MCCLXVIIAnno diCristomcclxvii. IndizioneX.Clemente IVpapa 3.Imperio vacante.Dappoichè fu ilre Carloin pacifico possesso della Sicilia e Puglia, siccome principe infaticabile e di grandiosi pensieri, rivolse il suo studio ad abbassare e sradicare, se gli veniva fatto, il partito dei Ghibellini in Italia. Spedì a questo fine in Toscana, ad istanza specialmente de' Fiorentini e Lucchesi, il conte Guido di Monforte con ottocento cavalieri franceschi[Raynaldus, in Annal. Ecclesiast.]. Arrivò questi a Firenze nella Pasqua di Risurrezione; ma non aspettarono già l'arrivo di questa troppo sospetta gente i Ghibellini fiorentini, e ritiraronsi volontariamente chi a Siena e chi a Pisa. Allora fu che il popolo di Firenze diede la signoria della lor città per dieci anni avvenire al re Carlo, il qual fece alquanto lo schivo, ma infine accettò la proferta, e cominciò a mandar colà i suoi vicarii. Occuparono ancora i guelfi fiorentini tutti i beni dei fuorusciti Ghibellini, con dividerseli fra loro. In questi tempi fu esso re Carlo dichiarato dal papa vicario della Toscana, vacante l'imperio. Dai documenti recati dal Rinaldi[Ricordan. Malaspina, cap. 185.]apparisce che il pontefice non gli diede, nè egli prese questo grado, se non per pacificare ed unire i popoli della Toscana, con obbligo di deporlo, subito che fosse creato un re de' Romani, o un imperadore con approvazione della Sede apostolica. Ma i Ghibellini chiedevano chi avesse dato diritto al papa per far da padrone del regno d'Italia. Inoltre spacciavano tutte quelle belle parole e tutti quei movimenti per furberie, tenendo per fermo che sotto le apparenze di paciere si nascondesse il vero disegno di atterrare affatto la parte ghibellina ed imperiale, e di occupare il dominio di tutta l'Italia; il che se riusciva, ben si sa di che capace sia l'umana ambizione. Ad abbandonargli acquisti essa ha troppo abborrimento; e al riccio bastò il poter solamente entrar nella tana. Infatti nel luglio del presente anno le genti d'esso re Carlo coi fiorentini guelfi cominciarono la guerra contro ai Sanesi, che tenevano a parte ghibellina. In questo mentre le masnade tedesche di Siena e di Pisa, con intelligenza de' Ghibellini di Poggibonzi, entrarono in quella terra: perlochè il maliscalco del re Carlo, lasciati stare i Sanesi, imprese l'assedio di Poggibonzi. Arrivò a Firenze lo stesso re Carlo nel mese d'agosto, ricevuto con sommo onore da quel popolo, e quivi fece di molti cavalieri. Passò dipoi in persona colla sua cavalleria sotto a Poggibonzi, per dar calore a quell'assedio, ed impedire il soccorso che minacciavano di dargli i Sanesi e i Pisani. Nel dicembre, per difetto di vettovaglia, si arrendè quella terra con buoni patti. Di là passò il re Carlo sul Pisano, prese molte castella, ed ebbe Porto Pisano, dove fece diroccare quelle torri. L'unica speranza del partito ghibellino d'Italia era riposta inCorradinofigliuolo del fu reCorrado. A lui perciò quei di Toscana e di Lombardia, e i malcontenti ancora del regno di Puglia inviarono messi e lettere segrete, sollecitandolo con ingorde promesse a calare oramai in Italia, per ricuperar la Sicilia e Puglia, come signoria a lui legittimamente spettante[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 17.]. Fra gli altri andarono in Germania per muoverlo ed incoraggirlo Galvano e Federigo marchesi Lancia, e Corrado e Marino fratelli Capece da Napoli, ingrati al re Carlo, che avea loro donata la vita e libertà. Non durarono gran fatica questi mantici ad accendere il fuoco. Corradino era giovane di quindici in sedici anni, ben provveduto di spiriti guerrieri, e voglioso di gloria e d'imperio; e però, non ostante l'opposizione della madre, determinò di venire al conquisto della Sicilia. A questo fine con quattro mila cavalli ed alcunemigliaia di fanti discese in Italia[Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], e si fermò in Verona, per dar tempo ai maneggi che in suo favore si andavano facendo dai suoi aderenti. Ma venutogli meno il danaro, a poco a poco vendute l'armi e i cavalli, la maggior parte di quelle sue truppe se ne tornò in