MCCCXVII

MCCCXVIIAnno diCristomcccxvii. IndizioneXV.Giovanni XXIIpapa 2.Imperio vacante.Attese in quest'annopapa GiovanniXXIIa fondar nuovi vescovati in Francia[Raynaldus, Annal. Eccles.], trinciando specialmente la vasta diocesi di Tolosa, la cui chiesa eresse in arcivescovato. Essendo oramai terminata la tregua già fatta fraRoberto redi Napoli eFederigo redi Sicilia[Nicol. Special., Histor., lib. 7, cap. 8, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 65.], Roberto, più che d'altra cosa voglioso di ricuperar la Sicilia, spedì colàTommaso da Marzanoconte di Squillaci con una gran flotta e con un potente esercito. Sbarcò egli in Sicilia nel mese d'agosto; niun conquisto vi fece, ma diede un tal guasto al paese fin sotto alle porte di Messina, senza che Federigo ardisse mai d'affrontarsi con lui, che comune opinione fu che, s'egli ritornava l'anno seguente al medesimo funesto giuoco, la Sicilia non potea reggere a questo flagello. Susseguentemente mandò papa Giovanni i suoi nunzii a Federigo, con esibirsi mediatore di pace, ordinando che intanto egli depositassein mano degli uffiziali pontificii la città di Reggio cogli altri luoghi occupati in Calabria. Federigo condiscese ai voleri del papa col deposito delle terre di Calabria; ma si trovò poi ingannato, perchè il papa le consegnò al re Roberto, che le ritenne per sè. Stabilì intanto fra loro esso pontefice una tregua di tre anni, non già per far servigio a Federigo, ma perchè gl'imbrogli di Genova, de' quali parleremo, occuparono di troppo il re Roberto. Inviò Federigo ad Avignone i suoi ambasciatori per la progettata pace; ma Roberto se ne rise, nè alcuno v'inviò, contento d'avere con tanta facilità ricuperati que' luoghi, e di mantener tuttavia le sue speranze di riavere anche un dì la Sicilia tutta. Nella torbida sempre città di Genova crebbe in quest'anno sì fieramente la diffidenza e discordia fra i cittadini[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], che si diede principio ad una memorabil guerra, in cui prese impegno buona parte dell'Italia, e che fu seminario d'infiniti mali. Nel dì 15 di settembre v'entrarono senz'armi gli Spinoli fuorusciti col consenso de' Fieschi e Grimaldi, cercando pace. Non si fidando gli uni degli altri, uscirono di città i Doria. Tennero poi loro dietro gli Spinoli, e queste due forti famiglie, dianzi nemiche, divenute amiche, s'impadronirono (non so se nel presente o nel susseguente anno) di Savona e d'Albenga, con ribellarsi al comune di Genova, e far lega conMatteo Viscontee cogli altri Ghibellini di Lombardia. Rimasero i Guelfi padroni di Genova, e per questa divisione nell'anno seguente cominciò una fiera e sanguinosa tragedia, che fu delle più strepitose di questi tempi. Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 85.]racconta essere tutto ciò proceduto da segreto monopolio del re Roberto, che voleva esclusi i Ghibellini da quella città; perché, ridotta essa a parte guelfa, sperava egli d'acquistarne il dominio, siccome infatti gli riuscì. A questo fine volleancora che fra i Pisani ed altri Ghibellini di Toscana dall'una parte, i Fiorentini, Lucchesi, Sanesi ed altri Guelfi di Toscana dall'altra, seguisse pace: il che a' Fiorentini, pieni tuttavia d'odio e di rabbia per la sconfitta di Montecatino, rincrebbe forte. Ma perciocchè si mostravano renitenti i Pisani ad accordare a' Fiorentini l'esenzion delle loro gabelle, la sottile accortezza d'essi Fiorentini trovò un'invenzione per guadagnare il punto. Finsero di raddoppiare i pubblici aggravii per avere ogni anno d'entrata cinquecento mila fiorini d'oro, e ne sparsero la voce. Poscia spedirono corriere in Francia con lettere finte a quel re e al papa, acciocchè mandasse loro uno dei principi della casa con mille uomini d'armi e con lettere di cambio per sessanta mila fiorini. Per via di Pisa fu inviato il corriere; seco era una spia fidata, che, quando egli fu in Pisa, andò a rivelarlo al conte Gaddo ed agli anziani, i quali gli fecero mettere le mani addosso. Trovate e lette quelle lettere, ne restarono ammirati, e conoscendo che per loro non facea di mantener la guerra, si arrenderono alle proposizioni di pace, ritenendo