MCCCXXXI

MCCCXXXIAnno diCristomcccxxxi. Indiz.XIV.Giovanni XXIIpapa 16.Imperio vacante.La venuta in Italia diGiovanni redi Boemia diede allora e dà tuttavia da astrologare ai politici ed agli storici. Pretende il Rinaldi[Raynaldus, in Annal. Eccles. ad ann. 1330, num. 39.]ch'egli, siccome attaccato forte agli interessi diLodovico il Bavaro, per consiglio e col consenso di lui venisse a sostenere il partito de' Ghibellini: cosa da lui meditata molto prima dell'acquisto di Brescia. V'ha ancora chi il pretende venuto come vicario d'Italia per esso Bavaro: il che nondimeno è falso, non apparendo ch'egli usasse giammai questo titolo. Altri poi pretendono[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 173.], che quantunquepapa Giovannicon sue lettere pubblicasse che quel re di suo assenso non fosse entrato in Italia, e mostrasse di disapprovarlo, pure segretamente se l'intendesse con lui, e gradisse i suoi progressi. Questi misteri non è facile il dicifrarli. Sembra che sulle prime il Bavaro solamente si tenesse indifferente al veder Giovanni divenuto signor di Brescia, ma che poi gl'increscesse non poco il maggior innalzamento suo, e ne procurasse la rovina. All'incontro, può essere che sul principio il papa niuna mano avesse a farlo calare in Italia; ma, andando innanzi, si compiacesse della di lui grandezza, perchè sempre più veniva a tener lontano dall'Italia l'odiato Bavaro, benchè egli mostrasse il contrario, per non disgustare ilre Roberto, aspirante anch'esso all'italico regno. Sia come essere si voglia, piantato che fu in Brescia il re Giovanni, senza badare alle promesse fatte a que' cittadini, richiamò colà tutti i Ghibellini fuorusciti, e volle che nella città fosse paceed unione fra tutti, per quanto fu in sua mano: del che gli venne gran lode per tutta Lombardia.Azzo signor di Milanocorse tosto a visitarlo per rinnovar la buona amicizia stata fra l'imperadore Arrigo VII di lui padre e la città de' Visconti, e gli portò anche di molti regali[Bonincontr. Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.]. Era la città di Bergamo in gran confusione e guerra civile per le fazioni. S'avvisò ancora quel popolo che questo principe, il quale niuna parzialità mostrava per le pazze sette degl'Italiani, sarebbe efficace medico alla grave sua malattia, e gli spedì ambasciatori, con sottomettersi al suo dominio, nel dì 12 di gennaio. Giovanni anche in quella città rimise la buona armonia e pace. Con questa paterna cura e fama di esatta giustizia tal credito s'acquistò egli, che Crema e Cremona da lì a poco il vollero per loro signore. AncheRavizza Ruscasignore di Como gli aveva promesso il dominio di Como, ma poscia il burlò[Gazata, Chronic. Regiens., tom. 18 Rerum Ital. Bonincontrus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Se crediamo a Galvano Fiamma[Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon, tom. eod. Idem., in Manipul. Flor., cap. 369.], lo stessoAzzo Viscontenel dì 8 di febbraio per decreto del popolo milanese a lui sottopose Milano, e prese il titolo di suo vicario. Così nel mese di febbraio Pavia, Vercelli e Novara, senza ch'egli lo cercasse, inviarono ambasciatori a dargli la signoria delle loro città. Da' Reggiani[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], Parmigiani, Modenesi, Mantovani e Veronesi gli vennero ambascerie, desiderando tutti di aver buona amicizia con lui. Nel dì 2 di marzo si portò egli a Parma, e da lì a tre dì nel pubblico consiglio fu proclamato signore di quella città: dopo di che fece rientrare in casa i Correggieschi e gli altri fuorusciti guelfi. Medesimamente essendo venuto nel dì 15 d'aprile a Reggio, quel popolo fece delle pazzie d'allegrezza, e gli conferì il dominiodella città, sperando, anzi chiedendo ad alte voci, che deponesse i Manfredi e Fogliani, signoreggianti in essa. Giunto a Modena, qui ancora nel consiglio generale fu accettato per signore. Un incanto sembrò questa mutazione. Strana cosa tuttavia non dee parere, come per tutta Italia, senza altro esame, ognun prendesse inclinazione a questo principe e re straniero, imperocchè tutti si figuravano sotto il di lui governo di vedere estinte le fazioni, e di godere una dolce soavità di pace.Crebbe poi la maraviglia, perchè avendo i Fiorentini[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 