MCCLXVI

MCCLXVIAnno diCristomcclxvi. IndizioneIX.Clemente IVpapa 2.Imperio vacante.Prima di procedere coll'armi contro al nemicoManfredi, volleCarlo contedi Angiò e di Provenza essere solennemente coronato re di Sicilia e di Puglia. La funzione fu fatta per ordine di papaClemente IVnella Basilica Vaticana[Raynald., Annal. Eccles. Ricord. Malaspina, Monach. Patavinus et alii.], correndo le festa dell'Epifania, ossia nel dì 6 di gennaio. Essendo stati spediti colà dal papa cinque cardinali apposta, ricevè il conte conBeatricesua moglie la corona; e vi intervenne un'immensa folla di Romani, che compierono la festa con varie allegrezze e giuochi. Prestò il re Carlo allora il giuramento, e il ligio omaggio alla Chiesa romana pel regno di Sicilia di là e di qua dal Faro, di cui fu investito dal papa. Avrebbe avuto bisogno l'armata sua, che giunse nei giorni seguenti, di un lungo riposo, perchè arrivò a Roma sfiatata e malconcia pel lungo viaggio e per molti affanni patiti. Ma troppo era smunta la borsa del re Carlo, nè manieraaveva egli di sostentar tanta gente, avendo già consunte le grosse somme prese dai prestatori. Fece ben egli al pontefice istanza di soccorso d'oro, ma con ritrovare anche il di lui erario netto e spazzato al pari del suo. Però, ancorchè il verno non sia stagion propria per guerreggiare, massimamente per chi guida migliaia di cavalli; pure per necessità, e sulla speranza di provvedere al proprio bisogno colle spoglie de' nemici, durante ancora il mese di gennaio, intrepidamente col suo fiorito esercito marciò alla volta di Ceperano per entrare nel regno. Era con luiRiccardo cardinaledi Sant'Angelo, legato del papa, per muovere i popoli a prendere la croce per la Chiesa. Non avea intanto Manfredi lasciato di far quanti preparamenti potea per ben riceverlo. Un grossissimo presidio ancora avea messo in San Germano, sperando che quel luogo facesse lunga resistenza al nimico, per aver tempo di ricever varii corpi di gente che si aspettavano dalla Sicilia, Calabria, Toscana ed altri luoghi. Fra le altre provvisioni avea situato al fiume Garigliano il conte di Caserta con grosse squadre per difendere quel passo. Ma agli animosi ed arditi Franzesi nulla era che potesse resistere; innanzi a loro camminava il terrore, perchè creduti non diversi dai paladini favolosi di Francia; e il verno stesso si vestì d'un'insolita placidezza per favorirli. Passarono i Franzesi il Garigliano per la proditoria ritirata del conte di Caserta. Fu preso a forza d'armi San Germano, e andò a fil di spada quasi tutta quella numerosa guarnigione, con incoraggirsi maggiormente i vincitori pel saccheggio, frutto sempre gustoso della vittoria. Aquino e la rocca d'Arci non fecero resistenza. Da così sinistri avvenimenti allora più che mai Manfredi venne a conoscere non poter egli far capitale alcuno sulla volubilità e poca fede de' regnicoli. V'erano fra questi non pochi che, ricordevoli delle crudeltà ed avanie di Federigo II e di suo figliuolo Corrado, odiavano la casa diSuevia; altri guadagnati dall'oro, e dalle promesse della corte di Roma e del re Carlo; altri infine amanti delle novità per la facile speranza di star meglio, oppur di crescere in fortuna. Contuttociò Manfredi senza avvilirsi attese a far le disposizioni opportune, e colle sue forze passato a Benevento, quivi si accampò. Non aveva egli tralasciato di mandar persona a parlare di accordo al re Carlo. La risposta di Carlo fu questa in franzese:Dite[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 5.]al sultano di Nocera(così appellava Manfredi, perchè si serviva de' Saraceni)ch'io con lui non voglio nè pace nè tregua; e che in breve io manderò lui all'inferno, o egli me in paradiso.Non perdè tempo il re Carlo a muoversi verso Benevento, per trovare l'armata nemica, ardendo di voglia di decidere con un fatto d'armi la contesa del regno. Fu messo in disputa nel consiglio di Manfredi, se meglio fosse il tenersi solamente in difesa, tanto che arrivassero gli aspettati rinforzi, oppure il dar tosto battaglia, per cogliere i Franzesi stanchi e spossati per le marcie sforzate. Ossia che prevalesse l'ultimo partito, o che l'impaziente Carlo uscisse ad attaccare il nemico, ovvero che i Saraceni in numero di dieci mila, senza aspettarne il comandamento, movessero contra dei Franzesi[Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Veronense, tom. 9 Rer. Ital.], a poco a poco nel dì 26 di febbraio dell'anno presente (chiamato 1265 da alcuni scrittori che cominciano alla fiorentina l'anno nuovo solamente nel dì 25 di marzo) s'impegnarono le schiere in un'orrida battaglia, descritta minutamente da Saba Malaspina[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 10.], da Ricordano[Ricordano Malaspina, cap. 179.]e da altri scrittori. A me basterà di accennarla. Combatterono con gran vigore i Saraceni e Tedeschi dello esercito di Manfredi. Si trovarono essi infine malmenati e sopraffatti dai Franzesi;laonde volle allora Manfredi muovere la terza schiera composta di Pugliesi, ma senza trovare ubbidienza nei baroni di cuore già guasto. Allora lo sfortunato, ma coraggioso, principe determinò di voler piuttosto morire re, che di ridursi privato colla fuga a mendicare