MCCLXV

MCCLXVAnno diCristomcclxv. IndizioneVIII.Clemente IVpapa 1.Imperio vacante.Finalmente nel dì nove (come vuole il Rinaldi[Raynaldus. Annal. Ecclesiast.]), oppur nel dì cinque (come ha Tolomeo da Lucca[Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., lib. 22, cap. 50.]) di febbraio del presente anno fu eletto da' cardinali per successore di san PietroGuido vescovosabinense, nato nella terra di Santo Egidio della Provenza, ossia della Linguadoca, personaggio di rara bontà di vita e di singolare umiltà. Avea avuta moglie e figliuoli. Rimasto vedovo, si arrolò nella milizia clericale; fu creato vescovo d'Anicy, oppure di Aux, poscia arcivescovo di Narbona e cardinale, e finalmente assunto al pontificato romano. Perchè egli si trovava allora in Francia, impedito dal passare in Inghilterra, tennero i cardinali segreto lo scrutinio, e a lui spedirono con egual segretezza l'avviso dell'elezione caduta nella di lui persona. Sen venne egli perciò incognito a Perugia, dove, dopo molta resistenza, prestò il suo consenso, e dopo essere stato consecrato ed aver preso il nome diClemente IV, andò a mettere la sua residenza in Viterbo. Furono da lui approvate tutte le determinazioni del suo predecessore intorno alla concessione del regno di Sicilia e Puglia aCarlo contedi Provenza, e alla sua venuta in Italia. Mossesi infatti questo principe nella primavera dell'anno presente da Marsiliacon venti galee, accompagnato daLuigi di Savoia, e venne alla volta di Roma. Non avea tralasciato Manfredi di prendere le possibili precauzioni per frastornare l'arrivo del competitore. Una considerabil flotta di galee e di navi[Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 17.], tanto sue che de' Pisani, fu inviata alla sboccatura del Tevere. Quivi con travi, pali, sassi si cercò d'impedire il passaggio di qualunque grosso legno che volesse salire su per quel fiume. Tale era anche la copia e forza del suo armamento navale, che si figurava l'ammiraglio di Manfredi di potere a man salva far prigione lo stesso conte Carlo, se osava di portarsi colà. Ma eccoti una fiera tempesta che obbligò quella flotta a staccarsi da que' lidi, e a tenersi alto in mare, con prendere la via di Ponente, per incontrare, se le veniva fatto, la flotta nemica. Questo fu la fortuna del conte, il quale, tuttochè anche egli fosse forte sbattuto da quell'orrido temporale, e si trovasse in manifesto pericolo della vita, pure sen venne spinto dai rabbiosi venti sino alla spiaggia romana, dove, salito in un picciolo legno, quasi miracolosamente approdò a terra, e giunse al monistero di San Paolo fuori di Roma. Quetata poi la furia del mare, pervennero anche le sue galee alla foce del Tevere, e, levati gli ostacoli, liberamente entrò nel fiume, e sbarcò a Roma mille uomini d'armi, tutta gente valorosa e avvezza al mestier della guerra. Nel mercordì prima della Pentecoste, cioè nei dì 24 di maggio[Bernard. Guidon., in Vita Clementis IV.], fece il conte Carlo la sua entrata in Roma con così magnifico incontro, plauso e giubilo di tutto il popolo romano, che non v'era memoria di solennità sì festosa per onorar l'arrivo d'altri principi venuti a quella gran città. Sbalordito rimase il re Manfredi all'udire come con tanta felicità fosse giunto l'emulo suo, ed avesse schivata l'opposizion della sua armata navale, tanto superiore di forze. Senza nondimeno perdersi d'animo, attese a fortificarsie premunirsi a' confini: al qual fine richiamò dalla Toscana, dalla marca d'Ancona e dagli altri luoghi tutte le schiere de' suoi Tedeschi e d'altri soldati sparsi per quelle contrade. Tenuto poscia un parlamento di tutti i baroni e vassalli del regno, espose loro i motivi e la necessità della difesa e dell'aiuto di cadauno, mostrando una viva speranza nella lor fedeltà e bravura. Delle belle parole e promesse n'ebbe quante ne volle; ma negli animi loro già bollivano altri desiderii, e ognuno pensava a' propri interessi e vantaggi, senza mettersi cura de' pubblici. Niuna impresa tentò in quest'anno il conte Carlo, perchè aspettava per terra il grosso della sua cavalleria e fanteria[Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Raynald., in Annal. Eccles.]