MCCCXXVIII

MCCCXXVIIIAnno diCristomcccxxviii. Indiz.XI.Giovanni XXIIpapa 13.Imperio vacante.Strepitosi avvenimenti e grandi mutazioni furono in quest'anno in Italia[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 47 e 53.]. Nel dì due di gennaio pervenneLodovico il Bavaroa Viterbo, dove daSilvestro dei Gatti, che dominava in quella città, fu accolto a grande onore. Costui, per ricompensa, sotto varii pretesti fu poi da lì a qualche tempo fatto prendere dal Bavaro, e martoriato per sapere dov'era il suo tesoro; sicchè perdè trentamila fiorini e la signoria di Viterbo. A quella città nello stesso tempo arrivòCastrucciocon trecento cavalieri de' suoi migliori, e mille balestrieri. Non erano ben d'accordo i Romani intorno all'accettare il Bavaro, e gli spedirono ambasciatori a Viterbo per patteggiar seco. Ma segretamente animato egli da Sciarra dalla Colonna, e da altri di parte ghibellina, trattenendo in ciance gli ambasciatori, diede la marcia all'esercito, e nel dì 7 del medesimo mese giunse alla città Leonina, e smontò al palagio di San Pietro, e vi dimorò quattro giorni. Entrò poscia in Roma, e, salito in Campidoglio, fece fare un'aringa al popolo romano con una sparata di ringraziamenti, di lodi e di promesse di esaltar Roma alle stelle. Piacquero tanto queste melate parole ai Romani, che il dichiararono senatore e capitano di Roma perun anno. Poscia nel dì 17 d'esso mese, giorno di domenica (e non già in altro dì), si fece con somma solennità e magnificenza la coronazion di Lodovico in San Pietro, non già per le mani del romano pontefice, o de' suoi delegati, come conveniva, ma per quello diJacopo Albertivescovo di Venezia, e diGherardo vescovod'Aleria, anch'esso scomunicato. Perchè alla funzione mancava il conte del sacro palazzo, secondo il vecchio rituale, Lodovico, dopo aver fatto cavaliere di sua manoCastruccio ducadi Lucca, conferì a lui questa dignità. Fu coronata eziandioMargheritasua moglie; e in tal congiuntura il novello preteso imperadore pubblicò tre decreti, uno per la conservazione della fede cattolica, uno per la riverenza dovuta agli ecclesiastici, ed uno per la difesa delle vedove e dei pupili: con che si fece non poco onore presso i Romani. Creò ancora senatore e suo vicario in Roma Castruccio, il quale portò in quelle funzioni una veste di seta cremesi con queste parole ricamate d'oro dinanzi al petto:È quello che Dio vuole. E nel di dietro quest'altre:Sarà quello che Dio vorrà. Continuò il Bavaro la sua dimora in Roma, e nel dì 14 d'aprile pubblicò varie leggi contra chi fosse trovato in eresia, o in reato di lesa maestà contra dell'imperadore. Poscia nel dì 18 d'esso mese nella piazza di San Pietro tenne un gran parlamento[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 71. Raynald., Annal. Eccl. Baluz., Vit. Pap.], dove fece citare, se alcuno v'era che prendesse a difendere prete Jacopo da Caorsa, il quale si faceva chiamarepapa Giovanni XXII. Niuno rispose. Saltò su bensì il sindaco di quella parte del clero di Roma, che antepose lo amore dell'oro a quello della religione, e pregò Lodovico di procedere contra il detto Jacopo di Caorsa. Si sfoderarono dunque varii articoli di pretesa eresia e di lesa maestà d'esso pontefice, pretendendo ch'esso avesse anche bandita la croce contro ai Romani: per le quali cagioni ilBavaro dichiarò decaduto papa Giovanni dal pontificato, e reo di eresia e lesa maestà, con varie pene ch'io tralascio. Nel dì 23 d'aprile col consenso del popolo romano fu pubblicata una legge, che ogni papa in avvenire dovesse tener la sua sedia in Roma, e non istarne absente che tre mesi l'anno: altrimenti s'intendesse casso dal papato. Finalmente nel dì 12 di maggio, nella piazza di San Pietro, Lodovico colla corona in capo propose al numeroso popolo di Roma di fare un nuovo papa. Fu proposto fra Pietro da Corvara, nativo d'Abbruzzo, dell'ordine de' Minori, grande ipocrita; e il popolo, perchè la maggior parte odiava papa Giovanni per la sua permanenza di là dai monti, l'accettò. Costui prese il nome diNiccolò quinto; fece anche prima della consecrazione la promozion di sette falsi cardinali, e nel dì 22 di maggio fu consecrato vescovo da uno di essi, con prendere dipoi la corona dalle mani del medesimo Lodovico, il quale di nuovo si fece coronar imperadore da questo suo idolo.Tante bestialità di Lodovico il Bavaro in arrogarsi l'autorità di deporre un papa, legittimo papa, nè giammai caduto in eresia, come egli pretese, e di eleggerne un altro contro i riti e canoni della Chiesa cattolica[Albert. Mussatus, in Lud. Bavar. Bernard. Guid. Cont. Ptolom. Lucens.], stomacarono forte allora chiunque portava buona coscienza e lume di ragione; e solamente piacquero a molti eretici e scismatici tanto religiosi che secolari, de' quali era piena la corte d'esso Bavaro, e coi consigli de' quali soli egli si regolava. Mostruosità ed empietà enorme non ha bisogno di essere maggiormente dichiarata e detestata. Questa poi fu quella che finì di dare il tracollo agl'interessi di lui in Italia. Ma qui convien interrompere il corso delle azioni di Lodovico per venire in Toscana. MentreCastrucciose ne stava in Roma, facendola da grande in quella corte e città, e molto prima dell'empiatragedia che abbiamo riferito[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 57. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.], Filippo da Sanguineto, vicario del duca di Calabria in Firenze, cominciò a tessere certo trattato per torgli la città di Pistoia. Fatti i preparamenti, la mattina innanzi giorno del dì 28 di gennaio si presentò egli alle fosse di quella città, con ponti, scale ed altri edifizii, due mila fanti e settecento cavalli. Data alle mura la scalata, v'entrò, e dopo lunga battaglia colla guarnigion di Castruccio, s'impadronì della terra, con fuggirsene Arrigo e Valerano, figliuoli del medesimo Castruccio, e i lor soldati a Serravalle. La misera città andò tutta a sacco, e durò ben dieci giorni la crudel ruberia: il che trattenne que' soldati dal far altre conquiste nel territorio. Per mare e per terra fu spedito a Castruccio il funesto avviso di questa perdita. Egli, dopo tre dì, avutolo, si congedò ben tosto dal Bavaro, ed immediatamente nel primo giorno di febbraio s'avviò alla volta di Pisa colla sua gente. Lasciata poi questa in cammino, marciò egli innanzi colla maggior sollecitudine possibile, ed arrivò a Pisa con soli dodici cavalli nel dì 9 del mese suddetto. Da lì a qualche giorno vi giunse anche la sua milizia. Prese egli nel mese d'aprile al tutto la signoria di essa città di Pisa, ed impose colte e gabelle per fornirsi di danaro, risoluto di riacquistare Pistoia, e ciò senza riguardo alcuno al Bavaro, che ne era padrone, e al conte d'Ottinghe inviato colà per governar la città. Si volle egli rifare, perchè dava la colpa al Bavaro della perdita di Pistoia, per averlo forzato ad andar seco a Roma. Poscia nel dì 15 di maggio col popolo di Lucca e di Pisa cinse d'assedio essa città di Pistoia[Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.]