il pane. E spronato il cavallo, andò a cacciarsi nella mischia, dove, senza essere conosciuto, da più colpi fu privato di vita. Racconta Ricobaldo[Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.], e dopo lui Francesco Pipino[Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 43, tom. 9 Rer. Ital.], che in questi tempi andarono in disuso per l'Italia le spade da taglio, ossia le sciable, e si cominciò ad usar quelle da punta, ossia gli stocchi, de' quali si servivano i Franzesi. Per essere gli uomini d'armi tutti vestiti di ferro, poco profitto faceano addosso a loro i colpi delle sciable. Ma allorchè essi alzavano il braccio per ferire, i Franzesi colle punte degli stocchi li foravano sotto le ascelle, e in questa maniera lì rendevano inutili a più combattere. Strage fu fatta, massimamente de' Saraceni; grande fu la copia dei prigioni, fra' quali si contarono i conti Giordano, Galvano, Federigo e Bartolommeo, parenti di Manfredi, ad alcuni de' quali, cioè Galvano e Federigo, fu data dipoi la libertà ad istanza diBartolommeo Pignatelliarcivescovo di Messina; ed altri furono fatti morire dall'inesorabil re Carlo. Il bottino fu inestimabile, e ne arricchirono tutti i vincitori, e alle mani del re Carlo pervennero i tesori di Manfredi e di molti de' baroni di lui. Nè contenti i vincitori di tante spoglie, rivolsero l'insaziabil loro avidità addosso ai miseri Beneventani, senza che loro giovasse punto l'essere sudditi del papa. Dato fu un terribil sacco alla città, fatto macello d'uomini e fanciulli, sfogata la libidine, e senza che le chiese stesse godessero esenzione alcuna dall'infame sfrenatezza di quella gente. Se costoro si fossero mossi per divozione a prendere la croce,e se fossero ben impiegate le indulgenze plenarie, ognuno può ben figurarselo. Ma quello che maggiormente rallegrò il re Carlo, e diede compimento alla sua vittoria, fu la morte di Manfredi. Se ne sparse tosto la voce, ma si stette tre dì a scoprirne il cadavero[Ricordano Malaspina, cap. 180. Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Trovollo un ribaldo, e, postolo a traverso sopra un asino, l'andava mostrando pel campo. Fece il re Carlo I riconoscerlo per desso dal conte Giordano, e dagli altri nobili prigionieri; e perciocchè era morto scomunicato, ordinò che fosse seppellito presso il ponte di Benevento in una vil fossa, sopra cui ogni soldato per compassione e memoria gittò una pietra. E tal fine ebbe Manfredi già re di Sicilia, principe degno di miglior fortuna, perchè, a riserva dell'aver egli violate le leggi per voglia esorbitante di regnare, e di qualche altro reato dell'umana condizione, tali doti si unirono in lui, che alcuni giunsero a dirlo non inferiore a Tito imperadore, figliuolo di Vespasiano[Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 6.]. Restò memoria di lui nella città di Manfredonia, fatta da lui fabbricare di pianta col trasportarvi il popolo di Siponto, mal situato dianzi, perchè in luogo d'aria cattiva.La rotta e morte di Manfredi divolgatasi per tutta Puglia e Sicilia, cagion fu che non vi restò città e luogo che non inalberasse le bandiere del re Carlo, e con feste e giubili incredibili. La sola città di Nocera, nido de' Saraceni, dove, secondo gli scrittori napoletani, s'era ricoverata laregina Sibiliamoglie di Manfredi conManfredinosuo picciolo figliuolo e una figliuola, si tenne forte. Colà si portò con buona parte dell'esercitoFilippo contedi Monforte, e l'assediò; ma ritrovato troppo duro quell'osso, se ne partì, con lasciare nondimeno strettamente bloccata essa città. Certo è, secondo le lettere dipapa Clemente, e per attestato della Cronica di Reggio, che inquest'anno essa regina co' figliuoli e col tesoro del marito fu presa nella città di Manfredonia; il che vien confermato dal Monaco Padovano. Altre storie ancora affermano che i Saraceni di Nocera si sottomisero in quest'anno al re Carlo, nè aspettarono a farlo dopo la rotta di Corradino, di cui parleremo a suo luogo. Entrò poscia il vittorioso re Carlo in Napoli, che prima gli avea spedite le chiavi; e andò quel popolo quasi in estasi al veder comparire le regina Beatrice con carrozze magnifiche e dorate, e copia di damigelle, tutte riccamente addobbate, siccome gente non avvezza a somiglianti spettacoli. Osserva Riccobaldo[Richobaldus in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.]che i costumi degli Italiani erano stati in addietro assai rozzi, dati alla parsimonia, voti di ogni fasto e vanità; e ne dice anche, a mio credere, più di quel che era, come ho dimostrato altrove[Antiquit. Ital., Dissert. XXIII et XXV.]. Per altro la venuta de' Franzesi quella fu che cominciò ad introdurre il lusso e qualche cosa di peggio, e fece mutar i costumi degl'italiani. Trovò il re Carlo nel castello di Capoa il tesoro di Manfredi quasi tutto in oro[Ricordano Malaspina, cap. 181.]