MCCLIXAnno diCristomcclix. IndizioneII.Alessandro IVpapa 5.Imperio vacante.Se nel precedente anno s'affollarono le calamità sopra l'Italia, il presente abbondò di consolazioni. Non era uomoEccelinoda sofferir compagni nel dominio di Brescia[Roland., lib. 11, cap. 12.]. Per isbrigarsi dunque da Buoso da Doara, che colmarchese ObertoPelavicino comandava alla metà di quella città, siccome ancora a Cremona, propose d'inviarlo per podestà a Verona. Buoso, persona accorta, che prevedeva i pericoli imminenti a chi si metteva in mano d'un tiranno sì sanguinario, ricusò con bella maniera, e poi stette ben in guardia per non essere colto. Non finì poi la faccenda, che il marchese Oberto e Buoso dovettero cedere ad Eccelino la signoria intera di Brescia, e ritirarsi a Cremona. Ma rimasero ben inaspriti per questo tradimento; e perciò Oberto segretamente si collegò conAzzo VIImarchese d'Este, co' Ferraresi, Padovani e Mantovani; e Buoso anche esso trasse nella stessa lega Martino dellaTorre col popolo signoreggiante in Milano, mercè di una concordia stabilita fra loro per conto di Crema. Ma neppure stette in ozio Eccelino. Fece anch'egli una segreta lega coi nobili di Milano. Non abbiamo storico alcuno milanese che ci abbia ben dicifrato lo stato allora di quella città. Il solo fra Galvano dalla Fiamma, dell'ordine de' Predicatori[Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 293.], scrive che sul fine di marzo nacque dissensione fra lo stesso popolo dominante in Milano. Volle l'una delle parti per suo capo Martino dalla Torre, l'altra Azzolino Marcellino. Prevalse il Torriano colla morte dell'altro. Allora i nobili, paventando la forza di questo capo e del popolo, elessero per loro capo Guglielmo da Soresina, e si fecero forti. Affin di quetare sì fiere turbolenze, si trasferì a Milano Filippo arcivescovo di Ravenna legato pel papa, che mandò ai confini i due suddetti capi. Il che vien anche asserito dall'autore degli Annali Milanesi[Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], senza por mente che tuttavia Filippo legato era detenuto prigione in Brescia da Eccelino, e che per conseguente all'anno precedente, prima della prigionia di lui, dovrebbe appartener questo fatto. Avendo Martino rotti i confini,se ne tornò a Milano, e fece stare colla testa bassa la nobiltà. Il perchè Guglielmo da Soresina ed altri nobili, andati a Verona, promisero ad Eccelino di dargli in mano la città di Milano. L'autore degli Annali suddetti di Milano ci vorrebbe far credere che Leone arcivescovo colla fazion de' nobili fosse cacciato fuori di Milano, e ch'egli stesso ricorresse ad Eccelino, con offerirgli il dominio di Milano: il che non sembra verisimile. A mio credere, parte dei nobili restata in Milano, e non già tutti, se l'intese con Eccelino. Lo stesso pare che si possa ricavare da Rolandino e dal Monaco Padovano[Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.], e chiaramente lo dice Guglielmo Ventura[Ventura, Chron. Astens., cap. 2, tom. 11 Rer. Ital.]. Comunque sia, sappiamo di certo che Eccelino, siccome vedremo, si mosse alla volta di Milano, lusingandosi già d'avere in pugno quella nobilissima città. Ma si vuol prima avvertire che nell'aprile del presente anno[Roland., lib. 11, cap. 16.]i Padovani s'impadronirono di Lonigo e di Custoza, togliendole ai Vicentini. Arrivati anche alla grossa ed abbondante terra di Tiene, le diedero il sacco ed il fuoco. Poscia nel mese di maggio presero la terra di Freola, e, ben fortificatala, vi lasciarono un sufficiente presidio. Ad Eccelino, tuttavia dimorante in Brescia, fu portata questa nuova, ed essa fu la fortuna di molti poveri Veronesi accusati di tradimento; imperciocchè avendo egli spedita una brigata di Tedeschi a Verona per condurre que' miseri a Brescia, udito il fatto di Freola, montò in sì gran collera, che fatti fermar per istrada i Tedeschi, in persona, correndo il mese di giugno, mosse l'armata, e, portatosi colà, ripigliò quella terra; e tutto quel popolo che umilmente e tosto se gli arrendè, fece legare, grandi e piccoli. Molti d'essi levò dal mondo, nè lasciò andarne alcuno senza segno della sua barbarie,con aver[Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]fatto cavar gli occhi, o tagliare il naso o un piede ad alcuni, e castrare i restanti. Fu questo l'ultimo spettacolo della crudeltà di quel mostro.Tornato a Brescia il tiranno, attese ad accrescere l'armata sua, con assoldar nuova gente, e raunar tutti gli amici, per passare alla sospirata conquista di Milano. Ad assicurarsi bene della felicità di così bella impresa altro non ci mancava che sapere il giorno favorevole in cui si dovea muovere l'armata sua; e questo dipendeva dal saper leggere