MCCCXLVIII

MCCCXLVIIIAnno diCristomcccxlviii. IndizioneI.Clemente VIpapa 7.Carlo IVre de' Romani 3.Di funestissima memoria fu e sarà sempre l'anno presente a cagion della furiosa peste che spogliò l'Italia, e a cui altra simile dianzi non si era veduta, nè si vide dappoi. Portata essa di Levante dalle galee genovesi nell'anno precedente[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 83.], fece di molta strage in Firenze ed altre terre di Toscana, e più in Bologna e nella Romagna, in Provenza ed in altre parti. Parve che nel novembre cessasse questo micidial malore; ma siccome i popoli d'allora viveano molto alla spartana, senza usar diligenza per tenerlo lungi, e venuto ch'era, per liberarsene: così tornò egli più rigoroso e feroce di prima nell'anno presente ad assalir il più delle città dell'Italia, e fu inesplicabile la mortalità della gente dappertutto, fuorchè in Milano e in Piemonte. Matteo Villani attesta[Matteo Villani, lib. 1, cap. 2. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.]che in Firenze e nel suo distretto dei cinque uomini di ogni sesso ed età ne morivano i tre e più. Fra gli altri vi lasciò la vitaGiovanni Villanisuo fratello, autore di una celebre storia, di cui han profittato finora gli Annali presenti. In Bologna[Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital.]delle tre parti del popolo due rimasero prive di vita; ed Agniolo di Tura scrive[Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.]che nella città e borghi di Siena vi perirono ottanta mila persone: il che par troppo.Passò poi questo flagello in Francia, Alemagna, Inghilterra ed altri paesi, lasciando dappertutto una non mai più udita desolazione. Non v'ha scrittore che non ne parli con incredibil orrore: ed allora fu che i popoli rimasti in vita cominciarono ad usar qualche diligenza per guardarsi da lì innanzi da questo morbo distruggitore delle città: la qual cautela è maggiormente dipoi andata crescendo in guisa, che se la pestilenza è entrata in qualche contrada d'Italia, non ha fatto progresso nell'altre, come poco fa s'è provato in quella dell'infelice Messina, a cui si son posti buoni argini che durano tuttavia. Per tali precauzioni e rigori corrono già circa cento quattordici anni che la Lombardia non ha provata la terribile sferza di quel malore. Eransi postate al fiume Volturno verso Capua le milizie della regina Giovanna[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 110.], per contrastare il passo al re d'Ungheria, sotto il comando diLuigi principedi Taranto, e marito d'essa regina, che cogli altri Reali era accorsa colà. Ma il re unghero, senza voler mettersi a passar quivi il fiume, per la strada già tenuta dalre Carlo Itirò alla volta di Benevento, dove arrivò nel dì 11 di gennaio. Quivi, unito il suo esercito, si trovò avere più di sei mila cavalli e un'infinità di fanti; e concorsero a fargli riverenza ed omaggio tutti i baroni del paese e gli ambasciatori di Napoli. A questo avviso i Reali, che erano a Capoa, abbandonato Luigi principe di Taranto, si ritirarono a Napoli. La stessaregina Giovanna, che s'era ridotta in un de' castelli, udendo che già l'Unghero s'inviava a quella volta, nascostamente una notte[Domin. de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.], con quel poco tesoro che potè raunare, s'imbarcò in una preparata galea, e fece dirizzar la prora verso Provenza. Arrivò poscia il principe suo marito, ed anch'egli con Niccolò Acciaiuoli Fiorentino, suo fidato consigliere, preso un picciolo legno, andòa sbarcare nella Maremma di Siena. Giunse il re Lodovico nel dì 17 di gennaio ad Aversa[Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Italic.]