MCCCXXX

MCCCXXXAnno diCristomcccxxx. IndizioneXIII.Giovanni XXIIpapa 15.Imperio vacante.Maggiormente risorse in quest'anno in Italia l'autorità dipapa Giovanni, dacchè, tornatoLodovico il Bavaroin Germania, non v'era apparenza che gli tornasse voglia di rivedere l'Italia, dacchè colle passate azioni e colle sue infedeltà ed estorsioni avea troppo alienato da sè gli animi degl'Italiani. L'antipapa, siccome abbiam detto, andò a far penitenza de' suoi reati nella prigione avignonese. I marchesi estensi signori di Ferrara già s'erano riconciliati col pontefice. I Romani anch'essi ravveduti, con averglispediti ambasciatori, gli prestarono la dovuta ubbidienza. I Pisani, pel servigio a lui prestato di dargli nelle mani il desiderato antipapa, ottennero quel che vollero da lui.Azzo Viscontesignor di Milano, eLuchinoeGiovannisuoi zii nell'anno addietro aveano fatto negozio con esso papa per guadagnar la sua grazia, con aver inviati ambasciatori e chiesto perdono, ed aver Giovanni deposta la porpora cardinalizia ricevuta dall'antipapa, ed abiurata la sua amicizia[Gualvaneus Flamma, Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.]. Ma pare che solamente nel febbraio di quest'anno, oppure più tardi, si desse compimento al loro trattato, giacchè gran merito s'era fatto esso Azzo col rivoltarsi contra del Bavaro. Fu perciò pienamente tolto l'interdetto a Milano, e Giovanni fu da lì a qualche tempo creato vescovo di Novara. Perciò la Dio mercè in Italia cessò lo scisma, e dappertutto Giovanni XXII era riconosciuto per vero e legittimo papa. Lo stesso Bavaro anch'egli si studiò di placarlo, con avere interposti alla corte pontificia i buoni ufizii diGiovanni redi Boemia, diBaldovino arcivescovodi Treveri e diOttone ducad'Austria[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Esibiva egli di abolire tutti gli atti passati, di confessarsi reo, di riceverne la penitenza, purchè se gli conservasse l'imperio. Oh quest'ultimo non piaceva al papa, e perciò tutto il resto fu sprezzato, e continuossi a tenerlo per iscomunicato ed eretico. Ma con tutta questa depressione del Bavaro, ed esaltazione di papa Giovanni, non cessavano già in Italia le pestilenti dissensioni de' Guelfi e Ghibellini; e chiunque avea forza, cercava di stendere le fimbrie del suo dominio. Continuò dunque la guerra anche nell'anno presente, ma con pochi considerabili avvenimenti. Il cardinal legatoBeltrando dal Poggettoinviò le sue genti a' danni dei Reggiani[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], le quali bruciarono molto di quel paese, con ridursi poi a Rubbiera. Ebbero i capitanid'essa armata un trattato, per cui a tradimento dovea essere loro data la terra di Formigine. Vennero essi perciò a quella volta nel dì 24 d'aprile con secento cavalli e quattrocento fanti[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 154.]; ma avutone sentorGuidoeManfredi de' Piisignori di Modena, arrivarono a tempo colle milizie per disturbar le faccende degli avversarii. Rimasero chiusi i papalini in un prato, circondato da fossi e paludi, di modo che, senza poter fare buona battaglia, nè fuggire, vi rimasero quasi tutti morti o prigionieri. Fra gli ultimi si contarono Beltramone e Raimondo del Balzo, e un fratello bastardo del re Roberto. Il primo era maresciallo dell'armata pontificia. Furono essi condotti prigioni a Modena[Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], poi comperati per sei mila fiorini d'oro dai Rossi signori di Parma; e, per attestato di Matteo Griffone[Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.], servirono poi a liberar col cambio dalle carceri di BolognaOrlando RossoedAzzo Manfredi, iniquamente detenuti. Per questa perdita sbigottì molto il cardinal legato.Ma giacchè abbiam parlato di Modena, convien ora aggiugnere, che continuando le innumerabili ruberie dei Tedeschi posti di guarnigione in questa città, con essere ridotti i cittadini a nulla avere che fosse suo, perchè quella bestial gente adoperava la mannaia (chiamata da essi la chiave dell'imperadore) per entrare dappertutto e prendere tutto, era ridotto il popolo alla disperazione, e gli pareva d'essere nel profondo dell'inferno. Trovò Manfredi de' Pii