nel libro delle stelle. Teneva egli a tal fine molti strologhi in sua corte, che gli rivelarono il punto preciso; se con certezza, si vedrà fra poco. Racconta il Monaco Padovano[Monach. Patavinus, in Chron.]che nella di lui corte onorati si vedeano Salione canonico di Padova, Riprandino Veronese, Guido Bonato da Forlì, e Paolo Saraceno colla barba lunga, che pareva un altro Balamo: tutti strologhi a lui cari. Sul fine dunque di agosto[Roland., lib. 12, cap. 2.], fingendo di voler far l'assedio degli Orci, s'inviò colà con tutto l'esercito e con un magnifico treno, seco conducendo tutta ancora la milizia di Brescia. Diede il guasto ai contorni: nel qual tempo anche il marchese Oberto Pelavicino con Buoso da Doara e coll'armata de' Cremonesi andò ad accamparsi a Soncino in faccia agli Orci col fiume Oglio interposto, per vegliare agli andamenti di quel serpente. Mossesi ancora a tali avvisi Azzo marchese d'Este colla milizia ferrarese, ed unitosi co' Mantovani, andò a postarsi a Marcheria sullo Oglio, per essere a tiro di darsi mano coi Cremonesi, secondo i bisogni. Nello stesso tempo Martino dalla Torre con un potente esercito di Milanesi uscì in campagna, e venne fino a Pioltello, ossia a Cassano presso all'Adda, mostrandosi pronto in aiuto de' Cremonesi, qualora fosse occorso. Eccelino intanto, rimandataa casa la fanteria bresciana, e ritenuti solo i cavalieri, una notte all'improvviso valicò il fiume Oglio a Palazzuolo; e continuato il viaggio fino all'Adda, per un guado, fatto prima riconoscere, passò anche l'altro fiume nel dì 17 di settembre, e s'avviò speditamente verso Milano. Da quattro o cinque mila cavalli menava egli con seco. V'ha ancora chi dice più. Era spedita quella illustre città, se a tempo non giugneva al campo milanese l'avviso de' fiumi valicati da Eccelino. Allora Martino dalla Torre, che ben intese dove mirava l'astuto tiranno, precipitosamente fece marciar l'esercito, ed ebbe la fortuna di entrare in Milano prima che vi si avvicinasse il nemico, e di rompere con ciò tutti i di lui disegni. A questo avviso Eccelino diede nelle smanie, nè ad altro pensò che ad impossessarsi della nobil terra di Monza, oppure a tornarsene a Brescia. Virilmente si accinsero alla difesa i cittadini di Monza, in guisa che, svanito ancor questo colpo, Eccelino passò a Trezzo, al cui castello fece dare un furioso assalto, ma con trovarvi dentro chi non avea men cuore de' suoi. Dati dunque alle fiamme i borghi di quella terra, si ridusse a Vimercato, dove lasciò prendere posa alla sua gente. Mostrava egli al di fuori sprezzo de' suoi avversarii, ma internamente era combattuto da molesti pensieri per vedersi in mezzo a paese nemico, e coi possenti Milanesi alle spalle, e con fiumi grossi da valicare. E più poi si conturbò, allorchè gli venne nuova che il marchese d'Este co' Ferraresi, Cremonesi e Mantovani s'era inoltrato fino all'Adda, per contrastargli il passo, ed avea anche preso il ponte di Cassano, alla cui guardia egli avea dianzi lasciate alcune delle sue squadre. Allora furibondo con tutti i suoi prese il cammino alla volta di Cassano, perchè, se vogliam credere a ciò che taluno racconta[Annal. Mediolan.], un diavolo gli avea predetto, che morrebbe ad Assano. Interpretò Eccelinoquesta parola per Bassano, terra sua e de' suoi maggiori; ma si raccapricciò poi all'udire Cassano. Sarà stata questa un'immaginazione del volgo. Ora con tal vigore spinse egli la sua gente contro i difensori del ponte, che quasi quasi pareano inclinati a cedere; ma eccoti una saetta che va a ferire Eccelino nel piè sinistro, e se gli conficca nell'osso.Per tal accidente corse lo spavento in tutte le di lui brigate; ma egli, mostrando intrepidezza, si fece portar di nuovo a Vimercato, dove, aperta la piaga, e cavatane la freccia, i chirurghi il curarono. Salì egli animosamente a cavallo nel dì seguente, ed informato di un guado nell'Adda, con ardire si mise a passarlo, e gli venne fatto di condurre di là tutti i suoi squadroni. Ma intanto ecco comparire Azzo marchese d'Este coi Ferraresi e Mantovani, ed Oberto Pelavicino marchese e Buoso da Doara coi Cremonesi, e circondare il nemico esercito. I primi a dare di sproni a' cavalli per salvarsi furono i Bresciani. Il che veduto da Eccelino, col resto della gente sua, ma di passo e senza mostrare paura, s'inviò per cercare ricovero sul territorio di Bergamo. Non glielo permisero i collegati, i quali, avventatisi addosso alle di lui brigate, immantinente le sbandarono, con farne assaissimi prigioni. Il più illustre ed importante fra questi fu lo stesso Eccelino, al quale, dappoichè restò preso, un indiscreto soldato diede due o tre ferite in capo, per vendetta di un suo fratello, a cui