. Colà tutta la nobiltà di Napoli fu a fargli riverenza. In un fiero imbroglio si trovarono allora i principi reali, egualmente apprendendo il fuggire che il presentarsi al re. Furono assicurati con salvocondotto, purchè non avessero tenuta mano all'assassinio delduca Andrea. Pertanto vennero ad AversaCarlo ducadi Durazzo,LuigieRobertofratelli, eRobertoeFilippoprincipi di Taranto, fratelli diLodovicomarito della regina Giovanna. Furono accolti con allegrezza ed onore, e desinarono nella sala, dove era anche la tavola del re.Dopo il desinare, messa il re in armi tutta la sua gente, mostrando di voler cavalcare a Napoli, volle vedere il verone, onde fu gittato nel giardino il corpo dello strangolalo suo fratello. Quivi rivolto alduca di Durazzo, l'accusò di quel misfatto, e dicono che il convinse con lettere; e quantunque il duca si scusasse ed implorasse misericordia[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], gli Ungheri se gli avventarono addosso, e, feritolo di più colpi, lo stesero morto a terra, e dipoi nel giardino medesimo lanciarono il corpo suo. Gli altri Reali furono presi, messi nel castello d'Aversa, e poscia con buona scorta inviati in Ungheria, dove gran tempo dimorarono carcerati. Gran dire che vi fu per questa barbarica giustizia. Molti la biasimarono, perchè fatta senza ordine giudiciario, e perchè esso Carlo duca di Durazzo, oltre all'essere il più compiuto e valoroso di quei principi, veniva creduto innocente; altri poi giudicarono ben dovuta ai peccati di lui e degli altri Reali la morte e prigionia suddetta. Entrò poscia il re Lodovico in Napoli, ma senza volere il baldacchino preparatogli, e vestito di tutte armi colla barbuta in capo, attendendo dipoi a far processi, a mutar gli uffizii e a riformar la città, come a lui piacque.Avea la regina Giovanna partorito un figliuolo, per nomeCarlo Martello, creduto, secondo le presunzioni, figliuolo del fu suo marito Andrea. Il re, fattoselo condurre davanti, graziosamente il vide, e creollo duca di Calabria, ma poi coi Reali prigioni l'inviò in Ungheria, acciocchè fosse ivi educato. Fece poi istanze alla corte pontificia per ottener la corona ed investitura di Napoli; mapapa Clemente VIse ne mostrò ben alieno, adducendo che non era provato per anche alcun reato nella regina Giovanna; e che in ogni caso il regno era dovuto al fanciullo Carlo Martello, con altre ragioni pubblicate dal Rinaldi[Raynald., Annal. Eccles.]. Tentò parimente il re unghero d'impetrare l'investitura della Sicilia, e su questo ancora riportò una bella negativa dal papa. Non si può negare, molta fu la felicità del re Lodovico in conquistare un sì bel regno in sì pochi giorni e senza colpo di spada; ma uguale non fu già la prudenza di lui. Si pensò egli d'aver fatto tutto, dacchè niuno vi era in quel regno che ricalcitrasse, e non gli avesse prestato omaggio; nè si avvisò che più difficile era il conservare che l'acquistare un paese, dove l'instabilità dei popoli e il desio continuo di cose nuove sono malattie abituali di quelle contrade. Però licenziò tosto buona parte dell'esercito suo; e perciocchè la pestilenza entrata in quel regno vi facea gran macello[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], non fidandosi egli di stare in mezzo a sì fatti pericoli, determinò di ritornarsene in Ungheria. Appena dunque passati quattro mesi dopo l'arrivo suo andò ad imbarcarsi a Barletta, con aver deputato per suo vicario Corrado Lupo con altri uffiziali e gente che governasse e difendesse il regno. Lasciò il re mal soddisfatti i baroni napoletani colle sue asprezze e coll'aver tolto a moltissimi i loro lucrosi uffizii. Si aggiunse il duro comando e procedere dei ministri di lui, giacchègli Ungheri ne' lor costumi allora spiravano troppa barbarie, benchè Matteo Villani asserisca[Matteo Villani, lib. 1, cap. 16.]che facevano buona giustizia, nè recavano danno o villania ad alcuno. Comunque sia, si risvegliò ben tosto in quella nobiltà e in molti il desiderio di riavere laregina Giovanna, sotto il cui governo, e colle corti di tanti Reali, l'allegria e l'opulenza mai non mancavano a quella insigne metropoli. Ne corsero le voci, e ne andarono anche gli inviti alla regina medesima in Provenza.Ora è da sapere che questa principessa giunta che fu in Provenza, perchè insorse sospetto ch'ella era per vendere quella provincia ai Franzesi, fu detenuta come prigione da que' maggiorenti, e specialmente dai signori del Balzo. In questo mentreLodovico principedi Taranto suo marito, senza che gli fosse permesso di entrare in Firenze, s'imbarcò a Porto Pisano[Matth. Palmerius, in