quanto aveano preso.Tentò in quest'anno nel mese d'agosto Uguccion dalla Faggiuola, coll'aiuto diCane dalla Scala, di rientrare in Lucca, dove avea dei trattati. Venne in Lunigiana almarchese SpinettaMalaspina per questo. Ma, scoperti i suoi andamenti, fu rumor popolare in Pisa; la famiglia dei Lanfranchi n'ebbe gran danno, ed Uguccione, fallito il colpo, se ne tornò a Verona. AlloraCastrucciosignor di Lucca, nemico anch'egli d'Uguccione, fece lega coi Pisani, e poi guerra al marchese Spinetta, togliendogli Fosdinuovo ed altre castella: perlochè Spinetta si ritirò anch'esso colla sua famiglia a Verona. In Parma[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]nel mese di settembre Manno dalla Branca di Gubbio, podestà di quella città, uomo dabbene, trattò di pace fra que' cittadini e Giberto da Correggio fuoruscito,che infestava molto la patria. Ne seguì la concordia. Giberto riebbe i suoi beni, e fu rimesso in città, con promessa di menar vita privata. Parimente nel mese d'aprile i fuorusciti guelfi di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]consegnarono le lor castella aGaleazzo Viscontesignore di quella città, e riebbero i lor beni col ritorno alla patria, il soloAlberto Scottofu mandalo ai confini a Crema, dove nel dì 23 di gennaio dell'anno seguente diede fine ai suoi giorni, lasciando dopo di sè la brutta memoria di molte frodi e di gravi danni recati alla patria sua. Questo medesimo spirito di concordia si stese a Modena[Moran., Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.], dove nel dì 5 d'agosto, per cura di Federigo dalla Scala podestà, furono reintegrati nel possesso dei lor beni Francesco dalla Mirandola, i Pii, i Gorzani e gli altri usciti, e tutti vennero alla patria, ricevuti con amore dagli altri cittadini nel dì 2 d'agosto. Fece oste in quest'anno nel mese di maggio Cane dalla Scala contra de' Bresciani in favore de' fuorusciti ghibellini; prese Castiglione e Montechiaro, e recò loro degli altri danni[Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, ubi sopra.]. Mentre egli si tratteneva in quelle parti, assediando Lunato, i Padovani[Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital. Cortus, Chron., et alii.], giacchè se la videro bella, fingendo che questa fosse risoluzion di particolari, e non del comune, corsero a valersi del tempo propizio per ricuperare la perduta città di Vicenza. Aveano essi menato un trattato con certi Vicentini, e ricevutine anche gli ostaggi per questo. Ma il trattato era doppio, e di tutto veniva di mano in mano informato lo Scaligero. Ferreto Vicentino[Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.]pretende che Cane ne avesse l'avviso dai Carraresi stessi Padovani. Ora nella notte del dì 22 vegnente del mese suddetto i Padovani colle genti comandate da Vinciguerra conte di SanBonifazio giunsero sotto Vicenza, e, trovate le porte chiuse, si applicarono a dare la scalata a quella città, e molti ancora v'entrarono. Avvisato dai traditori, oppur dai Carraresi, Cane, eccolo comparire con Uguccione, e con que' pochi che per la sua gran fretta poterono seguitarlo. Fece egli tosto aprire una porta, e i Padovani, credendola aperta per introdurli, si videro all'improvviso piombare addosso l'adirato Cane. Parvero pecore all'arrivo del lupo. Tutti allora a gambe; molti d'essi furono uccisi, molti presi, fra i quali lo stesso conte di San Bonifazio capitano, che morì fra pochi giorni per le ferite ricevute; e restò in preda de' Vicentini tutto il loro equipaggio. Qui però non finì la disavventura de' Padovani. Trovò Cane un tavernaio della fortissima terra di Monselice, per nome o soprannome Maometto[Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.], che promise di dargli adito in quella importante fortezza. Disposte le cose nella vigilia della festa di San Tommaso Apostolo, Cane, senza badare alla stagione orrida pel freddo, ito colà con Uguccione e con grosse brigate, s'impadronì della terra, e da lì a cinque giorni della rocca di Monselice. Incredibil fu il terrore de' Padovani per questa perdita; già s'aspettavano Cane alle porte, ed egli intanto colla forza prese la nobil terra d'Este, che poi