. Per sua buona ventura era innanzi nata gara tra i Fiorentini e Filippo da Sanguineto, a chi dovesse toccar la spesa di provvedere Pistoia, città fornita di viveri appena per due mesi. Nè l'un nè gli altri volendo cedere, ed informatoCastruccio di questo litigio e dello stato di Pistoia, tanto più s'animò ad assediarla. Di grandi battifolli, steccati e fosse fece egli fare all'intorno, acciocchè niuno potesse recarle soccorso, e cominciò a tormentar la città colle macchine e con frequenti assalti. In questo mentre anche i Fiorentini fecero un gagliardo apparecchio di gente, colla giunta d'altra che lor venne dalcardinal Beltrandolegato, da Bologna, Siena, Volterra ed altre terre. Con queste forze, superiori di molto a quelle di Castruccio, almeno nella cavalleria, l'esercito fiorentino nel dì 20 di luglio andò a postarsi in faccia dei trinceramenti di Castruccio sotto Pistoia. Mostrò ben egli di voler battaglia; ma siccome cauto capitano si tenne forte nel suo campo; e maggiormente afforzandolo con forti ripari, lasciò che i Fiorentini, non veggendo maniera di snidarlo di là colla forza, marciassero verso Pisa, credendosi eglino che Castruccio si moverebbe per timore di perdere quella città. Nulla si mosse egli; un terribil sacco fu dato al territorio pisano sino alle porte; e intanto Simone dalla Tosa capitano di Pistoia, perduta la speranza del soccorso per l'allontanamento de' suoi, e perchè gli era oramai fallita la vettovaglia, nel dì 3 d'agosto (salve le persone col loro equipaggio) rendè a Castruccio quella città con grande vergogna e rabbia de' Fiorentini, i quali, udita la perdita di Pistoia, si ritirarono tosto a casa. V'ha chi scrive, aver Castruccio, dappoichè esso ottenne Pistoia, preso Prato, e dato verso Fucecchio una rotta all'armata fiorentina; ma di ciò non parlando le più vecchie storie, passerò a dire che egli, per paura del Bavaro, cominciò una tela co' Fiorentini e col papa; ma per tante fatiche ed affanni cadde da lì a non molti giorni infermo in Lucca; e, chiamati i suoi tre figliuoliArrigo,GiovannieValerano, lasciò gli Stati al maggior di età, ordinando loro e ai consiglieri di ben fornire le città di Pisa, Lucca e Pistoia, e di stare uniti insieme.Poscia nel dì 3 di settembre nel colmo di sua grandezza e fortuna, in età di soli quarantasette anni, diede fine alla sua vita colla temporal gloria d'essere stato il più accorto, prode e belicoso principe de' suoi tempi e tale, che, se la morte non gli troncava il volo, pericolo v'era che Firenze e la Toscana tutta soccombessero alla di lui somma sagacità e bravura. Leggesi la di lui vita scritta da Niccolò Tegrimi nobile lucchese[Tegrim., Vita Castruccii, tom. 11 Rer. Ital.], dove i suoi costumi e le sue massime si trovano pienamente descritte. I suoi figliuoli corsero Lucca, Pistoia e Pisa, e se n'impossessarono, con aver tenuta celata sette giorni la di lui morte: per la quale non si può esprimer quanta festa e tripudio si facesse in Firenze. Pareva a quel popolo di essere rinato.Non avea cessato Castruccio, dacchè il Bavaro giunse a Lucca e Pisa[Bonincontr. Morigia, Chronic. Mod., cap. 37, tom. 12 Rer. Ital.], di far tutti i più premurosi uffizii appresso di lui per ottenere la libertà aGaleazzo Visconte, e ai di lui fratelli e figliuoli. Lo stessoMarcoVisconte, autor principale della lor rovina, che avea seguitato il Bavaro in Toscana, conoscendo l'eccessivo error commesso in danno della propria casa, e pentito del fallo, tuttodì si raccomandava per questo a Castruccio. Stette duro il Bavaro. Appresso in Roma tanto esso Castruccio, quanto altri principi ghibellini interposero la loro intercessione per la liberazion loro, e alle preghiere succederono le minaccie di abbandonarlo, se non concedeva loro tal grazia. Finalmente si lasciò vincere il Bavaro, e l'ordine andò che fossero rimessi in libertà. Scrive il Villani[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 31.]che Lodovico condannòLuchinoedAzzoa pagare venticinque mila fiorini d'oro, e che ne pagarono sedici mila. Comunque sia, ci assicura Buonincontro che li rimise in sua grazia, comandando che venissero in Toscana. Nel dì 25 di marzo furonoliberati dalle carceri di Monza; quel popolo segretamente diede loro molti regali; ed essi andarono a Lucca a trovar Castruccio, il quale teneramente abbracciò Galeazzo, ed il creò suo generale all'assedio di Pistoia. Quivi per li crepacuori passati e per le fatiche presenti, gravemente s'infermò Galeazzo; e portato per ordine di Castruccio a Pescia, nel mese d'agosto, prima della resa di Pistoia, in età di cinquantun anni meschinamente morì, lasciando un grande esempio della volubilità delle grandezze terrene. Torniamo ora al Bavaro, i cui disegni in Roma erano di assalire il regno di Napoli; ma l'essersi partito da lui Castruccio con sue genti, e il non comparir mai, secondo il concerto, la flotta diFederigo redi Sicilia, che s'era collegato con lui ai danni delre Roberto, arenò tutta l'impresa. Fece bensì unito coi Romani a lui qualche guerra, ma di poco momento, perchè troppo penuriava di moneta, e vi era discordia nell'esercito suo. All'incontro, il re Roberto[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 96.]prese Ostia, Anagni ed altri luoghi. Per questi ed altri motivi il Bavaro, non veggendosi più sicuro in Roma, se ne partì col suo antipapa nel dì 4 d'agosto, con fargli le fischiate dietro quel popolo romano che dianzi tanta festa avea mostrato per lui, e venne a Viterbo. Nel dì seguente entrarono in Roma Bertoldo Orsino e Stefano dalla Colonna, prendendone possesso a nome dipapa Giovanni, e colà ancora successivamente arrivarono il cardinal legato ed ottocento cavalieri del re Roberto, con esserne fuggiti Sciarra dalla Colonna, che da lì a non molto mancò di vita, Jacopo Savello e gli altri Ghibellini. Venuto il Bavaro a Todi, dalla qual città cavò quattordici mila fiorini, pensava di passare a dirittura ad Arezzo, istigato dai Ghibellini di marciare addosso a Firenze, quando gli giunse nuova chedon Pietro, figliuolo di Federigo re di Sicilia, con una potente flotta andava in traccia di lui, e desiderava di seco abboccarsia Corneto. Andò colà, e dopo molti contrasti e rimproveri, per essere egli tardato tanto a venire, si trattò di nuovo di far guerra al re Roberto. Ma troppo era in collera Lodovico, perchè Castruccio gli avea tolta Pisa, e però volle prima portarsi colà. Nel viaggio colla sua gente e co' Siciliani prese Grosseto; e, giuntagli colà la nuova della morte di Castruccio, affrettò i passi, e nel dì 21 di settembre arrivò a Pisa, ricevuto con somma allegrezza da quel popolo. Se ne fuggirono a Lucca i figliuoli di Castruccio, conoscendo d'essere troppo in odio ai Pisani. L'armata siciliana in tornando a casa, assalita da una fiera tempesta, colla perdita di quindici galee e con altri danni, arrivò molto sconciata e scemata in Sicilia. Andò poscia il Bavaro a Lucca ad istanza di quei cittadini, e tolse la signoria di quella città ai suddetti figliuoli di Castruccio con giubilo di quel popolo. Ma finì presto la lor festa, perchè il Bavaro impose loro una colta di cento cinquanta mila fiorini d'oro; stoccata che arrivò loro al cuore. Parimente per danari riconfermò il dominio di quella città agli stessi figliuoli di Castruccio. Anche l'allegrezza dei Pisani si convertì ben tosto in lutto, avendo essi dovuto pagare altri cento mila fiorini d'oro. Questi erano i benefizii, co' quali Lodovico il Bavaro si rendeva amabile ai popoli di