Germania. Aveva egli assunto il titolo di re di Sicilia, e creato suo capitan generale vicario di quel regno Corrado Capece, che, venuto a Pisa, si diede a muovere cielo e terra contra del re Carlo. Per questo fu esso Corradino citato dal papa, e poi scomunicato con tutti i suoi fautori, siccome usurpatore di un titolo che solamente si dovea conferire dai sommi pontefici, sovrani della Sicilia e Puglia. Ora avvenne, che trovandosi in Tunisi ai servigi di quel re,ArrigoeFederigofratelli diAlfonso redi Castiglia, perchè scacciati dal regno paterno, Corrado Capece con una galea de' Pisani, per guadagnarli in aiuto del re Corradino, si portò colà. E gli riuscì il colpo, perchè già nata diffidenza di loro nel re di Tunisi, non si vedeano più sicuri fra i Saraceni. Pertanto Federigo con una mano di soldati spagnuoli e saraceni fece vela alla volta della Sicilia, e, dopo aver preso quivi alquante terre, alzò le bandiere di Corradino, spargendo e magnificando per tutta l'isola la venuta di questo principe: il che suscitò negli affezionati alla casa di Suevia il desiderio di scuotere il troppo pesante giogo franzese. Corrado d'Antiochia, figliuolo di Federigo, cioè di un bastardo di Federigo II Augusto, prese allora il titolo di vicerè della Sicilia, e non andò molto che la maggior parte dell'isola acclamò il nome di Corradino; e benchè i Francesi facessero varii sforzi per dissipar questo nuvolo, tuttavia ne restò sconvolta la Sicilia, e più di una volta rimasero essi sconfitti. Di questi movimenti parla Bartolomeo da Neocastro[Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.], e il testo da me dato alla luceli mette sotto l'indizione Xi, cioè sotto L'anno seguente; ma in buona parte appartengono al presente. VenneArrigo di Castigliafratello del suddetto Federigo, anch'egli da Tunisi, e sbarcò verso Roma con trecento cavalieri spagnuoli. Andò alla corte pontificia, e cominciò a far broglio per essere investito del regno della Sardegna, e per altri onori: al che non gli mancava astuzia ed eloquenza. Intanto, nata sedizione nel popolo di Roma, fu data balìa ad Angelo Capoccia di nominare un nuovo senatore[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 19.]; ed egli proclamò il suddetto Arrigo, credendolo, per sua nobiltà e perizia nell'armi, atto al buon governo e freno di quella sempre inquieta città; e quantunque vi si opponessero molti cardinali e baroni, che già aveano subodorato di che piè egli zoppicasse, pure fu alzato al grado di senatore di Roma. Ch'egli ad istanza del re Carlo suo cugino, come vogliono alcuni, fosse promosso a questa dignità, nol veggio assistito da autentiche pruove. Delle sue iniquità parleremo all'anno seguente.Rincresceva forte aNapo Torriano, signor di Milano, e a quel popolo l'interdetto posto a quella città (già erano quattro anni) per non voler essi ammettereOttone Viscontearcivescovo, e per avere inoltre usurpati i beni tutti di quell'arcivescovato[Stephanardus, Poem., tom. 9 Rer. Italic. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 303.]. Spedirono essi al papa i loro ambasciatori per liberarsi da quel gastigo. Perchè non furono ammessi dalla corte pontificia, ricorsero al re Carlo, il quale, desideroso di tirar nel suo partito i Milanesi, spedì con loro a Viterbo, dove soggiornava papa Clemente, i suoi ambasciatori con lettere di buon inchiostro in loro favore. Fu data loro udienza; esposero tutte le ragioni del popolo di Milano, rigettando in Ottone e nei nobili fuorusciti la colpa di tutti i passati disordini. Ma alzatosi l'arcivescovo Ottone, con tale energia peroròla sua causa, e seppe così vivamente dipignere la tirannia de' Torriani e della plebe, e degli atroci aggravii da lor fatti alla nobiltà milanese, che mosse tutti a compassione. Laonde non altro poterono ricavarne gli ambasciatori milanesi, se non che, se loro premeva la restituzion de' divini uffizii, accettassero e lasciassero entrare in città il loro pastore. Dissero essi di ubbidire, e si prese la risoluzion di spedire apposta un legato apostolico a Milano, per veder L'esecuzione di queste promesse. Se crediamo al