170.]continuato e maggiormente stretto l'assedio di Lucca mercè degli aiuti di gente loro inviata dal re Roberto, dai Sanesi e Perugini, quando erano sul più bello di conquistar quella città, ed aveano anche trattato segreto coi maggiori di Lucca;Gherardino Spinolasignore di quella città, accortosi della mena, mandò tosto suoi ambasciatori al suddetto re di Boemia, pregandolo di accettar la signoria di Lucca con certi patti, fra' quali verisimilmente non mancò quello di restare vicario di lui in essa città. Non perdè tempo il re Giovanni ad inviare ambasciatori al campo de' Fiorentini, pregandoli di levarsi di là, perchè Lucca era sua città. Fu risposto che quell'impresa si faceva a petizione del re Roberto; e che perciò non poteano distorsene. Ma poscia, udito che Giovanni facea marciare ottocento cavalieri per dar soccorso a Lucca, e trovandosi discordia nell'esercito loro, si ritirarono nel dì 25 di febbraio da quell'assedio. Arrivarono poi nel dì primo di marzo gli ottocento cavalieri del re di Boemia a Lucca; e il primo a provare quanto fossero mal fondate le sue speranze nel Boemo, fu lo stesso Gherardino Spinola, perchè niun patto fu a lui mantenuto, e gli convenne uscir di quella città, piagnendo la perdita di essa e del tanto danaro impiegato per comperarsi un crepacuore. Anche i Modenesi e Reggianitardarono poco a disingannarsi[Gazata, Chron. Regiens, tom. 18 Rer. Ital.]. Nè quelli voleano per padroni i Pii, nè questi i Fogliani e Manfredi; da tale speranza mossi s'erano dati al re di Boemia; ma il re per danari li confermò per suoi vicarii in queste città, e il più bello fu che il danaro pagato da essi per continuar nel dominio fu cavato con una colta messa alle borse del medesimo popolo, il quale li volea deposti. Accadde inoltre, che venuto esso re Giovanni a Modena[Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], si portò, accompagnato dal marchese di Monferrato e dal conte di Savoia, nel dì 16 d'aprile a Castelfranco ad un abboccamento col cardinale legatoBeltrando dal Poggetto. Ebbero fra loro un lungo secreto colloquio; e perchè non bastò quel giorno a smaltire tutti i loro interessi, nel dì seguente tornarono a vedersi in Piumazzo, e non fu men lungo dell'altro il ragionamento loro. Non traspirò di che trattassero; ma seguirono tra loro molte finezze e un buon concerto; e furono osservati partirsi l'uno dall'altro molto allegri e contenti. Bastò questo, perchè allora i principi d'Italia aprissero gli occhi e prendessero in diffidenza non solo il Boemo, ma il papa stesso, deducendo da questi andamenti che fossero ben d'accordo e collegati insieme esso pontefice e il re; e che le lor mire fossero di assorbire, sotto lo specioso titolo di metter pace, l'Italia tutta. I primi dunque a far argine a questi occulti disegni, furono imarchesi estensisignori di Ferrara,Mastino dalla Scalasignor di Verona e d'altre città, iGonzaghisignori di Mantova, edAzzo Viscontesignor di Milano, tutti molto adombrati all'osservare quasi in un momento cresciuta cotanto la potenza delre Giovanniin Italia, e la sua unione col legato pontificio. A questo fine nel dì 8 d'agosto stabilirono fra loro in Castelbaldo una lega difensiva ed offensiva. Anche i Fiorentini adirati non solo perquesto contra del Boemo, ma anche perchè era figliuolo d'Arrigo VII già lor fiero nemico, e perchè avea lor tolto, per così dire, di bocca il tanto sospirato acquisto di Lucca, s'accostarono nell'anno seguente a questa lega; anzi mossero tanti sospetti in cuore delre Roberto, che il trassero nella medesima alleanza. Sicchè, con istupore d'ognuno, si vide questa gran mutazione in Italia, cioè Guelfi e Ghibellini divenuti ad un tratto tutti uniti per abbassare il re di Boemia ed il frodolento legato. Diedero parimente nell'occhio aLodovico il Bavaroquesti rigiri ed ingrandimenti d'esso re in Italia; e però cominciò ad attizzar contra di lui i re di Polonia e d'Ungheria, e il duca d'Austria, i quali poi nel novembre dell'anno presente gli mossero guerra, e recarono immensi danni ai di lui Stati della Germania.Fece intanto ilre Giovannivenire in ItaliaCarlosuo figliuolo primogenito, che con un grosso corpo di combattenti arrivò a Parma, ed egli appresso nel mese di giugno, oppure sul principio di luglio, lasciato in Parma il giovinetto figliuolo sotto la cura diLodovico di Savoia[Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 181. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Italic.], marciò ad Avignone per tessere col papa e col re di Francia grandi tele, cioè, secondo le apparenze, per soggiogar la Italia ed innalzar la sua casa, oppur quella di Francia, sulle rovine del Bavaro. Questi suoi passi maggiormente convinsero i principi d'avere un pericoloso nemico in casa; ed accertossene anche il re Roberto, perchè nel mese di settembreTeodoro marchesedi Monferrato, collegato del re Giovanni, gli tolse la città di Tortona colle rocche, e ne cacciò la di lui guarnigione con suo danno e vergogna. La ricuperò poi Roberto nell'anno seguente. Prosperarono in quest'anno gli affari del cardinale legato in Romagna. Nel dì 3 di maggio, secondola Cronica di Cesena[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.],Malatestafigliuolo diPandolfo, anteponendo all'amore della sua casa i proprii vantaggi, si accordò con esso cardinale a' danni diFerrantino Malatesta, signore di Rimini, e degli altri suoi parenti[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 179. Cronica Riminese, tom. 15 Rer. Ital.], e l'aiutò a scacciarli da quella città. Egli in ricompensa fu creato capitan generale della armata pontificia, ed assediò le castella dove si erano ritirati i medesimi suoi parenti, trattandoli da nemici capitali. Si meritò per questo il soprannome diGuastafamiglia. Poscia il cardinale, giacchè, a riserva di Forlì, tutte le altre città della Romagna erano alla loro ubbidienza, raunò una possente oste della sua gente e di tutti i Romagnuoli, e mise l'assedio ad essa città di Forlì, devastando il territorio all'intorno. Erane signoreFrancesco degli Ordelaffidopo la morte diCecchino, accaduta in quest'anno. Quivi fabbricate alcune bastie, acciocchè tenessero bloccata quella città, tornò poscia l'armata a' suoi quartieri. Abbiamo dalle Croniche di Bologna[Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]che nel mese di novembre gli Ordelaffi fecero pace col legato; e, cedutogli Forlì, egli vi pose un governatore. Ma secondo le stesse ed altre Croniche[Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.], pare che questa cessione si compiesse nel dì 26 di marzo dell'anno seguente, e che, in ricompensa di essa, il legato investisse Francesco degli Ordelaffi della città di Forlimpopoli. Cotante belle parole seppe poi dire il medesimo cardinale legato al popolo di Bologna, che l'indusse nel mese di novembre a dargli più ampio dominio nella loro città, e ad inviare ambasciatori apapa Giovanni, per dichiarare che Bologna perpetuamente sarebbe della Chiesa romana. Altrettanto fecero dal canto loro, se pure è vero, i Piacentini[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Nel dì 26 di luglio del presente anno, trovandosimolto sconciata dalle discordie civili la città di Pistoia[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 186.], i Fiorentini, mossi da spirito di carità, ma non cristiana, spedirono colà cinquecento lancie e mille e cinquecento pedoni, che corsero la città, gridando:Vivano i Fiorentini. Si fecero dare la signoria d'essa città per un anno, e poi nell'anno seguente vi cominciarono un forte castello per più sicurtà della terra, diceano essi; e voleano dire, per seguitar sempre ad esserne padroni. Nuova guerra insorse quest'anno fra i Catalani e i Genovesi[Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 188.]. Lamentavansi i primi che i Genovesi, i quali erano da gran tempo in credito di fare i corsari, quando se la vedeano bella, avessero recato di gravi danni ai loro legni. Il perchè con una flotta di quarantadue galee e di trenta navi armate, venuti alle due riviere di Genova, vi guastarono e bruciarono molti luoghi. Cagione fu questo loro insulto che i Guelfi dominanti in quella città, e i Ghibellini fuorusciti, padroni di Savona e d'altre terre, che già avevano fatta tregua fra loro, trattassero d'accordo e pace. A questo fine amendue le parti spedirono ambasciatori alre Robertosignore della città, che vi acconsentì nel dì 2, oppure 8 di settembre, ma di poco buona voglia; perchè fra le condizioni v'era che tutti i suddetti Ghibellini rientrassero in Genova e si accomunassero gli uffizii; e il re dubitava della lor forza, e più dell'animo loro.