Vita Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 114.], e, non osando di metter piede in Provenza, andò con Niccolò Acciaiuoli per altra via ad Avignone. Quivi per mezzo del papa tanto si adoperò che fu rimessa in libertà la regina. Ricevuta questa qual sovrana in quella città, dopo aver guadagnati in suo favore i voti della corte pontificia, la quale convalidò colla dispensa il contratto matrimonio, impiegò da lì innanzi tutti i suoi pensieri per la ricupera del regno di Napoli. Le mancava il più importante mezzo, cioè il danaro; si trovò in necessità di vendere al papa e alla Chiesa romana la stessa città d'Avignone col suo distretto[Vita Clementis VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 1.], per cui nondimeno ricavò, se è vero, solamente trenta mila fiorini d'oro: il che pare piuttosto un prestito o un dono, che una vendita di sì nobil città con ampio territorio. E perchè quella città era feudo dell'imperio, siccome parte del regno arelatense, non durò gran fatica papaClemente VIad impetrare daCarlo IVsua creatura la cession di tutte le ragioni imperiali su quella città, di modo che essa restò ed è tuttavia della santa Sede apostolica. Leggesi lo strumento di tal vendita dato alla luce dal Leibnizio[Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 93.], e fatto non già nell'anno 1358, come per errore è ivi scritto, ma bensì nell'anno presente 1348. In ricompensa di questo contratto diede il papa a Luigi marito di Giovanna il titolo di re.Cotanto ancora esso Luigi e la regina sua moglie andarono limosinando dagli amici e dai sudditi, che unirono danaro da poter noleggiare dieci galee genovesi al loro servigio. E perciocchè Niccolò Acciaiuoli, spedito innanzi da essi, fece lor sapere d'aver ben disposti gli affari e gli animi de' baroni, e che avea preso al suo soldo ilduca Guarniericapo di mille e ducento barbute tedesche, cioè cavalieri; s'imbarcarono senza perdere tempo in Marsilia nelle galee genovesi, ed arrivati sul fine d'agosto a Napoli, con grande onore vi fecero la loro entrata. Ma i castelli d'essa città erano tuttavia in mano degli Ungheri, e convenne farne dipoi l'assedio. Abbiamo parlato all'anno 1342 del poco fa mentovato duca Guarnieri, e della sua compagnia. Questa si sciolse allora, ma egli colle reliquie di essa passò dipoi a' servigi del re d'Ungheria. Appena si trovò egli cassato di nuovo da esso re, che si diede a formare un'altra non men possente compagnia di quelle genti d'arme che non aveano più servigio. Venuto con questi masnadieri in Campagna di Roma, cominciò a saccheggiare quelle terre e castella che non si voleano riscattar col danaro[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Perchè il popolo di Anagni si animò a difendere la terra, con disegno di non pagar tributo a quella mala gente, infuriati coloro con un generale assalto entrarono per forza in quella città, e, messi a filo di spada gli abitanti di ogni sesso, lasciarono quivi un orrido spettacolo della crudeltà degliuomini, più fieri talvolta delle fiere stesse. Siccome già accennai, benchè fosse preceduto qualche esempio di simili compagnie di assassini, pure questo duca Guarnieri fu considerato in questi tempi come principal autore e promotor delle medesime.Abbiamo dalla Cronica Estense che nel mese di aprile l'esercito diLuchino Visconteandò sul Genovesato ad assediare non so quai luoghi. Secondo il Corio[Corio, Istoria di Milano.], s'impadronì di Gavi e di Voltabio; ma Pietro Azario aggiugne[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]che Luchino, voglioso di sottomettere la città di Genova al suo dominio, fece lega coi fuorusciti, cioè coi Doria, Spinoli, Fieschi e Grimaldi, e spedì un grosso esercito allo assedio di quella città sotto il comando diBruziosuo figliuolo bastardo, e di Rinaldo degli Assandri di Mantova; e che sarebbe passata male per quella città, se la morte di Luchino, di cui parleremo all'anno seguente, non avesse interrotta quell'impresa. Giorgio Stella, storico genovese, sotto questi tempi si fa conoscere mancante di notizie intorno alla sua patria. Costume fu di Luchino di valersi dei