Corio[Corio, Istor. di Milano.], nel maggio di quest'anno il podestà di Milano coll'esercito milanese e bergamasco, e i lor carrocci, passato il Ticino, ostilmente procederono contra de' Pavesi; e messo l'assedio alla terra di Vigevano, talmente la flagellarono colle pietre dei mangani, che l'obbligarono alla resa. Nè i Pavesi, benchè lontani solamente quattro miglia colla loro armata, ardirono di tentarne il soccorso. Galvano Fiamma riferisce questo fatto all'anno seguente. Secondo le Croniche di Reggio[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]e di Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], solamente in quest'anno ilmarchese ObertoPelavicino perdè il dominio di Cremona, e ritirossi alle sue castella, meravigliandosi d'essere stato sì poco accorto che un prete (cioè il legato) fosse giunto colle sue belle parole a beffarlo e a torgli quella città. Il Continuatore di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Italic.]racconta un tal fatto all'anno presente. Di lì a qualche tempo avvenne una pari disgrazia a Buoso da Doara. Di lui s'era servito il legato per dar la fuga al Pelavicino; e quando costui si lusingava di rimaner signore di Cremona, la destrezza del legato gliela suonò, e fecero balzar anch'esso fuori della città[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Pieno di rabbia Buoso, unita quanta gente potè, venne verso Cremona per rientrarvicolla forza, non mancandogli fra' cittadini una gran copia di aderenti. Trovavansi allora i Parmigiani insieme coi Modenesi e con alquanti Reggiani all'assedio di borgo San Donnino. Avvertiti del pericolo in cui era Cremona e il legato pontificio, frettolosamente marciarono in loro aiuto. Con questo rinforzo i Cremonesi scacciarono tutti i partigiani di Buoso, demolirono le lor case, e quindi coll'esercito suo e de' Milanesi, Bresciani ed altri Guelfi, si portarono ad assediar la Rocchetta, luogo fortissimo sull'Oglio, dove s'era rifugiato il suddetto Buoso. Ma per paura di Corradino giunto a Verona, se ne ritirarono fra qualche tempo. Continuarono i Parmigiani in quest'anno la guerra contro al marchese Pelavino, e gli tolsero alcune castella, che furono appresso distrutte. Giunto a Piacenza[Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.], il legato pontificio non solamente disturbò la lega intavolata da quel popolo co' Pavesi, ma eziandio fece uscire da quella città il conte Ubertino Landi, seguace della parte ghibellina, e diroccar le case di molti suoi aderenti. Oltre a ciò, indusse i Piacentini a ricevere un podestà a nome di Carlo re di Sicilia. Comperarono in quest'anno i Modenesi[Annales Veteres Mutinens.]per tre mila lire il castello della Mirandola colla Motta de' Papazzoni, e smantellarono tutte le fortificazioni di quei luoghi. Mancò di vita in quest'anno laregina Beatrice, moglie del re Carlo[Matteo Spinelli, Diario, tom. 9 Rer. Ital. Monach. Patavinus, in Chron.], poco avendo goduto della nuova sua grandezza. Saba Malaspina differisce la di lei morte all'anno seguente. Fu levato nell'anno presente l'interdetto della città di Genova[Caffari, Annal. Genuens., lib. 8.], e colà si portarono gli ambasciatori dei re di Francia e di Sicilia col legato del papa, per maneggiar o pace o tregua fra quel popolo e i Veneziani, affinchè amendue potessero accudire alla ricupera di Terra santa, doveil santore Lodovico IXdisegnava di ritornare. Niuna conchiusione si dovette prendere al vedere che essi Genovesi armarono venticinque galee, e le spedirono contra de' nemici. Queste nel corso presero due galee veneziane, ed, arrivate ad Accon, s'impadronirono della torre delle Mosche, ed assediarono quel porto. Essendo poi l'ammiraglio Luchetto Grimaldi passato con dieci galee a Tiro per trattar lega con Filippo da Monforte signore di quella città, arrivarono ventisei galee dei Veneziani ad Accon, e ne presero cinque de' Genovesi, essendosi salvate le altre colla fuga. I Tortonesi in quest'anno scacciarono anch'essi la parte ghibellina, e seguitarono quella della Chiesa, con prendere per loro signoreGuglielmo marchesedi Monferrato, al quale si era anche data nell'anno precedente la città d'Ivrea.
