MCCLXAnno diCristomcclx. IndizioneIII.Alessandro IVpapa 6.Imperio vacante.Andavano alla peggio gli affari dell'imperio de' Latini in Levante[Matteo Spinelli, Diario, tom. 8 Rer. Ital.]. PeròBaldovino imperadore, e il despota della Morea vennero in persona in Italia a chiedere soccorsi ad esso Manfredi e al papa. Avrebbe desiderato il pontefice di prestar loro aiuto; ma le forze mancavano. Il solo Manfredi sarebbe stato valevole colle sue forze a quell'impresa, senon si fosse scusato col non essere in grazia della Sede apostolica, e colla necessità di dovere star in buona guardia contro gli attentati della corte di Roma, la quale facea continui maneggi per torgli il regno e darlo ad altro principe. Voglioso il despota di levare di mezzo gli intoppi, andossene nel gennaio di questo anno a trovare il pontefice, e trattò seco di pace. Condiscendeva il non superbo papa Alessandro IV a riconoscere Manfredi per re e a concedergli l'investitura, a condizione ch'egli restituisse gli Stati e i beni tolti ai fuorusciti, e scacciasse dal regno tutti i Saraceni, siccome nemici della religione, e gente che niun rispetto portava alle chiese, e faceva mille mali in tempo di guerra. Al primo punto consentiva Manfredi; al secondo non seppe accomodarsi. Non si fidava egli dei nazionali suoi sudditi cristiani, ben sapendo che non mancavano maniere alla corte di Roma di guadagnarli, e conoscendo assai l'istabilità de' suoi baroni. La speranza di mantenersi era da lui posta nelle numerose brigate de' Saraceni di Nocera, che Roma non avrebbe mai potuto guadagnare. Il perchè sospettando che la corte pontificia, qualora egli si fosse spogliato del braccio di quegl'infedeli, più facilmente l'avrebbe potuto opprimere, rigettò la proposizione, e piuttosto pensò a tirarne degli altri, non so se dalla Sicilia, o pure dall'Africa, giacchè non ignorava i trattati che si andavano facendo per muovere contro di lui l'armi di qualche potente principe cristiano. Infatti ne fece venir moltissime bande, che approdarono a Taranto e ad Otranto nel mese di maggio. Poscia nel seguente luglio li mandò addosso alla Campania romana, ed egli stesso (seguita a dire lo Spinelli)andò in Romagnia, e tutta la voltò sossopra. Col nome diRomagniaaltro non si dee intendere, se non la Romania greca, dove per difesa del despota suo suocero, Niceforo Gregora[Niceph. Gregora, Histor.]confessa che il re Manfredispedì le sue truppe. Nulla poi parlando Saba Malaspina, storico pontificio di questi tempi, d'invasione fatta da Manfredi negli Stati della Campania, suddita della Chiesa, questa si può sospettare insussistente, oppur cosa di poco momento. In questi tempi il partito ghibellino della Lombardia, Toscana e marca d'Ancona, fatto ricorso al patrocinio di Manfredi, trovò buona accoglienza nella sua corte. Poche erano le città, i cui popoli non fossero guasti dalle pazze parzialità, e però divisi fra loro. Insigne ed ostinata era questa divisione nella marca suddetta[Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 2.]; ed avendo i Ghibellini implorata l'assistenza di Manfredi, egli spedì colà Percivalle da Oria suo parente con della cavalleria, il quale trovò resistente a' suoi comandamenti la città di Camerino. L'ebbe finalmente a patti; ma quel popolo da lì a poco per paura di lui se ne fuggì, lasciandola abbandonata. Ancor qui la storia è molto digiuna. Ma non così quella di Toscana. Perchè i ghibellini fuorusciti di Firenze s'erano ritirati a Siena, città della stessa fazione, i Fiorentini le mossero guerra[Ricordano Malaspina.]