La venuta in Italia diGiovanni redi Boemia diede allora e dà tuttavia da astrologare ai politici ed agli storici. Pretende il Rinaldi[Raynaldus, in Annal. Eccles. ad ann. 1330, num. 39.]ch'egli, siccome attaccato forte agli interessi diLodovico il Bavaro, per consiglio e col consenso di lui venisse a sostenere il partito de' Ghibellini: cosa da lui meditata molto prima dell'acquisto di Brescia. V'ha ancora chi il pretende venuto come vicario d'Italia per esso Bavaro: il che nondimeno è falso, non apparendo ch'egli usasse giammai questo titolo. Altri poi pretendono[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 173.], che quantunquepapa Giovannicon sue lettere pubblicasse che quel re di suo assenso non fosse entrato in Italia, e mostrasse di disapprovarlo, pure segretamente se l'intendesse con lui, e gradisse i suoi progressi. Questi misteri non è facile il dicifrarli. Sembra che sulle prime il Bavaro solamente si tenesse indifferente al veder Giovanni divenuto signor di Brescia, ma che poi gl'increscesse non poco il maggior innalzamento suo, e ne procurasse la rovina. All'incontro, può essere che sul principio il papa niuna mano avesse a farlo calare in Italia; ma, andando innanzi, si compiacesse della di lui grandezza, perchè sempre più veniva a tener lontano dall'Italia l'odiato Bavaro, benchè egli mostrasse il contrario, per non disgustare ilre Roberto, aspirante anch'esso all'italico regno. Sia come essere si voglia, piantato che fu in Brescia il re Giovanni, senza badare alle promesse fatte a que' cittadini, richiamò colà tutti i Ghibellini fuorusciti, e volle che nella città fosse paceed unione fra tutti, per quanto fu in sua mano: del che gli venne gran lode per tutta Lombardia.Azzo signor di Milanocorse tosto a visitarlo per rinnovar la buona amicizia stata fra l'imperadore Arrigo VII di lui padre e la città de' Visconti, e gli portò anche di molti regali[Bonincontr. Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.]. Era la città di Bergamo in gran confusione e guerra civile per le fazioni. S'avvisò ancora quel popolo che questo principe, il quale niuna parzialità mostrava per le pazze sette degl'Italiani, sarebbe efficace medico alla grave sua malattia, e gli spedì ambasciatori, con sottomettersi al suo dominio, nel dì 12 di gennaio. Giovanni anche in quella città rimise la buona armonia e pace. Con questa paterna cura e fama di esatta giustizia tal credito s'acquistò egli, che Crema e Cremona da lì a poco il vollero per loro signore. AncheRavizza Ruscasignore di Como gli aveva promesso il dominio di Como, ma poscia il burlò[Gazata, Chronic. Regiens., tom. 18 Rerum Ital. Bonincontrus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Se crediamo a Galvano Fiamma[Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon, tom. eod. Idem., in Manipul. Flor., cap. 369.], lo stessoAzzo Viscontenel dì 8 di febbraio per decreto del popolo milanese a lui sottopose Milano, e prese il titolo di suo vicario. Così nel mese di febbraio Pavia, Vercelli e Novara, senza ch'egli lo cercasse, inviarono ambasciatori a dargli la signoria delle loro città. Da' Reggiani[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], Parmigiani, Modenesi, Mantovani e Veronesi gli vennero ambascerie, desiderando tutti di aver buona amicizia con lui. Nel dì 2 di marzo si portò egli a Parma, e da lì a tre dì nel pubblico consiglio fu proclamato signore di quella città: dopo di che fece rientrare in casa i Correggieschi e gli altri fuorusciti guelfi. Medesimamente essendo venuto nel dì 15 d'aprile a Reggio, quel popolo fece delle pazzie d'allegrezza, e gli conferì il dominiodella città, sperando, anzi chiedendo ad alte voci, che deponesse i Manfredi e Fogliani, signoreggianti in essa. Giunto a Modena, qui ancora nel consiglio generale fu accettato per signore. Un incanto sembrò questa mutazione. Strana cosa tuttavia non dee parere, come per tutta Italia, senza altro esame, ognun prendesse inclinazione a questo principe e re straniero, imperocchè tutti si figuravano sotto il di lui governo di vedere estinte le fazioni, e di godere una dolce soavità di pace.

