MCCLXVIII

MCCLXVIIIAnno diCristomcclxviii. IndizioneXI.Clemente IVpapa 4.Imperio vacante.Sul principio di quest'anno si mosseCorradinoda Verona con più di tre mila cavalli[Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], e, passato l'Adda, pel distretto di Cremona e di Lodi se ne andò a Pavia, città che sola con Verona teneva il suo partito in Lombardia. Dopo essersi fermato in essa città più di due mesi, per le terre diManfredi marchesedel Carretto passò al porto di Vada[Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Ital.], e, trovate quivi dieci galee pisane, imbarcatosi, felicemente arrivò a Pisa nel dì 7 d'aprile, accolto come imperadore da quel popolo[Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.].Federigogiovane duca d'Austria, ma solamente di nome, perchè in possesso dell'Austria e della Stiria era alloraOttocaro redi Boemia, condusse, per la Lunigiana, la di lui cavalleria fino a Pisa. Saba Malaspina[Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 7.]conerrore dà il nome d'Arrigo a questo duca. Fu cosa considerabile che di tante città guelfe di Lombardia niuna si opponesse al passaggio di questa nemica armata. Tutti serrarono gli occhi; e i Torriani specialmente, benchè guelfi, in occulto erano per Corradino, siccome poco contenti del papa. Vollero i popoli stare a vedere che successo fosse per avere questo movimento d'armi, da cui dipendea la decisione del regno di Sicilia e Puglia, per prendere poi le loro misure, secondo l'esito dell'impresa. Ad istanza de' Pisani, Corradino fece oste sopra il territorio di Lucca, città fedele al re Carlo, e vi diede un gran guasto[Ricordano Malaspina, cap. 191.]. Ribellossi in tal congiuntura Poggibonzi al re Carlo e a' Fiorentini. Passò dipoi Corradino a Siena. Mentre egli quivi dimorava, Guglielmo di Berselve maliscalco del re Carlo volle colla sua gente d'armi mettersi in cammino alla volta d'Arezzo, per vegliare agli andamenti di Corradino. Ma, giunto senza ordine al ponte a Valle sull'Arno, fu colto in un'imboscata dalle squadre d'esso Corradino, disfatta la sua gente, e la maggior parte con esso lui presa e condotta nelle prigioni di Siena. Gran rumore fece per tutta Toscana ed altrove questo fatto, e ne montarono in superbia i Ghibellini, pronosticando da ciò maggiori fortune nell'andare innanzi. Molto prima che Corradino arrivasse in Toscana, era ritornato in Puglia ilre Carlo, non tanto per accignersi alla difesa del regno, quanto ancora per contenere o rimettere in dovere i popoli che, per la fama della venuta di Corradino, o già si erano sottratti alla di lui ubbidienza, o vacillavano nella fedeltà. L'incostanza e la volubil fede di quella gente è una febbre vecchia che si risveglia sempre ad ogni occasione di novità. Soprattutto davano da pensare al re Carlo i Saraceni di Nocera, corpo potente di gente, chiaramente scorgendo che questi sarebbero i giannizzeri di Corradino. Ossia che essi, siccome popolo di credenzacontraria alla religion cristiana, temendo troppo del re Carlo, creatura del romano pontefice, avessero di buon'ora alzate le insegne di Corradino, cominciando la ribellione con delle ostilità ne' circonvicini luoghi; oppure che sembrassero disposti a ribellarsi: certo è che fu pubblicata contra di essi Saraceni la crociata, e si portò il re Carlo all'assedio di essa Nocera, ma con trovarvi della resistenza da non venirne a capo se non dopo lunghissimo tempo; e di questo egli scarseggiava. Continuò poscia Corradino il suo viaggio alla volta di Roma, senza far caso alcuno nè dei messi a lui inviati dal papa per fermare i suoi passi, nè delle scomuniche terribili fulminate contra di lui in Viterbo nel giovedì santo dal ponteficeClemente IV[Raynald., in Annal. Eccles.]