. Non aveano i Sanesi forze da potere resistere alla potenza di Firenze; per questo i fuorusciti, seguendo il consiglio di Farinata degli Uberti, lor capo ed uomo accortissimo, spedirono ambasciatori al re Manfredi per impetrar soccorso. Con gran fatica ne ottennero cento uomini d'armi tedeschi. Trovandosi poi essi fuorusciti a Siena, in tempo che i Fiorentini erano venuti a oste contra quella città, un dì avendo ben imboracchiata questa squadra d'ausiliari, consigliatamente la spinsero addosso al campo nemico, ad oggetto di maggiormente impegnare Manfredi alla lor difesa. Un fiero squarcio nelle masnade fiorentine fecero i Tedeschi caldi del vino; ma infine restarono tutti morti; e l'insegna di Manfredi, strascinata pel campo, fu poi trionfalmente recata in Firenze. Rimandarono i Sanesi e i fuoruscitii loro ambasciatori a Manfredi con venti mila fiorini d'oro; e raccontate le immense prodezze di quei pochi Tedeschi, e lo strapazzo fatto dai Fiorentini alla di lui bandiera, l'indussero a spedire in Toscana Giordano da Anglone, conte di San Severino, con ottocento cavalli. Con questo rinforzo, e coll'aiuto dei Pisani e degli altri ghibellini di Firenze, ebbero i Sanesi un corpo di mille ottocento cavalieri, la maggior parte tedeschi, e sparsero voce di voler assediare Montalcino.Per mezzo di due frati minori ingannati fece nello stesso tempo lo scaltro Farinata segretamente intendere ai rettori di Firenze, che quei di Siena darebbono loro una porta della città, purchè loro facessero un regalo di diecimila fiorini, e venissero con grande esercito a prenderne il possesso, sotto la finta di andare a fornir Montalcino. Caddero nella ragna i Fiorentini. Richiesero la loro amistà, ed avuta gente da Bologna, Lucca, Pistoia, Samminiato, San Geminiano, Volterra, Perugia ed Orvieto, misero insieme un'armata di più di trenta mila persone, e v'ha chi la fa ascendere sino a quaranta mila[Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.]. Col carroccio e con fasto grande, come se andasse ad un trionfo infallibile, si mosse l'oste fiorentina; ed arrivata che fu a Montaperti nel dì 4 di settembre, in vece di veder comparir le chiavi di Siena, eccoli uscirle addosso colla cavalleria tedesca tutto il popolo di Siena in armi ed attaccar battaglia. Non s'aspettavano i Fiorentini un incontro sì fatto; pure, ordinate le schiere, si accinsero al combattimento; ma perchè molti traditori, ch'erano nel campo loro, passarono in quel de' Sanesi, atterrita la cavalleria fiorentina, si levò tosto di mezzo colla fuga, lasciando la misera fanteria alla discrezion de' nemici. La mortalità di questi si fa ascendere da Ricordano a due mila e cinquecento; da altri a quattro mila. De' rimasti prigioni Ricordano parla solamente di mille e cinquecentodi quelli del popolo, e de' migliori di Firenze e di Lucca; il che non può stare. Saba Malaspina[Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 4.]ne fa presi fin quindici mila; e questo par troppo. Eccede poi ogni credenza il dirsi negli Annali di Pisa[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]che dieci mila furono gli estinti e ventimila i prigionieri. Quel che è certo, la sconfitta fu grandissima e delle più memorande di questi tempi; e tale si compruova dagli effetti: il che suol essere il più veridico segno delle grandi o picciole sconfitte. Sì sbigottita, sì infievolita restò per questo colpo la città di Firenze, che le nobili famiglie guelfe, per non soggiacere agl'insulti de' vincitori Ghibellini, senza pensar punto alla difesa, come avrebbono potuto fare, sloggiarono e andarono a piantar casa in Lucca. Fecero il simile i Guelfi di Prato, di Pistoia, di Volterra, di San Gemignano e d'altre terre e castella di Toscana coll'abbandonar le loro patrie, le quali si cominciarono da lì innanzi a reggere a parte ghibellina. Nel dì 17 di settembre entrò il conte Giordano colle sue brigate, e cogli usciti Fiorentini nella città di Firenze; ed appresso, avendo dovuto tornare in Puglia, lasciò per vicario in Toscana Guido Novello de' conti Guidi. Tennesi in Empoli un parlamento dai Sanesi, Pisani, Aretini, e dagli altri caporali ghibellini, dove uscì fuori la matta proposizione di distruggere affatto Firenze, come principal nido della parte guelfa. Guai se non v'era Farinata degli Uberti, che caldamente si opponesse a sì cruda voglia; quella bella città era sull'orlo della totale sua rovina. Insomma gran cambiamento di cose avvenne in quest'anno in Toscana, perchè, a riserva di Lucca, tutta quella provincia trasse a parte ghibellina. Erasi, come dicemmo, ritirato Alberico da Romano con tutta la sua famiglia nel castello di San Zenone sui confini del Trivisano, fabbricato con tal cura, che per fortezza inespugnabile era tenuto datutti[Roland., lib. 2, cap. 13.]