. Fatti votare quei sacchetti in una sala alla presenza sua e della regina Beatrice, e comandato che venissero le bilance, disse ad Ugo del Balzo cavalier provenzale di partirlo.Che bisogno c'è di bilance?rispose allora il prode cavaliere. E co' piedi fattene tre parti,questa, disse,sia di monsignore il re; questa della regina; e quest'altra dei vostri cavalieri. Piacque cotanto al re un atto di tale magnanimità, che incontanente gli donò la contea d'Avellino, e il creò conte. Diedesi poi il re Carlo ad ordinare il regno. S'erano figurati i popoli di quelle contrade che colla venuta de' Franzesi, e sotto il nuovo governo tornerebbe il secolo d'oro, si leverebbono le gabelle, le angherie e le contribuzioni passate, ed ognun godrebbe una invidiabil tranquillità e pace. Si trovaronoben tosto delusi e ingannati a partito. Le soldatesche franzesi ne' lor passaggi e quartieri a guisa del fuoco portavano la desolazion dappertutto[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 16.]. Ebbe il re Carlo in mano da un Gezolino da Marra tutti i libri e registri delle rendite e degli uffizii del regno, e di tutte le giurisdizioni, dazii, collette, taglie ed altri aggravii dei popoli. Non solamente volle il re intatti tutti questi usi od abusi; ma siccome in addietro si camminava assai alla buona in riscuotere cotali carichi, istituì egli dei nuovi giustizieri, doganieri, notai, ed altri uffiziali del fisco, che rigorosamente spremevano il sangue dai popoli, e cominciarono ad accrescere in profitto del re, o proprio, i pubblici pesi e le avanie, di modo che altro non s'udiva che segreti gemiti e lamenti della misera gente, con augurarsi ognuno, quando non era più tempo, l'abbandonato e perduto re Manfredi. È un autor guelfo, uno storico pontificio che l'attesta, cioè Saba Malaspina. Secondo lui, ravveduti que' popoli andavano dicendo:O re Manfredi, noi non ti abbiam conosciuto vivo; ora ti piangiamo estinto. Tu ci sembravi un lupo rapace fra le pecorelle di questo regno; ma da che per la nostra volubilità ed incostanza siam caduti sotto il presente dominio, tanto da noi desiderato, ci accorgiamo in fine, che tu eri un agnello mansueto. Ora sì che conosciamo quanto fosse dolce il governo tuo posto in confronto dell'amarezza presente. Riusciva a noi grave in addietro che una parte delle nostre sostanze pervenisse alle tue mani; troviamo adesso che tutti i nostri beni, e, quel che è peggio, anche le persone vanno in preda a gente straniera. Tali erano di que' popoli le querele: querele osservate prima e dipoi anche in altri popoli sempre malcontenti dello stato presente, e che ripongono la speranza di star meglio, o men male, colla mutazion de' governi, ma con disingannarsi poi delle lor mal fondate idee.A molte altre avventure e mutazioni in Italia diedero moto i passi prosperosi di Carlo re di Sicilia, con atterrire i Ghibellini, ed influire coraggio alla parte guelfa pel rimanente d'Italia. Abbiamo dalla Cronica di Cesena[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], che avendo Manfredi ritirate le sue armi dalla marca d'Ancona per valersene in propria difesa, fu spedito colàSimone cardinaledi San Martino e legato apostolico, il quale nel dì ultimo di gennaio s'impadronì della città di Jesi, e poscia d'altre città e castella d'essa marca. Non dissimili cambiamenti di cose avvennero in Lombardia. Nel dì 20 di gennaio dell'anno presente si levò a rumore il popolo di Brescia[Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.], e messa a fil di spada, oppure in fuga, la guarnigione che ivi teneva ilmarchese ObertoPelavicino, si rimise in libertà. Giunta questa dispiacevole nuova al suddetto marchese, furibondo passò co' Cremonesi di là dall'Ogiio, mettendo a sacco il territorio bresciano, uccidendo e facendo prigioni quanti incontrava. Distrusse da' fondamenti le terre di Quinzano. Orci, Pontevico, Volengo, Ustiano e Canedolo. Ricorsero i cittadini bresciani per soccorso ai Milanesi, e richiamarono in città i lor fuorusciti guelfi. Vennero perciò a BresciaRaimondo dalla Torrevescovo di Como,NapoleoneossiaNapoeFrancescofratelli parimente dalla Torre con molte squadre e coi suddetti usciti, i quali furono incontrati fuor dal clero e popolo con rami d'ulivo: dopo di che fu fatta una solenne concordia e pace fra loro, e data la signoria di quella città ai Torriani suddetti. Restò quivi per governatore Francesco dalla Torre, il quale, ito poscia con bella comitiva a trovare il re Carlo, fu da lui fatto cavaliere e conte di non so qual luogo. In Vercelli era governatore di quella cittàPaganinofratello parimente del suddetto Napo[Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital.]. Entrati in essa città occultamente i nobili milanesi ghibellini fuorusciti, il presero,e, nel condurlo a Pavia, barbaramente lo uccisero. Trovavasi allora in Milano podestà, messovi dal re Carlo, Emberra del Balzo Provenzale[Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 302.]