Italia. Pure, con tutti questi fieri salassi alle borse altrui, non correano le paghe ai suoi soldati, e, per tal motivo, fatta congiura, ottocento dei suoi migliori cavalieri tedeschi nel dì 29 d'ottobre disertarono da Pisa, e corsero a Lucca per impadronirsene; ma, trovate le porte chiuse per avviso precorso della lor venuta, diedero il sacco ai borghi di quella città, e poi ridottisi sul Ceruglio nella montagna di Vivinaia, quivi si fortificarono, con vivere da lì innanzi di rapine e di tributi di tutti i contorni. E perciocchè il Bavaro, non avendo attenuta la promessa di pagar loro sessanta mila fiorini, inviò ad essi Marco Visconte pertrattar di concordia, il ritennero prigione: dal che poi nacquero altre novità che andremo vedendo.Già di sopra accennammo cheCane dalla Scala, tuttochè ghibellino, andò poco d'accordo coi Visconti. Era anche disgustato diPasserino de' Bonacossisignor di Mantova. Perciò diede mano e braccio ad una congiura formata contra di lui[Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.]dai figliuoli diLuigi da Gonzaga, cioèGuido,FilippinoeFeltrino, nobili antichi di Mantova, che si truovano registrati vassalli della contessa Matilda. Ebbero essi dallo Scaligero e da Guglielmo di Castelbarco ottocento fanti e trecento cavalli, co' quali inaspettatamente entrati in Mantova la mattina del dì 16 d'agosto, correndo quivi la festa di san Leonardo, s'impadronirono della piazza. Il Platina scrive[Platina, Hist. Mantuan., lib. 2, tom. 20 Rer. Italic.]ciò succeduto nel dì 17 di luglio. Accorso Passerino, vi restò trucidato[Moran., Chron. Mutin., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Furono presi Francesco e l'abbate di Sant'Andrea suoi figliuoli, e Guido e Pinamonte figliuoli di Botirone già suo fratello, e consegnati a Niccolò Pico ed agli altri nobili della Mirandola, i quali li condussero al castello del Castellaro della diocesi di Modena, e, in vendetta della morte di Francesco lor padre, quivi nelle prigioni barbaricamente li lasciarono morir di fame. In tal congiuntura si sfogò lo sdegno de' congiurati anche contro molti de' parziali e soldati di Passerino, che non poterono fuggire, e massimamente contra de' suoi crudeli uffiziali. Inestimabili ruberie furono fatte in quella rivoluzion di Stato, e la maggior parte del bottino toccata a Cane dalla Scala fu creduta da alcuni ascendere alla somma di cento mila fiorini d'oro. Questo miserabil fine ebbe Passerino, che pel suo aspro governo di tant'anni si guadagnò da' Mantovani e Modenesi il titolo di tiranno. Venne appresso dal popolo diMantova proclamato lor signore di nomeLuigi da Gonzaga; ma l'esercizio del dominio restò nei suoi valorosi figliuoli, i quali coi lor discendenti renderono poi gloriosa in Italia la famiglia Gonzaga, e continuarono la signoria in Mantova sino al principio del presente secolo decimo ottavo di Cristo, in cui io scrivo. In quest'anno ancoraCarlo duca di Calabria, unico figliuolo diRoberto redi Napoli[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 109.], infermatosi, giunse al fine di sua vita nel dì 9 ovvero 10 di novembre, con dolore inesplicabile del padre e di que' popoli, perchè era buon principe, amatore della giustizia, pio ed amorevole verso tutti. Non lasciò dopo di sè alcun maschio, ma bensì due femmine,Giovannagià nata, eMaria, che nacque dopo la morte del padre daMaria di Valois, sorella diFilippo di Valois, il quale in questo anno, venuta meno la figliuolanza diFilippo il Bello, diventò re di Francia. Col tempo il regno di Napoli ebbe da piagnere maggiormente la perdita di questo principe senza eredi maschi, siccome andremo vedendo. In Firenze fu gran duolo per la sua morte; ma molti ancora internamente se ne rallegrarono, perchè finì il suo dominio in quella città, ed ivi si tornò alla libertà primiera. Erano in questi tempi signori della città di LodiSozzoeJacopo de' Vestarini, ed aveano esaltato di molto un lor famiglio, già mugnaio, uomo fiero, nominato Pietro Tremacoldo, per soprannome il Vecchio, con farlo capo delle lor guardie, e lasciargli in mano le chiavi di una porta della città[Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., cap. 38, tom. 12 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]. Molte scelleraggini e crudeltà commise costui in servigio de' padroni, ma seppe anche guadagnarsi l'amicizia di molti. Perchè Sozzino giovine della casa dei Vestarini gli stuprò una nipote, e, fattane doglianza, ebbe in risposta solamente delle minaccie, talmente s'inviperì, che ne volle far alta vendetta. Però, introdotta una notte in Lodi una gran masnada difanti, mise la terra a rumore, e presi i suddetti due signori, con quattro altri di quella casa (se ne fuggì Sozzino con altri), rinserrolli in uno scrigno, e quivi di fame li lasciò perire. Agl'indagatori de' gabinetti celesti dovette allora sembrar questo un giusto giudizio di Dio; perchè i Vestarini, dacchè aveano imprigionato alcuni, li dimenticavano nelle carceri, e permisero che molti d'essi morissero di fame, ridendo allorchè udivano che i miseri urlavano per non aver che mangiare. Fecesi per forza questo ribaldo vecchio proclamare signor di Lodi, e spedì subito a Guglielmo di Monteforte vicario di Milano, assicurandolo che terrebbe la città a parte ghibellina, e di aver tolto di vita i Vestarini, perchè voleano dar Lodi al legato del papa.Sempre più andava peggiorando lo stato di Padova[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 12, tom. 8 Rer. Italic.]. Niccolò da Carrara, con gli altri fuorusciti, nell'anno precedente avea fatta gran guerra a quella città, maggiore la fece nell'anno presente con venir sino alle porte, e togliere ai Padovani buona parte de' loro raccolti. Entro di Padova Ubertino da Carrara con Tartaro da Lendenara teneva in continua inquietudine i miseri cittadini; nè giustizia si facea, nè modo si trovava da frenar le di lui insolenze.Corrado da Ovestagno, vicario delduca di Carintiain essa città, ad altro non attendeva co' suoi Tedeschi che ad ammassar danaro con ispogliar case e chiese, biasciando intanto de' Pater nostri, e facendo colle spoglie de' Padovani fabbricar chiese e monisteri nel suo paese. Mostrava bensì, secondo la sua politica,Cane dalla Scaladi voler conservare le tregue con Padova, ma sotto mano porgeva aiuto ai fuorusciti, acciocchè facessero quanto di male potessero alla lor patria. Nè per quanti ricorsi fossero fatti al duca di Carintia, al legato del papa e a' marchesi estensi, per ottener aiuto, alcuno volea muovereun dito in lor favore.Marsilio da Carrara, uno de' più accorti uomini del suo tempo, veggendo andar così in malora la città, finalmente si appigliò al partito di fare il proprio negozio, con dar Padova a Cane dalla Scala, ed averne egli solo il merito tutto[Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital. Chron. Patav., tom. 8 Rer. Ital.]