barbaramente diede alle fiamme, e quindi obbligò alla resa la ricca e riguardevol terra di Montagnana. Animato da così felici successi lo Scaligero[Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.], dopo aver preso al suo soldo daArrigo contedel Tirolo cento lance, passò dipoi nel Pievato di Sacco, territorio allora il più abbondante e pingue nel Padovano, dove indicibil fu la preda di tutti i beni. Andò anche ai borghi di Padova, e distrusse quello di Santo Stefano. Non vi volle di più perchè i Padovani nell'anno seguente chiedessero pace; e, adoperati per mediatori i Veneziani, la ottennero da Cane, col cedergli i lor dirittisopra le occupate terre, e dargli ancora quella di Castelbaldo in pegno. I Carraresi, secondo Ferreto, segretamente se l'intendeano con esso Cane.Fin qui i Ferraresi aveano provato il duro giogo de' Guasconi, ossia de' Catalani, cioè della guarnigione posta in quella città dal re Roberto[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]. Le avanie ed insolenze di costoro erano il pane d'ogni giorno di quell'angustiato popolo, di modo che ho io sempre sospettato che lagiustizia catalana, passata in proverbio per questi paesi, avesse origine dai lor perversi portamenti[Chron. Estense, tom. 14 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital. Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Giunti oramai all'orlo della disperazione que' cittadini, chiariti della differenza che passa fra l'essere governati dal principe proprio, e il vivere all'ubbidienza di gente straniera, ordinariamente venuta solo per succiare il sangue de' popoli; e vogliosi di ritornare sotto l'amorevol dominio de' principi estensi, nel dì 4 d'agosto del presente anno mossero a rumore la terra, e colle armi incominciarono aspra battaglia con essi Guasconi. Ritiraronsi costoro in Castel Tealdo, e tutte l'altre fortezze della città vennero alle mani dei Ferraresi, i quali spedirono tosto aRinaldoedObizzo marchesi d'Este, figliuoli delmarchese Aldrovandino, acciocchè venissero. Vennero questi senza perdere tempo; e quel popolo, confortato dalla loro presenza e valore, tosto si diede ad espugnare Castel Tealdo per terra e pel Po con delle barbotte e con un lupo, cioè con un castello posto sopra due navi. Studiaronsi nello stesso tempo i marchesi estensi coi Pepoli ed altri amici di Bologna di far differire la venuta dell'esercito bolognese in aiuto dei Guasconi; e camminò così felicemente il concerto e l'indefessa espugnazion del castello, che prima dell'arrivo de' Bolognesi l'ebbero in mano colla morte di tutto quel presidio,con poscia darlo alle fiamme e diruparlo. Liberati in questa guisa i Ferraresi dal giogo straniero, con immenso giubilo diedero, ossia restituirono, la signoria della città ai marchesi d'Este suddetti nel dì 15 d'agosto. In quest'anno ancora nel mese di settembreCane dalla Scala, Passerinosignor di Mantova e di Modena, eLuchinofigliuolo diMarco Visconte[Corio, Istor. di Milano.]fecero oste di nuovo contra di Cremona. S'era quella città poco dianzi più che mai scompigliata, perchè, rientratovi ilmarchese Jacopo Cavalcabò, avea sotto la buona fede ucciso Egidio Piperata capitano del popolo con cinquanta de' migliori cittadini. Ne fuggì Ponzino de' Ponzoni co' suoi seguaci, e fatto ricorso ai capi della lega ghibellina, li condusse all'assedio di Cremona. Ma, per quanto operassero, nulla poterono guadagnare: tale e tanta fu la difesa di quel popolo aiutato dai Bresciani. In questo mentre i Bolognesi[Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], per distorre Passerino da quell'impresa, nel dì 19 d'ottobre ostilmente vennero sul territorio di Modena sino alla villa d'Albareto, commettendo in tutte quelle vicinanze ogni male in danno de' Modenesi. Varie guerre eziandio furono in questi tempi nell'Astigiano e nel Piemonte[Chron. Astense, cap. 94, tom. 11 Rer. Ital.], che per essere di poco momento io le tralascio. Altre ne furono in Romagna[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], dove Diego di Larae, conte di quella provincia pel re Roberto, andò all'assedio di Forlì nel dì 28 di giugno, ma con poco profitto. Poscia nel settembre seguì pace