Dappoichè fu ilre Carloin pacifico possesso della Sicilia e Puglia, siccome principe infaticabile e di grandiosi pensieri, rivolse il suo studio ad abbassare e sradicare, se gli veniva fatto, il partito dei Ghibellini in Italia. Spedì a questo fine in Toscana, ad istanza specialmente de' Fiorentini e Lucchesi, il conte Guido di Monforte con ottocento cavalieri franceschi[Raynaldus, in Annal. Ecclesiast.]. Arrivò questi a Firenze nella Pasqua di Risurrezione; ma non aspettarono già l'arrivo di questa troppo sospetta gente i Ghibellini fiorentini, e ritiraronsi volontariamente chi a Siena e chi a Pisa. Allora fu che il popolo di Firenze diede la signoria della lor città per dieci anni avvenire al re Carlo, il qual fece alquanto lo schivo, ma infine accettò la proferta, e cominciò a mandar colà i suoi vicarii. Occuparono ancora i guelfi fiorentini tutti i beni dei fuorusciti Ghibellini, con dividerseli fra loro. In questi tempi fu esso re Carlo dichiarato dal papa vicario della Toscana, vacante l'imperio. Dai documenti recati dal Rinaldi[Ricordan. Malaspina, cap. 185.]apparisce che il pontefice non gli diede, nè egli prese questo grado, se non per pacificare ed unire i popoli della Toscana, con obbligo di deporlo, subito che fosse creato un re de' Romani, o un imperadore con approvazione della Sede apostolica. Ma i Ghibellini chiedevano chi avesse dato diritto al papa per far da padrone del regno d'Italia. Inoltre spacciavano tutte quelle belle parole e tutti quei movimenti per furberie, tenendo per fermo che sotto le apparenze di paciere si nascondesse il vero disegno di atterrare affatto la parte ghibellina ed imperiale, e di occupare il dominio di tutta l'Italia; il che se riusciva, ben si sa di che capace sia l'umana ambizione. Ad abbandonargli acquisti essa ha troppo abborrimento; e al riccio bastò il poter solamente entrar nella tana. Infatti nel luglio del presente anno le genti d'esso re Carlo coi fiorentini guelfi cominciarono la guerra contro ai Sanesi, che tenevano a parte ghibellina. In questo mentre le masnade tedesche di Siena e di Pisa, con intelligenza de' Ghibellini di Poggibonzi, entrarono in quella terra: perlochè il maliscalco del re Carlo, lasciati stare i Sanesi, imprese l'assedio di Poggibonzi. Arrivò a Firenze lo stesso re Carlo nel mese d'agosto, ricevuto con sommo onore da quel popolo, e quivi fece di molti cavalieri. Passò dipoi in persona colla sua cavalleria sotto a Poggibonzi, per dar calore a quell'assedio, ed impedire il soccorso che minacciavano di dargli i Sanesi e i Pisani. Nel dicembre, per difetto di vettovaglia, si arrendè quella terra con buoni patti. Di là passò il re Carlo sul Pisano, prese molte castella, ed ebbe Porto Pisano, dove fece diroccare quelle torri. L'unica speranza del partito ghibellino d'Italia era riposta inCorradinofigliuolo del fu reCorrado. A lui perciò quei di Toscana e di Lombardia, e i malcontenti ancora del regno di Puglia inviarono messi e lettere segrete, sollecitandolo con ingorde promesse a calare oramai in Italia, per ricuperar la Sicilia e Puglia, come signoria a lui legittimamente spettante[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 17.]. Fra gli altri andarono in Germania per muoverlo ed incoraggirlo Galvano e Federigo marchesi Lancia, e Corrado e Marino fratelli Capece da Napoli, ingrati al re Carlo, che avea loro donata la vita e libertà. Non durarono gran fatica questi mantici ad accendere il fuoco. Corradino era giovane di quindici in sedici anni, ben provveduto di spiriti guerrieri, e voglioso di gloria e d'imperio; e però, non ostante l'opposizione della madre, determinò di venire al conquisto della Sicilia. A questo fine con quattro mila cavalli ed alcunemigliaia di fanti discese in Italia[Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], e si fermò in Verona, per dar tempo ai maneggi che in suo favore si andavano facendo dai suoi aderenti. Ma venutogli meno il danaro, a poco a poco vendute l'armi e i cavalli, la maggior parte di quelle sue truppe se ne tornò in Germania. Aveva egli assunto il titolo di