. Costui con alcuni de' Torriani fatto consiglio per vendicar la morte di Paganino, avendo in prigione i figliuoli, fratelli o parenti degli uccisori suddetti, ne fece condurre cinquantadue sopra le carra, e scannarli con crudeltà esecrabile, riprovata dai baroni e dallo stesso Napo Torriano, il quale poi disse:Ah che il sangue di questi innocenti tornerà sopra de' miei figliuoli!Per tale iniquità fu poi scacciato da Milano il suddetto Emberra. Fu anche la città di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]a rumore per liberarsi dalle mani del marchese Oberto Pelavicino, ma non riuscì in bene lo sforzo de' Guelfi. Furono poi spediti due legati pontificii in Lombardia per ridurre a concordia le divisioni dei popoli. Iti a Cremona, trovarono nata o fecero nascere discordia fra il marchese Oberto e Buoso da Doara, per tanti anni addietro sì uniti ed amici. Con questo mezzo ottennero che il marchese Oberto dimettesse la signoria di Cremona e si ritirasse. Ma che questa mutazion di Cremona accadesse nell'anno seguente, s'ha da altro storico[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], siccome vedremo. Anche i Piacentini l'indussero, con usar le buone e le brusche, a rinunziare al dominio della loro città. Il perchè egli si ricoverò a Borgo San Donnino, dove attese a fortificarsi. Fece parimente sollevazione sul fine di febbraio la fazione guelfa in Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e a forza d'armi obbligò la contraria ghibellina a sloggiare. E perciochè questa occupò Colorno nel dì primo d'agosto, i Parmigiani fecero oste, presero quella terra e menarono assai prigioni nelle carceri della loro città. Neppur la Toscana esente fu da mutazioni. Si mossero a rumore i Guelfi popolari di Firenze nel dì 11 di novembre[Ricordano Malaspina, cap. 184.],con fare gran ragunata e serragli; e perciocchè il conte Guido, novello vicario del fu re Manfredi, prese la piazza, e fece vista di voler combattere, cominciarono a fioccar sassi dalle torri e case, e a volar frecce da tutte le bande contra di lui e di sua gente. Secondo Ricordano, aveva egli ben mille cinquecento cavalieri all'ordine suo. Tolomeo da Lucca[Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.]ne mette solamente secento. Contuttociò, figurandosi egli che maggior fosse la congiura e possanza del popolo, sbigottito si fece recar le chiavi della città e sconsigliatamente ne uscì con tutti i suoi armati, e andossene a Prato. Conosciuto poscia lo sproposito suo, volle tornar la mattina vegnente per tentare di rientrarvi, o amichevolmente o colla forza; ma vi trovò de' buoni catenacci, e la gente sulle mura ben disposta alla difesa. Mandarono poscia i Fiorentini ad Orvieto per soccorso, e n'ebbero cento cavalieri, che bastarono a sostenersi in quel frangente. Tornati poscia in città i fuorusciti guelfi, conchiusero pace co' cittadini di fazion ghibellina; e, per maggiormente assodarla, contrassero varii matrimonii fra loro.Cercarono anche i Pisani[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]di ricuperar la grazia del sommo pontefice, e di liberar la città dall'interdetto e dalle censure incorse per la loro aderenza al re Manfredi. Con rimettersi a quanto avesse ordinato il papa, e con depositare in Roma trenta mila lire, furono riconciliati nel dì 15 d'aprile dell'anno presente. Durando tuttavia la guerra fra i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 7, tom. 6 Rer. Ital.]e i Veneziani, misero i primi in corso ventisette galee, delle quali fu ammiraglio Lanfranco Borborino. Arrivato costui a Trapani in Sicilia, ebbe nuova che lo stuolo delle galee veneziane si trovava in Messina; e benchè si dicesse che quello era inferiore di forze, e i consiglieri più saggi volessero battaglia, aderì al parere de' vili, e ritirossi a terra, confar legare ed incatenare le sue galee. Giunsero i Veneziani, ed, accortisi dello sbigottimento de' nemici, a dirittura dirizzarono le prore addosso alle galee, e tutte nel dì 23 di giugno a man salva le presero, essendosi gittati in mare e fuggiti a terra i Genovesi. Tre d'esse diedero i vincitori al fuoco, le altre ventiquattro ritennero, con far prigione chiunque non s'era sottratto colla fuga. Portata la dolorosa nuova a Genova, armò tosto quel comune altre venticinque galee sotto il comando d'Obertino Doria, il quale passò fino nell'Adriatico in traccia de' nemici, ma senza incontrarsi in loro. Prese egli la Canea, e tutta la consegnò alle fiamme; nè avendo potuto far di più, ritornò alla patria. Di altri danni vicendevolmente dati e ricevuti da questi due emuli popoli parla il Continuatore di Caffaro, siccome ancora il Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], il quale non ebbe notizia del fatto di Trapani testè accennato. Eransi ridotti i nobili ghibellini fuorusciti di Modena[Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], appellati i Grasolfi, nel castello di Monte Vallaro, fra' quali furono i principali Egidio figliuolo di Manfredi de' Pii, quei di Gorzano e i conti di Gomola, in numero di circa mille persone. La fazion guelfa di Modena, soprannominata degli Aigoni, avendo presi al soldo molti Tedeschi, e ottenuti dei rinforzi da Parma, Reggio, Bologna, e dai Guelfi di Toscana, si portò all'assedio di quel castello. Vi seguirono di molte prodezze dall'una parte e dall'altra; ed ancorchè Manfredi dei Pii, accorso da Montecuccolo con altri Grasolfi e molti soldati tedeschi e cavalieri di Toscana, e ducento cavalieri di Bologna della fazion lambertaccia, si fossero raunati per dar soccorso all'assediato castello, non si attentarono poscia a passar più oltre. Il perchè, pressati dalla mancanza de' viveri e dalla forza, gli assediati, dopo essersi difesi per più di cinque settimane, capitolarono la resa, salve le loro persone.