fra lui e i Cesenati dall'una parte e i Forlivesi dall'altra.Spedì nel gennaio di quest'anno[Raynaldus, Annal. Eccl.]papa Giovanni XXIIlettere esortatorie di pace, e nunzii ancora ai principi e alle città d'Italia, insinuando loro che, deposti gli odii, e dato fine alle fazioni, abbracciassero tutti la concordia. Questo appuntoera, ed è, l'uffizio de' sommi pontefici; ed abbiam già veduto di sopra che tali esortazioni fecero frutto in Piacenza, Parma e Modena. Ma altro ci volea che parole a guarir le cancrene d'allora. Si aumentò poi questa terribil malattia, dacchè papa Giovanni, cessando d'essere padre comune, sposò gl'interessi delre Roberto, e divenne aperto protettore de' soli Guelfi. Era questo pontefice, per attestato di Ferreto[Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Italic.]e del Villani[Giovanni Villani, lib. 9.], creatura d'esso re. Da lui riconosceva tutto il suo essere, perchè in sua corte era dal nulla salito in alto, e coll'aver finte lettere (se pure è vero) a nome d'esso re, avea ottenuto dal papa il vescovato di Freius; e poi per opera di lui era giunto alla sacra porpora e al pontificato. Chi ben rifletterà al sistema di questi tempi, non avrà difficoltà ad immaginare che il suddetto re Roberto tendeva al dominio di tutta l'Italia; odiava i Ghibellini fautori dell'imperio, perchè contrarii a' suoi disegni; nè volentieri vedeva in Italia imperadore alcuno, standogli davanti agli occhi i pericoli corsi sotto Arrigo VII. Cadde pure in acconcio dei suoi affari che in Germania fossero eletti in discordia due re de' Romani, cioèLodovico il BavaroeFederigo d'Austria.Gran cura ebbe sempre Roberto che papa Giovanni non decidesse mai la contesa; e dacchè, siccome vedremo. L'ebbe il Bavaro decisa coll'armi, Roberto procurò che seguitasse la ripugnanza della corte pontificia a non voler mai riconoscere per re dei Romani esso Bavaro: dal che provennero sconcerti e scandali gravissimi. Stuzzicò inoltre esso re papaClemente V, e poi lo stesso papaGiovanni XXII, a far da padrone nel regno d'Italia, vacante l'imperio, per quanto allora si pretendea. Motivo di stupore, siccome già accennai, può esser oggidì, come si giugnesse in quei tempi a dichiarar vassalli dellasanta Sede gl'imperadori, e spettante al papa l'assoluto comando in esso regno italico nella vacanza dell'imperio. Ma non è da stupire, considerando che il re Roberto faceva allora da papa; nè i pontefici operavano se non quello che a lui piaceva. Per questa via si studiava Roberto di stendere le ali per l'Italia tutta colla depression de' Ghibellini, ed innalzamento de' Guelfi suoi partigiani. Il peggio fu che sopra questa base dell'autorità temporale e del governo dei papi nel regno d'Italia si fondarono le scomuniche e gl'interdetti contra chi non era ubbidiente ai voleri pontifizii. Abbiamo dagli Annali Milanesi[Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontr., Chron., lib. 2, cap. 22, tom. 12 Rer. Ital.]che nell'anno precedente, ma più probabilmente nel presente, avea papa Giovanni comandato che niuno in Italia s'intitolasse vicario imperiale, nè si mischiasse nel governo delle terre dell'imperio senza licenza della Sede Apostolica. PerciòMatteo Visconte, lasciato quel titolo, si fece proclamar dal popolo signor generale di Milano. E perch'egli non mise in libertà i Torriani prigioni, come pretendeva il papa, nè volle dipendere da lui nel dominio di Milano, fu sottomessa quella città all'interdetto, e poi scomunicato esso Matteo. All'incontroCane dalla Scala[Cortus, Chronic., tom. 12 Rer. Ital.]nel dì 16 di marzo del presente anno riconobbe per re de' Romani l'elettoFederigo d'Austria, gli giurò fedeltà, e da lui prese il titolo di vicario dell'imperio in Verona e Vicenza. Intimò in quest'anno papa Giovanni[Raynaldus, Annal. Eccles.]ai Ferraresi di rilasciare il dominio di quella città in mano de' vescovi di Bologna e d'Arras suoi deputati, sotto pena delle scomuniche. Ma i Ferraresi, che troppo malconci s'erano ritrovati dacchè passò la lor città sotto il governo pontificio, diedero di belle parole, ma si guardarono di venire a' fatti, sentendosi troppo bene sotto il governo de' marchesi estensi.

