MCCCXXXVIIAnno diCristomcccxxxvii. Indiz.V.Benedetto XIIpapa 4.Imperio vacante.Tardi conoscendoMastino dalla Scalad'essersi per l'ingordigia ed orgoglio suo condotto ad un mal passo col nimicarsi la potente signoria di Veneziae il comune di Firenze, implorò lo aiuto de' suoi vecchi confederati[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.].Obizzo marchesed'Este, unitosi conGuido da Gonzaga, Giovanni de' Pepoli, Manfredi de' Pii, ed altri ambasciatori, nel mese di gennaio si portò a Venezia per trattar dì pace. Trovò quei senatori troppo risoluti alla guerra, se Mastino non rilasciava Padova, Trivigi, Parma e Lucca[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Anzi eglino con tante ragioni eccitarono il marchese a far lega con loro, ch'egli non seppe esentarsene. Un gran parlamento ancora si tenne nel mese d'aprile in Cremona, dove intervenneroMastino, Azzo Visconte, ilmarchese Obizzo, Guido da Gonzaga, ed altri signori di Lombardia. Volle Mastino muoverli a prestargli soccorso in quella sua urgenza. Non si trovò chi volesse muovere un dito per lui, perchè erano tutti disgustati della di lui poca fede e smoderata ambizione. Per lo contrario, da lì a qualche tempo si collegarono tutti contra di lui. Intanto venti bandiere di Tedeschi, che erano al soldo di Mastino, passarono nel campo veneto. Ribellaronsi ancora agli Scaligeri Cittadella, Asolo, Conigliano, ed altre terre del Padovano e Trevisano. Nel giugno si raunarono in Mantova le genti di Azzo Visconte, degli Estensi e de' Gonzaghi, e con esso loro venne ad accoppiarsi l'esercito de' Veneziani e Fiorentini, condotto da Marsilio Rosso, essendo rimasto in Bovolenta Pietro suo fratello con mille e cinquecento cavalli e molta fanteria.Luchino Visconte, zio d'Azzo, fu creato capitan generale dell'armata collegata, e tutti entrarono sul Veronese, facendo gran guasto. Mastino, che, oltre all'essere uomo prode in guerra, aveva anch'egli un poderoso esercito, arditamente venne loro incontro, e li sfidò a battaglia nel dì 26 dì giugno. Ossia che Luchino Visconte fosse un codardo, come alcun vuole; oppure, come altriscrivono[Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. eod. Gazata, Chron, Regiens., tom. 18 Rer. Ital., Bonincontrus Morigia, Chronic. Modoet., tom. 12 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, de Gest. Azonis, tom. eod.], che i Tedeschi dell'armata collegata avessero ordito un tradimento (e molti di essi in fatti, siccome persone venali e date a chi più loro offeriva, andarono a' servigi di Mastino): certo è che i collegati pieni di spavento sgarbatamente si ritirarono a Mantova, lasciando indietro tende ed arnesi da guerra, e si separarono. Allora Mastino corse colle sue genti sino alle porte di Mantova, mettendo tutto a sacco e fuoco. Tentò poscia d'impedir la riunione dell'armata di Marsilio Rosso con quella di Pietro suo fratello; ma non gli venne fatto, siccome neppur di tirare ad una battaglia i due fratelli Rossi, perchè furono d'avviso i Veneziani di stancare piuttosto Mastino, sul supposto ch'egli non potesse sostener lungo tempo l'eccessiva spesa del mantenimento di tante soldatesche, fra le quali erano quattro mila lancie tedesche. Dimorava intanto in PadovaAlberto dalla Scala, fratello maggiore di Mastino, uomo di pace e non di guerra, quanto dedito ai piaceri, altrettanto nemico delle fatiche. I suoi due principali consiglieri eranoMarsilioedUbertino da Carrara. Grande zelo, siccome dissi, aveva in addietro mostrato Marsilio per gl'interessi degli Scaligeri; ma più gli premevano i proprii. Non dimenticava egli di essere già stato signore di Padova; e siccome avea data quella città a Cane dalla Scala, così non si faceva scrupolo di ritorla ai di lui nipoti, essendo massimamente quel popolo ridotto alla disperazione per le tante contribuzioni e insolenze che giornalmente si faceano in quella città. Segretamente perciò Marsilio se l'intese coi Veneziani. Se è vero ciò che narrano i Gatari[Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital.], avendo