. Segretamente adunque spedì Filippo da Peraga a Cane, offerendogli il dominio della città, purchèMastino dalla Scaladi lui nipote sposasseTaddea da Carrara(che Alda è chiamata dal Mussato) figliuola diJacopogià signore di Padova, e Marsilio conseguisse i beni di alcune ricche famiglie fuoruscite e il vicariato della città, ma solamente di nome, dovendovi Cane mettere tutti gli uffiziali, con altri patti vantaggiosi per lui. Altro non cercava che questo Cane, il quale da tanti anni ansava dietro a sì nobile acquisto, e tante guerre avea fatto e tanto danaro speso, senza mai poter ottenere il suo intento. Andò Mastino a Venezia, ed occultamente sposò Taddea da Carrara, che ivi si allevava, e compiè il matrimonio. Ciò fatto, Marsilio, dopo avere introdotto con varii pretesti molte centinaia di contadini armati in Padova, nel dì 3 di settembre, per avere più sciolte le mani e più balia ad eseguire il trattato, fece destramente insinuare al popolo di dare a lui la signoria della città; e ciò fu fatto. Poscia licenziò i Tedeschi, che erano ivi di presidio, soddisfatti delle lor paghe. Finalmente nel maggior consiglio della città spiegò la risoluzione da lui presa di cedere a Cane dalla Scala il dominio di Padova, giacchè altra maniera non v'era di salvarsi in mezzo a tante tempeste[Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital.]. Niuno osò di contraddire; e però, eletto il sindaco, nel dì 7 di settembre lo stesso Marsilio da Carrara con esso e con molti de' principali cittadini cavalcò a Vicenza, e presentò le chiavi della città a Cane, il quale appena si trattenne dal baciare un dono sì caro. Fece la suamagnifica entrata Cane in Padova nel dì 10 del suddetto mese, ricevuto con plauso e benedizioni da quel popolo, oramai convinto che altro rimedio non v'era a' suoi mali, fuorchè questo. La liberalità del novello principe si diffuse sopra i suoi più cari, e massimamente sopra Marsilio da Carrara, alle spese nondimeno de' fuorusciti, appellati ribelli; di modo che Marsilio divenne, di ricco che era, sommamente ricchissimo. Toccò ad essi fuorusciti lo starsene in esilio; e perchè Albertino Mussato, celebre storico, il quale ampiamente racconta questi fatti, osò di rientrare in Padova senza licenza, fu mandato a' confini a Chioggia, dove nell'anno seguente finì di vivere e scrivere. Solennemente ancora fu di nuovo sposata Taddea Carrarese da Mastino dalla Scala.Tornato Cane a Verona, volle solennizzar questa importante conquista con una magnifica festa. Tenne dunque corte bandita in quella città nel dì ultimo di novembre. La Cronica di Verona[Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]dice nell'ultimo d'ottobre. Forse cominciò allora la festa, ed essendo durata un mese, terminò nel fine di novembre. Concordano gli autori in dire[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, lib. 12, tom. 18 Rer. Ital.]che incredibil ne fu la magnificenza per la varietà dei tornei, delle giostre, delle illuminazioni e d'altri pubblici suntuosi solazzi; pel concorso smisurato de' nobili di tutte le circonvicine città, essendovi stati cinque mila cavalli forestieri, ed intervenuti ancheObizzo marchesed'Este signor di Ferrara[Gazata, Chron. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], eLuigi da Gonzagasignore di Mantova; e finalmente per li gran regali fatti dallo Scaligero, che tenne sempre tavola aperta a tutta la nobiltà sì del paese che forestiera. La maggior solennità fu nel giorno in cui egli di sua mano creò cavalieri trentotto nobili delle prime case di Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Mantova, Bergamo, Como, Reggio diLombardia e Vercelli. Simili funzioni in Italia si faceano in que' secoli pieni di guerre, e chiamati da noi barbari, ma che più non si mirano in Italia, tanto ingentilita, per essersi perduta la voglia delle corti bandite, e del giostrare e torneare, dacchè tante armate straniere fan qui dei torneamenti d'altra fatta. Aggiungasi la descrizione che il padre del Gazata, storico reggiano di questi tempi[Gazata, in Praefat. ad ejus Histor., tom. 18 Rer. Ital.], a noi lasciò del nobilissimo genio d'esso Scaligero. Gran copia teneva egli di cortigiani; ed, oltre a ciò, non v'era uomo di qualche grido o per le lettere, o pel mestiere dell'armi, o per singolarità in qualche arte, il quale, sbattuto dalla fortuna o dalle rivoluzioni della patria, sì frequenti in questi tempi, ricorresse a lui, che non fosse ben veduto e provveduto di abitazione e tavola nella sua corte. Venivano essi con tutta proprietà e lautezza serviti, e, secondo le lor professioni, erano distribuiti. Quivi i poeti, lì i filosofi, in altre camere gli artefici, i predicatori e simili. Sopra la porta di quelle camere si mirava qualche pittura che alludeva alla lor professione. Eranvi musici di canto e suono, e buffoni per rallegrar di tanto in tanto le cene ed i pranzi: ben addobbato il palazzo di arazzi e pitture. Talvolta ancora Cane voleva alla sua tavola or questo or quello di que' valenti uomini; ed uno fra gli altri fu Dante Alighieri, celebre poeta, che, bandito da Firenze, provò quanta fosse la generosità di questo principe, degno perciò di maggior vita e di comandare a più popoli. Funesto riuscì quest'anno a Venezia, perchè la morte rapì il loro doge, cioèGiovanni Soranzo[Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.], a cui nel dì 8 di gennaio succedette in quella dignitàFrancesco Dandolo. Nè si dee tacere che, all'entrare di luglio[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 90. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], venendo da Avignone la paga per li soldati del legato di Italia, consistente in sessanta mila fiorinid'oro, e scortata da cento cinquanta cavalieri, usciti fuor d'un agguato i Pavesi, ne presero almeno la metà con assai arnesi, somieri e prigioni. Ed ecco dove andavano le decime raccolte pel papa dall'aggravato clero. Anche negli anni addietroJacopo red'Aragona occupò da ducento mila fiorini d'oro, che gli uffiziali dipapa Giovanni XXIIaveano ricavato dagli ecclesiastici del suo regno, e se ne servì per torre la Sardegna ai Genovesi. Furono in quest'anno ancora novità in Reggio di Lombardia e in Parma. Nel mese di giugno Guiduccio e Giovanni de' Manfredi, e Giovanni Riccio da Fogliano, nobili reggiani[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], uccisero Angelo da San Lupidio governatore di quella città per la Chiesa, ed uomo di molta pietà ornato, e poi se ne andarono alle lor castella. Era anche in Parma[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 95.]governatore pontificio Passerino dalla Torre; ma perchè con imposte ed altri aggravii opprimeva quel popolo,Marsilio de' RossiedAzzo da Correggio, nobili di quella città, nel dì primo di agosto scacciarono lui e il presidio papalino, e si fecero padroni di Parma. Nel dì seguente unitisi coi Fogliani e Manfredi suddetti, entrarono parimente in Reggio, e posero in fuga Arnaldo Vachera nuovo governatore inviatovi dal legato: con che amendue queste città tornarono a parte ghibellina, e que' nobili fecero lega con Cane dalla Scala, e con gli altri di sua fazione: avvenimento che atterrì forte il partito de' Guelfi. Ma ilcardinal Beltrandolegato tanto fece in Romagna[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 94. Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], cheAlberghettino de' Manfredisignor di Faenza s'accordò con lui, parendo nondimeno che esso Alberghettino non gli lasciasse mettere il piede in quella città. In quest'anno un orribil tremuoto, oltre ad altri luoghi, sì fieramente conquassò la città di Norcia, che vi perirono da quattro mila persone.

