MCCCXXIVAnno diCristomcccxxiv. IndizioneVII.Giovanni XXIIpapa 9.Imperio vacante.Continuando la guerra della Chiesa contra de' Visconti,Raimondo da Cardonagenerale del papa, conArrigo di Fiandrae Simone dalla Torre[Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 13 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 138.], condusse loesercito suo verso Vavrio, borgo da lui posseduto, per isloggiare i nemici venuti per infestare il ponte ch'egli avea sopra l'Adda.GaleazzoeMarco Visconticolà accorsero anch'essi. Secondo il costume degli scrittori parziali al loro partito, Bonincontro Morigia scrive che i Milanesi erano molto inferiori di gente agli altri; il Villani dice il contrario. Certo è che nel dì 16 di febbraio si venne ad un fatto d'armi. Il Villani lo fa succeduto nel dì ultimo di quel mese. Probabilmente fu nel penultimo d'esso mese allora bissestile, scrivendo l'autore degli Annali Milanesi[Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]in die Carnisprivii(cioè del carnovale)die Martis penultimo februarii. Avea dato ordine Galeazzo ad alcuni dei suoi più arditi soldati che, all'udire attaccata la zuffa, entrassero in Vavrio, e mettessero fuoco dappertutto. Diedesi fiato alle trombe, e un duro ed ostinato combattimento si fece. Tra per la forza de' Milanesi, e per la funesta scena del borgo che era tutto in fiamme, l'esercito pontificio si mise in rotta. Moltissimi ne furono uccisi, fra' quali Simone Torriano; più ancora se ne annegarono nel fiume, e alle mani de' vincitori fra gli altri assaissimi prigioni vennero Raimondo da Cardona ed Arrigo di Fiandra. Questo ultimo, secondo il Villani, si riscattò dai Tedeschi che l'aveano preso, e con essi tratti al suo partito venne a Monza. Il Morigia, autore che ne prese migliore informazione, asserisce non essere egli restato prigione, e che fuggendo, per miracolo di san Giovanni Batista, arrivò salvo a Monza. Il Cardona dipoi nel mese di novembre, fatto negozio colle guardie a lui poste in Milano, se ne fuggì, e a Monza anche egli si restituì. Monza, dico, la qual fu susseguentemente assediata da Galeazzo Visconte e dalle sue genti. Mandò il legato due mila soldati alla difesa di quella città , intorno a cui furono fatte varie bastie e battifolli. Nel settembre fecero una sortita gli assediati, avendo alla testa Verzusio Lando con ottocentocavalli e mille e cinquecento fanti. Ben li ricevette con soli cinquecento cavalli Marco Visconte, e li sconfisse, colla morte di trecento ottanta d'essi, il che mise in somma costernazione quel presidio di crocesignati, i quali altro mestier non faceano, se non di rubar le zitelle e mogli altrui, di ammazzar uomini e fanciulli, e saccheggiare e incendiar le case. Entrarono anche di consenso dello stesso cardinal legato nella chiesa maggiore di Monza, ne presero quanti vasi d'oro e d'argento e reliquiarii v'erano; il che non so come ben s'accordi coll'avere precedentemente scritto il medesimo Morigia che i canonici, prevedendo le disgrazie che avvennero, aveano nascoso in segretissimo luogo il ricco tesoro di quella chiesa. Secondo il suddetto Morigia[Morigia, lib. 3, cap. 27, tom. 12 Rer. Ital.], la fuga di Raimondo da Cardona fu di consenso segreto dello stesso Galeazzo Visconte, perchè gli fece egli sperare di adoperarsi per la restituzion di Monza, e di ottenergli anche buon accordo col papa. Infatti andò esso Raimondo ad Avignone, ed espose l'impossibilità di vincere i Visconti, e che Galeazzo intendeva di conservare per sè il dominio di Milano, e di mantenere a sue spese cinquecento uomini d'armi al servigio del papa, dovunque egli volesse. Non dispiacquero al papa i patti; ma siccome egli non ardiva di muovere un dito, se non gliene dava licenza il re Roberto, così ordinò che se ne parlasse al medesimo re. Ne parlò Raimondo al re, e ne ebbe per risposta che accetterebbe così fatta proposizione, purchè Galeazzo giurasse di adoperar tutte le sue forze in servigio d'esso re contra l'imperiale potenza. Ed ecco come l'ambizion di Roberto si cavò il cappuccio; ecco svelati i motivi di tanti processi contra del Bavaro, de' Visconti