MCCCXXXVI

MCCCXXXVIAnno diCristomcccxxxvi. IndizioneIV.Benedetto XIIpapa 3.Imperio vacante.Per essere oramai padroni imarchesi estensidi quasi tutte le castella del contado di Modena,GuidoeManfredi dei Piifinalmente conobbero l'impossibilità di sostener la città contro le forze d'essi marchesi[Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estens., tom. eod.]. Però, affine d'ottener buoni patti in renderla, Manfredi cavalcò a Verona, con implorar la mediazione diMastino dalla Scala. Colà ancora si portò dipoi ilmarchese Obizzo, e nel dì 17 di aprile alla presenza diAlbertoeMastino dalla Scalaseguì fra loro lo strumento d'accordo, in cui s'obbligarono i Pii di cedere il possesso e dominio di Modena a' marchesi d'EsteObizzoeNiccolòe lor discendenti, con ritener in lor balìa la nobil terra di Carpi e il castello di San Felice, e con altri vicendevoli patti. Scrivono i Cortusi[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]che Mastino diede Modena in feudo agli Estensi. Se fosse ciò vero, sarebbe questa da aggiugnere alle altre iniquità di Mastino, perchè liberalmente doveano gli Estensi avere questa città secondo i patti della lega. Ma io la tengo per un sogno de' Cortusi. Lo strumento della cessione suddetta, che io ho sotto gli occhi, non ha menoma parola di questo. I Pii cedono la città assolutamente ai marchesi, e non già agliScaligeri; nè le armi di questi aveano presa Modena, siccome fecero di Reggio, da poter pretendere in essa qualche diritto. Ora, in esecuzion del trattato, Manfredi Pio, tornato a Modena, fece dal popolo eleggere per signori i marchesi estensi; e però nel dì 13 di maggio il marchese Obizzo, accompagnato da gran nobiltà e dalle sue genti d'armi, ed incontrato dai Pii e dal popolo tutto fuori della città, fra le universali acclamazioni entrò in Modena e ne prese il possesso. Ne' giorni seguenti, richiamati alla lor patria tutti i fuorusciti, cioè i signori di Sassuolo, i Rangoni, Boschetti, Guidoni, Pichi dalla Mirandola, quei da Magreta, da Fredo, da Gorzano, da Savignano, rientrarono anch'essi nella città, accolti con lagrime d'allegrezza dagli altri cittadini; e la pace e concordia rifiorì da lì innanzi sotto sì amorevoli e giusti padroni in questa città. Attese nell'anno presenteAzzo Visconte,per testimonianza de' Cortusi[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], di Galvano Fiamma[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. eod. Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]e d'altri storici, alla conquista di Piacenza. Per otto mesi con fosse, steccati e battifredi tenne l'esercito suo assediata quella città; nè potendo più reggere a tanta pienaFrancesco Scotto, finalmente ne capitolò la resa nel dì 15 di dicembre al Visconte, ritenendo per sè la terra di Fiorenzuola. Azzo introdusse colà la pace e tutti i banditi, e vi fece alzare un forte castello. In quest'anno ancora, essendosi nel mese di marzo data al medesimo Visconte la nobil terra di Borgo San Donnino fra Parma e Piacenza, nulla più vi restò in Lombardia delle terre già possedute daGiovanni redi Boemia, e svanì il suo nome in Italia.Era cresciuta a dismisura l'alterigia diMastino dalla Scala(non parlo d'Alberto, perchè era un buon uomo, e solamente attendeva a darsi bel tempo) al vedersi padrone di Verona, Brescia, Vicenza, Padova, Trivigi, Feltre, Belluno,Parma, Lucca ed altri luoghi[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Piena era la sua corte di grandi della Lombardia e Toscana, ricorrendo ognuno a lui per protezione per grazie. Ma questa sua superbia, la fede da lui non osservata ai collegati nella passata lega, e la voce sparsa che egli si vantava di voler essere in breve re di Lombardia, e che avesse anche preparata a questo oggetto una corona d'oro, gli concitarono contra l'odio universale del Visconte, degli Estensi e de' Gonzaghi. Ma specialmente si rodevano di rabbia i Fiorentini, perchè troppo sconciamente delusi da lui nell'acquisto di Lucca, città loro dovuta in vigore de' patti della lega[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 44.]. Gli mandarono ambasciatori; mostrò egli di aver fatto di grandi spese per ottener quella città dai Rossi. Giunsero i Fiorentini a cercarla per mercato, esibendo fin trecento sessanta mila fiorini d'oro. Ne parve contento Mastino, ma poco appresso li burlò per isperanza di stendere maggiormente le fimbrie in Toscana. Erano già con lui gli Aretini. Ora avvenne che Mastino cominciò ad imbrogliarsi col comune di Venezia, col non voler osservare gli antichi lor patti coi Padovani. Irritati da ciò i Veneziani, non lasciavano venire a Padova mercatanzie da Venezia, e negavano il sale. Mastino, all'incontro, per far loro dispetto, si diede a far delle saline al lido del mare, e fece quivi fabbricar una torre per sicurezza di esse. Altre liti insorsero a cagion d'alcune castella che erano sotto la protezione del doge. Cominciò dunque la repubblica veneta un grande