re di Sicilia, e creato suo capitan generale vicario di quel regno Corrado Capece, che, venuto a Pisa, si diede a muovere cielo e terra contra del re Carlo. Per questo fu esso Corradino citato dal papa, e poi scomunicato con tutti i suoi fautori, siccome usurpatore di un titolo che solamente si dovea conferire dai sommi pontefici, sovrani della Sicilia e Puglia. Ora avvenne, che trovandosi in Tunisi ai servigi di quel re,ArrigoeFederigofratelli diAlfonso redi Castiglia, perchè scacciati dal regno paterno, Corrado Capece con una galea de' Pisani, per guadagnarli in aiuto del re Corradino, si portò colà. E gli riuscì il colpo, perchè già nata diffidenza di loro nel re di Tunisi, non si vedeano più sicuri fra i Saraceni. Pertanto Federigo con una mano di soldati spagnuoli e saraceni fece vela alla volta della Sicilia, e, dopo aver preso quivi alquante terre, alzò le bandiere di Corradino, spargendo e magnificando per tutta l'isola la venuta di questo principe: il che suscitò negli affezionati alla casa di Suevia il desiderio di scuotere il troppo pesante giogo franzese. Corrado d'Antiochia, figliuolo di Federigo, cioè di un bastardo di Federigo II Augusto, prese allora il titolo di vicerè della Sicilia, e non andò molto che la maggior parte dell'isola acclamò il nome di Corradino; e benchè i Francesi facessero varii sforzi per dissipar questo nuvolo, tuttavia ne restò sconvolta la Sicilia, e più di una volta rimasero essi sconfitti. Di questi movimenti parla Bartolomeo da Neocastro[Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.], e il testo da me dato alla luceli mette sotto l'indizione Xi, cioè sotto L'anno seguente; ma in buona parte appartengono al presente. VenneArrigo di Castigliafratello del suddetto Federigo, anch'egli da Tunisi, e sbarcò verso Roma con trecento cavalieri spagnuoli. Andò alla corte pontificia, e cominciò a far broglio per essere investito del regno della Sardegna, e per altri onori: al che non gli mancava astuzia ed eloquenza. Intanto, nata sedizione nel popolo di Roma, fu data balìa ad Angelo Capoccia di nominare un nuovo senatore[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 19.]; ed egli proclamò il suddetto Arrigo, credendolo, per sua nobiltà e perizia nell'armi, atto al buon governo e freno di quella sempre inquieta città; e quantunque vi si opponessero molti cardinali e baroni, che già aveano subodorato di che piè egli zoppicasse, pure fu alzato al grado di senatore di Roma. Ch'egli ad istanza del re Carlo suo cugino, come vogliono alcuni, fosse promosso a questa dignità, nol veggio assistito da autentiche pruove. Delle sue iniquità parleremo all'anno seguente.
Rincresceva forte aNapo Torriano, signor di Milano, e a quel popolo l'interdetto posto a quella città (già erano quattro anni) per non voler essi ammettereOttone Viscontearcivescovo, e per avere inoltre usurpati i beni tutti di quell'arcivescovato[Stephanardus, Poem., tom. 9 Rer. Italic. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 303.]. Spedirono essi al papa i loro ambasciatori per liberarsi da quel gastigo. Perchè non furono ammessi dalla corte pontificia, ricorsero al re Carlo, il quale, desideroso di tirar nel suo partito i Milanesi, spedì con loro a Viterbo, dove soggiornava papa Clemente, i suoi ambasciatori con lettere di buon inchiostro in loro favore. Fu data loro udienza; esposero tutte le ragioni del popolo di Milano, rigettando in Ottone e nei nobili fuorusciti la colpa di tutti i passati disordini. Ma alzatosi l'arcivescovo Ottone, con tale energia peroròla sua causa, e seppe così vivamente dipignere la tirannia de' Torriani e della plebe, e degli atroci aggravii da lor fatti alla nobiltà milanese, che mosse tutti a compassione. Laonde non altro poterono ricavarne gli ambasciatori milanesi, se non che, se loro premeva la restituzion de' divini uffizii, accettassero e lasciassero entrare in città il loro pastore. Dissero essi di ubbidire, e si prese la risoluzion di spedire apposta un legato apostolico a Milano, per veder L'esecuzione di queste promesse. Se crediamo al Corio[Corio, Istor. di Milano.], nel maggio di