. Ma i Trivisani, ricordevoli delle tante ingiurie ricevute da questo tiranno, e ansiosi di sradicar dal mondo la terribile e micidial razza de' signori da Romano, uscirono in campagna sul principio di giugno, e, ricevuti soccorsi da Venezia, Padova, Vicenza e da altri luoghi, strinsero d'assedio il suddetto castello, e cominciarono a tempestarlo colle petriere e con tutte le macchine e ordigni di guerra, che si usavano in questi tempi[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Tuttociò a nulla avrebbe servito, se non si fosse adoperata un'altra più possente macchina, cioè l'oro, con cui Mesa da Porcilia, ingegnere, oppur comandante della cinta inferiore d'esso castello si lasciò guadagnare. Sovvertì costui alquanti Tedeschi del presidio, i quali nel dì 25 d'agosto in un assalto fingendo di difendere, aiutarono gli assedianti ad impadronirsi di quelle fortificazioni. Disperato Alberico si rifugiò colla moglie e co' suoi figliuoli nella torre superiore; ed affinchè si salvassero i suoi uomini, giacchè sapea che la festa era fatta per lui, diede loro licenza di rendersi a buoni patti. Nel dì 26 del mese suddetto fu consegnato Alberico con sua moglie Margherita, e quattro suoi figliuoli maschi e due figliuole, in mano de' vincitori che ne fecero gran tripudio. Marco Badoero podestà di Trivigi tanto tempo lor concedette, quanto occorreva per confessarsi. Poscia sugli occhi del padre furono senza misericordia alcuna tagliati a pezzi gli innocenti fanciulli colla lor giovane madre; e finalmente colla morte di Alberico si diede fine a quella orrida tragedia. Obbliarono in tal congiuntura quei popoli le leggi dell'umanità; ma sì fiero era l'odio contro il tiranno, sì grande la paura, che, lasciando in vita alcun rampollo di così potente e crudel famiglia, a cui non mancavano parenti ed amici, potesse un dì risorgere in danno loro, che ad occhi chiusi la vollero sterminata dal mondo.Celebre ancora fu l'anno presente per una pia novità, che ebbe principio in Perugia, chi disse da un fanciullo, chi da un romito, il quale asserì d'averne avuta la rivelazione da Dio[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital. Henric. Stero, Annal. Augustan.]. Predicò questi al popolo la penitenza, con rappresentar imminente un gravissimo flagello del cielo, se non si pentivano e non faceano pace fra loro. Quindi uomini e donne di ogni età istituirono processioni con disciplinarsi, ed invocare il patrocinio della Vergine madre di Dio. Da Perugia passò a Spoleti questa popolar divozione, accompagnata da una compunzione mirabile, e di là venne in Romagna. L'un popolo processionalmente, talora fino al numero di dieci e venti mila persone, si portava alla vicina città, e quivi nella cattedrale si disciplinava a sangue, gridando misericordia a Dio e pace fra la gente. Commosso il popolo di quest'altra città; andava poscia all'altra, di maniera che non passò il verno che si dilatò una tal novità anche oltramonti, e giunse in Provenza e Germania, e fino in Polonia. Nel dì 10 d'ottobre gl'Imolesi la portarono a Bologna[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], e venti mila Bolognesi vennero successivamente a Modena[Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], altrettanti Modenesi andarono a Reggio e Parma, e così di mano in mano gli altri portarono il rito sino a Genova e per tutto il Piemonte. Ma Oberto Pelavicino marchese e i Torriani non permisero che questa gente entrasse nei territorii di Cremona, Milano, Brescia e Novara; e il re Manfredi anch'egli ne vietò l'ingresso nella marca d'Ancona e nella Puglia, paventando essi qualche frode politica sotto l'ombra della divozione: del che fa gran doglianza il Monaco Padovano[Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.]