il tiranno avea fatto tagliare una gamba. Il Malvezzi[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]scrive che tali ferite gli furono date da Mazzoldo de' Lavelonghi nobile bresciano, prima ch'ei fosse preso. Il felicissimo giorno, in cui questa insigne vittoria avvenne, fu il 27 di settembre[Monachus Patavinus. Gualvaneus Flamma.], festa de' santi Cosma e Damiano. A folla correva la gente per mirar preso un uomo sì diffamato per la sua indicibil crudeltà,come si farebbe ad un orribilissimo mostro ucciso, caricandolo ognuno d'improperii, e i più vogliosi di finirlo. Ma il marchese e Buoso da Doara non permisero che alcuno gli facesse oltraggio; anzi, condottolo a Soncino, quivi il fecero curare con carità dai migliori medici. Tali nondimeno erano le sue ferite, che da lì ad undici giorni in età di circa settant'anni se ne morì tal quale era vissuto, senza segno di penitenza, e senza mai chiedere i sacramenti della Chiesa. Come scomunicato fu seppellito fuor di luogo sacro in un'arca sotto il portico del palazzo di Soncino. Oltre a quello che diffusamente della crudeltà inudita e degli altri esecrandi costumi di Eccelino, scrissero Rolandino e il Monaco Padovano, è da vedere Guglielmo Ventura, che nella Cronica d'Asti[Ventura, Chron. Astens., cap. 2, tom. 2 Rer. Ital.]fa un'esatta dipintura di quel poco di bene e di quell'infinito male che si trovava in questo sì spietato tiranno. Avvertì egli che quanti ciechi, storpi ed altri segnati dalla mano di Dio, o degli uomini, andavano limosinando per l'Italia, tutti diceano d'essere stati conci così da Eccelino: del che egli si vendicò. L'autore eziandio della Cronica di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]parla delle buone e ree qualità di Eccelino. Pur troppo è vero che a niuno dei tiranni è mancato qualche lodatore.Non si può già esprimere il giubilo e la festa che per tutta la Lombardia si fece all'udire tolto dal mondo l'assassino di tanti popoli, il cui nome era troppo in orrore, e facea tremare anche i lontani. D'altro non si parlava allora che di questo felice avvenimento. Certificati della sua morte i Padovani corsero a Vicenza per liberar quella città dal presidio postovi dal tiranno[Roland., lib. 12, cap. 10.]. Non potendola avere, ne bruciarono i borghi, e se ne tornarono a casa. Da lì a tre dì fuggiti i soldati di Eccelino, i Vicentini si miserosotto la protezione de' Padovani, i quali poscia a poco a poco se ne fecero assoluti padroni. Parimente si sottomise la terra di Bassano a Padova, con che crebbe di molto la potenza di questa città. A cagion di tali vicende in Trivigi non si credette più sicuro Alberico da Romano fratello dello stesso Eccelino, perchè ben consapevole dell'odio immenso de' Trivisani e dei circonvicini popoli, ch'egli s'era comperato colla sua crudel tirannia, non inferiore a quella del fratello. Però quel popolo, assistito dalla forza della repubblica veneta, fatta sollevazione, si rimise in libertà, e prese per suo podestà Marco Badoero nobile veneziano[Monach. Patavinus.]. Altrettanto fece la città di Feltre. Finalmente la città di Verona ricuperò anch'essa la libertà; richiamò Lodovico conte di San Bonifazio e gli altri fuorusciti, ed elesse per suo podestà Mastino dalla Scala, la cui casa, dopo qualche tempo, giunse alla signoria di quella città. La sola città di Brescia si trovò ostinata in non voler quella pace che l'altre città aveano abbracciata. Vi signoreggiava allora la fazion ghibellina, e per quanto di forza e di preghiere adoperassero i fuorusciti guelfi, sostenuti dalle città aderenti alla Chiesa, non poterono mai ottenere di ripatriare. S'interpose fra le parti discordi l'astuto marchese Pelavicino[Malvecius, Chron. Brixian.], e girò l'affare in maniera che, introdottosi in Brescia, si fece eleggere signore di quella città dal popolo, lasciando così delusi i fuorusciti, de' quali poi si dichiarò nemico. Avendo egli trovato quivi tuttavia carceratoFilippo arcivescovodi Ravenna, legato del papa, benchè pregato con efficaci lettere da esso pontefice, non si seppe indurre a rilasciarlo. Volle Dio che, ciò non ostante, il buon prelato riacquistasse la libertà. Aiutato da chi gli volea bene, una notte si calò egli felicemente con una fune dal palazzo, in cui era custodito; ed uscito con segretezza fuori della città, dove trovò preparato un cavallo, senzapunto fermarsi, arrivò all'amica città di Mantova. Teneva in questi tempi il marchese Oberto suddetto corrispondenza colre Manfredi, e ne ricavava dei buoni aiuti di borsa per sostenere il partito dei Ghibellini in Lombardia. Degli amici ne avea in abbondanza per le città di questa provincia, perchè considerato come capo d'essa fazione dopo la morte