. In Roma fu accolto con incredibile onore daArrigo di Castigliasenatore e dal popolo romano, che in tempi sì torbidi nella volubilità ad alcun altro non la cedeva. I motivi o pretesti che adduceva Arrigo d'essersi ritirato dall'amicizia del re Carlo suo cugino, e di avere abbracciato il partito di Corradino, erano per aver egli prestata gran somma di danaro a Carlo, allorchè questi imprese la spedizion della Sicilia, senza averne giammai potuto ricavare il rimborso con tutte le istanze sue. Aggiugneva che il re Carlo l'aveva contrariato nella corte pontificia, ed impedita l'investitura per lui del regno della Sardegna. Noi possiam anche credere che per parte di Corradino gli fossero state fatte di larghe promesse di ricompense e di Stati.Ora questa malvagio principe Arrigo col tanto avere abitato e conversato in Tunisi co' Saraceni[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 18.], s'era imbevuto di molte loro scellerate massime, nè avea portato con seco a Roma altro che il nome di cristiano. Creato senatore, quanti Guelfi quivi si trovavano trasse dalla sua. Prese con frode e mandò in varie fortezze Napoleone e Matteo Orsini, Giovanni Savello, Pietro ed AngeloMalabranca, nobili che più degli altri poteano far fronte a' suoi disegni. Quindi cominciò a raunar soldati, e per avere di che sostenerli, si diede a saccheggiar le sagrestie delle chiese di Roma, con asportarne i vasi e gli arredi sacri, e i depositi di danaro, che i Romani di allora, secondo anche l'uso degli antichi, soleano fare ne' luoghi sacri. Dopo questo infame preparamento, arrivato Corradino a Roma, attese con Arrigo ad ingrossar l'esercito suo. Vi concorrevano Ghibellini da tutte le parti, e vi si aggregarono moltissimi Romani sì nobili che popolari, tutti lusingandosi di tornare colle bisaccie piene d'oro da quella impresa. Spedirono anche i Pisani in aiuto di Corradino ventiquattro galee ben armate[Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 40.]sotto il comando di Federigo marchese Lancia. Ed essendo questa flotta arrivata a Melazzo in Sicilia per secondare la quasi universal ribellione di quell'isola, ventidue galee provenzali inviate dal re Carlo, unitesi con altre nove messinesi, andarono ad assalirla[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 8, tom. 13 Rer. Ital.]. Tal vigore fu quello de' Pisani in incontrarle, che i Provenzali si diedero alla fuga, lasciando i legni messinesi alla discrezion de' nemici, i quali dipoi tentarono anche di prendere la stessa città di Messina, ma con andare a voto i loro sforzi. Ascese a sì gran copia e potenza l'esercito adunato da Corradino, che non v'era chi non gli predicesse il trionfo, a riserva del buonpapa Clemente, il quale dicono che predisse la rovina di Corradino, e mirò compassionando l'incauto giovane, incamminato qual vittima alla scure. Con esso Corradino adunque marciavano, già turgidi per la creduta infallibil vittoria,Federigo ducad'Austria,Arrigo di Castigliasenatore di Roma co' suoi Spagnuoli, i conti Galvano e Gherardo da Pisa, e i capi de' ghibellini romani, cioè gli Annibaldeschi, i Sordi, ed altri nobili e fuoriusciti di Puglia. Circa dieci milacavalli si contavano in quest'armata, oltre alla folla della fanteria. Per opporsi a un sì minaccioso torrente, il re Carlo, dopo avere abbandonato l'assedio di Nocera, venne con tutte le sue forze alla Aquila[Ricordano Malaspina, cap. 192. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 26.]; e, confortato dai suoi, si inoltrò sino al piano di San Valentino, ossia di Tagliacozzo, poche miglia lungi dal lago Fucino, ossia di Celano. Era di lunga mano inferiore di gente al nimico; ma sua fortuna volle che poco dianzi fosse capitato alla sua corte Alardo di Valberì, ossia di Valleri, cavaliere franzese, che per venti anni avea militato in Terra santa contra degl'infedeli, personaggio di rara prudenza e sperienza nei fatti di guerra. Questi il consigliò di far due schiere della sua armata[Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.], e di tenersi egli in riserva con cinquecento dei più scelti cavalieri dietro un monticello, aspettando l'esito della battaglia. Si azzuffarono gli eserciti nel dì 23 d'agosto. Aspro e sanguinoso fu il combattimento; ma infine, perchè i più sogliono prevalere al meno, cominciarono i Franzesi e Provenzali a rinculare e a rompersi. Stava il re Carlo sopra un poggio mirando la strage de' suoi, e moriva di impazienza d'uscire addosso ai nemici; ma fu dal vecchio Alardo ritenuto sempre, finchè si vide rotto affatto il suo campo, e le genti di Corradino tutte disperse, parte in inseguire i fuggitivi e far dei prigioni, e parte perduti dietro allo spoglio degli uccisi. AlloraAlardo, rivolto al re Carlo gli disse:Ora è il tempo, o sire. La vittoria è nostra. E, dato di sprone ai freschi cavalli, piombò addosso al troppo disordinato esercito nemico, che, senza aver tempo e maniera di raccogliersi, parte lasciò quivi la vita, parte restò prigioniere, e gli altri