Prima di procedere coll'armi contro al nemicoManfredi, volleCarlo contedi Angiò e di Provenza essere solennemente coronato re di Sicilia e di Puglia. La funzione fu fatta per ordine di papaClemente IVnella Basilica Vaticana[Raynald., Annal. Eccles. Ricord. Malaspina, Monach. Patavinus et alii.], correndo le festa dell'Epifania, ossia nel dì 6 di gennaio. Essendo stati spediti colà dal papa cinque cardinali apposta, ricevè il conte conBeatricesua moglie la corona; e vi intervenne un'immensa folla di Romani, che compierono la festa con varie allegrezze e giuochi. Prestò il re Carlo allora il giuramento, e il ligio omaggio alla Chiesa romana pel regno di Sicilia di là e di qua dal Faro, di cui fu investito dal papa. Avrebbe avuto bisogno l'armata sua, che giunse nei giorni seguenti, di un lungo riposo, perchè arrivò a Roma sfiatata e malconcia pel lungo viaggio e per molti affanni patiti. Ma troppo era smunta la borsa del re Carlo, nè manieraaveva egli di sostentar tanta gente, avendo già consunte le grosse somme prese dai prestatori. Fece ben egli al pontefice istanza di soccorso d'oro, ma con ritrovare anche il di lui erario netto e spazzato al pari del suo. Però, ancorchè il verno non sia stagion propria per guerreggiare, massimamente per chi guida migliaia di cavalli; pure per necessità, e sulla speranza di provvedere al proprio bisogno colle spoglie de' nemici, durante ancora il mese di gennaio, intrepidamente col suo fiorito esercito marciò alla volta di Ceperano per entrare nel regno. Era con luiRiccardo cardinaledi Sant'Angelo, legato del papa, per muovere i popoli a prendere la croce per la Chiesa. Non avea intanto Manfredi lasciato di far quanti preparamenti potea per ben riceverlo. Un grossissimo presidio ancora avea messo in San Germano, sperando che quel luogo facesse lunga resistenza al nimico, per aver tempo di ricever varii corpi di gente che si aspettavano dalla Sicilia, Calabria, Toscana ed altri luoghi. Fra le altre provvisioni avea situato al fiume Garigliano il conte di Caserta con grosse squadre per difendere quel passo. Ma agli animosi ed arditi Franzesi nulla era che potesse resistere; innanzi a loro camminava il terrore, perchè creduti non diversi dai paladini favolosi di Francia; e il verno stesso si vestì d'un'insolita placidezza per favorirli. Passarono i Franzesi il Garigliano per la proditoria ritirata del conte di Caserta. Fu preso a forza d'armi San Germano, e andò a fil di spada quasi tutta quella numerosa guarnigione, con incoraggirsi maggiormente i vincitori pel saccheggio, frutto sempre gustoso della vittoria. Aquino e la rocca d'Arci non fecero resistenza. Da così sinistri avvenimenti allora più che mai Manfredi venne a conoscere non poter egli far capitale alcuno sulla volubilità e poca fede de' regnicoli. V'erano fra questi non pochi che, ricordevoli delle crudeltà ed avanie di Federigo II e di suo figliuolo Corrado, odiavano la casa diSuevia; altri guadagnati dall'oro, e dalle promesse della corte di Roma e del re Carlo; altri infine amanti delle novità per la facile speranza di star meglio, oppur di crescere in fortuna. Contuttociò Manfredi senza avvilirsi attese a far le disposizioni opportune, e colle sue forze passato a Benevento, quivi si accampò. Non aveva egli tralasciato di mandar persona a parlare di accordo al re Carlo. La risposta di Carlo fu questa in franzese:Dite[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 5.]al sultano di Nocera(così appellava Manfredi, perchè si serviva de' Saraceni)ch'io con lui non voglio nè pace nè tregua; e che in breve io manderò lui all'inferno, o egli me in paradiso.