di Eccelino.Nella lega ch'esso marchese Oberto avea fatta nel dì 11 di giugno dell'anno presente in Brescello con Azzo marchese d'Este e d'Ancona, con Lodovico da San Bonifazio, appellato conte di Verona, e coi comuni di Mantova, Ferrara e Padova, la quale distesamente vien rapportato da Antonio Campi storico cremonese[Antonio Campi, Istoria di Cremona.], si legge:Quod domini marchio estensis, et comes Veronae, et, communia Mantuae, Ferrariae et Paduae, habeant semper, teneant et foveant excellentissimum dominum Manfredun regem Siciliae in amicum, et dent operam, quod dictus dominus rex ad concordiam reducatur cum Ecclesia. Per questo accordo fu il marchese Oberto assoluto da non so qual religioso dalla scomunica; ma, siccome osserva il Rinaldi[Raynald., in Annal. Eccl.], papaAlessandro IVdichiarò nulla tale assoluzione, nè volle ammettere Oberto e la lega suddetta, s'egli non rinunziava all'amicizia e lega del re Manfredi. Prima che terminasse il presente anno, Martino dalla Torre, capo de' popolari dominanti in Milano[Chronic. Placentin. Annales Mediol. Gualvan. Flamma.], all'avviso che dopo la morte di Eccelino i nobili milanesi fuorusciti s'erano rifuggiti in Lodi, accolti quivi dalla possente famiglia da Sommariva, coll'esercito andò sotto quella città, nè solamente costrinse a partirne i nobili, ma ancora divenne egli padrone di quella città. Ciò non ostante, in considerando l'odio, l'invidia e la forza de' nobili milanesi nemici suoi, e temendo d'essere un dì o l'altro abbattuto, prese la risoluzionedi gittarsi anche egli nelle braccia del marchese Oberto Pelavicino, figurandosi di poter continuare la sua autorità sotto l'ombra di lui. Operò dunque che il popolo milanese prendesse per signore esso marchese solamente per cinque anni col salario annuo di quattromila lire. Si trasferì pertanto Oberto a Milano con secento cavalli ed altra soldatesca, parte cremonese e parte tedesca, e, ricevuto con grande onore dai Milanesi, diede principio al suo governo, e dipoi vi lasciò per governatore Arrigo marchese di Scipione suo nipote. Ed ecco che quando si credea a terra la fazion ghibellina per la morte di Eccelino, risorger essa vigorosa più che mai. Aggiungono gli storici milanesi, che Oberto coll'andare del tempo non corrispose alle speranze de' Torriani, studiandosi di abbassarli, ma non gli venne già fatto; e noi vedremo tuttavia signoreggiare in Milano la famiglia dalla Torre. Sollevaronsi in quest'anno[Matth. Paris, Hist. Angl.]gl'instabili Romani contra del loro senatore, cioè contra di Castellano d'Andalò, zio del defunto Brancaleone, verisimilmente per maneggio del papa, che nol potea sofferire; e, creati due senatori, andarono ad assediarlo in una delle fortezze di Roma, dove egli s'era ritirato. Bravamente si difese Castellano, confidato sempre di non averne male, dacchè in Bologna erano ben guardati gli ostaggi a lui pure dati dai Romani. Nella giunta alle storie di Matteo Paris si legge, che nel presente anno papa Alessandro IV scomunicò il re Manfredi. Lo stesso abbiamo dalla Cronica di Fra Pipino[Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.], e vien anche confermato dagli storici napoletani. Abbiamo dal Guichenon[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. I.], cheTommaso contedi Savoia, e già di Fiandra, principe rinomato per molte sue azioni, mancò di vita nel dì primo di febbraio di questo anno: il che viene eziandio asseritodagli Annali di Genova[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.]. Da questo principe discende la real casa di Savoia, oggidì regnante in Sardegna, Savoia, Piemonte, Monferrato e in altre città. Perchè gli Astigiani non s'inducevano a rilasciare i di lui figliuoli, dati loro in ostaggio, venne in quest'anno a Genova ilcardinale Ottobuonodel Fiesco, zio materno d'essi principi, per passare ad Asti, e trattare della lor libertà.Pro liberatione nepotum ejus, filiorum quondam domini Thomae comitis Sabaudiae.Sono parole del Continuatore di Caffaro. Che esito avesse il suo negoziato non apparisce. Fu bensì del tumulto in Genova al ritorno di questo cardinale, perchè si temeva che egli facesse maneggio per far deporre Guglielmo Boccanegra, il quale nell'anno 1257 era stato creato capitano del popolo di Genova contro la fazion de' nobili. Ma si quetò il rumore. Cominciò nell'anno presenteCarlo conted'Angiò e di Provenza a mettere il piede nel Piemonte, dove si sottoposero alla di lui signoria la città d'Alba e le terre di Cunio, Monte Vico, Piano e Cherasco. E gli Aretini[Ricordano Malaspina, cap. 160.]una notte sorpresero la città di Cortona, che era fortissima; ne disfecero le mura e le fortezze, e la suggettarono al loro dominio, non senza grave sdegno e doglianza de' Fiorentini.