Mastino avuto sentore del tradimento, scrisse più d'una volta ad Alberto che si assicurasse de' due Carraresi,e li levasse dal mondo. Alberto scioccamente loro mostrava gli ordini del fratello. Se n'ebbe bene a pentire. Veggendosi dunque Marsilio come scoperto, si affrettò a compiere il premeditato disegno. Due volte era venuto Pietro dei Rossi sino ai borghi di Padova, ma s'era poi ritirato. Vi tornò la terza volta nel dì 3 d'agosto[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Veronense, tom. eod.], e allora gli fu aperta la porta di Ponte Corvo da Marsilio. Vi entrò egli colle sue genti; fece prigione e mandò poi alle carceri di Venezia il mal accorto Alberto dalla Scala; spogliò d'armi e cavalli la guarnigion di Mastino, e cinquecento ne fece prigionieri. Nel dì 6 d'agosto fu data dal popolo la signoria di Padova aMarsilio da Carrara. Gran festa si fece in Venezia e Firenze per questo felice colpo, da cui, all'incontro, restò sommamente sbalordito Mastino. Non perdè tempo il valoroso Pietro de' Rossi a passar coll'armata sotto Monselice, e cominciò a dar dei furiosi assalti a quella forte terra. Ma nel dì 7 d'agosto colpito da una lancia manesca con ferita mortale, nel dì seguente morì, mostrando un'esemplare pietà e un'eroica intrepidezza nel prendere commiato dal mondo. Perderono i Veneziani un gran generale d'armata, e un personaggio di somma liberalità, che non passava l'età di anni trentaquattro, e dai più de' Lombardi fu compianta la sua morte. Erasi prima condotto a VeneziaMarsilio de' Rossisuo fratello, uomo di non minor sapere e coraggio nelle cose di guerra; ma, preso da mortal malattia, anche egli finì di vivere in quella città nel dì 14 del suddetto agosto. Orlando Rosso fu scelto pel comando dell'armata.Non fu men riguardevole l'altra perdita che fece Mastino nel dì 8 di ottobre[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.]. EbbeAzzo Visconteun trattatocon alcuni cittadini bresciani, che, forate le mura, introdussero nel dì suddetto le di lui genti nella città vecchia, e poi presero la nuova, di modo che tutta la città, da cui fuggì Bonetto de' Malvicini governatore ivi per Mastino col suo presidio, venne in potere del Visconte. Si difese il castello sino al dì 13 di novembre, ed allora capitolò la resa. Gran gioia parimente fu in quella nobil città per essere caduta in mano di un miglior signore, il quale richiamò colà tutti gli usciti, e vi fece fiorir la pace. Profittò ancora della decadenza, in cui si trovarono gli Scaligeri,Carlo figliuolo di Giovannire di Boemia. Era egli divenuto signore della Carintia, ed entrato in lega coi Veneziani, nel mese di luglio o di agosto s'impossessò di Feltre, e nell'anno seguente di Belluno, smembrando ancor quelle città dalla signoria degli Scaligeri. Provarono medesimamente felice quest'anno in Toscana i Fiorentini[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 69.]. Unitisi essi coi Perugini, aveano fatta lunga guerra alla città d'Arezzo.Pier Saccone de' Tarlatida Pietramala, signore di quella città, coi suoi consorti, trovandosi oramai al verde e senza maniera di poter resistere a tante forze, badò alle proposizioni di accordo che segretamente gli fece fare il comune di Firenze, di pagargli venticinque mila fiorini d'oro, con altri privilegii e vantaggi facili allora a promettersi in tali occasioni, ma che facilmente ancora svanivano nel progresso del tempo. Compiuto il trattato, nel dì 10 di marzo presero i Fiorentini il possesso d'Arezzo; e Pier Saccone venuto a Firenze, non vi fu carezza ed onore che egli non ricevesse qual gran benefattore da que' cittadini. Ma i Fiorentini, che tanto rumore aveano alzato contra di Mastino, perchè, senza attendere i patti della lega, avea ritenuta per sè la città di Lucca, dimenticarono anch'essi che nella lega contratta co' Perugini ogni conquisto che si facesse sopra gli Aretini avea da esser comune. Eppur eglino vollero tutta per sè la città diArezzo: del che gran querele fece, e restò forte amareggiato il comune di Perugia: tanto è vero che a noi sembrano sol giuste le bilance favorevoli ai nostri interessi, difettose quelle che sono ad essi contrarie. Fecero poscia i Fiorentini oste contra di Lucca, e un fiero guasto diedero a Pescia, Buggiano ed altri luoghi. Anche in Bologna nell'anno presente seguì mutazione[Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. eodem.]