. S'inoltrò bensì nel distretto di Roma l'esercito di Manfredi, sulla speranza che egli uscisse di Roma e venisse a battaglia; ma il conte, mosso ancora dalle saggie esortazioni del papa, nulla volle azzardare, trovandosi scarso di gente sua, e poco fidandosi de' Romani, fra' quali non pochi erano guadagnati dai danari di Manfredi. Venuto il mese di settembre arrivò per mare a Roma la sua consorteBeatrice, che fu accolta con sommo onore ed allegrezza dal popolo romano.Vegniamo ora alla Lombardia, che nell'anno presente fu quasi tutta in armi per la calata dell'esercito franzese, raccolto per ordine del conte suddetto. Prima nondimeno ch'esso valicasse l'Alpi, la città di Reggio[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic. Ricordano Malaspina, cap. 174.], fin qui di parte ghibellina, cangiò mantello. Nel dì 6 di febbraio arrivarono colà i Modenesi cogli usciti di Reggio, e coi guelfi fiorentini e di Toscana. Fu dismurata e loro aperta la porta del castello dai nobili Fogliani e Roberti, e sulla piazza si venne ad un aspro combattimento coi Sessi e colla parte ghibellina, fra i quali si distinse e passò poi in proverbio il Caca ossia Caccada Reggio, uomo di statura gigantesca e di mirabil forza, che con una mazza alla mano si facea far piazza dovunque giugnea. Se gli serrarono addosso uniti dodici gentiluomini fiorentini colle coltella, e lo stesero a terra. Dopo di che i Sessi e i lor seguaci presero la fuga, e si ritirarono a Reggiuolo. Così i Reggiani cominciarono a governarsi a parte guelfa, e da lì a qualche tempo fecero tregua cogli usciti, e cessò ogni ostilità. Secondo la Cronica di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], seguì nell'anno presente una battaglia traGuglielmo marchesedi Monferrato e Oberto da Scipione, nipote delmarchese ObertoPelavicino, nell'Alessandrino presso Nizza della Paglia. Rimasero prigionieri cinquecento cavalieri d'esso Oberto da Scipione. Intorno a che è da avvertire che, per attestato di Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 28 Rer. Ital.], nel precedente anno 1264, nel dì 14 di maggio, Carlo conte di Provenza avea fatta lega col suddetto marchese di Monferrato contra di Manfredi e di Oberto marchese Pelavicino. In virtù d'essa alleanza fece esso marchese di Monferrato guerra nell'anno presente al nipote d'esso Pelavicino. Calò per la Savoia sul fine della state di quest'anno l'armata oltramontana de' crocesignati (giacchè si guadagnava indulgenza plenaria a prendere le armi contra di Manfredi), inviandosi verso Roma per trovar Carlo conte d'Angiò e di Provenza, e passar dipoi contra d'esso Manfredi. La Cronica di Parma la fa ascendere a sessanta mila combattenti; quella di Bologna[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]a quaranta mila. Meglio è stare agli Annali vecchi di Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], che la dicono composta di cinque mila cavalli, quindici mila fanti e dieci mila balestrieri. Ne era capitan generaleRobertofigliuolo del conte di Fiandra, accompagnato da copiosa nobiltà oltramontana. Trovò il marchesedi Monferrato collegato, e i Torriani col popolo di Milano favorevoli, dai quali ricevè abbondante provvisione di vettovaglia. Ma nemici ed opposti a questa gente erano il marchese Oberto Pelavicino e Buoso da Doara coi Cremonesi, Pavesi, Piacentini ed altri Ghibellini di Lombardia, i quali, condotti dall'interesse della lor fazione, e insieme dai danari del re Manfredi, coi lor carrocci e con grande sforzo d'armati andarono a postarsi a Soncino, per contrastarle il passo. V'andò anche il conte Giordano[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], spedito colà da Manfredi con quattrocento lancie, e una bella compagnia