Se nel precedente anno s'affollarono le calamità sopra l'Italia, il presente abbondò di consolazioni. Non era uomoEccelinoda sofferir compagni nel dominio di Brescia[Roland., lib. 11, cap. 12.]. Per isbrigarsi dunque da Buoso da Doara, che colmarchese ObertoPelavicino comandava alla metà di quella città, siccome ancora a Cremona, propose d'inviarlo per podestà a Verona. Buoso, persona accorta, che prevedeva i pericoli imminenti a chi si metteva in mano d'un tiranno sì sanguinario, ricusò con bella maniera, e poi stette ben in guardia per non essere colto. Non finì poi la faccenda, che il marchese Oberto e Buoso dovettero cedere ad Eccelino la signoria intera di Brescia, e ritirarsi a Cremona. Ma rimasero ben inaspriti per questo tradimento; e perciò Oberto segretamente si collegò conAzzo VIImarchese d'Este, co' Ferraresi, Padovani e Mantovani; e Buoso anche esso trasse nella stessa lega Martino dellaTorre col popolo signoreggiante in Milano, mercè di una concordia stabilita fra loro per conto di Crema. Ma neppure stette in ozio Eccelino. Fece anch'egli una segreta lega coi nobili di Milano. Non abbiamo storico alcuno milanese che ci abbia ben dicifrato lo stato allora di quella città. Il solo fra Galvano dalla Fiamma, dell'ordine de' Predicatori[Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 293.], scrive che sul fine di marzo nacque dissensione fra lo stesso popolo dominante in Milano. Volle l'una delle parti per suo capo Martino dalla Torre, l'altra Azzolino Marcellino. Prevalse il Torriano colla morte dell'altro. Allora i nobili, paventando la forza di questo capo e del popolo, elessero per loro capo Guglielmo da Soresina, e si fecero forti. Affin di quetare sì fiere turbolenze, si trasferì a Milano Filippo arcivescovo di Ravenna legato pel papa, che mandò ai confini i due suddetti capi. Il che vien anche asserito dall'autore degli Annali Milanesi[Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], senza por mente che tuttavia Filippo legato era detenuto prigione in Brescia da Eccelino, e che per conseguente all'anno precedente, prima della prigionia di lui, dovrebbe appartener questo fatto. Avendo Martino rotti i confini,se ne tornò a Milano, e fece stare colla testa bassa la nobiltà. Il perchè Guglielmo da Soresina ed altri nobili, andati a Verona, promisero ad Eccelino di dargli in mano la città di Milano. L'autore degli Annali suddetti di Milano ci vorrebbe far credere che Leone arcivescovo colla fazion de' nobili fosse cacciato fuori di Milano, e ch'egli stesso ricorresse ad Eccelino, con offerirgli il dominio di Milano: il che non sembra verisimile. A mio credere, parte dei nobili restata in Milano, e non già tutti, se l'intese con Eccelino. Lo stesso pare che si possa ricavare da Rolandino e dal Monaco Padovano[Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.], e chiaramente lo dice Guglielmo Ventura[Ventura, Chron. Astens., cap. 2, tom. 11 Rer. Ital.]. Comunque sia, sappiamo di certo che Eccelino, siccome vedremo, si mosse alla volta di Milano, lusingandosi già d'avere in pugno quella nobilissima città. Ma si vuol prima avvertire che nell'aprile del presente anno[Roland., lib. 11, cap. 16.]i Padovani s'impadronirono di Lonigo e di Custoza, togliendole ai Vicentini. Arrivati anche alla grossa ed abbondante terra di Tiene, le diedero il sacco ed il fuoco. Poscia nel mese di maggio presero la terra di Freola, e, ben fortificatala, vi lasciarono un sufficiente presidio. Ad Eccelino, tuttavia dimorante in Brescia, fu portata questa nuova, ed essa fu la fortuna di molti poveri Veronesi accusati di tradimento; imperciocchè avendo egli spedita una brigata di Tedeschi a Verona per condurre que' miseri a Brescia, udito il fatto di Freola, montò in sì gran collera, che fatti fermar per istrada i Tedeschi, in persona, correndo il mese di giugno, mosse l'armata, e, portatosi colà, ripigliò quella terra; e tutto quel popolo che umilmente e tosto se gli arrendè, fece legare, grandi e piccoli. Molti d'essi levò dal mondo, nè lasciò andarne alcuno senza segno della sua barbarie,con aver[Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]fatto cavar gli occhi, o tagliare il naso o un piede ad alcuni, e castrare i restanti. Fu questo l'ultimo spettacolo della crudeltà di quel mostro.