armamento. Fin quiMarsilio da Carrara, potentissimo e ricchissimo cittadino di Padova, era stato il braccio diritto de' signori dalla Scala, e coll'opere e coi consigli avea cooperato sempre alla loro esaltazione. Fidati nel suo zelo e nella sua sperimentata destrezza ed eloquenza, il mandarono a Venezia per trattar di pace. Ch'egli tutto il contrario operasse sotto mano, siccome volpe vecchiach'era, si potrà argomentare da quanto vedremo andando innanzi. Perciò a guerra si venne. Più bella apertura di questa non poteva accadere ai Fiorentini per vendicarsi del disleale Mastino; perciò pigri non furono a stringere una forte lega coi Veneziani ai danni di lui. Nè qui si fermò la faccenda: studiaronsi gli unì e gli altri di suscitar tutta la Lombardia contra di essi Scaligeri. I primi a ribellarsi nel mese di giugno furonoOrlandoeMarsilio de' Rossi, che da Verona fuggirono a Venezia, ePietrolor fratello si ritirò a Pontremoli, allegando d'essere maltrattati da Mastino, che esaltava i Correggeschi lor nemici, e di non essere sicuri della vita in mano di lui. Marsilio fu preso per lor capitano generale dal Veneziani, Pietro dai Fiorentini; ma siccome questo ultimo era personaggio di maggior valore e perizia militare, fu ceduto a' Veneziani, che gli diedero il bastone del comando della loro armata. Sul fine d'ottobre entrò questa sul Padovano, prese varii luoghi, e si postò a Bovolenta, ma senza succedere alcun riguardevole fatto. Parve nondimeno più favorevole la fortuna agli Scaligeri, che tolsero Pontremoli ai Rossi, e diedero qualche percossa ai Veneziani. Per la gran copia di gente che era in Padova, e massimamente di Tedeschi, i quali faceano rubamenti e insolenze a furia, fu quella città in gravi affanni e pericoli. Intanto l'esercito veneto prese le saline di Mastino, e disfece la torre o bastia quivi fabbricata. Si credette imminente un gran fatto d'armi, e nulla poi succedè.

Per essere oramai padroni imarchesi estensidi quasi tutte le castella del contado di Modena,GuidoeManfredi dei Piifinalmente conobbero l'impossibilità di sostener la città contro le forze d'essi marchesi[Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estens., tom. eod.]. Però, affine d'ottener buoni patti in renderla, Manfredi cavalcò a Verona, con implorar la mediazione diMastino dalla Scala. Colà ancora si portò dipoi ilmarchese Obizzo, e nel dì 17 di aprile alla presenza diAlbertoeMastino dalla Scalaseguì fra loro lo strumento d'accordo, in cui s'obbligarono i Pii di cedere il possesso e dominio di Modena a' marchesi d'EsteObizzoeNiccolòe lor discendenti, con ritener in lor balìa la nobil terra di Carpi e il castello di San Felice, e con altri vicendevoli patti. Scrivono i Cortusi[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]che Mastino diede Modena in feudo agli Estensi. Se fosse ciò vero, sarebbe questa da aggiugnere alle altre iniquità di Mastino, perchè liberalmente doveano gli Estensi avere questa città secondo i patti della lega. Ma io la tengo per un sogno de' Cortusi. Lo strumento della cessione suddetta, che io ho sotto gli occhi, non ha menoma parola di questo. I Pii cedono la città assolutamente ai marchesi, e non già agliScaligeri; nè le armi di questi aveano presa Modena, siccome fecero di Reggio, da poter pretendere in essa qualche diritto. Ora, in esecuzion del trattato, Manfredi Pio, tornato a Modena, fece dal popolo eleggere per signori i marchesi estensi; e però nel dì 13 di maggio il marchese Obizzo, accompagnato da gran nobiltà e dalle sue genti d'armi, ed incontrato dai Pii e dal popolo tutto fuori della città, fra le universali acclamazioni entrò in Modena e ne prese il possesso. Ne' giorni seguenti, richiamati alla lor patria tutti i fuorusciti, cioè i signori di Sassuolo, i Rangoni, Boschetti, Guidoni, Pichi dalla Mirandola, quei da Magreta, da Fredo, da Gorzano, da Savignano, rientrarono anch'essi nella città, accolti con lagrime d'allegrezza dagli altri cittadini; e la pace e concordia rifiorì da lì innanzi sotto sì amorevoli e giusti padroni in questa città. Attese nell'anno presenteAzzo Visconte,per testimonianza de' Cortusi[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], di Galvano Fiamma[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. eod. Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]e d'altri storici, alla conquista di Piacenza. Per otto mesi con fosse, steccati e battifredi tenne l'esercito suo assediata quella città; nè potendo più reggere a tanta pienaFrancesco Scotto, finalmente ne capitolò la resa nel dì 15 di dicembre al Visconte, ritenendo per sè la terra di Fiorenzuola. Azzo introdusse colà la pace e tutti i banditi, e vi fece alzare un forte castello. In quest'anno ancora, essendosi nel mese di marzo data al medesimo Visconte la nobil terra di Borgo San Donnino fra Parma e Piacenza, nulla più vi restò in Lombardia delle terre già possedute daGiovanni redi Boemia, e svanì il suo nome in Italia.