Strepitosi avvenimenti e grandi mutazioni furono in quest'anno in Italia[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 47 e 53.]. Nel dì due di gennaio pervenneLodovico il Bavaroa Viterbo, dove daSilvestro dei Gatti, che dominava in quella città, fu accolto a grande onore. Costui, per ricompensa, sotto varii pretesti fu poi da lì a qualche tempo fatto prendere dal Bavaro, e martoriato per sapere dov'era il suo tesoro; sicchè perdè trentamila fiorini e la signoria di Viterbo. A quella città nello stesso tempo arrivòCastrucciocon trecento cavalieri de' suoi migliori, e mille balestrieri. Non erano ben d'accordo i Romani intorno all'accettare il Bavaro, e gli spedirono ambasciatori a Viterbo per patteggiar seco. Ma segretamente animato egli da Sciarra dalla Colonna, e da altri di parte ghibellina, trattenendo in ciance gli ambasciatori, diede la marcia all'esercito, e nel dì 7 del medesimo mese giunse alla città Leonina, e smontò al palagio di San Pietro, e vi dimorò quattro giorni. Entrò poscia in Roma, e, salito in Campidoglio, fece fare un'aringa al popolo romano con una sparata di ringraziamenti, di lodi e di promesse di esaltar Roma alle stelle. Piacquero tanto queste melate parole ai Romani, che il dichiararono senatore e capitano di Roma perun anno. Poscia nel dì 17 d'esso mese, giorno di domenica (e non già in altro dì), si fece con somma solennità e magnificenza la coronazion di Lodovico in San Pietro, non già per le mani del romano pontefice, o de' suoi delegati, come conveniva, ma per quello diJacopo Albertivescovo di Venezia, e diGherardo vescovod'Aleria, anch'esso scomunicato. Perchè alla funzione mancava il conte del sacro palazzo, secondo il vecchio rituale, Lodovico, dopo aver fatto cavaliere di sua manoCastruccio ducadi Lucca, conferì a lui questa dignità. Fu coronata eziandioMargheritasua moglie; e in tal congiuntura il novello preteso imperadore pubblicò tre decreti, uno per la conservazione della fede cattolica, uno per la riverenza dovuta agli ecclesiastici, ed uno per la difesa delle vedove e dei pupili: con che si fece non poco onore presso i Romani. Creò ancora senatore e suo vicario in Roma Castruccio, il quale portò in quelle funzioni una veste di seta cremesi con queste parole ricamate d'oro dinanzi al petto:È quello che Dio vuole. E nel di dietro quest'altre:Sarà quello che Dio vorrà. Continuò il Bavaro la sua dimora in Roma, e nel dì 14 d'aprile pubblicò varie leggi contra chi fosse trovato in eresia, o in reato di lesa maestà contra dell'imperadore. Poscia nel dì 18 d'esso mese nella piazza di San Pietro tenne un gran parlamento[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 71. Raynald., Annal. Eccl. Baluz., Vit. Pap.], dove fece citare, se alcuno v'era che prendesse a difendere prete Jacopo da Caorsa, il quale si faceva chiamarepapa Giovanni XXII. Niuno rispose. Saltò su bensì il sindaco di quella parte del clero di Roma, che antepose lo amore dell'oro a quello della religione, e pregò Lodovico di procedere contra il detto Jacopo di Caorsa. Si sfoderarono dunque varii articoli di pretesa eresia e di lesa maestà d'esso pontefice, pretendendo ch'esso avesse anche bandita la croce contro ai Romani: per le quali cagioni ilBavaro dichiarò decaduto papa Giovanni dal pontificato, e reo di eresia e lesa maestà, con varie pene ch'io tralascio. Nel dì 23 d'aprile col consenso del popolo romano fu pubblicata una legge, che ogni papa in avvenire dovesse tener la sua sedia in Roma, e non istarne absente che tre mesi l'anno: altrimenti s'intendesse casso dal papato. Finalmente nel dì 12 di maggio, nella piazza di San Pietro, Lodovico colla corona in capo propose al numeroso popolo di Roma di fare un nuovo papa. Fu proposto fra Pietro da Corvara, nativo d'Abbruzzo, dell'ordine de' Minori, grande ipocrita; e il popolo, perchè la maggior parte odiava papa Giovanni per la sua permanenza di là dai monti, l'accettò. Costui prese il nome diNiccolò quinto; fece anche prima della consecrazione la promozion di sette falsi cardinali, e nel dì 22 di maggio fu consecrato vescovo da uno di essi, con prendere dipoi la corona dalle mani del medesimo Lodovico, il quale di nuovo si fece coronar imperadore da questo suo idolo.

Tante bestialità di Lodovico il Bavaro in arrogarsi l'autorità di deporre un papa, legittimo papa, nè giammai caduto in eresia, come egli pretese, e di eleggerne un altro contro i riti e canoni della Chiesa cattolica[Albert. Mussatus, in Lud. Bavar. Bernard. Guid. Cont. Ptolom. Lucens.], stomacarono forte allora chiunque portava buona coscienza e lume di ragione; e solamente piacquero a molti eretici e scismatici tanto religiosi che secolari, de' quali era piena la corte d'esso Bavaro, e coi consigli de' quali soli egli si regolava. Mostruosità ed empietà enorme non ha bisogno di essere maggiormente dichiarata e detestata. Questa poi fu quella che finì di dare il tracollo agl'interessi di lui in Italia. Ma qui convien interrompere il corso delle azioni di Lodovico per venire in Toscana. MentreCastrucciose ne stava in Roma, facendola da grande in quella corte e città, e molto prima dell'empiatragedia che abbiamo riferito[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 57. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.], Filippo da Sanguineto, vicario del duca di Calabria in Firenze, cominciò a tessere certo trattato per torgli la città di Pistoia. Fatti i preparamenti, la mattina innanzi giorno del dì 28 di gennaio si presentò egli alle fosse di quella città, con ponti, scale ed altri edifizii, due mila fanti e settecento cavalli. Data alle mura la scalata, v'entrò, e dopo lunga battaglia colla guarnigion di Castruccio, s'impadronì della terra, con fuggirsene Arrigo e Valerano, figliuoli del medesimo Castruccio, e i lor soldati a Serravalle. La misera città andò tutta a sacco, e durò ben dieci giorni la crudel ruberia: il che trattenne que' soldati dal far altre conquiste nel territorio. Per mare e per terra fu spedito a Castruccio il funesto avviso di questa perdita. Egli, dopo tre dì, avutolo, si congedò ben tosto dal Bavaro, ed immediatamente nel primo giorno di febbraio s'avviò alla volta di Pisa colla sua gente. Lasciata poi questa in cammino, marciò egli innanzi colla maggior sollecitudine possibile, ed arrivò a Pisa con soli dodici cavalli nel dì 9 del mese suddetto. Da lì a qualche giorno vi giunse anche la sua milizia. Prese egli nel mese d'aprile al tutto la signoria di essa città di Pisa, ed impose colte e gabelle per fornirsi di danaro, risoluto di riacquistare Pistoia, e ciò senza riguardo alcuno al Bavaro, che ne era padrone, e al conte d'Ottinghe inviato colà per governar la città. Si volle egli rifare, perchè dava la colpa al Bavaro della perdita di Pistoia, per averlo forzato ad andar seco a Roma. Poscia nel dì 15 di maggio col popolo di Lucca e di Pisa cinse d'assedio essa città di Pistoia[Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.]