Tornato a Brescia il tiranno, attese ad accrescere l'armata sua, con assoldar nuova gente, e raunar tutti gli amici, per passare alla sospirata conquista di Milano. Ad assicurarsi bene della felicità di così bella impresa altro non ci mancava che sapere il giorno favorevole in cui si dovea muovere l'armata sua; e questo dipendeva dal saper leggere nel libro delle stelle. Teneva egli a tal fine molti strologhi in sua corte, che gli rivelarono il punto preciso; se con certezza, si vedrà fra poco. Racconta il Monaco Padovano[Monach. Patavinus, in Chron.]che nella di lui corte onorati si vedeano Salione canonico di Padova, Riprandino Veronese, Guido Bonato da Forlì, e Paolo Saraceno colla barba lunga, che pareva un altro Balamo: tutti strologhi a lui cari. Sul fine dunque di agosto[Roland., lib. 12, cap. 2.], fingendo di voler far l'assedio degli Orci, s'inviò colà con tutto l'esercito e con un magnifico treno, seco conducendo tutta ancora la milizia di Brescia. Diede il guasto ai contorni: nel qual tempo anche il marchese Oberto Pelavicino con Buoso da Doara e coll'armata de' Cremonesi andò ad accamparsi a Soncino in faccia agli Orci col fiume Oglio interposto, per vegliare agli andamenti di quel serpente. Mossesi ancora a tali avvisi Azzo marchese d'Este colla milizia ferrarese, ed unitosi co' Mantovani, andò a postarsi a Marcheria sullo Oglio, per essere a tiro di darsi mano coi Cremonesi, secondo i bisogni. Nello stesso tempo Martino dalla Torre con un potente esercito di Milanesi uscì in campagna, e venne fino a Pioltello, ossia a Cassano presso all'Adda, mostrandosi pronto in aiuto de' Cremonesi, qualora fosse occorso. Eccelino intanto, rimandataa casa la fanteria bresciana, e ritenuti solo i cavalieri, una notte all'improvviso valicò il fiume Oglio a Palazzuolo; e continuato il viaggio fino all'Adda, per un guado, fatto prima riconoscere, passò anche l'altro fiume nel dì 17 di settembre, e s'avviò speditamente verso Milano. Da quattro o cinque mila cavalli menava egli con seco. V'ha ancora chi dice più. Era spedita quella illustre città, se a tempo non giugneva al campo milanese l'avviso de' fiumi valicati da Eccelino. Allora Martino dalla Torre, che ben intese dove mirava l'astuto tiranno, precipitosamente fece marciar l'esercito, ed ebbe la fortuna di entrare in Milano prima che vi si avvicinasse il nemico, e di rompere con ciò tutti i di lui disegni. A questo avviso Eccelino diede nelle smanie, nè ad altro pensò che ad impossessarsi della nobil terra di Monza, oppure a tornarsene a Brescia. Virilmente si accinsero alla difesa i cittadini di Monza, in guisa che, svanito ancor questo colpo, Eccelino passò a Trezzo, al cui castello fece dare un furioso assalto, ma con trovarvi dentro chi non avea men cuore de' suoi. Dati dunque alle fiamme i borghi di quella terra, si ridusse a Vimercato, dove lasciò prendere posa alla sua gente. Mostrava egli al di fuori sprezzo de' suoi avversarii, ma internamente era combattuto da molesti pensieri per vedersi in mezzo a paese nemico, e coi possenti Milanesi alle spalle, e con fiumi grossi da valicare. E più poi si conturbò, allorchè gli venne nuova che il marchese d'Este co' Ferraresi, Cremonesi e Mantovani s'era inoltrato fino all'Adda, per contrastargli il passo, ed avea anche preso il ponte di Cassano, alla cui guardia egli avea dianzi lasciate alcune delle sue squadre. Allora furibondo con tutti i suoi prese il cammino alla volta di Cassano, perchè, se vogliam credere a ciò che taluno racconta[Annal. Mediolan.], un diavolo gli avea predetto, che morrebbe ad Assano. Interpretò Eccelinoquesta parola per Bassano, terra sua e de' suoi maggiori; ma si raccapricciò poi all'udire Cassano. Sarà stata questa un'immaginazione del volgo. Ora con tal vigore spinse egli la sua gente contro i difensori del ponte, che quasi quasi pareano inclinati a cedere; ma eccoti una saetta che va a ferire Eccelino nel piè sinistro, e se gli conficca nell'osso.
Per tal accidente corse lo spavento in tutte le di lui brigate; ma egli, mostrando intrepidezza, si fece portar di nuovo a Vimercato, dove, aperta la piaga, e cavatane la freccia, i chirurghi il curarono. Salì egli animosamente a cavallo nel dì seguente, ed informato di un guado nell'Adda, con ardire si mise a passarlo, e gli venne fatto di condurre di là tutti i suoi squadroni. Ma intanto ecco comparire Azzo marchese d'Este coi Ferraresi e Mantovani, ed Oberto Pelavicino marchese e Buoso da Doara coi Cremonesi, e circondare il nemico esercito. I primi a dare di sproni a' cavalli per salvarsi furono i Bresciani. Il che veduto da Eccelino, col resto della gente sua, ma di passo e senza mostrare paura, s'inviò per cercare ricovero sul territorio di Bergamo. Non glielo permisero i collegati, i quali, avventatisi addosso alle di lui brigate, immantinente le sbandarono, con farne assaissimi prigioni. Il più illustre ed importante fra questi fu lo stesso Eccelino, al quale, dappoichè restò preso, un indiscreto soldato diede due o tre ferite in capo, per vendetta di un suo fratello, a cui il tiranno avea fatto tagliare una