Attese in quest'annopapa GiovanniXXIIa fondar nuovi vescovati in Francia[Raynaldus, Annal. Eccles.], trinciando specialmente la vasta diocesi di Tolosa, la cui chiesa eresse in arcivescovato. Essendo oramai terminata la tregua già fatta fraRoberto redi Napoli eFederigo redi Sicilia[Nicol. Special., Histor., lib. 7, cap. 8, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 65.], Roberto, più che d'altra cosa voglioso di ricuperar la Sicilia, spedì colàTommaso da Marzanoconte di Squillaci con una gran flotta e con un potente esercito. Sbarcò egli in Sicilia nel mese d'agosto; niun conquisto vi fece, ma diede un tal guasto al paese fin sotto alle porte di Messina, senza che Federigo ardisse mai d'affrontarsi con lui, che comune opinione fu che, s'egli ritornava l'anno seguente al medesimo funesto giuoco, la Sicilia non potea reggere a questo flagello. Susseguentemente mandò papa Giovanni i suoi nunzii a Federigo, con esibirsi mediatore di pace, ordinando che intanto egli depositassein mano degli uffiziali pontificii la città di Reggio cogli altri luoghi occupati in Calabria. Federigo condiscese ai voleri del papa col deposito delle terre di Calabria; ma si trovò poi ingannato, perchè il papa le consegnò al re Roberto, che le ritenne per sè. Stabilì intanto fra loro esso pontefice una tregua di tre anni, non già per far servigio a Federigo, ma perchè gl'imbrogli di Genova, de' quali parleremo, occuparono di troppo il re Roberto. Inviò Federigo ad Avignone i suoi ambasciatori per la progettata pace; ma Roberto se ne rise, nè alcuno v'inviò, contento d'avere con tanta facilità ricuperati que' luoghi, e di mantener tuttavia le sue speranze di riavere anche un dì la Sicilia tutta. Nella torbida sempre città di Genova crebbe in quest'anno sì fieramente la diffidenza e discordia fra i cittadini[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], che si diede principio ad una memorabil guerra, in cui prese impegno buona parte dell'Italia, e che fu seminario d'infiniti mali. Nel dì 15 di settembre v'entrarono senz'armi gli Spinoli fuorusciti col consenso de' Fieschi e Grimaldi, cercando pace. Non si fidando gli uni degli altri, uscirono di città i Doria. Tennero poi loro dietro gli Spinoli, e queste due forti famiglie, dianzi nemiche, divenute amiche, s'impadronirono (non so se nel presente o nel susseguente anno) di Savona e d'Albenga, con ribellarsi al comune di Genova, e far lega conMatteo Viscontee cogli altri Ghibellini di Lombardia. Rimasero i Guelfi padroni di Genova, e per questa divisione nell'anno seguente cominciò una fiera e sanguinosa tragedia, che fu delle più strepitose di questi tempi. Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 85.]racconta essere tutto ciò proceduto da segreto monopolio del re Roberto, che voleva esclusi i Ghibellini da quella città; perché, ridotta essa a parte guelfa, sperava egli d'acquistarne il dominio, siccome infatti gli riuscì. A questo fine volleancora che fra i Pisani ed altri Ghibellini di Toscana dall'una parte, i Fiorentini, Lucchesi, Sanesi ed altri Guelfi di Toscana dall'altra, seguisse pace: il che a' Fiorentini, pieni tuttavia d'odio e di rabbia per la sconfitta di Montecatino, rincrebbe forte. Ma perciocchè si mostravano renitenti i Pisani ad accordare a' Fiorentini l'esenzion delle loro gabelle, la sottile accortezza d'essi Fiorentini trovò un'invenzione per guadagnare il punto. Finsero di raddoppiare i pubblici aggravii per avere ogni anno d'entrata cinquecento mila fiorini d'oro, e ne sparsero la voce. Poscia spedirono corriere in Francia con lettere finte a quel re e al papa, acciocchè mandasse loro uno dei principi della casa con mille uomini d'armi e con lettere di cambio per sessanta mila fiorini. Per via di Pisa fu inviato il corriere; seco era una spia fidata, che, quando egli fu in Pisa, andò a rivelarlo al conte Gaddo ed agli anziani, i quali gli fecero mettere le mani addosso. Trovate e lette quelle lettere, ne restarono ammirati, e conoscendo che per loro non facea di mantener la guerra, si arrenderono alle proposizioni di pace, ritenendo quanto aveano preso.