Non perdè tempo il re Carlo a muoversi verso Benevento, per trovare l'armata nemica, ardendo di voglia di decidere con un fatto d'armi la contesa del regno. Fu messo in disputa nel consiglio di Manfredi, se meglio fosse il tenersi solamente in difesa, tanto che arrivassero gli aspettati rinforzi, oppure il dar tosto battaglia, per cogliere i Franzesi stanchi e spossati per le marcie sforzate. Ossia che prevalesse l'ultimo partito, o che l'impaziente Carlo uscisse ad attaccare il nemico, ovvero che i Saraceni in numero di dieci mila, senza aspettarne il comandamento, movessero contra dei Franzesi[Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Veronense, tom. 9 Rer. Ital.], a poco a poco nel dì 26 di febbraio dell'anno presente (chiamato 1265 da alcuni scrittori che cominciano alla fiorentina l'anno nuovo solamente nel dì 25 di marzo) s'impegnarono le schiere in un'orrida battaglia, descritta minutamente da Saba Malaspina[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 10.], da Ricordano[Ricordano Malaspina, cap. 179.]e da altri scrittori. A me basterà di accennarla. Combatterono con gran vigore i Saraceni e Tedeschi dello esercito di Manfredi. Si trovarono essi infine malmenati e sopraffatti dai Franzesi;laonde volle allora Manfredi muovere la terza schiera composta di Pugliesi, ma senza trovare ubbidienza nei baroni di cuore già guasto. Allora lo sfortunato, ma coraggioso, principe determinò di voler piuttosto morire re, che di ridursi privato colla fuga a mendicare il pane. E spronato il cavallo, andò a cacciarsi nella mischia, dove, senza essere conosciuto, da più colpi fu privato di vita. Racconta Ricobaldo[Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.], e dopo lui Francesco Pipino[Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 43, tom. 9 Rer. Ital.], che in questi tempi andarono in disuso per l'Italia le spade da taglio, ossia le sciable, e si cominciò ad usar quelle da punta, ossia gli stocchi, de' quali si servivano i Franzesi. Per essere gli uomini d'armi tutti vestiti di ferro, poco profitto faceano addosso a loro i colpi delle sciable. Ma allorchè essi alzavano il braccio per ferire, i Franzesi colle punte degli stocchi li foravano sotto le ascelle, e in questa maniera lì rendevano inutili a più combattere. Strage fu fatta, massimamente de' Saraceni; grande fu la copia dei prigioni, fra' quali si contarono i conti Giordano, Galvano, Federigo e Bartolommeo, parenti di Manfredi, ad alcuni de' quali, cioè Galvano e Federigo, fu data dipoi la libertà ad istanza diBartolommeo Pignatelliarcivescovo di Messina; ed altri furono fatti morire dall'inesorabil re Carlo. Il bottino fu inestimabile, e ne arricchirono tutti i vincitori, e alle mani del re Carlo pervennero i tesori di Manfredi e di molti de' baroni di lui. Nè contenti i vincitori di tante spoglie, rivolsero l'insaziabil loro avidità addosso ai miseri Beneventani, senza che loro giovasse punto l'essere sudditi del papa. Dato fu un terribil sacco alla città, fatto macello d'uomini e fanciulli, sfogata la libidine, e senza che le chiese stesse godessero esenzione alcuna dall'infame sfrenatezza di quella gente. Se costoro si fossero mossi per divozione a prendere la croce,e se fossero ben impiegate le indulgenze plenarie, ognuno può ben figurarselo. Ma quello che maggiormente rallegrò il re Carlo, e diede compimento alla sua vittoria, fu la morte di Manfredi. Se ne sparse tosto la voce, ma si stette tre dì a scoprirne il cadavero[Ricordano Malaspina, cap. 180. Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Trovollo un ribaldo, e, postolo a traverso sopra un asino, l'andava mostrando pel campo. Fece il re Carlo I riconoscerlo per desso dal conte Giordano, e dagli altri nobili prigionieri; e perciocchè era morto scomunicato, ordinò che fosse seppellito presso il ponte di Benevento in una vil fossa, sopra cui ogni soldato per compassione e memoria gittò una pietra. E tal fine ebbe Manfredi già re di Sicilia, principe degno di miglior fortuna, perchè, a riserva dell'aver egli violate le leggi per voglia esorbitante di regnare, e di qualche altro reato dell'umana condizione, tali doti si unirono in lui, che alcuni giunsero a dirlo non inferiore a Tito imperadore, figliuolo di Vespasiano[Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 6.]. Restò memoria di lui nella città di Manfredonia, fatta da lui fabbricare di pianta col trasportarvi il popolo di Siponto, mal situato dianzi, perchè in luogo d'aria cattiva.

La rotta e morte di Manfredi divolgatasi per tutta Puglia e Sicilia, cagion fu che non vi restò città e luogo che non inalberasse le bandiere del re Carlo, e con feste e giubili incredibili. La sola città di Nocera, nido de' Saraceni, dove, secondo gli scrittori napoletani, s'era ricoverata laregina Sibiliamoglie di Manfredi conManfredinosuo picciolo figliuolo e una figliuola, si tenne forte. Colà si portò con buona parte dell'esercitoFilippo contedi Monforte, e l'assediò; ma ritrovato troppo duro quell'osso, se ne partì, con lasciare nondimeno strettamente bloccata essa città. Certo è, secondo le lettere dipapa Clemente, e per attestato della Cronica di Reggio, che inquest'anno essa regina co' figliuoli e col tesoro del marito fu presa nella città di Manfredonia; il che vien confermato dal Monaco Padovano. Altre storie ancora affermano che i Saraceni di Nocera si sottomisero in quest'anno al re Carlo, nè aspettarono a farlo dopo la rotta di Corradino, di cui parleremo a suo luogo. Entrò poscia il vittorioso re Carlo in Napoli, che prima gli avea spedite le chiavi; e andò quel popolo quasi in estasi al veder comparire le regina Beatrice con carrozze magnifiche e dorate, e copia di damigelle, tutte riccamente addobbate, siccome gente non avvezza a somiglianti spettacoli. Osserva Riccobaldo[Richobaldus in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.]che i costumi degli Italiani erano stati in addietro assai rozzi, dati alla parsimonia, voti di ogni fasto e vanità; e ne dice anche, a mio credere, più di quel che era, come ho dimostrato altrove[Antiquit. Ital., Dissert. XXIII et XXV.]