di Napoletani a cavallo. Pertanto fu d'uopo che l'esercito franzese prendesse la volta del territorio di Brescia, nella qual città il marchese Pelavicino avea posto un buon presidio. Passarono essi l'Oglio a Palazzuolo, e giunti fin sotto le mura di Brescia, vi gettarono dentro molte saette nel dì 9 di dicembre. Se non veniva loro meno la vettovaglia, forse prendevano quella città molto sbigottita. Arrivati a Monte Chiaro, quivi trovarono giunti in aiuto loroObizzo marchesed'Este signor di Ferrara coi Ferraresi, eLodovico contedi San Bonifazio coi Mantovani. Uniti poi con essi, diedero varii assalti a Monte Chiaro, e se ne impadronirono, siccome ancora di altre terre, che quasi tutte distrussero, con farvi prigioni quattrocento cavalli e mille fanti del marchese Pelavicino[Ricordano Malaspina, cap. 178.]. Commisero dappertutto l'enormità che si possono immaginare, senza ricordarsi d'essere cristiani e crociati. Non si allentò mai esso marchese con tutti i suoi di far fronte a questa armata nemica, deludendo con ciò le speranze di Manfredi, Ricordano Malaspina[Matteo Spinelli, Diario, tom. 8 Rer. Ital.], Dante ed altri incolpano di tradimento Buoso da Doara, che, corrotto dal danaro del Francesi, talmente dispose le cose, che i nemici senza contrasto passarono.Più verisimile è ch'eglino tali forze non avessero da poter avventurare una battaglia con sì poderoso esercito nemico.Comunque sia, pervenuti i Franzesi sul Ferrarese, vi trovarono preparato dal suddetto marchese Obizzo un ponte sul Po, per cui valicarono il fiume. Scrive il Sigonio[Sigon., de Regno Ital., lib. 20.]che dieci mila Bolognesi marciarono a Mantova in soccorso dell'armata franzese. Io non ne truovo parola negli scrittori d'allora, e neppur nelle Croniche di Bologna. Certo non sussiste il dirsi da Ricordano che l'esercito franzese passò per Parma. Con esso bensì andarono ad unirsi i Guelfi fuorusciti di Toscana in numero di più di quattrocento cavalieri, tutti riccamente guerniti d'armi e di cavalli, de' quali era condottiere il conte Guido Guerra. Passando poi per la Romagna, marca d'Ancona e Spoleti, se crediamo a Ricordano e ad altri autori, arrivarono finalmente a Roma circa le feste del Natale. Ma sapendosi che quell'esercito era tuttavia sul Bresciano verso la metà di dicembre, non può stare un sì frettoloso arrivo d'esso a Roma. Saba Malaspina[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 1.], dopo aver narrata la coronazione del conte Carlo fatta nel dì dell'Epifania dell'anno seguente, scrive:Jam Gallicorum post haec superveniens multitudo circumfluit; jam totus regis Karoli exspectatus exercitus Romam venit. Però verso la metà del gennaio susseguente dovette l'armata suddetta comparire alla presenza del suo signore in Roma. Avea fatto in questo anno, prima del fin qui mentovato successo, la città di Brescia[Malvecius, Chron. Brixian.]dei movimenti per sottrarsi alla signoria del marchese Oberto Pelavicino. Per questo presi alcuni di que' nobili, furono condotti nelle carceri di Cremona. Un segreto concerto fu fatto dipoi cheFilippo dalla Torre, signor di Milano, di Bergamo e d'altre città, venisse con assai brigate a Brescia in un determinato giorno delmese d'agosto, per sostenere la sollevazione del popolo. Accadde che il Torriano, allorchè si disponeva per cavalcare a quella volta, sorpreso da subitaneo malore, cessò di vivere. Non per anche s'era data sepoltura al di lui cadavero nel monistero di Chiaravalle, cheNapoossiaNapoleonedalla Torre suo parente si fece proclamare signor di Milano. Rimasero per questo accidente in grave sconcerto i Bresciani. Fecero bensì due tentativi per liberarsi dall'oppressione del Pelavicino, ma questi ridondarono solamente in loro danno. Moltissimi de' nobili furono presi e mandati a penar nelle prigioni di Cremona; ad altri non pochi fu, dopo i tormenti, levata la vita: il che sempre più accrebbe l'odio di quel popolo verso chi allora li signoreggiava.