. Gli effetti prodotti da questa pia commozion de' popoli furono innumerabili paci fatte fra i cittadinidiscordi, colla restituzion della patria ai fuorusciti; e le confessioni e comunioni, che erano assai trascurate in così barbari tempi; e le conversioni, non so se durevoli, delle meretrici, degli usurai, e di altri malviventi e ribaldi; e l'istituzione delle confraternite sacre in Italia, che, a mio credere[Antiq. Ital., Dissert. LXXV.], ebbero allora principio sotto nome di compagnia dei Divoti o dei Battuti, con altri beni concernenti il miglioramento delle pietà e dei costumi, troppo allora disordinati nelle città italiane. Ma perciocchè tal divozione nacque e si diffuse senza l'approvazione del sommo pontefice, nè mancavano in essa disordini per la confusion degli uomini colle donne[Longin., Hist. Polon., lib. 7.], per gli alimenti di tanti pellegrini, o per la mischianza ancora di alcuni errori, venne essa meno in poco tempo, e fu anche riprovata da molti. Perchè i Bolognesi non voleano rendere gli ostaggi de' Romani, se prima non era messo in libertà Castellano d'Andalò lor cittadino, senatore di Roma[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]papaAlessandro IVsottopose in quest'anno all'interdetto la lor città, per cui si partirono molti cherici, e li privò eziandio dello Studio. S'accrebbero per questo le dissensioni civili in quella città fra non poche famiglie nobili, e ne seguirono combattimenti ed ammazzamenti. Tali discordie non dimeno non impedirono che, essendo venuti all'armi i Guelfi e Ghibellini di Forlì, non accorresse colà l'esercito dei Bolognesi, con far prigioni e condurre a Bologna assaissimi della fazion ghibellina. La Cronica Bolognese ha che, in occasione della divozion de' Battuti, ossia de' Flagellanti, giunta a Roma, quel popolo rilasciò tutti i prigioni, e fra gli altri la famiglia del suddetto Castellano; e ch'egli medesimo ebbe la sorte di potersene fuggire. Ma, o forse tal fuga accadde nell'anno seguente, oppure non per questo i Bolognesi s'indussero a licenziar gli ostaggi, volendo prima che fosserifatto il danno e rimediato all'affronto. Circa questi tempi, per opera di un giovane tedesco, Monte di Trapani in Sicilia si ribellò al reManfredi[Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 5.]; e, portatosi a quella volta Federigo, ossia Festo Maletta vicario del re, vi fu proditoriamente ucciso dal medesimo Tedesco. Ma accorsovi il marchese Federigo Lancia, capitan generale della Sicilia, obbligò quel popolo alla resa. Durava tuttavia lo sdegno del marchese Oberto Pelavicino contra de' Piacentini, dappoichè era stato scacciato dalla signoria di quella città. Fu rimessa la decisione di tal controversia[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]in Buoso da Doara e in Martino dalla Torre, i quali proferirono un assai ragionevole laudo. Ma i cittadini di Piacenza nol vollero accettare. Irritato per questo il marchese Oberto, formato un esercito di Cremonesi, Milanesi, Bresciani, Astigiani, Cremaschi e Comaschi, ostilmente entrò nel distretto di Piacenza, ed, impadronitisi del castello di Ponte Nura, con farvi prigioni ducento settanta uomini, dopo averlo ben guernito e fortificato, se ne tornò a Cremona. Tolto fu loro anche Noceto dai fuorusciti; ed avendo spedito colà alcune squadre d'armati per ricuperarlo, furono queste sconfitte, e bruciati poi e presi altri luoghi nel distretto di Piacenza. Per le quali disavventure si trattò di nuovo di pace, e tornarono i Landi e Pelavicini fuorusciti in quella città.