. Per altro la venuta de' Franzesi quella fu che cominciò ad introdurre il lusso e qualche cosa di peggio, e fece mutar i costumi degl'italiani. Trovò il re Carlo nel castello di Capoa il tesoro di Manfredi quasi tutto in oro[Ricordano Malaspina, cap. 181.]. Fatti votare quei sacchetti in una sala alla presenza sua e della regina Beatrice, e comandato che venissero le bilance, disse ad Ugo del Balzo cavalier provenzale di partirlo.Che bisogno c'è di bilance?rispose allora il prode cavaliere. E co' piedi fattene tre parti,questa, disse,sia di monsignore il re; questa della regina; e quest'altra dei vostri cavalieri. Piacque cotanto al re un atto di tale magnanimità, che incontanente gli donò la contea d'Avellino, e il creò conte. Diedesi poi il re Carlo ad ordinare il regno. S'erano figurati i popoli di quelle contrade che colla venuta de' Franzesi, e sotto il nuovo governo tornerebbe il secolo d'oro, si leverebbono le gabelle, le angherie e le contribuzioni passate, ed ognun godrebbe una invidiabil tranquillità e pace. Si trovaronoben tosto delusi e ingannati a partito. Le soldatesche franzesi ne' lor passaggi e quartieri a guisa del fuoco portavano la desolazion dappertutto[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 16.]. Ebbe il re Carlo in mano da un Gezolino da Marra tutti i libri e registri delle rendite e degli uffizii del regno, e di tutte le giurisdizioni, dazii, collette, taglie ed altri aggravii dei popoli. Non solamente volle il re intatti tutti questi usi od abusi; ma siccome in addietro si camminava assai alla buona in riscuotere cotali carichi, istituì egli dei nuovi giustizieri, doganieri, notai, ed altri uffiziali del fisco, che rigorosamente spremevano il sangue dai popoli, e cominciarono ad accrescere in profitto del re, o proprio, i pubblici pesi e le avanie, di modo che altro non s'udiva che segreti gemiti e lamenti della misera gente, con augurarsi ognuno, quando non era più tempo, l'abbandonato e perduto re Manfredi. È un autor guelfo, uno storico pontificio che l'attesta, cioè Saba Malaspina. Secondo lui, ravveduti que' popoli andavano dicendo:O re Manfredi, noi non ti abbiam conosciuto vivo; ora ti piangiamo estinto. Tu ci sembravi un lupo rapace fra le pecorelle di questo regno; ma da che per la nostra volubilità ed incostanza siam caduti sotto il presente dominio, tanto da noi desiderato, ci accorgiamo in fine, che tu eri un agnello mansueto. Ora sì che conosciamo quanto fosse dolce il governo tuo posto in confronto dell'amarezza presente. Riusciva a noi grave in addietro che una parte delle nostre sostanze pervenisse alle tue mani; troviamo adesso che tutti i nostri beni, e, quel che è peggio, anche le persone vanno in preda a gente straniera. Tali erano di que' popoli le querele: querele osservate prima e dipoi anche in altri popoli sempre malcontenti dello stato presente, e che ripongono la speranza di star meglio, o men male, colla mutazion de' governi, ma con disingannarsi poi delle lor mal fondate idee.

A molte altre avventure e mutazioni in Italia diedero moto i passi prosperosi di Carlo re di Sicilia, con atterrire i Ghibellini, ed influire coraggio alla parte guelfa pel rimanente d'Italia. Abbiamo dalla Cronica di Cesena[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], che avendo Manfredi ritirate le sue armi dalla marca d'Ancona per valersene in propria difesa, fu spedito colàSimone cardinaledi San Martino e legato apostolico, il quale nel dì ultimo di gennaio s'impadronì della città di Jesi, e poscia d'altre città e castella d'essa marca. Non dissimili cambiamenti di cose avvennero in Lombardia. Nel dì 20 di gennaio dell'anno presente si levò a rumore il popolo di Brescia[Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.], e messa a fil di spada, oppure in fuga, la guarnigione che ivi teneva ilmarchese ObertoPelavicino, si rimise in libertà. Giunta questa dispiacevole nuova al suddetto marchese, furibondo passò co' Cremonesi di là dall'Ogiio, mettendo a sacco il territorio bresciano, uccidendo e facendo prigioni quanti incontrava. Distrusse da' fondamenti le terre di Quinzano. Orci, Pontevico, Volengo, Ustiano e Canedolo. Ricorsero i cittadini bresciani per soccorso ai Milanesi, e richiamarono in città i lor fuorusciti guelfi. Vennero perciò a BresciaRaimondo dalla Torrevescovo di Como,NapoleoneossiaNapoeFrancescofratelli parimente dalla Torre con molte squadre e coi suddetti usciti, i quali furono incontrati fuor dal clero e popolo con rami d'ulivo: dopo di che fu fatta una solenne concordia e pace fra loro, e data la signoria di quella città ai Torriani suddetti. Restò quivi per governatore Francesco dalla Torre, il quale, ito poscia con bella comitiva a trovare il re Carlo, fu da lui fatto cavaliere e conte di non so qual luogo. In Vercelli era governatore di quella cittàPaganinofratello parimente del suddetto Napo[Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital.]. Entrati in essa città occultamente i nobili milanesi ghibellini fuorusciti, il presero,e, nel condurlo a Pavia, barbaramente lo uccisero. Trovavasi allora in Milano podestà, messovi dal re Carlo, Emberra del Balzo Provenzale[Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 302.]