riparo a tanti guai, con fare che Marsilio de' Rossi vicario generale del Bavaro venisse in persona a Modena, e seco menasse via secento di questi manigoldi. Ce ne restarono trecento, i quali dipoi, il meglio che potè, tenne in freno la prudenza di Manfredi. Fece il legato capitan generaledella sua armataMalatestasignore di Rimini, e nel dì 18 di giugno l'inviò a dare il guasto a Spilamberto. Dopo avere ricevuto soccorso di gente da Reggio e da Parma, andò la milizia di Modena[Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.]nel dì 24 a Piumazzo con pensiero di dar battaglia; ma i nemici si ritirarono, e recarono poi altri danni al Modenese, con venir anche alle lor mani la terra di Formigine. Compiè in questo anno il suddetto cardinal Beltrando l'inespugnabil castello, da lui fabbricato in Bologna, con molte torri, alte mura ed immense fortificazioni[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], e andò per la prima volta ad abitarvi. Dava egli ad intendere ai buoni Bolognesi che non avea quella fabbrica da servire per lui, ma bensì al papa, che era risoluto di venire in Italia, e di mettere la sua residenza in quella città: cosa che produrrebbe inesplicabil vantaggio ai cittadini, e farebbe correre fiumi d'oro e d'argento per le loro strade. La verità era, ch'egli solamente intendeva di assicurar sè stesso, e di mettere i ceppi a quella potente città. Si prevalsero di queste congiunture i marchesi estensi, divenuti amici del pontefice e del legato, per occupare ai Modenesi la terra del Finale nel dì 27 di luglio. Nel mese d'ottobre cavalcò il maresciallo della Chiesa colle sue genti sul Modenese, e prese le mercatanzie che venivano da Mantova a Modena. Ciò riferito a Modena, uscì armato il popolo, e mise il nemico in rotta, con ricuperar tutto, e condurlo trionfalmente in città. Sul principio di giugno riuscì ai Parmigiani di togliere al legato Borgo S. Donnino[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 158 e 166.]. Impadronironsi anche i Fiorentini di Monte Catino, castello de' Lucchesi, e corsero fino alle porte di Lucca, colla presa d'alcune altre castella di quei contorni. Videsi una scena nuova in Italia nell'anno presente. Dei due fratelliAlbertoeMastino dalla Scalasignori diVerona, Padova e d'altre città, il primo, tenendo sua stanza in Padova, attendeva, siccome uomo pacifico, a darsi bel tempo. Mastino, persona bellicosa e feroce, tutto era applicato alla guerra. Ricorsero a lui per aiuto i Ghibellini usciti di Brescia[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]; ed egli, presa la lor protezione, per isperanza di ridurre alla sua ubbidienza quella città, entrò nel mese di settembre sul Bresciano, e dopo aver occupata a poco a poco una gran quantità di castella, finalmente imprese l'assedio della città stessa[Cortus., tom. 12 Rer. Ital.]. Accadde che in questi tempi venne a TrentoGiovanni conte di Lucemburgoere di Boemia, figliuolo del già imperadoreArrigo VII, per alcuni suoi importanti affari, dicono del matrimonio diGiovannisuo picciolo figliuolo con una figlia del duca di Carintia[Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Italic.]. Trovandosi alle strette il popolo guelfo di Brescia, gli spedì ambasciatori, offerendogli il dominio della loro città, sua vita natural durante, e con patto di non introdurre in città i Ghibellini senza il consenso del loro consiglio generale, ch'egli non penò molto ad accettare. Rimandò intanto quegli ambasciatori a Brescia con trecento de' suoi cavalli, e fece intimare a Mastino di non molestar quella città, perchè era cosa sua. Mastino si ritirò, e Giovanni dipoi nell'ultimo dì di dicembre arrivò con più di quattrocento cavalli a Brescia, dove con eccessi di gioia e sommo onore fu ricevuto. Mastino non si fece poi pregar molto a rendergli le terre tolte ai Bresciani, ma con riceverne la promessa di rimettere in città gli usciti ghibellini. Quali conseguenze avesse un così inaspettato avvenimento, lo vedremo all'anno seguente. Secondo la Cronica di Giovanni da Bazzano[Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.], nel dì primo dinovembre fu dato il dominio della città di Cremona aMarsilio de' Rossisignore di Parma.