. Per sua buona ventura era innanzi nata gara tra i Fiorentini e Filippo da Sanguineto, a chi dovesse toccar la spesa di provvedere Pistoia, città fornita di viveri appena per due mesi. Nè l'un nè gli altri volendo cedere, ed informatoCastruccio di questo litigio e dello stato di Pistoia, tanto più s'animò ad assediarla. Di grandi battifolli, steccati e fosse fece egli fare all'intorno, acciocchè niuno potesse recarle soccorso, e cominciò a tormentar la città colle macchine e con frequenti assalti. In questo mentre anche i Fiorentini fecero un gagliardo apparecchio di gente, colla giunta d'altra che lor venne dalcardinal Beltrandolegato, da Bologna, Siena, Volterra ed altre terre. Con queste forze, superiori di molto a quelle di Castruccio, almeno nella cavalleria, l'esercito fiorentino nel dì 20 di luglio andò a postarsi in faccia dei trinceramenti di Castruccio sotto Pistoia. Mostrò ben egli di voler battaglia; ma siccome cauto capitano si tenne forte nel suo campo; e maggiormente afforzandolo con forti ripari, lasciò che i Fiorentini, non veggendo maniera di snidarlo di là colla forza, marciassero verso Pisa, credendosi eglino che Castruccio si moverebbe per timore di perdere quella città. Nulla si mosse egli; un terribil sacco fu dato al territorio pisano sino alle porte; e intanto Simone dalla Tosa capitano di Pistoia, perduta la speranza del soccorso per l'allontanamento de' suoi, e perchè gli era oramai fallita la vettovaglia, nel dì 3 d'agosto (salve le persone col loro equipaggio) rendè a Castruccio quella città con grande vergogna e rabbia de' Fiorentini, i quali, udita la perdita di Pistoia, si ritirarono tosto a casa. V'ha chi scrive, aver Castruccio, dappoichè esso ottenne Pistoia, preso Prato, e dato verso Fucecchio una rotta all'armata fiorentina; ma di ciò non parlando le più vecchie storie, passerò a dire che egli, per paura del Bavaro, cominciò una tela co' Fiorentini e col papa; ma per tante fatiche ed affanni cadde da lì a non molti giorni infermo in Lucca; e, chiamati i suoi tre figliuoliArrigo,GiovannieValerano, lasciò gli Stati al maggior di età, ordinando loro e ai consiglieri di ben fornire le città di Pisa, Lucca e Pistoia, e di stare uniti insieme.Poscia nel dì 3 di settembre nel colmo di sua grandezza e fortuna, in età di soli quarantasette anni, diede fine alla sua vita colla temporal gloria d'essere stato il più accorto, prode e belicoso principe de' suoi tempi e tale, che, se la morte non gli troncava il volo, pericolo v'era che Firenze e la Toscana tutta soccombessero alla di lui somma sagacità e bravura. Leggesi la di lui vita scritta da Niccolò Tegrimi nobile lucchese[Tegrim., Vita Castruccii, tom. 11 Rer. Ital.], dove i suoi costumi e le sue massime si trovano pienamente descritte. I suoi figliuoli corsero Lucca, Pistoia e Pisa, e se n'impossessarono, con aver tenuta celata sette giorni la di lui morte: per la quale non si può esprimer quanta festa e tripudio si facesse in Firenze. Pareva a quel popolo di essere rinato.

Non avea cessato Castruccio, dacchè il Bavaro giunse a Lucca e Pisa[Bonincontr. Morigia, Chronic. Mod., cap. 37, tom. 12 Rer. Ital.], di far tutti i più premurosi uffizii appresso di lui per ottenere la libertà aGaleazzo Visconte, e ai di lui fratelli e figliuoli. Lo stessoMarcoVisconte, autor principale della lor rovina, che avea seguitato il Bavaro in Toscana, conoscendo l'eccessivo error commesso in danno della propria casa, e pentito del fallo, tuttodì si raccomandava per questo a Castruccio. Stette duro il Bavaro. Appresso in Roma tanto esso Castruccio, quanto altri principi ghibellini interposero la loro intercessione per la liberazion loro, e alle preghiere succederono le minaccie di abbandonarlo, se non concedeva loro tal grazia. Finalmente si lasciò vincere il Bavaro, e l'ordine andò che fossero rimessi in libertà. Scrive il Villani[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 31.]che Lodovico condannòLuchinoedAzzoa pagare venticinque mila fiorini d'oro, e che ne pagarono sedici mila. Comunque sia, ci assicura Buonincontro che li rimise in sua grazia, comandando che venissero in Toscana. Nel dì 25 di marzo furonoliberati dalle carceri di Monza; quel popolo segretamente diede loro molti regali; ed essi andarono a Lucca a trovar Castruccio, il quale teneramente abbracciò Galeazzo, ed il creò suo generale all'assedio di Pistoia. Quivi per li crepacuori passati e per le fatiche presenti, gravemente s'infermò Galeazzo; e portato per ordine di Castruccio a Pescia, nel mese d'agosto, prima della resa di Pistoia, in età di cinquantun anni meschinamente morì, lasciando un grande esempio della volubilità delle grandezze terrene. Torniamo ora al Bavaro, i cui disegni in Roma erano di assalire il regno di Napoli; ma l'essersi partito da lui Castruccio con sue genti, e il non comparir mai, secondo il concerto, la flotta diFederigo redi Sicilia, che s'era collegato con lui ai danni delre Roberto, arenò tutta l'impresa. Fece bensì unito coi Romani a lui qualche guerra, ma di poco momento, perchè troppo penuriava di moneta, e vi era discordia nell'esercito suo. All'incontro, il re Roberto[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 96.]prese Ostia, Anagni ed altri luoghi. Per questi ed altri motivi il Bavaro, non veggendosi più sicuro in Roma, se ne partì col suo antipapa nel dì 4 d'agosto, con fargli le fischiate dietro quel popolo romano che dianzi tanta festa avea mostrato per lui, e venne a Viterbo. Nel dì seguente entrarono in Roma Bertoldo Orsino e Stefano dalla Colonna, prendendone possesso a nome dipapa Giovanni, e colà ancora successivamente arrivarono il cardinal legato ed ottocento cavalieri del re Roberto, con esserne fuggiti Sciarra dalla Colonna, che da lì a non molto mancò di vita, Jacopo Savello e gli altri Ghibellini. Venuto il Bavaro a Todi, dalla qual città cavò quattordici mila fiorini, pensava di passare a dirittura ad Arezzo, istigato dai Ghibellini di marciare addosso a Firenze, quando gli giunse nuova chedon Pietro, figliuolo di Federigo re di Sicilia, con una potente flotta andava in traccia di lui, e desiderava di seco abboccarsia Corneto. Andò colà, e dopo molti contrasti e rimproveri, per essere egli tardato tanto a venire, si trattò di nuovo di far guerra al re Roberto. Ma troppo era in collera Lodovico, perchè Castruccio gli avea tolta Pisa, e però volle prima portarsi colà. Nel viaggio colla sua gente e co' Siciliani prese Grosseto; e, giuntagli colà la nuova della morte di Castruccio, affrettò i passi, e nel dì 21 di settembre arrivò a Pisa, ricevuto con somma allegrezza da quel popolo. Se ne fuggirono a Lucca i figliuoli di Castruccio, conoscendo d'essere troppo in odio ai Pisani. L'armata siciliana in tornando a casa, assalita da una fiera tempesta, colla perdita di quindici galee e con altri danni, arrivò molto sconciata e scemata in Sicilia. Andò poscia il Bavaro a Lucca ad istanza di quei cittadini, e tolse la signoria di quella città ai suddetti figliuoli di Castruccio con giubilo di quel popolo. Ma finì presto la lor festa, perchè il Bavaro impose loro una colta di cento cinquanta mila fiorini d'oro; stoccata che arrivò loro al cuore. Parimente per danari riconfermò il dominio di quella città agli stessi figliuoli di Castruccio. Anche l'allegrezza dei Pisani si convertì ben tosto in lutto, avendo essi dovuto pagare altri cento mila fiorini d'oro. Questi erano i benefizii, co' quali Lodovico il Bavaro si rendeva amabile ai popoli di Italia. Pure, con tutti questi fieri salassi alle borse altrui, non correano le paghe ai suoi soldati, e, per tal motivo, fatta congiura, ottocento dei suoi migliori cavalieri tedeschi nel dì 29 d'ottobre disertarono da Pisa, e corsero a Lucca per impadronirsene; ma, trovate le porte chiuse per avviso precorso della lor venuta, diedero il sacco ai borghi di quella città, e poi ridottisi sul Ceruglio nella montagna di Vivinaia, quivi si fortificarono, con vivere da lì innanzi di rapine e di tributi di tutti i contorni. E perciocchè il Bavaro, non avendo attenuta la promessa di pagar loro sessanta mila fiorini, inviò ad essi Marco Visconte pertrattar di concordia, il ritennero prigione: dal che poi nacquero altre novità che andremo vedendo.