. Costui con alcuni de' Torriani fatto consiglio per vendicar la morte di Paganino, avendo in prigione i figliuoli, fratelli o parenti degli uccisori suddetti, ne fece condurre cinquantadue sopra le carra, e scannarli con crudeltà esecrabile, riprovata dai baroni e dallo stesso Napo Torriano, il quale poi disse:Ah che il sangue di questi innocenti tornerà sopra de' miei figliuoli!Per tale iniquità fu poi scacciato da Milano il suddetto Emberra. Fu anche la città di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]a rumore per liberarsi dalle mani del marchese Oberto Pelavicino, ma non riuscì in bene lo sforzo de' Guelfi. Furono poi spediti due legati pontificii in Lombardia per ridurre a concordia le divisioni dei popoli. Iti a Cremona, trovarono nata o fecero nascere discordia fra il marchese Oberto e Buoso da Doara, per tanti anni addietro sì uniti ed amici. Con questo mezzo ottennero che il marchese Oberto dimettesse la signoria di Cremona e si ritirasse. Ma che questa mutazion di Cremona accadesse nell'anno seguente, s'ha da altro storico[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], siccome vedremo. Anche i Piacentini l'indussero, con usar le buone e le brusche, a rinunziare al dominio della loro città. Il perchè egli si ricoverò a Borgo San Donnino, dove attese a fortificarsi. Fece parimente sollevazione sul fine di febbraio la fazione guelfa in Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e a forza d'armi obbligò la contraria ghibellina a sloggiare. E perciochè questa occupò Colorno nel dì primo d'agosto, i Parmigiani fecero oste, presero quella terra e menarono assai prigioni nelle carceri della loro città. Neppur la Toscana esente fu da mutazioni. Si mossero a rumore i Guelfi popolari di Firenze nel dì 11 di novembre[Ricordano Malaspina, cap. 184.],con fare gran ragunata e serragli; e perciocchè il conte Guido, novello vicario del fu re Manfredi, prese la piazza, e fece vista di voler combattere, cominciarono a fioccar sassi dalle torri e case, e a volar frecce da tutte le bande contra di lui e di sua gente. Secondo Ricordano, aveva egli ben mille cinquecento cavalieri all'ordine suo. Tolomeo da Lucca[Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.]ne mette solamente secento. Contuttociò, figurandosi egli che maggior fosse la congiura e possanza del popolo, sbigottito si fece recar le chiavi della città e sconsigliatamente ne uscì con tutti i suoi armati, e andossene a Prato. Conosciuto poscia lo sproposito suo, volle tornar la mattina vegnente per tentare di rientrarvi, o amichevolmente o colla forza; ma vi trovò de' buoni catenacci, e la gente sulle mura ben disposta alla difesa. Mandarono poscia i Fiorentini ad Orvieto per soccorso, e n'ebbero cento cavalieri, che bastarono a sostenersi in quel frangente. Tornati poscia in città i fuorusciti guelfi, conchiusero pace co' cittadini di fazion ghibellina; e, per maggiormente assodarla, contrassero varii matrimonii fra loro.

Cercarono anche i Pisani[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]di ricuperar la grazia del sommo pontefice, e di liberar la città dall'interdetto e dalle censure incorse per la loro aderenza al re Manfredi. Con rimettersi a quanto avesse ordinato il papa, e con depositare in Roma trenta mila lire, furono riconciliati nel dì 15 d'aprile dell'anno presente. Durando tuttavia la guerra fra i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 7, tom. 6 Rer. Ital.]e i Veneziani, misero i primi in corso ventisette galee, delle quali fu ammiraglio Lanfranco Borborino. Arrivato costui a Trapani in Sicilia, ebbe nuova che lo stuolo delle galee veneziane si trovava in Messina; e benchè si dicesse che quello era inferiore di forze, e i consiglieri più saggi volessero battaglia, aderì al parere de' vili, e ritirossi a terra, confar legare ed incatenare le sue galee. Giunsero i Veneziani, ed, accortisi dello sbigottimento de' nemici, a dirittura dirizzarono le prore addosso alle galee, e tutte nel dì 23 di giugno a man salva le presero, essendosi gittati in mare e fuggiti a terra i Genovesi. Tre d'esse diedero i vincitori al fuoco, le altre ventiquattro ritennero, con far prigione chiunque non s'era sottratto colla fuga. Portata la dolorosa nuova a Genova, armò tosto quel comune altre venticinque galee sotto il comando d'Obertino Doria, il quale passò fino nell'Adriatico in traccia de' nemici, ma senza incontrarsi in loro. Prese egli la Canea, e tutta la consegnò alle fiamme; nè avendo potuto far di più, ritornò alla patria. Di altri danni vicendevolmente dati e ricevuti da questi due emuli popoli parla il Continuatore di Caffaro, siccome ancora il Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], il quale non ebbe notizia del fatto di Trapani testè accennato. Eransi ridotti i nobili ghibellini fuorusciti di Modena[Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], appellati i Grasolfi, nel castello di Monte Vallaro, fra' quali furono i principali Egidio figliuolo di Manfredi de' Pii, quei di Gorzano e i conti di Gomola, in numero di circa mille persone. La fazion guelfa di Modena, soprannominata degli Aigoni, avendo presi al soldo molti Tedeschi, e ottenuti dei rinforzi da Parma, Reggio, Bologna, e dai Guelfi di Toscana, si portò all'assedio di quel castello. Vi seguirono di molte prodezze dall'una parte e dall'altra; ed ancorchè Manfredi dei Pii, accorso da Montecuccolo con altri Grasolfi e molti soldati tedeschi e cavalieri di Toscana, e ducento cavalieri di Bologna della fazion lambertaccia, si fossero raunati per dar soccorso all'assediato castello, non si attentarono poscia a passar più oltre. Il perchè, pressati dalla mancanza de' viveri e dalla forza, gli assediati, dopo essersi difesi per più di cinque settimane, capitolarono la resa, salve le loro persone.


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