e degli altri Ghibellini di Italia, sotto pretesto di disubbidienze e d'eresie. Tutto tendeva per diritto o per traverso a distruggere l'imperio, e ad esaltare chi s'abusava dell'autorità e della penna del pontefice, divenuto suoschiavo, per arrivare all'intera signoria d'Italia. Ma Galeazzo Visconte protestò di voler sofferire piuttosto ogni male, che andar contro al giuramento da lui prestato a chi reggeva l'imperio. Trattò egli dipoi col cardinale Beltrando legato la restituzione di Monza; e già era accordato tutto, quando il legato, coll'esibizione di otto mila fiorini d'oro ad alcuni traditori, si credette di occupar la città di Lodi: il che se veniva fatto, Monza non si rendeva più. Il tentativo di Lodi andò a voto, e molti de' traditori furono presi[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 270.]: il che cagionò che nel dì 10 di dicembre si rendesse la città di Monza a Galeazzo. Colà egli richiamò chiunque era fuggito, e mise tra loro la pace; poi nel marzo dell'anno seguente cominciò a fortificare il castello d'essa città in mirabil forma, con farvi anche delle orride prigioni. Vi fu chi disse[Bonincontrus Morigia, lib. 3, cap. 31, tom. 11 Rer. Ital.]che Galeazzo faceva far ivi quelle carceri per sè e per li suoi fratelli, e che potrebbono esser eglino i primi a provarle. Col tempo il detto si verificò; ma forse dopo il fatto nacque tal predizione.Correvano già due anni e più che i Perugini col ministro del papa, governatore del ducato spoletino, tenevano assediata la città di Spoleti con bastie e battifolli fabbricati all'intorno[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 243.]. La fame finalmente costrinse quel popolo ad arrendersi, salve le persone, nel dì 9 di aprile. Per buona cautela de' Fiorentini e Sanesi, che v'erano colla lor taglia ad oste, non seguì maleficio alcuno nell'entrare in essa città , la quale fu ridotta a parte guelfa, e rimase distrittuale di Perugia. Fecero dipoi essi Perugini l'assedio della Città di Castello occupata dal vescovo d'Arezzo coll'aiuto dell'altre città della lega guelfa. Nel dì 22 d'aprile[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]ilre Robertocolla regina sua moglie eCarlo ducadi Calabria suo figliuolo, ecolla moglie figliuola diCarlo di Valois, dalla Provenza incamminati per mare a Napoli, con quarantacinque vele arrivarono a Genova. Fece ivi un gran broglio, affinchè il limitato dominio di dieci anni di quella città , a lui già dato nell'anno 1318, divenisse perpetuo. Ne nacque discordia fra i cittadini: chi volea tutto, chi meno, chi nulla. Finalmente si acconciò l'affare con prorogargli la signoria anche per sei anni avvenire. Fece egli alquante mutazioni in quel governo, ristringendo la libertà del popolo. Nel suo passaggio ebbe grandi presenti ed onori dai Pisani, i quali in questi tempi si trovano in gravi affanni, essendo chedon Alfonsofigliuolo diGiacomo red'Aragona e Catalogna, passato con buona armata in Sardegna, andava loro togliendo a poco a poco tutti i luoghi posseduti da essi in quell'isola, e diedero loro anche nel mese di maggio dell'anno presente una rotta a Castello di Castro. Per concerto fatto nel dì 3 di marzo[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 239. Istor. Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]veniva il vicario del re Roberto a ripigliare il possesso di Pistoia; ma fu forzato a tornarsene vergognosamente indietro, perchè, assalito per istrada dalle genti diFilippo de' Tedici, il quale in questo anno appunto tolse la signoria di Pistoia nel dì 24 di luglio adOrmanno Tedici abbatedi Pacciana suo zio, e se ne fece egli signore, e conchiuse una tregua conCastrucciosignore di Lucca, pagandogli ogni anno tre mila fiorini d'oro di tributo. Adirati i nobili padovani[Cortus. Histor., lib. 3, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9. Chronic. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.], spezialmente i Carraresi, contra diCane dalla Scala, tanto fecero, che trassero in Italia ilduca di Carintia, eOttonefratello del duca d'Austria, per isperanza di mettere un buon collare al collo d'esso messer Cane. Vennero questi principi con ismisurato esercito di cavalleria tedesca ed unghera, che si fece ascendere al numero di quindici mila cavalli. Diederocostoro il sacco al Friuli per dove passarono. Arrivati nel dì 3 di giugno a Trivigi, vi consumarono tutto. Prima ancora che arrivassero sul Padovano, a furia fuggivano i miseri contadini di quel paese, perchè informati che coloro, dovunque giugnevano, facevano un netto, bruciavano, nè rispettavano donne, nè monache. Nel dì 21 d'esso mese con questa diabolica armata arrivò il duca di Carintia a Padova, e nel dì seguente cavalcò a Monselice. Oh qui sì che c'era bisogno di senno a Cane dalla Scala. Non gli mancò in effetto. Unì quante genti potè[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.].Obizzo marchesed'Este e signor di Ferrara con gran copia di cavalli e fanti ferraresi corse a Verona in suo aiuto. Milanesi, Mantovani, Modenesi, anch'essi volarono colà , e tutti si posero a guardar le fortezze. Ma Cane non ripose già la sua speranza in questi combattenti. Persuaso egli della verità di quel proverbio:Miglior punta ha l'oro che il ferro, non tardò a spedire Bailardino da Nogarola ed altri ambasciatori, allorchè il duca fu giunto a Trivigi, e susseguentemente in altri luoghi, tenendolo a bada con proposizioni d'accordo e con altri raggiri; e finalmente, esibite grossissime somme di danaro, ottenne tregua da lui sino al venturo Natale. Si vide allora quella bella scena, che il duca, dappoichè la sua gente ebbe rovinata coi saccheggi buona parte del Padovano, in cui sollievo era venuta, e ricavati trentamila fiorini d'oro da quella città , senza far danno alcuno alle terre dello Scaligero, contra di cui era stato chiamato, se ne tornò nel dì 26 di luglio in Carintia: gridando i confusi ed impoveriti Padovani, essere peggior l'amicizia di quella gente, che la nemicizia con Cane. Nel dì 23 di novembre morìJacopo da Carrara, già signore di Padova, lasciando sotto la cura di Marsilio da Carrara le sue figliuole e i suoi bastardi. Abbiamo dalla Cronica di Cesena[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]che nel luglio di quest'annoSperanza conte di Montefeltrocoi figliuoli del già uccisoconte Federigoritornò in Urbino; dal che pare restituita quella famiglia nel dominio d'essa città ; ma di ciò non ne so il come. Nel dì 3 di giugno in RiminiPandolfo MalatestaeGaleottosuo figliuolo, con altri Malatesti e nobili, furono fatti cavalieri[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Magnifiche feste e giostre per tal occasione si fecero, col concorso di gran nobiltà di Firenze, Perugia, Siena, Bologna e di tutta la Toscana, marca d'Ancona, Romagna e Lombardia. Quivi si contarono più di mille e cinquecento cantambanchi, giocolieri, commedianti e buffoni: il che ho voluto notare, acciocchè s'intendano i costumi e il genio di questi secoli. Il conte Speranza e ilconte Nolfo, figliuoli del fuconte Federigodi Montefeltro, nel dì 9 d'agosto vennero coll'esercito di Urbino contro alcune castella di Ferrantino Malatesta, dove s'erano rifugiati gli uccisori del suddetto conte Federigo, e, presi que' luoghi, fecero crudel vendetta di que' traditori. Anche i marchesi estensiRinaldoedObizzo, signori di Ferrara[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], nel dì primo di novembre ritolsero all'arcivescovo di Ravenna la grossa terra, appellata anche città , d'Argenta col suo castello. Intanto, contuttochèLodovico il Bavarodeducesse le sue buone ragioni, pure non potè impedire che in questo annopapa Giovanni, subornato dal re Roberto[Raynaldus, Annal. Eccles., num. 6.], non fulminasse contra di esso Lodovico le censure, e facesse predicar la crociata, secondo il deplorabil uso di que' tempi, contra di lui, siccome accennammo all'anno precedente. Però si diede egli con più vigore ad accudire agli affari d'Italia; e cotanto s'ingegnò in Germania, che frastornò i disegni diCarlo redi Francia, il quale, prevalendosi anch'egli del favore del papa, macchinava di farsi eleggere re ed imperadorde' Romani. Di più non dico di queste controversie, lasciandone volentieri ad altri la discussione.