collegati, finchè servivano ad ingrandirlo; poscia non gli era difficile il trovar motivi, o pretesti per volgere l'armi anche contra di loro.Giovanni marchesedì Monferrato gli avea fatto ottenere Alba, Tortona ed altri luoghi; ma perciocchè anche egli, senza dimenticare i proprii affari, avea ricuperato quasi tutte le terre del suo marchesato, perdute per la mala condotta delmarchese Teodorosuo padre, anzi era dietro a stendere più oltre le sue conquiste, Luchino se ne ingelosì, e cominciò a mostrar del freddo verso di lui. Perciò il marchese un dì, inaspettatamente si fuggì da Milano a Pavia, lasciando indietro tutti i suoi famigli ed arnesi; e corse voce che, se tardava a farlo, correva pericolo di qualche grave disgrazia. Si è veduto[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]che ancora iGonzaghi, signoridi Mantova e di Reggio, dianzi erano tutti suoi, e principali autori furono di fargli conseguire il dominio di Parma. Noi li troviamo nel presente anno non solo caduti dalla sua grazia, ma eziandio assaliti quai nemici. Per ordine di lui nel giorno 24 di maggio i sindaci e trombetti delle città di Brescia e Cremona comparvero nella piazza di Mantova, facendo istanza che i Gonzaghi restituissero alcune castella, appartenenti in addietro a quelle comunità, con tutte le rendite percette dal dì dell'occupazione, altrimenti intimavano loro la guerra. Perchè i Gonzaghi non si sentirono voglia di restituirle, Luchino mosse l'armi contra di loro, prese Casal Maggiore, Sabioneta, Piadena, Asolo, Montechiaro ed altre fortezze, e il suo esercito passò sotto Borgoforte.Nel medesimo tempoMastino dalla Scalacolle sue genti dall'una parte, edObizzo marchesed'Este colle sue dall'altra, marciarono ai danni de' Mantovani.Filippino da Gonzaga[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], che era ito con cento barbute e ducento fanti a Napoli in servigio del re d'Ungheria, tornato che fu a casa, unita quanta milizia potè, nel di 30 di settembre andò improvvisamente a visitar l'esercito di Luchino ch'era sotto Borgoforte[Platina, Hist. Mant., tom. 12 Rer. Ital.]; e, trovatolo senz'ordine, lo mise facilmente in rotta: il che fu cagione che anche le milizie dello Scaligero e dello Estense con gran fretta si ritirassero, lasciando indietro molti de' loro arnesi. Se si ha qui da credere al Corio[Corio, Istoria di Milano.], riuscì ai maneggi del suddetto Luchino che in questo anno papaClemente VIdichiarasseBernabòeGaleazzo Visconti, nipoti odiati e banditi da esso Luchino, sospetti nella fede, spergiuri e detestandi, e che non potessero contrarre matrimonio, nè godessero morendo dell'ecclesiastica sepoltura: della qual nefanda dichiarazione appellarono quei due fratelli all'imperadore. Se ciò è vero, non andò senza vergogna la corte pontificia, con lasciarsicosì travolgere dai privati odii di Luchino; ma più sicuro è il sospendere la credenza di un tal fatto, giacchè non se ne truova vestigio negli antichi storici. La fortuna fu in quest'anno propizia alla casa de' Malatesti[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; imperciocchè nel mese di maggioGaleotto, col consentimento dei cittadini, ebbe il dominio della città d'Ascoli. Ma nelle storie napoletane altrimenti si parla di questa città.Malatestaanch'egli con esso Galeotto suo fratello[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]sconfisse nel dì 14 di novembre in un'imboscata l'esercito diGentile da Moglianosignore di Fermo, ed ebbero prigione lui stesso; e, se volle ricuperar la libertà, gli convenne accordar loro quel che richiesero. Poscia nel dì 6 di dicembre, invitato, esso Malatesta da alcuni cittadini d'Ancona, s'impadronì amichevolmente dell'una parte di quella città, e colla forza dell'altra. Capo d'Istria si ribellò ai Veneziani[Rafain., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.], ma accorsi questi con gagliarde forze, ricuperarono quella città colla prigionia degli autori della sedizione. Tolta fu aCarlo IVla città di Trento, e data almarchese di Brandeburgofigliuolo diLodovicoilBavaro. Ma questo fatto in altre Croniche è raccontato sotto l'anno seguente.