Tentò in quest'anno nel mese d'agosto Uguccion dalla Faggiuola, coll'aiuto diCane dalla Scala, di rientrare in Lucca, dove avea dei trattati. Venne in Lunigiana almarchese SpinettaMalaspina per questo. Ma, scoperti i suoi andamenti, fu rumor popolare in Pisa; la famiglia dei Lanfranchi n'ebbe gran danno, ed Uguccione, fallito il colpo, se ne tornò a Verona. AlloraCastrucciosignor di Lucca, nemico anch'egli d'Uguccione, fece lega coi Pisani, e poi guerra al marchese Spinetta, togliendogli Fosdinuovo ed altre castella: perlochè Spinetta si ritirò anch'esso colla sua famiglia a Verona. In Parma[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]nel mese di settembre Manno dalla Branca di Gubbio, podestà di quella città, uomo dabbene, trattò di pace fra que' cittadini e Giberto da Correggio fuoruscito,che infestava molto la patria. Ne seguì la concordia. Giberto riebbe i suoi beni, e fu rimesso in città, con promessa di menar vita privata. Parimente nel mese d'aprile i fuorusciti guelfi di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]consegnarono le lor castella aGaleazzo Viscontesignore di quella città, e riebbero i lor beni col ritorno alla patria, il soloAlberto Scottofu mandalo ai confini a Crema, dove nel dì 23 di gennaio dell'anno seguente diede fine ai suoi giorni, lasciando dopo di sè la brutta memoria di molte frodi e di gravi danni recati alla patria sua. Questo medesimo spirito di concordia si stese a Modena[Moran., Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.], dove nel dì 5 d'agosto, per cura di Federigo dalla Scala podestà, furono reintegrati nel possesso dei lor beni Francesco dalla Mirandola, i Pii, i Gorzani e gli altri usciti, e tutti vennero alla patria, ricevuti con amore dagli altri cittadini nel dì 2 d'agosto. Fece oste in quest'anno nel mese di maggio Cane dalla Scala contra de' Bresciani in favore de' fuorusciti ghibellini; prese Castiglione e Montechiaro, e recò loro degli altri danni[Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, ubi sopra.]. Mentre egli si tratteneva in quelle parti, assediando Lunato, i Padovani[Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital. Cortus, Chron., et alii.], giacchè se la videro bella, fingendo che questa fosse risoluzion di particolari, e non del comune, corsero a valersi del tempo propizio per ricuperare la perduta città di Vicenza. Aveano essi menato un trattato con certi Vicentini, e ricevutine anche gli ostaggi per questo. Ma il trattato era doppio, e di tutto veniva di mano in mano informato lo Scaligero. Ferreto Vicentino[Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.]pretende che Cane ne avesse l'avviso dai Carraresi stessi Padovani. Ora nella notte del dì 22 vegnente del mese suddetto i Padovani colle genti comandate da Vinciguerra conte di SanBonifazio giunsero sotto Vicenza, e, trovate le porte chiuse, si applicarono a dare la scalata a quella città, e molti ancora v'entrarono. Avvisato dai traditori, oppur dai Carraresi, Cane, eccolo comparire con Uguccione, e con que' pochi che per la sua gran fretta poterono seguitarlo. Fece egli tosto aprire una porta, e i Padovani, credendola aperta per introdurli, si videro all'improvviso piombare addosso l'adirato Cane. Parvero pecore all'arrivo del lupo. Tutti allora a gambe; molti d'essi furono uccisi, molti presi, fra i quali lo stesso conte di San Bonifazio capitano, che morì fra pochi giorni per le ferite ricevute; e restò in preda de' Vicentini tutto il loro equipaggio. Qui però non finì la disavventura de' Padovani. Trovò Cane un tavernaio della fortissima terra di Monselice, per nome o soprannome Maometto[Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.], che promise di dargli adito in quella importante fortezza. Disposte le cose nella vigilia della festa di San Tommaso Apostolo, Cane, senza badare alla stagione orrida pel freddo, ito colà con Uguccione e con grosse brigate, s'impadronì della terra, e da lì a cinque giorni della rocca di Monselice. Incredibil fu il terrore de' Padovani per questa perdita; già s'aspettavano Cane alle porte, ed egli intanto colla forza prese la nobil terra d'Este, che poi barbaramente diede alle fiamme, e quindi obbligò alla resa la ricca e riguardevol terra di Montagnana. Animato da così felici successi lo Scaligero[Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.], dopo aver preso al suo soldo daArrigo contedel Tirolo cento lance, passò dipoi nel Pievato di Sacco, territorio allora il più abbondante e pingue nel Padovano, dove indicibil fu la preda di tutti i beni. Andò anche ai borghi di Padova, e distrusse quello di Santo Stefano. Non vi volle di più perchè i Padovani nell'anno seguente chiedessero pace; e, adoperati per mediatori i Veneziani, la ottennero da Cane, col cedergli i lor dirittisopra le occupate terre, e dargli ancora quella di Castelbaldo in pegno. I Carraresi, secondo Ferreto, segretamente se l'intendeano con esso Cane.

