalli. Perchè era in collera coi Veneziani, non accettò il loro invito[Johan. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. eodem. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 106.]. Onorevolmente ricevuto a Cittadella daJacopo da Carrarasignore di Padova, sul principio di dicembre passò a Vicenza e Verona, doveAlbertoeMastino dalla Scalasplendidamente il trattarono, con dargli ancora trecento de' loro cavalieri, acciocchè lo accompagnassero a Napoli. Per Ostiglia venuto a Modena, fu incontrato con tutto onore daObizzo marchesed'Este, che non fu da meno degli altri in fargli un nobile trattamento. Fuorchè in Imola eFaenza, dove il conte della Romagna pel papa nol lasciò entrare, ricevè somme finezze dappertutto dove passò, in Bologna daiPepoli, in Forlì dagliOrdelaffi, in Rimini daiMalatesti, in Foligno daiTrinci. Con trecento cavalieri il seguitò pel viaggioFrancesco degli Ordelaffi. Ma essendosegli presentato in Foligno il legato del papa per intimargli sotto pena di scomunica di non far da padrone nel regno di Napoli senza l'assenso del papa, il re, che già toccava con mano la pretension del pontefice in favore della regina Giovanna, gli rispose assai bruscamente che il regno era suo per successione dei suoi maggiori; che risponderebbe alla Chiesa pel feudo; e che della scomunica non curava, perchè sarebbe patentemente ingiusta. Arrivò poscia questo principe all'Aquila nella vigilia di Natale, e quivi attese ai preparamenti per condurre a fine l'incominciata impresa.

Nel ritornare nell'anno addietroOstasio da Polentasignor di Ravenna da Milano in compagnia diObizzo marchesed'Este, nella terra di Trezzo rimase come morto una notte a cagione del fumo di carbone acceso nella sua camera dai famigli, perchè facea freddo. Portato a Ravenna così malconcio, terminò i suoi giorni nel dì 14 di novembre[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], e gli succederono nel dominio di RavennaBernardinosuo figliuolo, e in quello di CerviaPandolfoaltro suo figliuolo.Lamberto, terzo de' figliuoli, nulla possedeva. Di questo partaggio non erano contenti i due ultimi fratelli, e però pensarono ad un tradimento. Nel dì 5 d'aprile spedirono a Ravenna un messo a Bernardino, notificandogli, che essendo caduto gravemente infermo Pandolfo, se volea vederlo vivo, non tardasse a venire. Venne Bernardino, e, preso, fu posto in una dura prigione. Nella notte cavalcò Pandolfo a Ravenna con molti armati, e fatto esporre alle guardie della porta da un cortigiano guadagnato di Bernardino, di essere venuto a prendere de' medicamentinecessarii al finto infermo, gli fu permessa l'entrata in città. S'impadronì Pandolfo di essa senza fatica; ma, interpostosi poiMalatestasignor di Rimini, nel dì 24 di giugnoBernardinofu liberato dalle prigioni di Cervia, e in Ravenna si conchiuse pace coi fratelli. Ma di questa si dimenticò ben presto esso Bernardino, e ricordevole solamente dell'oltraggio patito, sotto pretesto chePandolfoeLambertomacchinassero contro la sua vita, nel dì 7 di settembre[Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]fece loro mettere le mani addosso, e gl'imprigionò, prendendo in sè tutto il dominio di Ravenna e poi di Cervia. Lasciarono poscia la vita i suddetti col tempo nelle carceri d'essa Cervia. Nel dì 29 di settembreTaddeo de' Pepolisignor di Bologna compiè il corso di sua vita[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e concordemente da quel popolo fu data la signoria della città aGiovannieGiacopofigliuoli di esso Taddeo. Poco durò il bizzarro governo diCola di Rienzoin Roma. Dopo la vittoria riportata, di cui si è favellato di sopra, gli si erano maggiormente esaltati i fumi alla testa, e tiranneggiando cominciò a perdere l'amore del popolo. Contra di lui soffiava forte il legato del papa, e più i grandi fuorusciti. Mandò ben Cola le sue genti all'assedio del castello di Marino de' Colonnesi, ma nulla ne profittò[Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 104.]. Ora nel dì 15 di dicembre di quest'anno (e non già nel marzo del susseguente, come ha il Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.])Giovanni Pipinoconte di Altamura e Minerbino, bandito dal regno di Napoli siccome uomo intrigante e masnadiere, o per suoi particolari disgusti o disegni, oppure a sommossa del legato apostolico e de' nobili, fece una sollevazione in Roma contra del tribuno, laonde si diede campana a martello, e si asserragliarono le strade. Quantunque non accorressero in aiuto del tribuno gli Orsinie il popolo, come egli sperava, pure egli era provveduto di tali forze che facilmente avrebbe potuto sconfiggere chiunque se gli opponeva. Ma appena fu messa in rotta una delle sue bandiere, che siccome uomo vile e codardo, senza fare ulterior resistenza, si ritirò in castello Sant'Angelo, e poi travestito da frate se ne fuggì, allorchè passò il re d'Ungheria alla volta dell'Aquila. Nel dì 17 entrò in Roma Stefanuccio dalla Colonna, ed, aboliti gli atti del tribuno, a riserva delle paci fatte, rimise quella città all'ubbidienza del papa, e furono poi creati tre senatori, un colonnese, un orsino e il legato pontificio. Cola di Rienzo, divenuto mendico e screditato, si ridusse poi alla corte diCarlo IV rede' Romani, e, col racconto di varie rivelazioni e promesse di gran cose, cominciò la tela di un'altra fortuna; ma informatone il papa, volle nelle mani questo ciarlatano, e il tenne poi per molto tempo incarcerato in Avignone. In due fazioni era ne' tempi correnti divisa la città di Pisa, cioè nei Raspanti e Bergolini[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 118.]. Nel dì 24 di dicembre si sollevarono i Bergolini, cioè i Gambacorti, gli Agitati ed altri contra dei Raspanti, che comandavano allora a bacchetta, e riuscì loro d'abbattere e scacciare Dino della Rocca, capo d'essa fazione, co' suoi aderenti, e di prendere il dominio della terra: e qui cominciò l'ascendente della famiglia Gambacorta. Secondo la Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], in quest'annoLuchino Viscontecoll'aiuto diGiovanni marchesedi Monferrato acquistò le città di Tortona e d'Alba. Anche il marchese guadagnò per sè la terra di Valenza[Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. E perciocchè i continuati progressi di Luchino in Piemonte non potevano piacere alconte di Savoia Amedeo VI, nè aJacopo di Savoiaprincipe della Morea, questi si collegarono col duca di Borgogna e col conte di Ginevra contra di Luchinoe del marchese di Monferrato. Guerra fu fatta, e nel mese di luglio si venne ad un crudele combattimento, in cui perì dall'una parte e dall'altra gran copia d'uomini e di cavalli; ma in fine se ne andò sconfitto il marchese di Monferrato. Di questo fatto d'armi non ebbero notizia nè Benvenuto da San Giorgio, nè il Guichenone nella Storia della real casa di Savoia.


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