Andavano alla peggio gli affari dell'imperio de' Latini in Levante[Matteo Spinelli, Diario, tom. 8 Rer. Ital.]. PeròBaldovino imperadore, e il despota della Morea vennero in persona in Italia a chiedere soccorsi ad esso Manfredi e al papa. Avrebbe desiderato il pontefice di prestar loro aiuto; ma le forze mancavano. Il solo Manfredi sarebbe stato valevole colle sue forze a quell'impresa, senon si fosse scusato col non essere in grazia della Sede apostolica, e colla necessità di dovere star in buona guardia contro gli attentati della corte di Roma, la quale facea continui maneggi per torgli il regno e darlo ad altro principe. Voglioso il despota di levare di mezzo gli intoppi, andossene nel gennaio di questo anno a trovare il pontefice, e trattò seco di pace. Condiscendeva il non superbo papa Alessandro IV a riconoscere Manfredi per re e a concedergli l'investitura, a condizione ch'egli restituisse gli Stati e i beni tolti ai fuorusciti, e scacciasse dal regno tutti i Saraceni, siccome nemici della religione, e gente che niun rispetto portava alle chiese, e faceva mille mali in tempo di guerra. Al primo punto consentiva Manfredi; al secondo non seppe accomodarsi. Non si fidava egli dei nazionali suoi sudditi cristiani, ben sapendo che non mancavano maniere alla corte di Roma di guadagnarli, e conoscendo assai l'istabilità de' suoi baroni. La speranza di mantenersi era da lui posta nelle numerose brigate de' Saraceni di Nocera, che Roma non avrebbe mai potuto guadagnare. Il perchè sospettando che la corte pontificia, qualora egli si fosse spogliato del braccio di quegl'infedeli, più facilmente l'avrebbe potuto opprimere, rigettò la proposizione, e piuttosto pensò a tirarne degli altri, non so se dalla Sicilia, o pure dall'Africa, giacchè non ignorava i trattati che si andavano facendo per muovere contro di lui l'armi di qualche potente principe cristiano. Infatti ne fece venir moltissime bande, che approdarono a Taranto e ad Otranto nel mese di maggio. Poscia nel seguente luglio li mandò addosso alla Campania romana, ed egli stesso (seguita a dire lo Spinelli)andò in Romagnia, e tutta la voltò sossopra. Col nome diRomagniaaltro non si dee intendere, se non la Romania greca, dove per difesa del despota suo suocero, Niceforo Gregora[Niceph. Gregora, Histor.]confessa che il re Manfredispedì le sue truppe. Nulla poi parlando Saba Malaspina, storico pontificio di questi tempi, d'invasione fatta da Manfredi negli Stati della Campania, suddita della Chiesa, questa si può sospettare insussistente, oppur cosa di poco momento. In questi tempi il partito ghibellino della Lombardia, Toscana e marca d'Ancona, fatto ricorso al patrocinio di Manfredi, trovò buona accoglienza nella sua corte. Poche erano le città, i cui popoli non fossero guasti dalle pazze parzialità, e però divisi fra loro. Insigne ed ostinata era questa divisione nella marca suddetta[Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 2.]; ed avendo i Ghibellini implorata l'assistenza di Manfredi, egli spedì colà Percivalle da Oria suo parente con della cavalleria, il quale trovò resistente a' suoi comandamenti la città di Camerino. L'ebbe finalmente a patti; ma quel popolo da lì a poco per paura di lui se ne fuggì, lasciandola abbandonata. Ancor qui la storia è molto digiuna. Ma non così quella di Toscana. Perchè i ghibellini fuorusciti di Firenze s'erano ritirati a Siena, città della stessa fazione, i Fiorentini le mossero guerra[Ricordano Malaspina.]