Fin qui i Ferraresi aveano provato il duro giogo de' Guasconi, ossia de' Catalani, cioè della guarnigione posta in quella città dal re Roberto[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]. Le avanie ed insolenze di costoro erano il pane d'ogni giorno di quell'angustiato popolo, di modo che ho io sempre sospettato che lagiustizia catalana, passata in proverbio per questi paesi, avesse origine dai lor perversi portamenti[Chron. Estense, tom. 14 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital. Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Giunti oramai all'orlo della disperazione que' cittadini, chiariti della differenza che passa fra l'essere governati dal principe proprio, e il vivere all'ubbidienza di gente straniera, ordinariamente venuta solo per succiare il sangue de' popoli; e vogliosi di ritornare sotto l'amorevol dominio de' principi estensi, nel dì 4 d'agosto del presente anno mossero a rumore la terra, e colle armi incominciarono aspra battaglia con essi Guasconi. Ritiraronsi costoro in Castel Tealdo, e tutte l'altre fortezze della città vennero alle mani dei Ferraresi, i quali spedirono tosto aRinaldoedObizzo marchesi d'Este, figliuoli delmarchese Aldrovandino, acciocchè venissero. Vennero questi senza perdere tempo; e quel popolo, confortato dalla loro presenza e valore, tosto si diede ad espugnare Castel Tealdo per terra e pel Po con delle barbotte e con un lupo, cioè con un castello posto sopra due navi. Studiaronsi nello stesso tempo i marchesi estensi coi Pepoli ed altri amici di Bologna di far differire la venuta dell'esercito bolognese in aiuto dei Guasconi; e camminò così felicemente il concerto e l'indefessa espugnazion del castello, che prima dell'arrivo de' Bolognesi l'ebbero in mano colla morte di tutto quel presidio,con poscia darlo alle fiamme e diruparlo. Liberati in questa guisa i Ferraresi dal giogo straniero, con immenso giubilo diedero, ossia restituirono, la signoria della città ai marchesi d'Este suddetti nel dì 15 d'agosto. In quest'anno ancora nel mese di settembreCane dalla Scala, Passerinosignor di Mantova e di Modena, eLuchinofigliuolo diMarco Visconte[Corio, Istor. di Milano.]fecero oste di nuovo contra di Cremona. S'era quella città poco dianzi più che mai scompigliata, perchè, rientratovi ilmarchese Jacopo Cavalcabò, avea sotto la buona fede ucciso Egidio Piperata capitano del popolo con cinquanta de' migliori cittadini. Ne fuggì Ponzino de' Ponzoni co' suoi seguaci, e fatto ricorso ai capi della lega ghibellina, li condusse all'assedio di Cremona. Ma, per quanto operassero, nulla poterono guadagnare: tale e tanta fu la difesa di quel popolo aiutato dai Bresciani. In questo mentre i Bolognesi[Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], per distorre Passerino da quell'impresa, nel dì 19 d'ottobre ostilmente vennero sul territorio di Modena sino alla villa d'Albareto, commettendo in tutte quelle vicinanze ogni male in danno de' Modenesi. Varie guerre eziandio furono in questi tempi nell'Astigiano e nel Piemonte[Chron. Astense, cap. 94, tom. 11 Rer. Ital.], che per essere di poco momento io le tralascio. Altre ne furono in Romagna[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], dove Diego di Larae, conte di quella provincia pel re Roberto, andò all'assedio di Forlì nel dì 28 di giugno, ma con poco profitto. Poscia nel settembre seguì pace fra lui e i Cesenati dall'una parte e i Forlivesi dall'altra.