Già di sopra accennammo cheCane dalla Scala, tuttochè ghibellino, andò poco d'accordo coi Visconti. Era anche disgustato diPasserino de' Bonacossisignor di Mantova. Perciò diede mano e braccio ad una congiura formata contra di lui[Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.]dai figliuoli diLuigi da Gonzaga, cioèGuido,FilippinoeFeltrino, nobili antichi di Mantova, che si truovano registrati vassalli della contessa Matilda. Ebbero essi dallo Scaligero e da Guglielmo di Castelbarco ottocento fanti e trecento cavalli, co' quali inaspettatamente entrati in Mantova la mattina del dì 16 d'agosto, correndo quivi la festa di san Leonardo, s'impadronirono della piazza. Il Platina scrive[Platina, Hist. Mantuan., lib. 2, tom. 20 Rer. Italic.]ciò succeduto nel dì 17 di luglio. Accorso Passerino, vi restò trucidato[Moran., Chron. Mutin., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Furono presi Francesco e l'abbate di Sant'Andrea suoi figliuoli, e Guido e Pinamonte figliuoli di Botirone già suo fratello, e consegnati a Niccolò Pico ed agli altri nobili della Mirandola, i quali li condussero al castello del Castellaro della diocesi di Modena, e, in vendetta della morte di Francesco lor padre, quivi nelle prigioni barbaricamente li lasciarono morir di fame. In tal congiuntura si sfogò lo sdegno de' congiurati anche contro molti de' parziali e soldati di Passerino, che non poterono fuggire, e massimamente contra de' suoi crudeli uffiziali. Inestimabili ruberie furono fatte in quella rivoluzion di Stato, e la maggior parte del bottino toccata a Cane dalla Scala fu creduta da alcuni ascendere alla somma di cento mila fiorini d'oro. Questo miserabil fine ebbe Passerino, che pel suo aspro governo di tant'anni si guadagnò da' Mantovani e Modenesi il titolo di tiranno. Venne appresso dal popolo diMantova proclamato lor signore di nomeLuigi da Gonzaga; ma l'esercizio del dominio restò nei suoi valorosi figliuoli, i quali coi lor discendenti renderono poi gloriosa in Italia la famiglia Gonzaga, e continuarono la signoria in Mantova sino al principio del presente secolo decimo ottavo di Cristo, in cui io scrivo. In quest'anno ancoraCarlo duca di Calabria, unico figliuolo diRoberto redi Napoli[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 109.], infermatosi, giunse al fine di sua vita nel dì 9 ovvero 10 di novembre, con dolore inesplicabile del padre e di que' popoli, perchè era buon principe, amatore della giustizia, pio ed amorevole verso tutti. Non lasciò dopo di sè alcun maschio, ma bensì due femmine,Giovannagià nata, eMaria, che nacque dopo la morte del padre daMaria di Valois, sorella diFilippo di Valois, il quale in questo anno, venuta meno la figliuolanza diFilippo il Bello, diventò re di Francia. Col tempo il regno di Napoli ebbe da piagnere maggiormente la perdita di questo principe senza eredi maschi, siccome andremo vedendo. In Firenze fu gran duolo per la sua morte; ma molti ancora internamente se ne rallegrarono, perchè finì il suo dominio in quella città, ed ivi si tornò alla libertà primiera. Erano in questi tempi signori della città di LodiSozzoeJacopo de' Vestarini, ed aveano esaltato di molto un lor famiglio, già mugnaio, uomo fiero, nominato Pietro Tremacoldo, per soprannome il Vecchio, con farlo capo delle lor guardie, e lasciargli in mano le chiavi di una porta della città[Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., cap. 38, tom. 12 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]. Molte scelleraggini e crudeltà commise costui in servigio de' padroni, ma seppe anche guadagnarsi l'amicizia di molti. Perchè Sozzino giovine della casa dei Vestarini gli stuprò una nipote, e, fattane doglianza, ebbe in risposta solamente delle minaccie, talmente s'inviperì, che ne volle far alta vendetta. Però, introdotta una notte in Lodi una gran masnada difanti, mise la terra a rumore, e presi i suddetti due signori, con quattro altri di quella casa (se ne fuggì Sozzino con altri), rinserrolli in uno scrigno, e quivi di fame li lasciò perire. Agl'indagatori de' gabinetti celesti dovette allora sembrar questo un giusto giudizio di Dio; perchè i Vestarini, dacchè aveano imprigionato alcuni, li dimenticavano nelle carceri, e permisero che molti d'essi morissero di fame, ridendo allorchè udivano che i miseri urlavano per non aver che mangiare. Fecesi per forza questo ribaldo vecchio proclamare signor di Lodi, e spedì subito a Guglielmo di Monteforte vicario di Milano, assicurandolo che terrebbe la città a parte ghibellina, e di aver tolto di vita i Vestarini, perchè voleano dar Lodi al legato del papa.