Continuando la guerra della Chiesa contra de' Visconti,Raimondo da Cardonagenerale del papa, conArrigo di Fiandrae Simone dalla Torre[Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 13 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 138.], condusse loesercito suo verso Vavrio, borgo da lui posseduto, per isloggiare i nemici venuti per infestare il ponte ch'egli avea sopra l'Adda.GaleazzoeMarco Visconticolà accorsero anch'essi. Secondo il costume degli scrittori parziali al loro partito, Bonincontro Morigia scrive che i Milanesi erano molto inferiori di gente agli altri; il Villani dice il contrario. Certo è che nel dì 16 di febbraio si venne ad un fatto d'armi. Il Villani lo fa succeduto nel dì ultimo di quel mese. Probabilmente fu nel penultimo d'esso mese allora bissestile, scrivendo l'autore degli Annali Milanesi[Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]in die Carnisprivii(cioè del carnovale)die Martis penultimo februarii. Avea dato ordine Galeazzo ad alcuni dei suoi più arditi soldati che, all'udire attaccata la zuffa, entrassero in Vavrio, e mettessero fuoco dappertutto. Diedesi fiato alle trombe, e un duro ed ostinato combattimento si fece. Tra per la forza de' Milanesi, e per la funesta scena del borgo che era tutto in fiamme, l'esercito pontificio si mise in rotta. Moltissimi ne furono uccisi, fra' quali Simone Torriano; più ancora se ne annegarono nel fiume, e alle mani de' vincitori fra gli altri assaissimi prigioni vennero Raimondo da Cardona ed Arrigo di Fiandra. Questo ultimo, secondo il Villani, si riscattò dai Tedeschi che l'aveano preso, e con essi tratti al suo partito venne a Monza. Il Morigia, autore che ne prese migliore informazione, asserisce non essere egli restato prigione, e che fuggendo, per miracolo di san Giovanni Batista, arrivò salvo a Monza. Il Cardona dipoi nel mese di novembre, fatto negozio colle guardie a lui poste in Milano, se ne fuggì, e a Monza anche egli si restituì. Monza, dico, la qual fu susseguentemente assediata da Galeazzo Visconte e dalle sue genti. Mandò il legato due mila soldati alla difesa di quella città , intorno a cui furono fatte varie bastie e battifolli. Nel settembre fecero una sortita gli assediati, avendo alla testa Verzusio Lando con ottocentocavalli e mille e cinquecento fanti. Ben li ricevette con soli cinquecento cavalli Marco Visconte, e li sconfisse, colla morte di trecento ottanta d'essi, il che mise in somma costernazione quel presidio di crocesignati, i quali altro mestier non faceano, se non di rubar le zitelle e mogli altrui, di ammazzar uomini e fanciulli, e saccheggiare e incendiar le case. Entrarono anche di consenso dello stesso cardinal legato nella chiesa maggiore di Monza, ne presero quanti vasi d'oro e d'argento e reliquiarii v'erano; il che non so come ben s'accordi coll'avere precedentemente scritto il medesimo Morigia che i canonici, prevedendo le disgrazie che avvennero, aveano nascoso in segretissimo luogo il ricco tesoro di quella chiesa. Secondo il suddetto Morigia[Morigia, lib. 3, cap. 27, tom. 12 Rer. Ital.], la fuga di Raimondo da Cardona fu di consenso segreto dello stesso Galeazzo Visconte, perchè gli fece egli sperare di adoperarsi per la restituzion di Monza, e di ottenergli anche buon accordo col papa. Infatti andò esso Raimondo ad Avignone, ed espose l'impossibilità di vincere i Visconti, e che Galeazzo intendeva di conservare per sè il dominio di Milano, e di mantenere a sue spese cinquecento uomini d'armi al servigio del papa, dovunque egli volesse. Non dispiacquero al papa i patti; ma siccome egli non ardiva di muovere un dito, se non gliene dava licenza il re Roberto, così ordinò che se ne parlasse al medesimo re. Ne parlò Raimondo al re, e ne ebbe per risposta che accetterebbe così fatta proposizione, purchè Galeazzo giurasse di adoperar tutte le sue forze in servigio d'esso re contra l'imperiale potenza. Ed ecco come l'ambizion di Roberto si cavò il cappuccio; ecco svelati i motivi di tanti processi contra del Bavaro, de' Visconti e degli altri Ghibellini di Italia, sotto