Di funestissima memoria fu e sarà sempre l'anno presente a cagion della furiosa peste che spogliò l'Italia, e a cui altra simile dianzi non si era veduta, nè si vide dappoi. Portata essa di Levante dalle galee genovesi nell'anno precedente[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 83.], fece di molta strage in Firenze ed altre terre di Toscana, e più in Bologna e nella Romagna, in Provenza ed in altre parti. Parve che nel novembre cessasse questo micidial malore; ma siccome i popoli d'allora viveano molto alla spartana, senza usar diligenza per tenerlo lungi, e venuto ch'era, per liberarsene: così tornò egli più rigoroso e feroce di prima nell'anno presente ad assalir il più delle città dell'Italia, e fu inesplicabile la mortalità della gente dappertutto, fuorchè in Milano e in Piemonte. Matteo Villani attesta[Matteo Villani, lib. 1, cap. 2. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.]che in Firenze e nel suo distretto dei cinque uomini di ogni sesso ed età ne morivano i tre e più. Fra gli altri vi lasciò la vitaGiovanni Villanisuo fratello, autore di una celebre storia, di cui han profittato finora gli Annali presenti. In Bologna[Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital.]delle tre parti del popolo due rimasero prive di vita; ed Agniolo di Tura scrive[Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.]che nella città e borghi di Siena vi perirono ottanta mila persone: il che par troppo.Passò poi questo flagello in Francia, Alemagna, Inghilterra ed altri paesi, lasciando dappertutto una non mai più udita desolazione. Non v'ha scrittore che non ne parli con incredibil orrore: ed allora fu che i popoli rimasti in vita cominciarono ad usar qualche diligenza per guardarsi da lì innanzi da questo morbo distruggitore delle città: la qual cautela è maggiormente dipoi andata crescendo in guisa, che se la pestilenza è entrata in qualche contrada d'Italia, non ha fatto progresso nell'altre, come poco fa s'è provato in quella dell'infelice Messina, a cui si son posti buoni argini che durano tuttavia. Per tali precauzioni e rigori corrono già circa cento quattordici anni che la Lombardia non ha provata la terribile sferza di quel malore. Eransi postate al fiume Volturno verso Capua le milizie della regina Giovanna[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 110.], per contrastare il passo al re d'Ungheria, sotto il comando diLuigi principedi Taranto, e marito d'essa regina, che cogli altri Reali era accorsa colà. Ma il re unghero, senza voler mettersi a passar quivi il fiume, per la strada già tenuta dalre Carlo Itirò alla volta di Benevento, dove arrivò nel dì 11 di gennaio. Quivi, unito il suo esercito, si trovò avere più di sei mila cavalli e un'infinità di fanti; e concorsero a fargli riverenza ed omaggio tutti i baroni del paese e gli ambasciatori di Napoli. A questo avviso i Reali, che erano a Capoa, abbandonato Luigi principe di Taranto, si ritirarono a Napoli. La stessaregina Giovanna, che s'era ridotta in un de' castelli, udendo che già l'Unghero s'inviava a quella volta, nascostamente una notte[Domin. de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.], con quel poco tesoro che potè raunare, s'imbarcò in una preparata galea, e fece dirizzar la prora verso Provenza. Arrivò poscia il principe suo marito, ed anch'egli con Niccolò Acciaiuoli Fiorentino, suo fidato consigliere, preso un picciolo legno, andòa sbarcare nella Maremma di Siena. Giunse il re Lodovico nel dì 17 di gennaio ad Aversa[Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Italic.]. Colà tutta la nobiltà di Napoli fu a fargli riverenza. In un fiero imbroglio si trovarono allora i principi reali, egualmente apprendendo il fuggire che il presentarsi al re. Furono assicurati con salvocondotto, purchè non avessero tenuta mano all'assassinio delduca Andrea. Pertanto vennero ad AversaCarlo ducadi Durazzo,LuigieRobertofratelli, eRobertoeFilippoprincipi di Taranto, fratelli diLodovicomarito della regina Giovanna. Furono accolti con allegrezza ed onore, e desinarono nella sala, dove era anche la tavola del re.