Maggiormente risorse in quest'anno in Italia l'autorità dipapa Giovanni, dacchè, tornatoLodovico il Bavaroin Germania, non v'era apparenza che gli tornasse voglia di rivedere l'Italia, dacchè colle passate azioni e colle sue infedeltà ed estorsioni avea troppo alienato da sè gli animi degl'Italiani. L'antipapa, siccome abbiam detto, andò a far penitenza de' suoi reati nella prigione avignonese. I marchesi estensi signori di Ferrara già s'erano riconciliati col pontefice. I Romani anch'essi ravveduti, con averglispediti ambasciatori, gli prestarono la dovuta ubbidienza. I Pisani, pel servigio a lui prestato di dargli nelle mani il desiderato antipapa, ottennero quel che vollero da lui.Azzo Viscontesignor di Milano, eLuchinoeGiovannisuoi zii nell'anno addietro aveano fatto negozio con esso papa per guadagnar la sua grazia, con aver inviati ambasciatori e chiesto perdono, ed aver Giovanni deposta la porpora cardinalizia ricevuta dall'antipapa, ed abiurata la sua amicizia[Gualvaneus Flamma, Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.]. Ma pare che solamente nel febbraio di quest'anno, oppure più tardi, si desse compimento al loro trattato, giacchè gran merito s'era fatto esso Azzo col rivoltarsi contra del Bavaro. Fu perciò pienamente tolto l'interdetto a Milano, e Giovanni fu da lì a qualche tempo creato vescovo di Novara. Perciò la Dio mercè in Italia cessò lo scisma, e dappertutto Giovanni XXII era riconosciuto per vero e legittimo papa. Lo stesso Bavaro anch'egli si studiò di placarlo, con avere interposti alla corte pontificia i buoni ufizii diGiovanni redi Boemia, diBaldovino arcivescovodi Treveri e diOttone ducad'Austria[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Esibiva egli di abolire tutti gli atti passati, di confessarsi reo, di riceverne la penitenza, purchè se gli conservasse l'imperio. Oh quest'ultimo non piaceva al papa, e perciò tutto il resto fu sprezzato, e continuossi a tenerlo per iscomunicato ed eretico. Ma con tutta questa depressione del Bavaro, ed esaltazione di papa Giovanni, non cessavano già in Italia le pestilenti dissensioni de' Guelfi e Ghibellini; e chiunque avea forza, cercava di stendere le fimbrie del suo dominio. Continuò dunque la guerra anche nell'anno presente, ma con pochi considerabili avvenimenti. Il cardinal legatoBeltrando dal Poggettoinviò le sue genti a' danni dei Reggiani[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], le quali bruciarono molto di quel paese, con ridursi poi a Rubbiera. Ebbero i capitanid'essa armata un trattato, per cui a tradimento dovea essere loro data la terra di Formigine. Vennero essi perciò a quella volta nel dì 24 d'aprile con secento cavalli e quattrocento fanti[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 154.]; ma avutone sentorGuidoeManfredi de' Piisignori di Modena, arrivarono a tempo colle milizie per disturbar le faccende degli avversarii. Rimasero chiusi i papalini in un prato, circondato da fossi e paludi, di modo che, senza poter fare buona battaglia, nè fuggire, vi rimasero quasi tutti morti o prigionieri. Fra gli ultimi si contarono Beltramone e Raimondo del Balzo, e un fratello bastardo del re Roberto. Il primo era maresciallo dell'armata pontificia. Furono essi condotti prigioni a Modena[Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], poi comperati per sei mila fiorini d'oro dai Rossi signori di Parma; e, per attestato di Matteo Griffone[Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.], servirono poi a liberar col cambio dalle carceri di BolognaOrlando RossoedAzzo Manfredi, iniquamente detenuti. Per questa perdita sbigottì molto il cardinal legato.