. Non aveano i Sanesi forze da potere resistere alla potenza di Firenze; per questo i fuorusciti, seguendo il consiglio di Farinata degli Uberti, lor capo ed uomo accortissimo, spedirono ambasciatori al re Manfredi per impetrar soccorso. Con gran fatica ne ottennero cento uomini d'armi tedeschi. Trovandosi poi essi fuorusciti a Siena, in tempo che i Fiorentini erano venuti a oste contra quella città, un dì avendo ben imboracchiata questa squadra d'ausiliari, consigliatamente la spinsero addosso al campo nemico, ad oggetto di maggiormente impegnare Manfredi alla lor difesa. Un fiero squarcio nelle masnade fiorentine fecero i Tedeschi caldi del vino; ma infine restarono tutti morti; e l'insegna di Manfredi, strascinata pel campo, fu poi trionfalmente recata in Firenze. Rimandarono i Sanesi e i fuoruscitii loro ambasciatori a Manfredi con venti mila fiorini d'oro; e raccontate le immense prodezze di quei pochi Tedeschi, e lo strapazzo fatto dai Fiorentini alla di lui bandiera, l'indussero a spedire in Toscana Giordano da Anglone, conte di San Severino, con ottocento cavalli. Con questo rinforzo, e coll'aiuto dei Pisani e degli altri ghibellini di Firenze, ebbero i Sanesi un corpo di mille ottocento cavalieri, la maggior parte tedeschi, e sparsero voce di voler assediare Montalcino.
Per mezzo di due frati minori ingannati fece nello stesso tempo lo scaltro Farinata segretamente intendere ai rettori di Firenze, che quei di Siena darebbono loro una porta della città, purchè loro facessero un regalo di diecimila fiorini, e venissero con grande esercito a prenderne il possesso, sotto la finta di andare a fornir Montalcino. Caddero nella ragna i Fiorentini. Richiesero la loro amistà, ed avuta gente da Bologna, Lucca, Pistoia, Samminiato, San Geminiano, Volterra, Perugia ed Orvieto, misero insieme un'armata di più di trenta mila persone, e v'ha chi la fa ascendere sino a quaranta mila[Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.]. Col carroccio e con fasto grande, come se andasse ad un trionfo infallibile, si mosse l'oste fiorentina; ed arrivata che fu a Montaperti nel dì 4 di settembre, in vece di veder comparir le chiavi di Siena, eccoli uscirle addosso colla cavalleria tedesca tutto il popolo di Siena in armi ed attaccar battaglia. Non s'aspettavano i Fiorentini un incontro sì fatto; pure, ordinate le schiere, si accinsero al combattimento; ma perchè molti traditori, ch'erano nel campo loro, passarono in quel de' Sanesi, atterrita la cavalleria fiorentina, si levò tosto di mezzo colla fuga, lasciando la misera fanteria alla discrezion de' nemici. La mortalità di questi si fa ascendere da Ricordano a due mila e cinquecento; da altri a quattro mila. De' rimasti prigioni Ricordano parla solamente di mille e cinquecentodi quelli del popolo, e de' migliori di Firenze e di Lucca; il che non può stare. Saba Malaspina[Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 4.]ne fa presi fin quindici mila; e questo par troppo. Eccede poi ogni credenza il dirsi negli Annali di Pisa[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]che dieci mila furono gli estinti e ventimila i prigionieri. Quel che è certo, la sconfitta fu grandissima e delle più memorande di questi tempi; e tale si compruova dagli effetti: il che suol essere il più veridico segno delle grandi o picciole sconfitte. Sì sbigottita, sì infievolita restò per questo colpo la città di Firenze, che le nobili famiglie guelfe, per non soggiacere agl'insulti de' vincitori Ghibellini, senza pensar punto alla difesa, come avrebbono potuto fare, sloggiarono e andarono a piantar casa in Lucca. Fecero il simile i Guelfi di Prato, di Pistoia, di Volterra, di San Gemignano e d'altre terre e castella di Toscana coll'abbandonar le loro patrie, le quali si cominciarono da lì innanzi a reggere a parte ghibellina. Nel dì 17 di settembre entrò il conte Giordano colle sue brigate, e cogli usciti Fiorentini nella città di Firenze; ed appresso, avendo dovuto tornare in Puglia, lasciò per vicario in Toscana Guido Novello de' conti Guidi. Tennesi in Empoli un parlamento dai Sanesi, Pisani, Aretini, e dagli altri caporali ghibellini, dove uscì fuori la matta proposizione di distruggere affatto Firenze, come principal nido della parte guelfa. Guai se non v'era Farinata degli Uberti, che caldamente si opponesse a sì cruda voglia; quella bella città era sull'orlo della totale sua rovina. Insomma gran cambiamento di cose avvenne in quest'anno in Toscana, perchè, a riserva di Lucca, tutta quella provincia trasse a parte ghibellina. Erasi, come dicemmo, ritirato Alberico da Romano con tutta la sua famiglia nel castello di San Zenone sui confini del Trivisano, fabbricato con tal cura, che per fortezza inespugnabile era tenuto datutti[Roland., lib. 2, cap. 13.]