Dopo il desinare, messa il re in armi tutta la sua gente, mostrando di voler cavalcare a Napoli, volle vedere il verone, onde fu gittato nel giardino il corpo dello strangolalo suo fratello. Quivi rivolto alduca di Durazzo, l'accusò di quel misfatto, e dicono che il convinse con lettere; e quantunque il duca si scusasse ed implorasse misericordia[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], gli Ungheri se gli avventarono addosso, e, feritolo di più colpi, lo stesero morto a terra, e dipoi nel giardino medesimo lanciarono il corpo suo. Gli altri Reali furono presi, messi nel castello d'Aversa, e poscia con buona scorta inviati in Ungheria, dove gran tempo dimorarono carcerati. Gran dire che vi fu per questa barbarica giustizia. Molti la biasimarono, perchè fatta senza ordine giudiciario, e perchè esso Carlo duca di Durazzo, oltre all'essere il più compiuto e valoroso di quei principi, veniva creduto innocente; altri poi giudicarono ben dovuta ai peccati di lui e degli altri Reali la morte e prigionia suddetta. Entrò poscia il re Lodovico in Napoli, ma senza volere il baldacchino preparatogli, e vestito di tutte armi colla barbuta in capo, attendendo dipoi a far processi, a mutar gli uffizii e a riformar la città, come a lui piacque.Avea la regina Giovanna partorito un figliuolo, per nomeCarlo Martello, creduto, secondo le presunzioni, figliuolo del fu suo marito Andrea. Il re, fattoselo condurre davanti, graziosamente il vide, e creollo duca di Calabria, ma poi coi Reali prigioni l'inviò in Ungheria, acciocchè fosse ivi educato. Fece poi istanze alla corte pontificia per ottener la corona ed investitura di Napoli; mapapa Clemente VIse ne mostrò ben alieno, adducendo che non era provato per anche alcun reato nella regina Giovanna; e che in ogni caso il regno era dovuto al fanciullo Carlo Martello, con altre ragioni pubblicate dal Rinaldi[Raynald., Annal. Eccles.]. Tentò parimente il re unghero d'impetrare l'investitura della Sicilia, e su questo ancora riportò una bella negativa dal papa. Non si può negare, molta fu la felicità del re Lodovico in conquistare un sì bel regno in sì pochi giorni e senza colpo di spada; ma uguale non fu già la prudenza di lui. Si pensò egli d'aver fatto tutto, dacchè niuno vi era in quel regno che ricalcitrasse, e non gli avesse prestato omaggio; nè si avvisò che più difficile era il conservare che l'acquistare un paese, dove l'instabilità dei popoli e il desio continuo di cose nuove sono malattie abituali di quelle contrade. Però licenziò tosto buona parte dell'esercito suo; e perciocchè la pestilenza entrata in quel regno vi facea gran macello[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], non fidandosi egli di stare in mezzo a sì fatti pericoli, determinò di ritornarsene in Ungheria. Appena dunque passati quattro mesi dopo l'arrivo suo andò ad imbarcarsi a Barletta, con aver deputato per suo vicario Corrado Lupo con altri uffiziali e gente che governasse e difendesse il regno. Lasciò il re mal soddisfatti i baroni napoletani colle sue asprezze e coll'aver tolto a moltissimi i loro lucrosi uffizii. Si aggiunse il duro comando e procedere dei ministri di lui, giacchègli Ungheri ne' lor costumi allora spiravano troppa barbarie, benchè Matteo Villani asserisca[Matteo Villani, lib. 1, cap. 16.]che facevano buona giustizia, nè recavano danno o villania ad alcuno. Comunque sia, si risvegliò ben tosto in quella nobiltà e in molti il desiderio di riavere laregina Giovanna, sotto il cui governo, e colle corti di tanti Reali, l'allegria e l'opulenza mai non mancavano a quella insigne metropoli. Ne corsero le voci, e ne andarono anche gli inviti alla regina medesima in Provenza.