cercarono di salvarsi colla fuga. Corradino e molti de' baroni suoi, che, stanchi dalla fatica e oppressi dal gran caldo, s'erano tratti gli elmi, siccome persuasi dell'ottenuta vittoria,veggendo la strana mutazion di scena, si diedero a fuggire.Erano con Corradino il giovinetto duca d'Austria, e i conti Galvano e Gherardo da Pisa. Presero essi travestiti la via della Maremma, con pensiero di tornarsene a Roma, ovvero a Pisa. Arrivati ad Astura, noleggiarono una barchetta; ma perchè furono riconosciuti per persone d'alto affare, Giovanni (da altri è chiamato Jacopo) de' Frangipani, signore di quel castello, colla speranza di ricavarne un gran guiderdone dal re Carlo, li prese e mandogli al re, che a questa nuova vide con immenso gaudio coronata la memorabil sua vittoria, giacchè Arrigo di Castiglia con altri nobili era anch'egli rimasto prigioniere. Custodito fu nelle carceri di Napoli Corradino sino al principio d'ottobre, nel qual tempo, tenuto un gran parlamento, dove intervennero i giurisconsulti, i baroni e sindaci della città, fu proposta la causa di questo infelice principe. Ricobaldo, storico ferrarese, dice d'aver inteso da Gioachino di Reggio, il quale si trovò presente a quel giudizio, che i principali baroni franzesi e i giurisconsulti, e fra gli altri Guido da Sazara lettor celebre di leggi in Modena e in Reggio, dimorante allora in Napoli, sostennero, che giustamente non si potea condannare a morte Corradino, perchè a lui non mancavano ragioni ben fondate per cercare di ricuperar il regno di Sicilia e Puglia, conquistato con tanti sudori da' suoi maggiori sopra i Saraceni e Greci, senza aver egli commesso delitto alcuno, per cui ne dovesse essere privato. Si allegava che l'esercito di Corradino avea saccheggiate chiese e monisteri; ma si rispondeva, non costare che ciò fosse seguito per ordine d'esso Corradino; e forse non averne fatto altrettanto e peggio anche le milizie del medesimo re Carlo? Un solo dottore di leggi fu di parere contrario, ed è credibile che altri ancora dei baroni beneficati dal re Carlo, per timore della casa di Suevia, consigliassero la morte di Corradino. Insomma al barbarico sentimento di questi tali si attenne esso re Carlo, figurandosi egli, finchè vivesse Corradino, di non potersi tenere per sicuro possessore del regno. Però nel dì 29 di ottobre del presente anno (e non già nell'anno seguente, come taluno ha scritto), eretto un palco sulla piazza, oppure sul lido di Napoli, fu condotto colà il giovinetto Corradino, che dianzi avvertito dell'ultimo suo destino, avea fatto testamento e la sua confessione. L'innumerabil popolo accorso a sì funesto spettacolo non potea contenere i gemiti e le lagrime[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 9.]. Fu letta la feral sentenza da Roberto da Bari giudice, al quale, se crediamo a Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.], finita che fu la lettura,Robertofigliuolo del conte di Fiandra, genero del re Carlo, diede d'uno stocco nel petto, dicendo che a lui non era lecito di sentenziare a morte sì grande e gentil signore: del qual colpo colui cadde morto, presente il re, e non ne fu fatta parola. LasciòCorradinola testa sul palco, e dopo lui furono decollatiFederigo ducad'Austria, ilconte Gherardoda Donoratico di Pisa sugli occhi delconte Galvanosuo padre, al quale medesimamente fu dipoi spiccato il capo dal busto. Altri scrivono che Galvano Lancia fu allora decapitato. Vennero i loro cadaveri vilmente seppelliti, ma fuori di sacrato, come scomunicati. D'altri nobili ancora, decollati in quell'infausto giorno, fanno menzione varii scrittori. Così nell'infelice Corradino ebbe fine la nobilissima casa di Suevia, e in Federigo la linea dei vecchi duchi d'Austria, con passar dipoi dopo qualche tempo quel ducato nella famiglia degli arciduchi d'Austria, che gloriosamente ha regnato e regna fino a' dì nostri. Un'infamia universale si acquistò il re Carlo presso tutti gli allora viventi, ed anche presso i posteri, e fin presso i suoi stessi Franzesi, per questa crudeltà; e fu osservato che da lì innanzi gli affari suoi, benchè paressero allora giunti alpiù bell'ascendente, cominciarono a declinare, con piovere sopra di lui gravissime disgrazie. Enea Silvio[Æneas Silvius, in Hist. Austr. apud Boecl.], che fu poi papa Pio II, e varii storici napoletani e siciliani scrivono che Corradino