pretesto di disubbidienze e d'eresie. Tutto tendeva per diritto o per traverso a distruggere l'imperio, e ad esaltare chi s'abusava dell'autorità e della penna del pontefice, divenuto suoschiavo, per arrivare all'intera signoria d'Italia. Ma Galeazzo Visconte protestò di voler sofferire piuttosto ogni male, che andar contro al giuramento da lui prestato a chi reggeva l'imperio. Trattò egli dipoi col cardinale Beltrando legato la restituzione di Monza; e già era accordato tutto, quando il legato, coll'esibizione di otto mila fiorini d'oro ad alcuni traditori, si credette di occupar la città di Lodi: il che se veniva fatto, Monza non si rendeva più. Il tentativo di Lodi andò a voto, e molti de' traditori furono presi[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 270.]: il che cagionò che nel dì 10 di dicembre si rendesse la città di Monza a Galeazzo. Colà egli richiamò chiunque era fuggito, e mise tra loro la pace; poi nel marzo dell'anno seguente cominciò a fortificare il castello d'essa città in mirabil forma, con farvi anche delle orride prigioni. Vi fu chi disse[Bonincontrus Morigia, lib. 3, cap. 31, tom. 11 Rer. Ital.]che Galeazzo faceva far ivi quelle carceri per sè e per li suoi fratelli, e che potrebbono esser eglino i primi a provarle. Col tempo il detto si verificò; ma forse dopo il fatto nacque tal predizione.
Correvano già due anni e più che i Perugini col ministro del papa, governatore del ducato spoletino, tenevano assediata la città di Spoleti con bastie e battifolli fabbricati all'intorno[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 243.]. La fame finalmente costrinse quel popolo ad arrendersi, salve le persone, nel dì 9 di aprile. Per buona cautela de' Fiorentini e Sanesi, che v'erano colla lor taglia ad oste, non seguì maleficio alcuno nell'entrare in essa città , la quale fu ridotta a parte guelfa, e rimase distrittuale di Perugia. Fecero dipoi essi Perugini l'assedio della Città di Castello occupata dal vescovo d'Arezzo coll'aiuto dell'altre città della lega guelfa. Nel dì 22 d'aprile[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]ilre Robertocolla regina sua moglie eCarlo ducadi Calabria suo figliuolo, ecolla moglie figliuola diCarlo di Valois, dalla Provenza incamminati per mare a Napoli, con quarantacinque vele arrivarono a Genova. Fece ivi un gran broglio, affinchè il limitato dominio di dieci anni di quella città , a lui già dato nell'anno 1318, divenisse perpetuo. Ne nacque discordia fra i cittadini: chi volea tutto, chi meno, chi nulla. Finalmente si acconciò l'affare con prorogargli la signoria anche per sei anni avvenire. Fece egli alquante mutazioni in quel governo, ristringendo la libertà del popolo. Nel suo passaggio ebbe grandi presenti ed onori dai Pisani, i quali in questi tempi si trovano in gravi affanni, essendo chedon Alfonsofigliuolo diGiacomo red'Aragona e Catalogna, passato con buona armata in Sardegna, andava loro togliendo a poco a poco tutti i luoghi posseduti da essi in quell'isola, e diedero loro anche nel mese di maggio dell'anno presente una rotta a Castello di Castro. Per concerto fatto nel dì 3 di marzo[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 239. Istor. Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]veniva il vicario del re Roberto a ripigliare il possesso di Pistoia; ma fu forzato a tornarsene vergognosamente indietro, perchè, assalito per istrada dalle genti diFilippo de' Tedici, il quale in questo anno appunto tolse la signoria di Pistoia nel dì 24 di luglio adOrmanno Tedici abbatedi Pacciana suo zio, e se ne fece egli signore, e conchiuse una tregua conCastrucciosignore di Lucca, pagandogli ogni anno tre mila fiorini d'oro di tributo. Adirati i nobili padovani[Cortus. Histor., lib. 3, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9. Chronic. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.], spezialmente i Carraresi, contra diCane dalla Scala, tanto fecero, che trassero in Italia ilduca di Carintia, eOttonefratello del duca d'Austria, per isperanza di mettere un buon collare al collo d'esso messer Cane. Vennero questi principi con ismisurato esercito di cavalleria tedesca ed unghera, che si fece ascendere al numero di quindici mila cavalli. Diederocostoro il sacco al Friuli per dove passarono. Arrivati nel dì 3 di giugno a Trivigi, vi consumarono tutto. Prima ancora che arrivassero sul Padovano, a furia fuggivano i miseri contadini di quel paese, perchè informati che coloro, dovunque giugnevano, facevano un netto, bruciavano, nè rispettavano donne, nè monache. Nel dì 21 d'esso mese con questa diabolica armata arrivò il duca di Carintia a Padova, e nel dì seguente cavalcò a Monselice. Oh qui sì che c'era bisogno di senno a Cane dalla Scala. Non gli mancò in effetto. Unì quante genti potè[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.].Obizzo marchesed'Este e signor di Ferrara con gran copia di cavalli e fanti ferraresi corse a Verona in suo aiuto. Milanesi, Mantovani, Modenesi, anch'essi volarono colà , e tutti si posero a guardar le fortezze. Ma Cane non ripose già la sua speranza in questi combattenti. Persuaso egli della verità di quel proverbio:Miglior punta ha l'oro che il ferro, non tardò a spedire Bailardino da Nogarola ed altri ambasciatori, allorchè il duca fu giunto a Trivigi, e susseguentemente in altri luoghi, tenendolo a bada con proposizioni d'accordo e con altri raggiri; e finalmente, esibite grossissime somme di danaro, ottenne tregua da lui sino al venturo Natale. Si vide allora quella bella scena, che il duca, dappoichè la sua gente ebbe rovinata coi saccheggi buona parte del Padovano, in cui sollievo era venuta, e ricavati trentamila fiorini d'oro da quella città , senza far danno alcuno alle terre dello Scaligero, contra di cui era stato chiamato, se ne tornò nel dì 26 di luglio in Carintia: gridando i confusi ed impoveriti Padovani, essere peggior l'amicizia di quella gente, che la nemicizia con Cane. Nel dì 23 di novembre morìJacopo da Carrara, già signore di Padova, lasciando sotto la cura di Marsilio da Carrara le sue figliuole e i suoi bastardi. Abbiamo dalla Cronica di Cesena[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]che nel luglio di quest'annoSperanza conte di Montefeltrocoi figliuoli del già uccisoconte Federigoritornò in Urbino; dal che pare restituita quella famiglia nel dominio d'essa città ; ma di ciò non ne so il come. Nel dì 3 di giugno in RiminiPandolfo MalatestaeGaleottosuo figliuolo, con altri Malatesti e nobili, furono fatti cavalieri[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Magnifiche feste e giostre per tal occasione si fecero, col concorso di gran nobiltà di Firenze, Perugia, Siena, Bologna e di tutta la Toscana, marca d'Ancona, Romagna e Lombardia. Quivi si contarono più di mille e cinquecento cantambanchi, giocolieri, commedianti e buffoni: il che ho voluto notare, acciocchè s'intendano i costumi e il genio di questi secoli. Il conte Speranza e ilconte Nolfo, figliuoli del fuconte Federigodi Montefeltro, nel dì 9 d'agosto vennero coll'esercito di Urbino contro alcune castella di Ferrantino Malatesta, dove s'erano rifugiati gli uccisori del suddetto conte Federigo, e, presi que' luoghi, fecero crudel vendetta di que' traditori. Anche i marchesi estensiRinaldoedObizzo, signori di Ferrara[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], nel dì primo di novembre ritolsero all'arcivescovo di Ravenna la grossa terra, appellata anche città , d'Argenta col suo castello. Intanto, contuttochèLodovico il Bavarodeducesse le sue buone ragioni, pure non potè impedire che in questo annopapa Giovanni, subornato dal re Roberto[Raynaldus, Annal. Eccles., num. 6.], non fulminasse contra di esso Lodovico le censure, e facesse predicar la crociata, secondo il deplorabil uso di que' tempi, contra di lui, siccome accennammo all'anno precedente. Però si diede egli con più vigore ad accudire agli affari d'Italia; e cotanto s'ingegnò in Germania, che frastornò i disegni diCarlo redi Francia, il quale, prevalendosi anch'egli del favore del papa, macchinava di farsi eleggere re ed imperadorde' Romani. Di più non dico di queste controversie, lasciandone volentieri ad altri la discussione.