. Ma i Trivisani, ricordevoli delle tante ingiurie ricevute da questo tiranno, e ansiosi di sradicar dal mondo la terribile e micidial razza de' signori da Romano, uscirono in campagna sul principio di giugno, e, ricevuti soccorsi da Venezia, Padova, Vicenza e da altri luoghi, strinsero d'assedio il suddetto castello, e cominciarono a tempestarlo colle petriere e con tutte le macchine e ordigni di guerra, che si usavano in questi tempi[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Tuttociò a nulla avrebbe servito, se non si fosse adoperata un'altra più possente macchina, cioè l'oro, con cui Mesa da Porcilia, ingegnere, oppur comandante della cinta inferiore d'esso castello si lasciò guadagnare. Sovvertì costui alquanti Tedeschi del presidio, i quali nel dì 25 d'agosto in un assalto fingendo di difendere, aiutarono gli assedianti ad impadronirsi di quelle fortificazioni. Disperato Alberico si rifugiò colla moglie e co' suoi figliuoli nella torre superiore; ed affinchè si salvassero i suoi uomini, giacchè sapea che la festa era fatta per lui, diede loro licenza di rendersi a buoni patti. Nel dì 26 del mese suddetto fu consegnato Alberico con sua moglie Margherita, e quattro suoi figliuoli maschi e due figliuole, in mano de' vincitori che ne fecero gran tripudio. Marco Badoero podestà di Trivigi tanto tempo lor concedette, quanto occorreva per confessarsi. Poscia sugli occhi del padre furono senza misericordia alcuna tagliati a pezzi gli innocenti fanciulli colla lor giovane madre; e finalmente colla morte di Alberico si diede fine a quella orrida tragedia. Obbliarono in tal congiuntura quei popoli le leggi dell'umanità; ma sì fiero era l'odio contro il tiranno, sì grande la paura, che, lasciando in vita alcun rampollo di così potente e crudel famiglia, a cui non mancavano parenti ed amici, potesse un dì risorgere in danno loro, che ad occhi chiusi la vollero sterminata dal mondo.
Celebre ancora fu l'anno presente per una pia novità, che ebbe principio in Perugia, chi disse da un fanciullo, chi da un romito, il quale asserì d'averne avuta la rivelazione da Dio[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital. Henric. Stero, Annal. Augustan.]. Predicò questi al popolo la penitenza, con rappresentar imminente un gravissimo flagello del cielo, se non si pentivano e non faceano pace fra loro. Quindi uomini e donne di ogni età istituirono processioni con disciplinarsi, ed invocare il patrocinio della Vergine madre di Dio. Da Perugia passò a Spoleti questa popolar divozione, accompagnata da una compunzione mirabile, e di là venne in Romagna. L'un popolo processionalmente, talora fino al numero di dieci e venti mila persone, si portava alla vicina città, e quivi nella cattedrale si disciplinava a sangue, gridando misericordia a Dio e pace fra la gente. Commosso il popolo di quest'altra città; andava poscia all'altra, di maniera che non passò il verno che si dilatò una tal novità anche oltramonti, e giunse in Provenza e Germania, e fino in Polonia. Nel dì 10 d'ottobre gl'Imolesi la portarono a Bologna[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], e venti mila Bolognesi vennero successivamente a Modena[Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], altrettanti Modenesi andarono a Reggio e Parma, e così di mano in mano gli altri portarono il rito sino a Genova e per tutto il Piemonte. Ma Oberto Pelavicino marchese e i Torriani non permisero che questa gente entrasse nei territorii di Cremona, Milano, Brescia e Novara; e il re Manfredi anch'egli ne vietò l'ingresso nella marca d'Ancona e nella Puglia, paventando essi qualche frode politica sotto l'ombra della divozione: del che fa gran doglianza il Monaco Padovano[Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.]