Finalmente nel dì nove (come vuole il Rinaldi[Raynaldus. Annal. Ecclesiast.]), oppur nel dì cinque (come ha Tolomeo da Lucca[Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., lib. 22, cap. 50.]) di febbraio del presente anno fu eletto da' cardinali per successore di san PietroGuido vescovosabinense, nato nella terra di Santo Egidio della Provenza, ossia della Linguadoca, personaggio di rara bontà di vita e di singolare umiltà. Avea avuta moglie e figliuoli. Rimasto vedovo, si arrolò nella milizia clericale; fu creato vescovo d'Anicy, oppure di Aux, poscia arcivescovo di Narbona e cardinale, e finalmente assunto al pontificato romano. Perchè egli si trovava allora in Francia, impedito dal passare in Inghilterra, tennero i cardinali segreto lo scrutinio, e a lui spedirono con egual segretezza l'avviso dell'elezione caduta nella di lui persona. Sen venne egli perciò incognito a Perugia, dove, dopo molta resistenza, prestò il suo consenso, e dopo essere stato consecrato ed aver preso il nome diClemente IV, andò a mettere la sua residenza in Viterbo. Furono da lui approvate tutte le determinazioni del suo predecessore intorno alla concessione del regno di Sicilia e Puglia aCarlo contedi Provenza, e alla sua venuta in Italia. Mossesi infatti questo principe nella primavera dell'anno presente da Marsiliacon venti galee, accompagnato daLuigi di Savoia, e venne alla volta di Roma. Non avea tralasciato Manfredi di prendere le possibili precauzioni per frastornare l'arrivo del competitore. Una considerabil flotta di galee e di navi[Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 17.], tanto sue che de' Pisani, fu inviata alla sboccatura del Tevere. Quivi con travi, pali, sassi si cercò d'impedire il passaggio di qualunque grosso legno che volesse salire su per quel fiume. Tale era anche la copia e forza del suo armamento navale, che si figurava l'ammiraglio di Manfredi di potere a man salva far prigione lo stesso conte Carlo, se osava di portarsi colà. Ma eccoti una fiera tempesta che obbligò quella flotta a staccarsi da que' lidi, e a tenersi alto in mare, con prendere la via di Ponente, per incontrare, se le veniva fatto, la flotta nemica. Questo fu la fortuna del conte, il quale, tuttochè anche egli fosse forte sbattuto da quell'orrido temporale, e si trovasse in manifesto pericolo della vita, pure sen venne spinto dai rabbiosi venti sino alla spiaggia romana, dove, salito in un picciolo legno, quasi miracolosamente approdò a terra, e giunse al monistero di San Paolo fuori di Roma. Quetata poi la furia del mare, pervennero anche le sue galee alla foce del Tevere, e, levati gli ostacoli, liberamente entrò nel fiume, e sbarcò a Roma mille uomini d'armi, tutta gente valorosa e avvezza al mestier della guerra. Nel mercordì prima della Pentecoste, cioè nei dì 24 di maggio[Bernard. Guidon., in Vita Clementis IV.], fece il conte Carlo la sua entrata in Roma con così magnifico incontro, plauso e giubilo di tutto il popolo romano, che non v'era memoria di solennità sì festosa per onorar l'arrivo d'altri principi venuti a quella gran città. Sbalordito rimase il re Manfredi all'udire come con tanta felicità fosse giunto l'emulo suo, ed avesse schivata l'opposizion della sua armata navale, tanto superiore di forze. Senza nondimeno perdersi d'animo, attese a fortificarsie premunirsi a' confini: al qual fine richiamò dalla Toscana, dalla marca d'Ancona e dagli altri luoghi tutte le schiere de' suoi Tedeschi e d'altri soldati sparsi per quelle contrade. Tenuto poscia un parlamento di tutti i baroni e vassalli del regno, espose loro i motivi e la necessità della difesa e dell'aiuto di cadauno, mostrando una viva speranza nella lor fedeltà e bravura. Delle belle parole e promesse n'ebbe quante ne volle; ma negli animi loro già bollivano altri desiderii, e ognuno pensava a' propri interessi e vantaggi, senza mettersi cura de' pubblici. Niuna impresa tentò in quest'anno il conte Carlo, perchè aspettava per terra il grosso della sua cavalleria e fanteria[Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Raynald., in Annal. Eccles.]. S'inoltrò bensì nel distretto di Roma l'esercito di Manfredi, sulla speranza che egli uscisse di Roma e venisse a battaglia; ma il conte, mosso ancora dalle saggie esortazioni del papa, nulla volle azzardare, trovandosi scarso di gente sua, e poco fidandosi de' Romani, fra' quali non pochi erano guadagnati dai danari di Manfredi. Venuto il mese di settembre arrivò per mare a Roma la sua consorteBeatrice, che fu accolta con sommo onore ed allegrezza dal popolo romano.