Era cresciuta a dismisura l'alterigia diMastino dalla Scala(non parlo d'Alberto, perchè era un buon uomo, e solamente attendeva a darsi bel tempo) al vedersi padrone di Verona, Brescia, Vicenza, Padova, Trivigi, Feltre, Belluno,Parma, Lucca ed altri luoghi[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Piena era la sua corte di grandi della Lombardia e Toscana, ricorrendo ognuno a lui per protezione per grazie. Ma questa sua superbia, la fede da lui non osservata ai collegati nella passata lega, e la voce sparsa che egli si vantava di voler essere in breve re di Lombardia, e che avesse anche preparata a questo oggetto una corona d'oro, gli concitarono contra l'odio universale del Visconte, degli Estensi e de' Gonzaghi. Ma specialmente si rodevano di rabbia i Fiorentini, perchè troppo sconciamente delusi da lui nell'acquisto di Lucca, città loro dovuta in vigore de' patti della lega[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 44.]. Gli mandarono ambasciatori; mostrò egli di aver fatto di grandi spese per ottener quella città dai Rossi. Giunsero i Fiorentini a cercarla per mercato, esibendo fin trecento sessanta mila fiorini d'oro. Ne parve contento Mastino, ma poco appresso li burlò per isperanza di stendere maggiormente le fimbrie in Toscana. Erano già con lui gli Aretini. Ora avvenne che Mastino cominciò ad imbrogliarsi col comune di Venezia, col non voler osservare gli antichi lor patti coi Padovani. Irritati da ciò i Veneziani, non lasciavano venire a Padova mercatanzie da Venezia, e negavano il sale. Mastino, all'incontro, per far loro dispetto, si diede a far delle saline al lido del mare, e fece quivi fabbricar una torre per sicurezza di esse. Altre liti insorsero a cagion d'alcune castella che erano sotto la protezione del doge. Cominciò dunque la repubblica veneta un grande armamento. Fin quiMarsilio da Carrara, potentissimo e ricchissimo cittadino di Padova, era stato il braccio diritto de' signori dalla Scala, e coll'opere e coi consigli avea cooperato sempre alla loro esaltazione. Fidati nel suo zelo e nella sua sperimentata destrezza ed eloquenza, il mandarono a Venezia per trattar di pace. Ch'egli tutto il contrario operasse sotto mano, siccome volpe vecchiach'era, si potrà argomentare da quanto vedremo andando innanzi. Perciò a guerra si venne. Più bella apertura di questa non poteva accadere ai Fiorentini per vendicarsi del disleale Mastino; perciò pigri non furono a stringere una forte lega coi Veneziani ai danni di lui. Nè qui si fermò la faccenda: studiaronsi gli unì e gli altri di suscitar tutta la Lombardia contra di essi Scaligeri. I primi a ribellarsi nel mese di giugno furonoOrlandoeMarsilio de' Rossi, che da Verona fuggirono a Venezia, ePietrolor fratello si ritirò a Pontremoli, allegando d'essere maltrattati da Mastino, che esaltava i Correggeschi lor nemici, e di non essere sicuri della vita in mano di lui. Marsilio fu preso per lor capitano generale dal Veneziani, Pietro dai Fiorentini; ma siccome questo ultimo era personaggio di maggior valore e perizia militare, fu ceduto a' Veneziani, che gli diedero il bastone del comando della loro armata. Sul fine d'ottobre entrò questa sul Padovano, prese varii luoghi, e si postò a Bovolenta, ma senza succedere alcun riguardevole fatto. Parve nondimeno più favorevole la fortuna agli Scaligeri, che tolsero Pontremoli ai Rossi, e diedero qualche percossa ai Veneziani. Per la gran copia di gente che era in Padova, e massimamente di Tedeschi, i quali faceano rubamenti e insolenze a furia, fu quella città in gravi affanni e pericoli. Intanto l'esercito veneto prese le saline di Mastino, e disfece la torre o bastia quivi fabbricata. Si credette imminente un gran fatto d'armi, e nulla poi succedè.


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