Crebbe poi la maraviglia, perchè avendo i Fiorentini[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 170.]continuato e maggiormente stretto l'assedio di Lucca mercè degli aiuti di gente loro inviata dal re Roberto, dai Sanesi e Perugini, quando erano sul più bello di conquistar quella città, ed aveano anche trattato segreto coi maggiori di Lucca;Gherardino Spinolasignore di quella città, accortosi della mena, mandò tosto suoi ambasciatori al suddetto re di Boemia, pregandolo di accettar la signoria di Lucca con certi patti, fra' quali verisimilmente non mancò quello di restare vicario di lui in essa città. Non perdè tempo il re Giovanni ad inviare ambasciatori al campo de' Fiorentini, pregandoli di levarsi di là, perchè Lucca era sua città. Fu risposto che quell'impresa si faceva a petizione del re Roberto; e che perciò non poteano distorsene. Ma poscia, udito che Giovanni facea marciare ottocento cavalieri per dar soccorso a Lucca, e trovandosi discordia nell'esercito loro, si ritirarono nel dì 25 di febbraio da quell'assedio. Arrivarono poi nel dì primo di marzo gli ottocento cavalieri del re di Boemia a Lucca; e il primo a provare quanto fossero mal fondate le sue speranze nel Boemo, fu lo stesso Gherardino Spinola, perchè niun patto fu a lui mantenuto, e gli convenne uscir di quella città, piagnendo la perdita di essa e del tanto danaro impiegato per comperarsi un crepacuore. Anche i Modenesi e Reggianitardarono poco a disingannarsi[Gazata, Chron. Regiens, tom. 18 Rer. Ital.]. Nè quelli voleano per padroni i Pii, nè questi i Fogliani e Manfredi; da tale speranza mossi s'erano dati al re di Boemia; ma il re per danari li confermò per suoi vicarii in queste città, e il più bello fu che il danaro pagato da essi per continuar nel dominio fu cavato con una colta messa alle borse del medesimo popolo, il quale li volea deposti. Accadde inoltre, che venuto esso re Giovanni a Modena[Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], si portò, accompagnato dal marchese di Monferrato e dal conte di Savoia, nel dì 16 d'aprile a Castelfranco ad un abboccamento col cardinale legatoBeltrando dal Poggetto. Ebbero fra loro un lungo secreto colloquio; e perchè non bastò quel giorno a smaltire tutti i loro interessi, nel dì seguente tornarono a vedersi in Piumazzo, e non fu men lungo dell'altro il ragionamento loro. Non traspirò di che trattassero; ma seguirono tra loro molte finezze e un buon concerto; e furono osservati partirsi l'uno dall'altro molto allegri e contenti. Bastò questo, perchè allora i principi d'Italia aprissero gli occhi e prendessero in diffidenza non solo il Boemo, ma il papa stesso, deducendo da questi andamenti che fossero ben d'accordo e collegati insieme esso pontefice e il re; e che le lor mire fossero di assorbire, sotto lo specioso titolo di metter pace, l'Italia tutta. I primi dunque a far argine a questi occulti disegni, furono imarchesi estensisignori di Ferrara,Mastino dalla Scalasignor di Verona e d'altre città, iGonzaghisignori di Mantova, edAzzo Viscontesignor di Milano, tutti molto adombrati all'osservare quasi in un momento cresciuta cotanto la potenza delre Giovanniin Italia, e la sua unione col legato pontificio. A questo fine nel dì 8 d'agosto stabilirono fra loro in Castelbaldo una lega difensiva ed offensiva. Anche i Fiorentini adirati non solo perquesto contra del Boemo, ma anche perchè era figliuolo d'Arrigo VII già lor fiero nemico, e perchè avea lor tolto, per così dire, di bocca il tanto sospirato acquisto di Lucca, s'accostarono nell'anno seguente a questa lega; anzi mossero tanti sospetti in cuore delre Roberto, che il trassero nella medesima alleanza. Sicchè, con istupore d'ognuno, si vide questa gran mutazione in Italia, cioè Guelfi e Ghibellini divenuti ad un tratto tutti uniti per abbassare il re di Boemia ed il frodolento legato. Diedero parimente nell'occhio aLodovico il Bavaroquesti rigiri ed ingrandimenti d'esso re in Italia; e però cominciò ad attizzar contra di lui i re di Polonia e d'Ungheria, e il duca d'Austria, i quali poi nel novembre dell'anno presente gli mossero guerra, e recarono immensi danni ai di lui Stati della Germania.