gamba. Il Malvezzi[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]scrive che tali ferite gli furono date da Mazzoldo de' Lavelonghi nobile bresciano, prima ch'ei fosse preso. Il felicissimo giorno, in cui questa insigne vittoria avvenne, fu il 27 di settembre[Monachus Patavinus. Gualvaneus Flamma.], festa de' santi Cosma e Damiano. A folla correva la gente per mirar preso un uomo sì diffamato per la sua indicibil crudeltà,come si farebbe ad un orribilissimo mostro ucciso, caricandolo ognuno d'improperii, e i più vogliosi di finirlo. Ma il marchese e Buoso da Doara non permisero che alcuno gli facesse oltraggio; anzi, condottolo a Soncino, quivi il fecero curare con carità dai migliori medici. Tali nondimeno erano le sue ferite, che da lì ad undici giorni in età di circa settant'anni se ne morì tal quale era vissuto, senza segno di penitenza, e senza mai chiedere i sacramenti della Chiesa. Come scomunicato fu seppellito fuor di luogo sacro in un'arca sotto il portico del palazzo di Soncino. Oltre a quello che diffusamente della crudeltà inudita e degli altri esecrandi costumi di Eccelino, scrissero Rolandino e il Monaco Padovano, è da vedere Guglielmo Ventura, che nella Cronica d'Asti[Ventura, Chron. Astens., cap. 2, tom. 2 Rer. Ital.]fa un'esatta dipintura di quel poco di bene e di quell'infinito male che si trovava in questo sì spietato tiranno. Avvertì egli che quanti ciechi, storpi ed altri segnati dalla mano di Dio, o degli uomini, andavano limosinando per l'Italia, tutti diceano d'essere stati conci così da Eccelino: del che egli si vendicò. L'autore eziandio della Cronica di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]parla delle buone e ree qualità di Eccelino. Pur troppo è vero che a niuno dei tiranni è mancato qualche lodatore.
Non si può già esprimere il giubilo e la festa che per tutta la Lombardia si fece all'udire tolto dal mondo l'assassino di tanti popoli, il cui nome era troppo in orrore, e facea tremare anche i lontani. D'altro non si parlava allora che di questo felice avvenimento. Certificati della sua morte i Padovani corsero a Vicenza per liberar quella città dal presidio postovi dal tiranno[Roland., lib. 12, cap. 10.]. Non potendola avere, ne bruciarono i borghi, e se ne tornarono a casa. Da lì a tre dì fuggiti i soldati di Eccelino, i Vicentini si miserosotto la protezione de' Padovani, i quali poscia a poco a poco se ne fecero assoluti padroni. Parimente si sottomise la terra di Bassano a Padova, con che crebbe di molto la potenza di questa città. A cagion di tali vicende in Trivigi non si credette più sicuro Alberico da Romano fratello dello stesso Eccelino, perchè ben consapevole dell'odio immenso de' Trivisani e dei circonvicini popoli, ch'egli s'era comperato colla sua crudel tirannia, non inferiore a quella del fratello. Però quel popolo, assistito dalla forza della repubblica veneta, fatta sollevazione, si rimise in libertà, e prese per suo podestà Marco Badoero nobile veneziano[Monach. Patavinus.]. Altrettanto fece la città di Feltre. Finalmente la città di Verona ricuperò anch'essa la libertà; richiamò Lodovico conte di San Bonifazio e gli altri fuorusciti, ed elesse per suo podestà Mastino dalla Scala, la cui casa, dopo qualche tempo, giunse alla signoria di quella città. La sola città di Brescia si trovò ostinata in non voler quella pace che l'altre città aveano abbracciata. Vi signoreggiava allora la fazion ghibellina, e per quanto di forza e di preghiere adoperassero i fuorusciti guelfi, sostenuti dalle città aderenti alla Chiesa, non poterono mai ottenere di ripatriare. S'interpose fra le parti discordi l'astuto marchese Pelavicino[Malvecius, Chron. Brixian.], e girò l'affare in maniera che, introdottosi in Brescia, si fece eleggere signore di quella città dal popolo, lasciando così delusi i fuorusciti, de' quali poi si dichiarò nemico. Avendo egli trovato quivi tuttavia carceratoFilippo arcivescovodi Ravenna, legato del papa, benchè pregato con efficaci lettere da esso pontefice, non si seppe indurre a rilasciarlo. Volle Dio che, ciò non ostante, il buon prelato riacquistasse la libertà. Aiutato da chi gli volea bene, una notte si calò egli felicemente con una fune dal palazzo, in cui era custodito; ed uscito con segretezza fuori della città, dove trovò preparato un cavallo, senzapunto fermarsi, arrivò all'amica città di Mantova. Teneva in questi tempi il marchese Oberto suddetto corrispondenza colre Manfredi, e ne ricavava dei buoni aiuti di borsa per sostenere il partito dei Ghibellini in Lombardia. Degli amici ne avea in abbondanza per le città di questa provincia, perchè considerato come capo d'essa fazione dopo la morte di Eccelino.