Spedì nel gennaio di quest'anno[Raynaldus, Annal. Eccl.]papa Giovanni XXIIlettere esortatorie di pace, e nunzii ancora ai principi e alle città d'Italia, insinuando loro che, deposti gli odii, e dato fine alle fazioni, abbracciassero tutti la concordia. Questo appuntoera, ed è, l'uffizio de' sommi pontefici; ed abbiam già veduto di sopra che tali esortazioni fecero frutto in Piacenza, Parma e Modena. Ma altro ci volea che parole a guarir le cancrene d'allora. Si aumentò poi questa terribil malattia, dacchè papa Giovanni, cessando d'essere padre comune, sposò gl'interessi delre Roberto, e divenne aperto protettore de' soli Guelfi. Era questo pontefice, per attestato di Ferreto[Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Italic.]e del Villani[Giovanni Villani, lib. 9.], creatura d'esso re. Da lui riconosceva tutto il suo essere, perchè in sua corte era dal nulla salito in alto, e coll'aver finte lettere (se pure è vero) a nome d'esso re, avea ottenuto dal papa il vescovato di Freius; e poi per opera di lui era giunto alla sacra porpora e al pontificato. Chi ben rifletterà al sistema di questi tempi, non avrà difficoltà ad immaginare che il suddetto re Roberto tendeva al dominio di tutta l'Italia; odiava i Ghibellini fautori dell'imperio, perchè contrarii a' suoi disegni; nè volentieri vedeva in Italia imperadore alcuno, standogli davanti agli occhi i pericoli corsi sotto Arrigo VII. Cadde pure in acconcio dei suoi affari che in Germania fossero eletti in discordia due re de' Romani, cioèLodovico il BavaroeFederigo d'Austria.Gran cura ebbe sempre Roberto che papa Giovanni non decidesse mai la contesa; e dacchè, siccome vedremo. L'ebbe il Bavaro decisa coll'armi, Roberto procurò che seguitasse la ripugnanza della corte pontificia a non voler mai riconoscere per re dei Romani esso Bavaro: dal che provennero sconcerti e scandali gravissimi. Stuzzicò inoltre esso re papaClemente V, e poi lo stesso papaGiovanni XXII, a far da padrone nel regno d'Italia, vacante l'imperio, per quanto allora si pretendea. Motivo di stupore, siccome già accennai, può esser oggidì, come si giugnesse in quei tempi a dichiarar vassalli dellasanta Sede gl'imperadori, e spettante al papa l'assoluto comando in esso regno italico nella vacanza dell'imperio. Ma non è da stupire, considerando che il re Roberto faceva allora da papa; nè i pontefici operavano se non quello che a lui piaceva. Per questa via si studiava Roberto di stendere le ali per l'Italia tutta colla depression de' Ghibellini, ed innalzamento de' Guelfi suoi partigiani. Il peggio fu che sopra questa base dell'autorità temporale e del governo dei papi nel regno d'Italia si fondarono le scomuniche e gl'interdetti contra chi non era ubbidiente ai voleri pontifizii. Abbiamo dagli Annali Milanesi[Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontr., Chron., lib. 2, cap. 22, tom. 12 Rer. Ital.]che nell'anno precedente, ma più probabilmente nel presente, avea papa Giovanni comandato che niuno in Italia s'intitolasse vicario imperiale, nè si mischiasse nel governo delle terre dell'imperio senza licenza della Sede Apostolica. PerciòMatteo Visconte, lasciato quel titolo, si fece proclamar dal popolo signor generale di Milano. E perch'egli non mise in libertà i Torriani prigioni, come pretendeva il papa, nè volle dipendere da lui nel dominio di Milano, fu sottomessa quella città all'interdetto, e poi scomunicato esso Matteo. All'incontroCane dalla Scala[Cortus, Chronic., tom. 12 Rer. Ital.]nel dì 16 di marzo del presente anno riconobbe per re de' Romani l'elettoFederigo d'Austria, gli giurò fedeltà, e da lui prese il titolo di vicario dell'imperio in Verona e Vicenza. Intimò in quest'anno papa Giovanni[Raynaldus, Annal. Eccles.]ai Ferraresi di rilasciare il dominio di quella città in mano de' vescovi di Bologna e d'Arras suoi deputati, sotto pena delle scomuniche. Ma i Ferraresi, che troppo malconci s'erano ritrovati dacchè passò la lor città sotto il governo pontificio, diedero di belle parole, ma si guardarono di venire a' fatti, sentendosi troppo bene sotto il governo de' marchesi estensi.


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