. Pareano amicissimiTaddeo de' PepolieBrandaligi de' Gozzadini, amendue gran caporali e potenti giratori del governo di Bologna. Ma cadaun dal suo canto andava studiando la maniera di scavalcare il compagno. Nel dì 3 di luglio vennero alle maniJacopoeGiovannifigliuoli di Taddeo Pepoli col suddetto Brandaligi; ed essendosi ingrossata la gente da ambe le parti, ne seguì gran battaglia. Sopraggiunse Taddeo dei Pepoli, che fece fermar la mischia, e seco prese Brandaligi, il menò a casa sua, dove con belle parole l'indusse a disarmarsi. Ma eccoti quei da Loiano, i Bentivogli, i Bianchi ed altri amici de' Pepoli con gran seguito, che violentemente entrati in casa di Brandaligi, la mettono a sacco, e le attaccano il fuoco. Se ne fuggì egli di Bologna, nè mai più vi tornò. Stette quella città fluttuante, venendo intanto mandati molti a' confini, sino al dì 28 d'agosto, in cui i soldati diedero alle armi in piazza, gridando:Viva messer Taddeo de' Pepoli. Per forza esso Taddeo fu creato capitan generale e signor di Bologna, città che era allora in lega co' Veneziani e Fiorentini. In quest'anno di lunga infermità nel dì 25 di giugno terminò i suoi giorniFederigo redi Sicilia[Nicolaus Specialis, lib. 8, cap. 8.], principe di gran senno e valore, che per tanti anni seppe sostenersi in capo la corona contro tutti gli sforzi delre Roberto. Restarono di lui tre maschi, cioèPietro II re,Guglielmo ducaeGiovanni marchese. Ma non ereditò[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 70.]il re Pietro nè l'ingegnonè il coraggio del padre; e però cominciossi sotto di lui a scompigliare la buona armonia de' Siciliani, e si ribellarono i conti di Ventimiglia e di Lentino.
Tardi conoscendoMastino dalla Scalad'essersi per l'ingordigia ed orgoglio suo condotto ad un mal passo col nimicarsi la potente signoria di Veneziae il comune di Firenze, implorò lo aiuto de' suoi vecchi confederati[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.].Obizzo marchesed'Este, unitosi conGuido da Gonzaga, Giovanni de' Pepoli, Manfredi de' Pii, ed altri ambasciatori, nel mese di gennaio si portò a Venezia per trattar dì pace. Trovò quei senatori troppo risoluti alla guerra, se Mastino non rilasciava Padova, Trivigi, Parma e Lucca[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Anzi eglino con tante ragioni eccitarono il marchese a far lega con loro, ch'egli non seppe esentarsene. Un gran parlamento ancora si tenne nel mese d'aprile in Cremona, dove intervenneroMastino, Azzo Visconte, ilmarchese Obizzo, Guido da Gonzaga, ed altri signori di Lombardia. Volle Mastino muoverli a prestargli soccorso in quella sua urgenza. Non si trovò chi volesse muovere un dito per lui, perchè erano tutti disgustati della di lui poca fede e smoderata ambizione. Per lo contrario, da lì a qualche tempo si collegarono tutti contra di lui. Intanto venti bandiere di Tedeschi, che erano al soldo di Mastino, passarono nel campo veneto. Ribellaronsi ancora agli Scaligeri Cittadella, Asolo, Conigliano, ed altre terre del Padovano e Trevisano. Nel giugno si raunarono in Mantova le genti di Azzo Visconte, degli Estensi e de' Gonzaghi, e con esso loro venne ad accoppiarsi l'esercito de' Veneziani e Fiorentini, condotto da Marsilio Rosso, essendo rimasto in Bovolenta Pietro suo fratello con mille e cinquecento cavalli e molta fanteria.Luchino Visconte, zio d'Azzo, fu creato capitan generale dell'armata collegata, e tutti entrarono sul Veronese, facendo gran guasto. Mastino, che, oltre all'essere uomo prode in guerra, aveva anch'egli un poderoso esercito, arditamente venne loro incontro, e li sfidò a battaglia nel dì 26 dì giugno. Ossia che Luchino