quest'anno il podestà di Milano coll'esercito milanese e bergamasco, e i lor carrocci, passato il Ticino, ostilmente procederono contra de' Pavesi; e messo l'assedio alla terra di Vigevano, talmente la flagellarono colle pietre dei mangani, che l'obbligarono alla resa. Nè i Pavesi, benchè lontani solamente quattro miglia colla loro armata, ardirono di tentarne il soccorso. Galvano Fiamma riferisce questo fatto all'anno seguente. Secondo le Croniche di Reggio[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]e di Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], solamente in quest'anno ilmarchese ObertoPelavicino perdè il dominio di Cremona, e ritirossi alle sue castella, meravigliandosi d'essere stato sì poco accorto che un prete (cioè il legato) fosse giunto colle sue belle parole a beffarlo e a torgli quella città. Il Continuatore di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Italic.]racconta un tal fatto all'anno presente. Di lì a qualche tempo avvenne una pari disgrazia a Buoso da Doara. Di lui s'era servito il legato per dar la fuga al Pelavicino; e quando costui si lusingava di rimaner signore di Cremona, la destrezza del legato gliela suonò, e fecero balzar anch'esso fuori della città[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Pieno di rabbia Buoso, unita quanta gente potè, venne verso Cremona per rientrarvicolla forza, non mancandogli fra' cittadini una gran copia di aderenti. Trovavansi allora i Parmigiani insieme coi Modenesi e con alquanti Reggiani all'assedio di borgo San Donnino. Avvertiti del pericolo in cui era Cremona e il legato pontificio, frettolosamente marciarono in loro aiuto. Con questo rinforzo i Cremonesi scacciarono tutti i partigiani di Buoso, demolirono le lor case, e quindi coll'esercito suo e de' Milanesi, Bresciani ed altri Guelfi, si portarono ad assediar la Rocchetta, luogo fortissimo sull'Oglio, dove s'era rifugiato il suddetto Buoso. Ma per paura di Corradino giunto a Verona, se ne ritirarono fra qualche tempo. Continuarono i Parmigiani in quest'anno la guerra contro al marchese Pelavino, e gli tolsero alcune castella, che furono appresso distrutte. Giunto a Piacenza[Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.], il legato pontificio non solamente disturbò la lega intavolata da quel popolo co' Pavesi, ma eziandio fece uscire da quella città il conte Ubertino Landi, seguace della parte ghibellina, e diroccar le case di molti suoi aderenti. Oltre a ciò, indusse i Piacentini a ricevere un podestà a nome di Carlo re di Sicilia. Comperarono in quest'anno i Modenesi[Annales Veteres Mutinens.]per tre mila lire il castello della Mirandola colla Motta de' Papazzoni, e smantellarono tutte le fortificazioni di quei luoghi. Mancò di vita in quest'anno laregina Beatrice, moglie del re Carlo[Matteo Spinelli, Diario, tom. 9 Rer. Ital. Monach. Patavinus, in Chron.], poco avendo goduto della nuova sua grandezza. Saba Malaspina differisce la di lei morte all'anno seguente. Fu levato nell'anno presente l'interdetto della città di Genova[Caffari, Annal. Genuens., lib. 8.], e colà si portarono gli ambasciatori dei re di Francia e di Sicilia col legato del papa, per maneggiar o pace o tregua fra quel popolo e i Veneziani, affinchè amendue potessero accudire alla ricupera di Terra santa, doveil santore Lodovico IXdisegnava di ritornare. Niuna conchiusione si dovette prendere al vedere che essi Genovesi armarono venticinque galee, e le spedirono contra de' nemici. Queste nel corso presero due galee veneziane, ed, arrivate ad Accon, s'impadronirono della torre delle Mosche, ed assediarono quel porto. Essendo poi l'ammiraglio Luchetto Grimaldi passato con dieci galee a Tiro per trattar lega con Filippo da Monforte signore di quella città, arrivarono ventisei galee dei Veneziani ad Accon, e ne presero cinque de' Genovesi, essendosi salvate le altre colla fuga. I Tortonesi in quest'anno scacciarono anch'essi la parte ghibellina, e seguitarono quella della Chiesa, con prendere per loro signoreGuglielmo marchesedi Monferrato, al quale si era anche data nell'anno precedente la città d'Ivrea.