Sempre più andava peggiorando lo stato di Padova[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, de Gest. Ital., lib. 12, tom. 8 Rer. Italic.]. Niccolò da Carrara, con gli altri fuorusciti, nell'anno precedente avea fatta gran guerra a quella città, maggiore la fece nell'anno presente con venir sino alle porte, e togliere ai Padovani buona parte de' loro raccolti. Entro di Padova Ubertino da Carrara con Tartaro da Lendenara teneva in continua inquietudine i miseri cittadini; nè giustizia si facea, nè modo si trovava da frenar le di lui insolenze.Corrado da Ovestagno, vicario delduca di Carintiain essa città, ad altro non attendeva co' suoi Tedeschi che ad ammassar danaro con ispogliar case e chiese, biasciando intanto de' Pater nostri, e facendo colle spoglie de' Padovani fabbricar chiese e monisteri nel suo paese. Mostrava bensì, secondo la sua politica,Cane dalla Scaladi voler conservare le tregue con Padova, ma sotto mano porgeva aiuto ai fuorusciti, acciocchè facessero quanto di male potessero alla lor patria. Nè per quanti ricorsi fossero fatti al duca di Carintia, al legato del papa e a' marchesi estensi, per ottener aiuto, alcuno volea muovereun dito in lor favore.Marsilio da Carrara, uno de' più accorti uomini del suo tempo, veggendo andar così in malora la città, finalmente si appigliò al partito di fare il proprio negozio, con dar Padova a Cane dalla Scala, ed averne egli solo il merito tutto[Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital. Chron. Patav., tom. 8 Rer. Ital.]. Segretamente adunque spedì Filippo da Peraga a Cane, offerendogli il dominio della città, purchèMastino dalla Scaladi lui nipote sposasseTaddea da Carrara(che Alda è chiamata dal Mussato) figliuola diJacopogià signore di Padova, e Marsilio conseguisse i beni di alcune ricche famiglie fuoruscite e il vicariato della città, ma solamente di nome, dovendovi Cane mettere tutti gli uffiziali, con altri patti vantaggiosi per lui. Altro non cercava che questo Cane, il quale da tanti anni ansava dietro a sì nobile acquisto, e tante guerre avea fatto e tanto danaro speso, senza mai poter ottenere il suo intento. Andò Mastino a Venezia, ed occultamente sposò Taddea da Carrara, che ivi si allevava, e compiè il matrimonio. Ciò fatto, Marsilio, dopo avere introdotto con varii pretesti molte centinaia di contadini armati in Padova, nel dì 3 di settembre, per avere più sciolte le mani e più balia ad eseguire il trattato, fece destramente insinuare al popolo di dare a lui la signoria della città; e ciò fu fatto. Poscia licenziò i Tedeschi, che erano ivi di presidio, soddisfatti delle lor paghe. Finalmente nel maggior consiglio della città spiegò la risoluzione da lui presa di cedere a Cane dalla Scala il dominio di Padova, giacchè altra maniera non v'era di salvarsi in mezzo a tante tempeste[Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital.]. Niuno osò di contraddire; e però, eletto il sindaco, nel dì 7 di settembre lo stesso Marsilio da Carrara con esso e con molti de' principali cittadini cavalcò a Vicenza, e presentò le chiavi della città a Cane, il quale appena si trattenne dal baciare un dono sì caro. Fece la suamagnifica entrata Cane in Padova nel dì 10 del suddetto mese, ricevuto con plauso e benedizioni da quel popolo, oramai convinto che altro rimedio non v'era a' suoi mali, fuorchè questo. La liberalità del novello principe si diffuse sopra i suoi più cari, e massimamente sopra Marsilio da Carrara, alle spese nondimeno de' fuorusciti, appellati ribelli; di modo che Marsilio divenne, di ricco che era, sommamente ricchissimo. Toccò ad essi fuorusciti lo starsene in esilio; e perchè Albertino Mussato, celebre storico, il quale ampiamente racconta questi fatti, osò di rientrare in Padova senza licenza, fu mandato a' confini a Chioggia, dove nell'anno seguente finì di vivere e scrivere. Solennemente ancora fu di nuovo sposata Taddea Carrarese da Mastino dalla Scala.

Tornato Cane a Verona, volle solennizzar questa importante conquista con una magnifica festa. Tenne dunque corte bandita in quella città nel dì ultimo di novembre. La Cronica di Verona[Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]dice nell'ultimo d'ottobre. Forse cominciò allora la festa, ed essendo durata un mese, terminò nel fine di novembre. Concordano gli autori in dire[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, lib. 12, tom. 18 Rer. Ital.]che incredibil ne fu la magnificenza per la varietà dei tornei, delle giostre, delle illuminazioni e d'altri pubblici suntuosi solazzi; pel concorso smisurato de' nobili di tutte le circonvicine città, essendovi stati cinque mila cavalli forestieri, ed intervenuti ancheObizzo marchesed'Este signor di Ferrara[Gazata, Chron. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], eLuigi da Gonzagasignore di Mantova; e finalmente per li gran regali fatti dallo Scaligero, che tenne sempre tavola aperta a tutta la nobiltà sì del paese che forestiera. La maggior solennità fu nel giorno in cui egli di sua mano creò cavalieri trentotto nobili delle prime case di Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Mantova, Bergamo, Como, Reggio diLombardia e Vercelli. Simili funzioni in Italia si faceano in que' secoli pieni di guerre, e chiamati da noi barbari, ma che più non si mirano in Italia, tanto ingentilita, per essersi perduta la voglia delle corti bandite, e del giostrare e torneare, dacchè tante armate straniere fan qui dei torneamenti d'altra fatta. Aggiungasi la descrizione che il padre del Gazata, storico reggiano di questi tempi[Gazata, in Praefat. ad ejus Histor., tom. 18 Rer. Ital.], a noi lasciò del nobilissimo genio d'esso Scaligero. Gran copia teneva egli di cortigiani; ed, oltre a ciò, non v'era uomo di qualche grido o per le lettere, o pel mestiere dell'armi, o per singolarità in qualche arte, il quale, sbattuto dalla fortuna o dalle rivoluzioni della patria, sì frequenti in questi tempi, ricorresse a lui, che non fosse ben veduto e provveduto di abitazione e tavola nella sua corte. Venivano essi con tutta proprietà e lautezza serviti, e, secondo le lor professioni, erano distribuiti. Quivi i poeti, lì i filosofi, in altre camere gli artefici, i predicatori e simili. Sopra la porta di quelle camere si mirava qualche pittura che alludeva alla lor professione. Eranvi musici di canto e suono, e buffoni per rallegrar di tanto in tanto le cene ed i pranzi: ben addobbato il palazzo di arazzi e pitture. Talvolta ancora Cane voleva alla sua tavola or questo or quello di que' valenti uomini; ed uno fra gli altri fu Dante Alighieri, celebre poeta, che, bandito da Firenze, provò quanta fosse la generosità di questo principe, degno perciò di maggior vita e di comandare a più popoli. Funesto riuscì quest'anno a Venezia, perchè la morte rapì il loro doge, cioèGiovanni Soranzo[Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.], a cui nel dì 8 di gennaio succedette in quella dignitàFrancesco Dandolo. Nè si dee tacere che, all'entrare di luglio[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 90. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], venendo da Avignone la paga per li soldati del legato di Italia, consistente in sessanta mila fiorinid'oro, e scortata da cento cinquanta cavalieri, usciti fuor d'un agguato i Pavesi, ne presero almeno la metà con assai arnesi, somieri e prigioni. Ed ecco dove andavano le decime raccolte pel papa dall'aggravato clero. Anche negli anni addietroJacopo red'Aragona occupò da ducento mila fiorini d'oro, che gli uffiziali dipapa Giovanni XXIIaveano ricavato dagli ecclesiastici del suo regno, e se ne servì per torre la Sardegna ai Genovesi. Furono in quest'anno ancora novità in Reggio di Lombardia e in Parma. Nel mese di giugno Guiduccio e Giovanni de' Manfredi, e Giovanni Riccio da Fogliano, nobili reggiani[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], uccisero Angelo da San Lupidio governatore di quella città per la Chiesa, ed uomo di molta pietà ornato, e poi se ne andarono alle lor castella. Era anche in Parma[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 95.]governatore pontificio Passerino dalla Torre; ma perchè con imposte ed altri aggravii opprimeva quel popolo,Marsilio de' RossiedAzzo da Correggio, nobili di quella città, nel dì primo di agosto scacciarono lui e il presidio papalino, e si fecero padroni di Parma. Nel dì seguente unitisi coi Fogliani e Manfredi suddetti, entrarono parimente in Reggio, e posero in fuga Arnaldo Vachera nuovo governatore inviatovi dal legato: con che amendue queste città tornarono a parte ghibellina, e que' nobili fecero lega con Cane dalla Scala, e con gli altri di sua fazione: avvenimento che atterrì forte il partito de' Guelfi. Ma ilcardinal Beltrandolegato tanto fece in Romagna[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 94. Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], cheAlberghettino de' Manfredisignor di Faenza s'accordò con lui, parendo nondimeno che esso Alberghettino non gli lasciasse mettere il piede in quella città. In quest'anno un orribil tremuoto, oltre ad altri luoghi, sì fieramente conquassò la città di Norcia, che vi perirono da quattro mila persone.


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