Nella lega ch'esso marchese Oberto avea fatta nel dì 11 di giugno dell'anno presente in Brescello con Azzo marchese d'Este e d'Ancona, con Lodovico da San Bonifazio, appellato conte di Verona, e coi comuni di Mantova, Ferrara e Padova, la quale distesamente vien rapportato da Antonio Campi storico cremonese[Antonio Campi, Istoria di Cremona.], si legge:Quod domini marchio estensis, et comes Veronae, et, communia Mantuae, Ferrariae et Paduae, habeant semper, teneant et foveant excellentissimum dominum Manfredun regem Siciliae in amicum, et dent operam, quod dictus dominus rex ad concordiam reducatur cum Ecclesia. Per questo accordo fu il marchese Oberto assoluto da non so qual religioso dalla scomunica; ma, siccome osserva il Rinaldi[Raynald., in Annal. Eccl.], papaAlessandro IVdichiarò nulla tale assoluzione, nè volle ammettere Oberto e la lega suddetta, s'egli non rinunziava all'amicizia e lega del re Manfredi. Prima che terminasse il presente anno, Martino dalla Torre, capo de' popolari dominanti in Milano[Chronic. Placentin. Annales Mediol. Gualvan. Flamma.], all'avviso che dopo la morte di Eccelino i nobili milanesi fuorusciti s'erano rifuggiti in Lodi, accolti quivi dalla possente famiglia da Sommariva, coll'esercito andò sotto quella città, nè solamente costrinse a partirne i nobili, ma ancora divenne egli padrone di quella città. Ciò non ostante, in considerando l'odio, l'invidia e la forza de' nobili milanesi nemici suoi, e temendo d'essere un dì o l'altro abbattuto, prese la risoluzionedi gittarsi anche egli nelle braccia del marchese Oberto Pelavicino, figurandosi di poter continuare la sua autorità sotto l'ombra di lui. Operò dunque che il popolo milanese prendesse per signore esso marchese solamente per cinque anni col salario annuo di quattromila lire. Si trasferì pertanto Oberto a Milano con secento cavalli ed altra soldatesca, parte cremonese e parte tedesca, e, ricevuto con grande onore dai Milanesi, diede principio al suo governo, e dipoi vi lasciò per governatore Arrigo marchese di Scipione suo nipote. Ed ecco che quando si credea a terra la fazion ghibellina per la morte di Eccelino, risorger essa vigorosa più che mai. Aggiungono gli storici milanesi, che Oberto coll'andare del tempo non corrispose alle speranze de' Torriani, studiandosi di abbassarli, ma non gli venne già fatto; e noi vedremo tuttavia signoreggiare in Milano la famiglia dalla Torre. Sollevaronsi in quest'anno[Matth. Paris, Hist. Angl.]gl'instabili Romani contra del loro senatore, cioè contra di Castellano d'Andalò, zio del defunto Brancaleone, verisimilmente per maneggio del papa, che nol potea sofferire; e, creati due senatori, andarono ad assediarlo in una delle fortezze di Roma, dove egli s'era ritirato. Bravamente si difese Castellano, confidato sempre di non averne male, dacchè in Bologna erano ben guardati gli ostaggi a lui pure dati dai Romani. Nella giunta alle storie di Matteo Paris si legge, che nel presente anno papa Alessandro IV scomunicò il re Manfredi. Lo stesso abbiamo dalla Cronica di Fra Pipino[Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.], e vien anche confermato dagli storici napoletani. Abbiamo dal Guichenon[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. I.], cheTommaso contedi Savoia, e già di Fiandra, principe rinomato per molte sue azioni, mancò di vita nel dì primo di febbraio di questo anno: il che viene eziandio asseritodagli Annali di Genova[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.]. Da questo principe discende la real casa di Savoia, oggidì regnante in Sardegna, Savoia, Piemonte, Monferrato e in altre città. Perchè gli Astigiani non s'inducevano a rilasciare i di lui figliuoli, dati loro in ostaggio, venne in quest'anno a Genova ilcardinale Ottobuonodel Fiesco, zio materno d'essi principi, per passare ad Asti, e trattare della lor libertà.Pro liberatione nepotum ejus, filiorum quondam domini Thomae comitis Sabaudiae.Sono parole del Continuatore di Caffaro. Che esito avesse il suo negoziato non apparisce. Fu bensì del tumulto in Genova al ritorno di questo cardinale, perchè si temeva che egli facesse maneggio per far deporre Guglielmo Boccanegra, il quale nell'anno 1257 era stato creato capitano del popolo di Genova contro la fazion de' nobili. Ma si quetò il rumore. Cominciò nell'anno presenteCarlo conted'Angiò e di Provenza a mettere il piede nel Piemonte, dove si sottoposero alla di lui signoria la città d'Alba e le terre di Cunio, Monte Vico, Piano e Cherasco. E gli Aretini[Ricordano Malaspina, cap. 160.]una notte sorpresero la città di Cortona, che era fortissima; ne disfecero le mura e le fortezze, e la suggettarono al loro dominio, non senza grave sdegno e doglianza de' Fiorentini.