Visconte fosse un codardo, come alcun vuole; oppure, come altriscrivono[Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. eod. Gazata, Chron, Regiens., tom. 18 Rer. Ital., Bonincontrus Morigia, Chronic. Modoet., tom. 12 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, de Gest. Azonis, tom. eod.], che i Tedeschi dell'armata collegata avessero ordito un tradimento (e molti di essi in fatti, siccome persone venali e date a chi più loro offeriva, andarono a' servigi di Mastino): certo è che i collegati pieni di spavento sgarbatamente si ritirarono a Mantova, lasciando indietro tende ed arnesi da guerra, e si separarono. Allora Mastino corse colle sue genti sino alle porte di Mantova, mettendo tutto a sacco e fuoco. Tentò poscia d'impedir la riunione dell'armata di Marsilio Rosso con quella di Pietro suo fratello; ma non gli venne fatto, siccome neppur di tirare ad una battaglia i due fratelli Rossi, perchè furono d'avviso i Veneziani di stancare piuttosto Mastino, sul supposto ch'egli non potesse sostener lungo tempo l'eccessiva spesa del mantenimento di tante soldatesche, fra le quali erano quattro mila lancie tedesche. Dimorava intanto in PadovaAlberto dalla Scala, fratello maggiore di Mastino, uomo di pace e non di guerra, quanto dedito ai piaceri, altrettanto nemico delle fatiche. I suoi due principali consiglieri eranoMarsilioedUbertino da Carrara. Grande zelo, siccome dissi, aveva in addietro mostrato Marsilio per gl'interessi degli Scaligeri; ma più gli premevano i proprii. Non dimenticava egli di essere già stato signore di Padova; e siccome avea data quella città a Cane dalla Scala, così non si faceva scrupolo di ritorla ai di lui nipoti, essendo massimamente quel popolo ridotto alla disperazione per le tante contribuzioni e insolenze che giornalmente si faceano in quella città. Segretamente perciò Marsilio se l'intese coi Veneziani. Se è vero ciò che narrano i Gatari[Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital.], avendo Mastino avuto sentore del tradimento, scrisse più d'una volta ad Alberto che si assicurasse de' due Carraresi,e li levasse dal mondo. Alberto scioccamente loro mostrava gli ordini del fratello. Se n'ebbe bene a pentire. Veggendosi dunque Marsilio come scoperto, si affrettò a compiere il premeditato disegno. Due volte era venuto Pietro dei Rossi sino ai borghi di Padova, ma s'era poi ritirato. Vi tornò la terza volta nel dì 3 d'agosto[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Veronense, tom. eod.], e allora gli fu aperta la porta di Ponte Corvo da Marsilio. Vi entrò egli colle sue genti; fece prigione e mandò poi alle carceri di Venezia il mal accorto Alberto dalla Scala; spogliò d'armi e cavalli la guarnigion di Mastino, e cinquecento ne fece prigionieri. Nel dì 6 d'agosto fu data dal popolo la signoria di Padova aMarsilio da Carrara. Gran festa si fece in Venezia e Firenze per questo felice colpo, da cui, all'incontro, restò sommamente sbalordito Mastino. Non perdè tempo il valoroso Pietro de' Rossi a passar coll'armata sotto Monselice, e cominciò a dar dei furiosi assalti a quella forte terra. Ma nel dì 7 d'agosto colpito da una lancia manesca con ferita mortale, nel dì seguente morì, mostrando un'esemplare pietà e un'eroica intrepidezza nel prendere commiato dal mondo. Perderono i Veneziani un gran generale d'armata, e un personaggio di somma liberalità, che non passava l'età di anni trentaquattro, e dai più de' Lombardi fu compianta la sua morte. Erasi prima condotto a VeneziaMarsilio de' Rossisuo fratello, uomo di non minor sapere e coraggio nelle cose di guerra; ma, preso da mortal malattia, anche egli finì di vivere in quella città nel dì 14 del suddetto agosto. Orlando Rosso fu scelto pel comando dell'armata.