Ma giacchè abbiam parlato di Modena, convien ora aggiugnere, che continuando le innumerabili ruberie dei Tedeschi posti di guarnigione in questa città, con essere ridotti i cittadini a nulla avere che fosse suo, perchè quella bestial gente adoperava la mannaia (chiamata da essi la chiave dell'imperadore) per entrare dappertutto e prendere tutto, era ridotto il popolo alla disperazione, e gli pareva d'essere nel profondo dell'inferno. Trovò Manfredi de' Pii riparo a tanti guai, con fare che Marsilio de' Rossi vicario generale del Bavaro venisse in persona a Modena, e seco menasse via secento di questi manigoldi. Ce ne restarono trecento, i quali dipoi, il meglio che potè, tenne in freno la prudenza di Manfredi. Fece il legato capitan generaledella sua armataMalatestasignore di Rimini, e nel dì 18 di giugno l'inviò a dare il guasto a Spilamberto. Dopo avere ricevuto soccorso di gente da Reggio e da Parma, andò la milizia di Modena[Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.]nel dì 24 a Piumazzo con pensiero di dar battaglia; ma i nemici si ritirarono, e recarono poi altri danni al Modenese, con venir anche alle lor mani la terra di Formigine. Compiè in questo anno il suddetto cardinal Beltrando l'inespugnabil castello, da lui fabbricato in Bologna, con molte torri, alte mura ed immense fortificazioni[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], e andò per la prima volta ad abitarvi. Dava egli ad intendere ai buoni Bolognesi che non avea quella fabbrica da servire per lui, ma bensì al papa, che era risoluto di venire in Italia, e di mettere la sua residenza in quella città: cosa che produrrebbe inesplicabil vantaggio ai cittadini, e farebbe correre fiumi d'oro e d'argento per le loro strade. La verità era, ch'egli solamente intendeva di assicurar sè stesso, e di mettere i ceppi a quella potente città. Si prevalsero di queste congiunture i marchesi estensi, divenuti amici del pontefice e del legato, per occupare ai Modenesi la terra del Finale nel dì 27 di luglio. Nel mese d'ottobre cavalcò il maresciallo della Chiesa colle sue genti sul Modenese, e prese le mercatanzie che venivano da Mantova a Modena. Ciò riferito a Modena, uscì armato il popolo, e mise il nemico in rotta, con ricuperar tutto, e condurlo trionfalmente in città. Sul principio di giugno riuscì ai Parmigiani di togliere al legato Borgo S. Donnino[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 158 e 166.]. Impadronironsi anche i Fiorentini di Monte Catino, castello de' Lucchesi, e corsero fino alle porte di Lucca, colla presa d'alcune altre castella di quei contorni. Videsi una scena nuova in Italia nell'anno presente. Dei due fratelliAlbertoeMastino dalla Scalasignori diVerona, Padova e d'altre città, il primo, tenendo sua stanza in Padova, attendeva, siccome uomo pacifico, a darsi bel tempo. Mastino, persona bellicosa e feroce, tutto era applicato alla guerra. Ricorsero a lui per aiuto i Ghibellini usciti di Brescia[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]; ed egli, presa la lor protezione, per isperanza di ridurre alla sua ubbidienza quella città, entrò nel mese di settembre sul Bresciano, e dopo aver occupata a poco a poco una gran quantità di castella, finalmente imprese l'assedio della città stessa[Cortus., tom. 12 Rer. Ital.]. Accadde che in questi tempi venne a TrentoGiovanni conte di Lucemburgoere di Boemia, figliuolo del già imperadoreArrigo VII, per alcuni suoi importanti affari, dicono del matrimonio diGiovannisuo picciolo figliuolo con una figlia del duca di Carintia[Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Italic.]. Trovandosi alle strette il popolo guelfo di Brescia, gli spedì ambasciatori, offerendogli il dominio della loro città, sua vita natural durante, e con patto di non introdurre in città i Ghibellini senza il consenso del loro consiglio generale, ch'egli non penò molto ad accettare. Rimandò intanto quegli ambasciatori a Brescia con trecento de' suoi cavalli, e fece intimare a Mastino di non molestar quella città, perchè era cosa sua. Mastino si ritirò, e Giovanni dipoi nell'ultimo dì di dicembre arrivò con più di quattrocento cavalli a Brescia, dove con eccessi di gioia e sommo onore fu ricevuto. Mastino non si fece poi pregar molto a rendergli le terre tolte ai Bresciani, ma con riceverne la promessa di rimettere in città gli usciti ghibellini. Quali conseguenze avesse un così inaspettato avvenimento, lo vedremo all'anno seguente. Secondo la Cronica di Giovanni da Bazzano[Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.], nel dì primo dinovembre fu dato il dominio della città di Cremona aMarsilio de' Rossisignore di Parma.


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