Fece intanto ilre Giovannivenire in ItaliaCarlosuo figliuolo primogenito, che con un grosso corpo di combattenti arrivò a Parma, ed egli appresso nel mese di giugno, oppure sul principio di luglio, lasciato in Parma il giovinetto figliuolo sotto la cura diLodovico di Savoia[Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 181. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Italic.], marciò ad Avignone per tessere col papa e col re di Francia grandi tele, cioè, secondo le apparenze, per soggiogar la Italia ed innalzar la sua casa, oppur quella di Francia, sulle rovine del Bavaro. Questi suoi passi maggiormente convinsero i principi d'avere un pericoloso nemico in casa; ed accertossene anche il re Roberto, perchè nel mese di settembreTeodoro marchesedi Monferrato, collegato del re Giovanni, gli tolse la città di Tortona colle rocche, e ne cacciò la di lui guarnigione con suo danno e vergogna. La ricuperò poi Roberto nell'anno seguente. Prosperarono in quest'anno gli affari del cardinale legato in Romagna. Nel dì 3 di maggio, secondola Cronica di Cesena[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.],Malatestafigliuolo diPandolfo, anteponendo all'amore della sua casa i proprii vantaggi, si accordò con esso cardinale a' danni diFerrantino Malatesta, signore di Rimini, e degli altri suoi parenti[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 179. Cronica Riminese, tom. 15 Rer. Ital.], e l'aiutò a scacciarli da quella città. Egli in ricompensa fu creato capitan generale della armata pontificia, ed assediò le castella dove si erano ritirati i medesimi suoi parenti, trattandoli da nemici capitali. Si meritò per questo il soprannome diGuastafamiglia. Poscia il cardinale, giacchè, a riserva di Forlì, tutte le altre città della Romagna erano alla loro ubbidienza, raunò una possente oste della sua gente e di tutti i Romagnuoli, e mise l'assedio ad essa città di Forlì, devastando il territorio all'intorno. Erane signoreFrancesco degli Ordelaffidopo la morte diCecchino, accaduta in quest'anno. Quivi fabbricate alcune bastie, acciocchè tenessero bloccata quella città, tornò poscia l'armata a' suoi quartieri. Abbiamo dalle Croniche di Bologna[Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]che nel mese di novembre gli Ordelaffi fecero pace col legato; e, cedutogli Forlì, egli vi pose un governatore. Ma secondo le stesse ed altre Croniche[Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.], pare che questa cessione si compiesse nel dì 26 di marzo dell'anno seguente, e che, in ricompensa di essa, il legato investisse Francesco degli Ordelaffi della città di Forlimpopoli. Cotante belle parole seppe poi dire il medesimo cardinale legato al popolo di Bologna, che l'indusse nel mese di novembre a dargli più ampio dominio nella loro città, e ad inviare ambasciatori apapa Giovanni, per dichiarare che Bologna perpetuamente sarebbe della Chiesa romana. Altrettanto fecero dal canto loro, se pure è vero, i Piacentini[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Nel dì 26 di luglio del presente anno, trovandosimolto sconciata dalle discordie civili la città di Pistoia[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 186.], i Fiorentini, mossi da spirito di carità, ma non cristiana, spedirono colà cinquecento lancie e mille e cinquecento pedoni, che corsero la città, gridando:Vivano i Fiorentini. Si fecero dare la signoria d'essa città per un anno, e poi nell'anno seguente vi cominciarono un forte castello per più sicurtà della terra, diceano essi; e voleano dire, per seguitar sempre ad esserne padroni. Nuova guerra insorse quest'anno fra i Catalani e i Genovesi[Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 188.]. Lamentavansi i primi che i Genovesi, i quali erano da gran tempo in credito di fare i corsari, quando se la vedeano bella, avessero recato di gravi danni ai loro legni. Il perchè con una flotta di quarantadue galee e di trenta navi armate, venuti alle due riviere di Genova, vi guastarono e bruciarono molti luoghi. Cagione fu questo loro insulto che i Guelfi dominanti in quella città, e i Ghibellini fuorusciti, padroni di Savona e d'altre terre, che già avevano fatta tregua fra loro, trattassero d'accordo e pace. A questo fine amendue le parti spedirono ambasciatori alre Robertosignore della città, che vi acconsentì nel dì 2, oppure 8 di settembre, ma di poco buona voglia; perchè fra le condizioni v'era che tutti i suddetti Ghibellini rientrassero in Genova e si accomunassero gli uffizii; e il re dubitava della lor forza, e più dell'animo loro.


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