Non fu men riguardevole l'altra perdita che fece Mastino nel dì 8 di ottobre[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.]. EbbeAzzo Visconteun trattatocon alcuni cittadini bresciani, che, forate le mura, introdussero nel dì suddetto le di lui genti nella città vecchia, e poi presero la nuova, di modo che tutta la città, da cui fuggì Bonetto de' Malvicini governatore ivi per Mastino col suo presidio, venne in potere del Visconte. Si difese il castello sino al dì 13 di novembre, ed allora capitolò la resa. Gran gioia parimente fu in quella nobil città per essere caduta in mano di un miglior signore, il quale richiamò colà tutti gli usciti, e vi fece fiorir la pace. Profittò ancora della decadenza, in cui si trovarono gli Scaligeri,Carlo figliuolo di Giovannire di Boemia. Era egli divenuto signore della Carintia, ed entrato in lega coi Veneziani, nel mese di luglio o di agosto s'impossessò di Feltre, e nell'anno seguente di Belluno, smembrando ancor quelle città dalla signoria degli Scaligeri. Provarono medesimamente felice quest'anno in Toscana i Fiorentini[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 69.]. Unitisi essi coi Perugini, aveano fatta lunga guerra alla città d'Arezzo.Pier Saccone de' Tarlatida Pietramala, signore di quella città, coi suoi consorti, trovandosi oramai al verde e senza maniera di poter resistere a tante forze, badò alle proposizioni di accordo che segretamente gli fece fare il comune di Firenze, di pagargli venticinque mila fiorini d'oro, con altri privilegii e vantaggi facili allora a promettersi in tali occasioni, ma che facilmente ancora svanivano nel progresso del tempo. Compiuto il trattato, nel dì 10 di marzo presero i Fiorentini il possesso d'Arezzo; e Pier Saccone venuto a Firenze, non vi fu carezza ed onore che egli non ricevesse qual gran benefattore da que' cittadini. Ma i Fiorentini, che tanto rumore aveano alzato contra di Mastino, perchè, senza attendere i patti della lega, avea ritenuta per sè la città di Lucca, dimenticarono anch'essi che nella lega contratta co' Perugini ogni conquisto che si facesse sopra gli Aretini avea da esser comune. Eppur eglino vollero tutta per sè la città diArezzo: del che gran querele fece, e restò forte amareggiato il comune di Perugia: tanto è vero che a noi sembrano sol giuste le bilance favorevoli ai nostri interessi, difettose quelle che sono ad essi contrarie. Fecero poscia i Fiorentini oste contra di Lucca, e un fiero guasto diedero a Pescia, Buggiano ed altri luoghi. Anche in Bologna nell'anno presente seguì mutazione[Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. eodem.]. Pareano amicissimiTaddeo de' PepolieBrandaligi de' Gozzadini, amendue gran caporali e potenti giratori del governo di Bologna. Ma cadaun dal suo canto andava studiando la maniera di scavalcare il compagno. Nel dì 3 di luglio vennero alle maniJacopoeGiovannifigliuoli di Taddeo Pepoli col suddetto Brandaligi; ed essendosi ingrossata la gente da ambe le parti, ne seguì gran battaglia. Sopraggiunse Taddeo dei Pepoli, che fece fermar la mischia, e seco prese Brandaligi, il menò a casa sua, dove con belle parole l'indusse a disarmarsi. Ma eccoti quei da Loiano, i Bentivogli, i Bianchi ed altri amici de' Pepoli con gran seguito, che violentemente entrati in casa di Brandaligi, la mettono a sacco, e le attaccano il fuoco. Se ne fuggì egli di Bologna, nè mai più vi tornò. Stette quella città fluttuante, venendo intanto mandati molti a' confini, sino al dì 28 d'agosto, in cui i soldati diedero alle armi in piazza, gridando:Viva messer Taddeo de' Pepoli. Per forza esso Taddeo fu creato capitan generale e signor di Bologna, città che era allora in lega co' Veneziani e Fiorentini. In quest'anno di lunga infermità nel dì 25 di giugno terminò i suoi giorniFederigo redi Sicilia[Nicolaus Specialis, lib. 8, cap. 8.], principe di gran senno e valore, che per tanti anni seppe sostenersi in capo la corona contro tutti gli sforzi delre Roberto. Restarono di lui tre maschi, cioèPietro II re,Guglielmo ducaeGiovanni marchese. Ma non ereditò[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 70.]il re Pietro nè l'ingegnonè il coraggio del padre; e però cominciossi sotto di lui a scompigliare la buona armonia de' Siciliani, e si ribellarono i conti di Ventimiglia e di Lentino.