Ora è da sapere che questa principessa giunta che fu in Provenza, perchè insorse sospetto ch'ella era per vendere quella provincia ai Franzesi, fu detenuta come prigione da que' maggiorenti, e specialmente dai signori del Balzo. In questo mentreLodovico principedi Taranto suo marito, senza che gli fosse permesso di entrare in Firenze, s'imbarcò a Porto Pisano[Matth. Palmerius, in Vita Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 12, cap. 114.], e, non osando di metter piede in Provenza, andò con Niccolò Acciaiuoli per altra via ad Avignone. Quivi per mezzo del papa tanto si adoperò che fu rimessa in libertà la regina. Ricevuta questa qual sovrana in quella città, dopo aver guadagnati in suo favore i voti della corte pontificia, la quale convalidò colla dispensa il contratto matrimonio, impiegò da lì innanzi tutti i suoi pensieri per la ricupera del regno di Napoli. Le mancava il più importante mezzo, cioè il danaro; si trovò in necessità di vendere al papa e alla Chiesa romana la stessa città d'Avignone col suo distretto[Vita Clementis VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 1.], per cui nondimeno ricavò, se è vero, solamente trenta mila fiorini d'oro: il che pare piuttosto un prestito o un dono, che una vendita di sì nobil città con ampio territorio. E perchè quella città era feudo dell'imperio, siccome parte del regno arelatense, non durò gran fatica papaClemente VIad impetrare daCarlo IVsua creatura la cession di tutte le ragioni imperiali su quella città, di modo che essa restò ed è tuttavia della santa Sede apostolica. Leggesi lo strumento di tal vendita dato alla luce dal Leibnizio[Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 93.], e fatto non già nell'anno 1358, come per errore è ivi scritto, ma bensì nell'anno presente 1348. In ricompensa di questo contratto diede il papa a Luigi marito di Giovanna il titolo di re.

Cotanto ancora esso Luigi e la regina sua moglie andarono limosinando dagli amici e dai sudditi, che unirono danaro da poter noleggiare dieci galee genovesi al loro servigio. E perciocchè Niccolò Acciaiuoli, spedito innanzi da essi, fece lor sapere d'aver ben disposti gli affari e gli animi de' baroni, e che avea preso al suo soldo ilduca Guarniericapo di mille e ducento barbute tedesche, cioè cavalieri; s'imbarcarono senza perdere tempo in Marsilia nelle galee genovesi, ed arrivati sul fine d'agosto a Napoli, con grande onore vi fecero la loro entrata. Ma i castelli d'essa città erano tuttavia in mano degli Ungheri, e convenne farne dipoi l'assedio. Abbiamo parlato all'anno 1342 del poco fa mentovato duca Guarnieri, e della sua compagnia. Questa si sciolse allora, ma egli colle reliquie di essa passò dipoi a' servigi del re d'Ungheria. Appena si trovò egli cassato di nuovo da esso re, che si diede a formare un'altra non men possente compagnia di quelle genti d'arme che non aveano più servigio. Venuto con questi masnadieri in Campagna di Roma, cominciò a saccheggiare quelle terre e castella che non si voleano riscattar col danaro[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Perchè il popolo di Anagni si animò a difendere la terra, con disegno di non pagar tributo a quella mala gente, infuriati coloro con un generale assalto entrarono per forza in quella città, e, messi a filo di spada gli abitanti di ogni sesso, lasciarono quivi un orrido spettacolo della crudeltà degliuomini, più fieri talvolta delle fiere stesse. Siccome già accennai, benchè fosse preceduto qualche esempio di simili compagnie di assassini, pure questo duca Guarnieri fu considerato in questi tempi come principal autore e promotor delle medesime.