. Gli effetti prodotti da questa pia commozion de' popoli furono innumerabili paci fatte fra i cittadinidiscordi, colla restituzion della patria ai fuorusciti; e le confessioni e comunioni, che erano assai trascurate in così barbari tempi; e le conversioni, non so se durevoli, delle meretrici, degli usurai, e di altri malviventi e ribaldi; e l'istituzione delle confraternite sacre in Italia, che, a mio credere[Antiq. Ital., Dissert. LXXV.], ebbero allora principio sotto nome di compagnia dei Divoti o dei Battuti, con altri beni concernenti il miglioramento delle pietà e dei costumi, troppo allora disordinati nelle città italiane. Ma perciocchè tal divozione nacque e si diffuse senza l'approvazione del sommo pontefice, nè mancavano in essa disordini per la confusion degli uomini colle donne[Longin., Hist. Polon., lib. 7.], per gli alimenti di tanti pellegrini, o per la mischianza ancora di alcuni errori, venne essa meno in poco tempo, e fu anche riprovata da molti. Perchè i Bolognesi non voleano rendere gli ostaggi de' Romani, se prima non era messo in libertà Castellano d'Andalò lor cittadino, senatore di Roma[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]papaAlessandro IVsottopose in quest'anno all'interdetto la lor città, per cui si partirono molti cherici, e li privò eziandio dello Studio. S'accrebbero per questo le dissensioni civili in quella città fra non poche famiglie nobili, e ne seguirono combattimenti ed ammazzamenti. Tali discordie non dimeno non impedirono che, essendo venuti all'armi i Guelfi e Ghibellini di Forlì, non accorresse colà l'esercito dei Bolognesi, con far prigioni e condurre a Bologna assaissimi della fazion ghibellina. La Cronica Bolognese ha che, in occasione della divozion de' Battuti, ossia de' Flagellanti, giunta a Roma, quel popolo rilasciò tutti i prigioni, e fra gli altri la famiglia del suddetto Castellano; e ch'egli medesimo ebbe la sorte di potersene fuggire. Ma, o forse tal fuga accadde nell'anno seguente, oppure non per questo i Bolognesi s'indussero a licenziar gli ostaggi, volendo prima che fosserifatto il danno e rimediato all'affronto. Circa questi tempi, per opera di un giovane tedesco, Monte di Trapani in Sicilia si ribellò al reManfredi[Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 5.]; e, portatosi a quella volta Federigo, ossia Festo Maletta vicario del re, vi fu proditoriamente ucciso dal medesimo Tedesco. Ma accorsovi il marchese Federigo Lancia, capitan generale della Sicilia, obbligò quel popolo alla resa. Durava tuttavia lo sdegno del marchese Oberto Pelavicino contra de' Piacentini, dappoichè era stato scacciato dalla signoria di quella città. Fu rimessa la decisione di tal controversia[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]in Buoso da Doara e in Martino dalla Torre, i quali proferirono un assai ragionevole laudo. Ma i cittadini di Piacenza nol vollero accettare. Irritato per questo il marchese Oberto, formato un esercito di Cremonesi, Milanesi, Bresciani, Astigiani, Cremaschi e Comaschi, ostilmente entrò nel distretto di Piacenza, ed, impadronitisi del castello di Ponte Nura, con farvi prigioni ducento settanta uomini, dopo averlo ben guernito e fortificato, se ne tornò a Cremona. Tolto fu loro anche Noceto dai fuorusciti; ed avendo spedito colà alcune squadre d'armati per ricuperarlo, furono queste sconfitte, e bruciati poi e presi altri luoghi nel distretto di Piacenza. Per le quali disavventure si trattò di nuovo di pace, e tornarono i Landi e Pelavicini fuorusciti in quella città.