Vegniamo ora alla Lombardia, che nell'anno presente fu quasi tutta in armi per la calata dell'esercito franzese, raccolto per ordine del conte suddetto. Prima nondimeno ch'esso valicasse l'Alpi, la città di Reggio[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic. Ricordano Malaspina, cap. 174.], fin qui di parte ghibellina, cangiò mantello. Nel dì 6 di febbraio arrivarono colà i Modenesi cogli usciti di Reggio, e coi guelfi fiorentini e di Toscana. Fu dismurata e loro aperta la porta del castello dai nobili Fogliani e Roberti, e sulla piazza si venne ad un aspro combattimento coi Sessi e colla parte ghibellina, fra i quali si distinse e passò poi in proverbio il Caca ossia Caccada Reggio, uomo di statura gigantesca e di mirabil forza, che con una mazza alla mano si facea far piazza dovunque giugnea. Se gli serrarono addosso uniti dodici gentiluomini fiorentini colle coltella, e lo stesero a terra. Dopo di che i Sessi e i lor seguaci presero la fuga, e si ritirarono a Reggiuolo. Così i Reggiani cominciarono a governarsi a parte guelfa, e da lì a qualche tempo fecero tregua cogli usciti, e cessò ogni ostilità. Secondo la Cronica di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], seguì nell'anno presente una battaglia traGuglielmo marchesedi Monferrato e Oberto da Scipione, nipote delmarchese ObertoPelavicino, nell'Alessandrino presso Nizza della Paglia. Rimasero prigionieri cinquecento cavalieri d'esso Oberto da Scipione. Intorno a che è da avvertire che, per attestato di Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 28 Rer. Ital.], nel precedente anno 1264, nel dì 14 di maggio, Carlo conte di Provenza avea fatta lega col suddetto marchese di Monferrato contra di Manfredi e di Oberto marchese Pelavicino. In virtù d'essa alleanza fece esso marchese di Monferrato guerra nell'anno presente al nipote d'esso Pelavicino. Calò per la Savoia sul fine della state di quest'anno l'armata oltramontana de' crocesignati (giacchè si guadagnava indulgenza plenaria a prendere le armi contra di Manfredi), inviandosi verso Roma per trovar Carlo conte d'Angiò e di Provenza, e passar dipoi contra d'esso Manfredi. La Cronica di Parma la fa ascendere a sessanta mila combattenti; quella di Bologna[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]a quaranta mila. Meglio è stare agli Annali vecchi di Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], che la dicono composta di cinque mila cavalli, quindici mila fanti e dieci mila balestrieri. Ne era capitan generaleRobertofigliuolo del conte di Fiandra, accompagnato da copiosa nobiltà oltramontana. Trovò il marchesedi Monferrato collegato, e i Torriani col popolo di Milano favorevoli, dai quali ricevè abbondante provvisione di vettovaglia. Ma nemici ed opposti a questa gente erano il marchese Oberto Pelavicino e Buoso da Doara coi Cremonesi, Pavesi, Piacentini ed altri Ghibellini di Lombardia, i quali, condotti dall'interesse della lor fazione, e insieme dai danari del re Manfredi, coi lor carrocci e con grande sforzo d'armati andarono a postarsi a Soncino, per contrastarle il passo. V'andò anche il conte Giordano[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], spedito colà da Manfredi con quattrocento lancie, e una bella compagnia di Napoletani a cavallo. Pertanto fu d'uopo che l'esercito franzese prendesse la volta del territorio di Brescia, nella qual città il marchese Pelavicino avea posto un buon presidio. Passarono essi l'Oglio a Palazzuolo, e giunti fin sotto le mura di Brescia, vi gettarono dentro molte saette nel dì 9 di dicembre. Se non veniva loro meno la vettovaglia, forse prendevano quella città molto sbigottita. Arrivati a Monte Chiaro, quivi trovarono giunti in aiuto loroObizzo marchesed'Este signor di Ferrara coi Ferraresi, eLodovico contedi San Bonifazio coi Mantovani. Uniti poi con essi, diedero varii assalti a Monte Chiaro, e se ne impadronirono, siccome ancora di altre terre, che quasi tutte distrussero, con farvi prigioni quattrocento cavalli e mille fanti del marchese Pelavicino[Ricordano Malaspina, cap. 178.]