Abbiamo dalla Cronica Estense che nel mese di aprile l'esercito diLuchino Visconteandò sul Genovesato ad assediare non so quai luoghi. Secondo il Corio[Corio, Istoria di Milano.], s'impadronì di Gavi e di Voltabio; ma Pietro Azario aggiugne[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]che Luchino, voglioso di sottomettere la città di Genova al suo dominio, fece lega coi fuorusciti, cioè coi Doria, Spinoli, Fieschi e Grimaldi, e spedì un grosso esercito allo assedio di quella città sotto il comando diBruziosuo figliuolo bastardo, e di Rinaldo degli Assandri di Mantova; e che sarebbe passata male per quella città, se la morte di Luchino, di cui parleremo all'anno seguente, non avesse interrotta quell'impresa. Giorgio Stella, storico genovese, sotto questi tempi si fa conoscere mancante di notizie intorno alla sua patria. Costume fu di Luchino di valersi dei collegati, finchè servivano ad ingrandirlo; poscia non gli era difficile il trovar motivi, o pretesti per volgere l'armi anche contra di loro.Giovanni marchesedì Monferrato gli avea fatto ottenere Alba, Tortona ed altri luoghi; ma perciocchè anche egli, senza dimenticare i proprii affari, avea ricuperato quasi tutte le terre del suo marchesato, perdute per la mala condotta delmarchese Teodorosuo padre, anzi era dietro a stendere più oltre le sue conquiste, Luchino se ne ingelosì, e cominciò a mostrar del freddo verso di lui. Perciò il marchese un dì, inaspettatamente si fuggì da Milano a Pavia, lasciando indietro tutti i suoi famigli ed arnesi; e corse voce che, se tardava a farlo, correva pericolo di qualche grave disgrazia. Si è veduto[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]che ancora iGonzaghi, signoridi Mantova e di Reggio, dianzi erano tutti suoi, e principali autori furono di fargli conseguire il dominio di Parma. Noi li troviamo nel presente anno non solo caduti dalla sua grazia, ma eziandio assaliti quai nemici. Per ordine di lui nel giorno 24 di maggio i sindaci e trombetti delle città di Brescia e Cremona comparvero nella piazza di Mantova, facendo istanza che i Gonzaghi restituissero alcune castella, appartenenti in addietro a quelle comunità, con tutte le rendite percette dal dì dell'occupazione, altrimenti intimavano loro la guerra. Perchè i Gonzaghi non si sentirono voglia di restituirle, Luchino mosse l'armi contra di loro, prese Casal Maggiore, Sabioneta, Piadena, Asolo, Montechiaro ed altre fortezze, e il suo esercito passò sotto Borgoforte.

Nel medesimo tempoMastino dalla Scalacolle sue genti dall'una parte, edObizzo marchesed'Este colle sue dall'altra, marciarono ai danni de' Mantovani.Filippino da Gonzaga[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], che era ito con cento barbute e ducento fanti a Napoli in servigio del re d'Ungheria, tornato che fu a casa, unita quanta milizia potè, nel di 30 di settembre andò improvvisamente a visitar l'esercito di Luchino ch'era sotto Borgoforte[Platina, Hist. Mant., tom. 12 Rer. Ital.]; e, trovatolo senz'ordine, lo mise facilmente in rotta: il che fu cagione che anche le milizie dello Scaligero e dello Estense con gran fretta si ritirassero, lasciando indietro molti de' loro arnesi. Se si ha qui da credere al Corio[Corio, Istoria di Milano.], riuscì ai maneggi del suddetto Luchino che in questo anno papaClemente VIdichiarasseBernabòeGaleazzo Visconti, nipoti odiati e banditi da esso Luchino, sospetti nella fede, spergiuri e detestandi, e che non potessero contrarre matrimonio, nè godessero morendo dell'ecclesiastica sepoltura: della qual nefanda dichiarazione appellarono quei due fratelli all'imperadore. Se ciò è vero, non andò senza vergogna la corte pontificia, con lasciarsicosì travolgere dai privati odii di Luchino; ma più sicuro è il sospendere la credenza di un tal fatto, giacchè non se ne truova vestigio negli antichi storici. La fortuna fu in quest'anno propizia alla casa de' Malatesti[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; imperciocchè nel mese di maggioGaleotto, col consentimento dei cittadini, ebbe il dominio della città d'Ascoli. Ma nelle storie napoletane altrimenti si parla di questa città.Malatestaanch'egli con esso Galeotto suo fratello[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]sconfisse nel dì 14 di novembre in un'imboscata l'esercito diGentile da Moglianosignore di Fermo, ed ebbero prigione lui stesso; e, se volle ricuperar la libertà, gli convenne accordar loro quel che richiesero. Poscia nel dì 6 di dicembre, invitato, esso Malatesta da alcuni cittadini d'Ancona, s'impadronì amichevolmente dell'una parte di quella città, e colla forza dell'altra. Capo d'Istria si ribellò ai Veneziani[Rafain., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.], ma accorsi questi con gagliarde forze, ricuperarono quella città colla prigionia degli autori della sedizione. Tolta fu aCarlo IVla città di Trento, e data almarchese di Brandeburgofigliuolo diLodovicoilBavaro. Ma questo fatto in altre Croniche è raccontato sotto l'anno seguente.


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