. Commisero dappertutto l'enormità che si possono immaginare, senza ricordarsi d'essere cristiani e crociati. Non si allentò mai esso marchese con tutti i suoi di far fronte a questa armata nemica, deludendo con ciò le speranze di Manfredi, Ricordano Malaspina[Matteo Spinelli, Diario, tom. 8 Rer. Ital.], Dante ed altri incolpano di tradimento Buoso da Doara, che, corrotto dal danaro del Francesi, talmente dispose le cose, che i nemici senza contrasto passarono.Più verisimile è ch'eglino tali forze non avessero da poter avventurare una battaglia con sì poderoso esercito nemico.

Comunque sia, pervenuti i Franzesi sul Ferrarese, vi trovarono preparato dal suddetto marchese Obizzo un ponte sul Po, per cui valicarono il fiume. Scrive il Sigonio[Sigon., de Regno Ital., lib. 20.]che dieci mila Bolognesi marciarono a Mantova in soccorso dell'armata franzese. Io non ne truovo parola negli scrittori d'allora, e neppur nelle Croniche di Bologna. Certo non sussiste il dirsi da Ricordano che l'esercito franzese passò per Parma. Con esso bensì andarono ad unirsi i Guelfi fuorusciti di Toscana in numero di più di quattrocento cavalieri, tutti riccamente guerniti d'armi e di cavalli, de' quali era condottiere il conte Guido Guerra. Passando poi per la Romagna, marca d'Ancona e Spoleti, se crediamo a Ricordano e ad altri autori, arrivarono finalmente a Roma circa le feste del Natale. Ma sapendosi che quell'esercito era tuttavia sul Bresciano verso la metà di dicembre, non può stare un sì frettoloso arrivo d'esso a Roma. Saba Malaspina[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 1.], dopo aver narrata la coronazione del conte Carlo fatta nel dì dell'Epifania dell'anno seguente, scrive:Jam Gallicorum post haec superveniens multitudo circumfluit; jam totus regis Karoli exspectatus exercitus Romam venit. Però verso la metà del gennaio susseguente dovette l'armata suddetta comparire alla presenza del suo signore in Roma. Avea fatto in questo anno, prima del fin qui mentovato successo, la città di Brescia[Malvecius, Chron. Brixian.]dei movimenti per sottrarsi alla signoria del marchese Oberto Pelavicino. Per questo presi alcuni di que' nobili, furono condotti nelle carceri di Cremona. Un segreto concerto fu fatto dipoi cheFilippo dalla Torre, signor di Milano, di Bergamo e d'altre città, venisse con assai brigate a Brescia in un determinato giorno delmese d'agosto, per sostenere la sollevazione del popolo. Accadde che il Torriano, allorchè si disponeva per cavalcare a quella volta, sorpreso da subitaneo malore, cessò di vivere. Non per anche s'era data sepoltura al di lui cadavero nel monistero di Chiaravalle, cheNapoossiaNapoleonedalla Torre suo parente si fece proclamare signor di Milano. Rimasero per questo accidente in grave sconcerto i Bresciani. Fecero bensì due tentativi per liberarsi dall'oppressione del Pelavicino, ma questi ridondarono solamente in loro danno. Moltissimi de' nobili furono presi e mandati a penar nelle prigioni di Cremona; ad altri non pochi fu, dopo i tormenti, levata la vita: il che sempre più accrebbe l'odio di quel popolo verso chi allora li signoreggiava.


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