sul palco quasi in segno d'investitura gittò un guanto al popolo, con cui egli intese di chiamare all'eredità di quel regnodon Pietrod'Aragona, marito diCostanza, figliuola del fure Manfredi, con altre particolarità ch'io tralascio. Ma probabilmente queste furono invenzioni de' tempi susseguenti, per dar più colore a quanto operarono gli Aragonesi. Portata in Sicilia la nuova della disfatta e prigionia di Corradino, cominciarono que' popoli a ritornare dalla ribellione all'ubbidienza del re Carlo. Ed avendo egli poscia spedita colà la sua armata navale sotto il comando del conte Guido di Monforte, ossia di Guglielmo Stendardo, ridusse tutto il resto dell'isola alla sua divozione col macello di gran gente, senza distinguere gl'innocenti dai rei[Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 18.], con far prigione Corrado di Antiochia capo dei sollevati. Costui restò privo degli occhi; e infine impiccato insieme con Nicolò Maleta.Federigo di Castigliae Corrado Capece sulle navi pisane si salvarono a Tunisi dallo sdegno del re Carlo, il quale non la finì di sfogar l'animo suo vendicativo sopra i popoli della Sicilia e Puglia, con devastar città e terre, fare strage dei prigioni, ed imporre esorbitanti aggravii a' sudditi di quelle contrade, con lasciare a' suoi Franzesi una sì sfrenata licenza, che pareva a que' popoli d'essere caduti in una deplorabile schiavitù, peggiore che quella de' Barbari.Abbiamo dagli Annali Ecclesiastici[Raynaldus, in Annal. Eccl.], che papaClemente IV, siccome pontefice di santi e placidi costumi, scrisse al re Carlo, pregandolo per suo bene ancora di mitigare il furor suo, e de' suoi contra de' miseri Siciliani e Pugliesi, e di abbracciar la clemenza: tanto è lontano ch'egli consigliassela morte di Corradino, come sparsero voce i malevoli. Oltre a ciò, scrisse al santore Lodovico, acciocchè anch'egli adoperasse gli uffizii col fratello. Ma Carlo fece le orecchie di mercatante, e seguitò il corso della vendetta. Se n'ebbe col tempo a pentire. Iddio intanto levò l'ottimo pontefice dagli affanni del nostro mondo, con chiamarlo alla quiete e felicità dell'altro. Accadde la di lui morte in Viterbo[Bernardus Guid., in Vita Clementis IV.]nella vigilia di sant'Andrea, ossia nel dì 29 di novembre, vegnendo il dì 30, e in essa città gli fu data sepoltura. Gran tempo restò dipoi vacante la cattedra di san Pietro. Dopo la prigionia di Arrigo di Castiglia, a cui, per cagion della parentela col re Carlo, fu salvata la vita, e dopo alcuni anni renduta anche la libertà, aveva il papa suddetto reintegrato esso re Carlo nel grado di senatore di Roma; e perciò venuto a Roma, ne ripigliò il possesso, e tornò ad esercitar quella carica per mezzo d'un suo vicario[Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], con aggiugnere a' suoi titoli ancor questo. In mezzo a tante sue politiche e militari occupazioni non dimenticò il re suddetto di pensare ad un'altra moglie, e questa fuMargherita di Borgogna. Negli Annali di Milano[Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.]è scritto ch'essa arrivò in quella città nel dì 10 d'ottobre, e vi fu ricevuta con baldacchino posto sopra dodici aste, portate dai nobili, e con altri onori, giuochi e concorso d'innumerabil popolo. Nel dì 16 d'esso mese giunse a Parma[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]; nel dì 19 a Reggio, e di là a Bologna. In tutte queste città trattata fu colla magnificenza convenevole ad una gran regina. Portossi in quest'anno nel mese di novembre a Milano[Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 304.]un legato apostolico per riconciliar quel popolo colla Chiesa romana e col loro arcivescovoOttone Visconte. Se voleano essereliberati dall'interdetto, dimandò egli, che tutti giurassero fedeltà alla santa Sede, cioè di eseguire i di lei comandamenti; che riconoscessero Ottone per legittimo loro pastore; gli restituissero i beni, e gli permettessero l'ingresso e la permanenza nella città; e che non mettessero contribuzioni al clero. Tutto promisero i Torriani dominanti e il popolo. Diedero anche idonea sicurtà: con che tolto fu l'interdetto, assoluti gli scomunicati, e posti gli uffiziali dell'arcivescovo in possesso de' beni usurpati. Se ne tornò il legato a Roma per far venir Ottone alla sua residenza, nel qual tempo mancò di vita il papa. Per tal nuova giubilarono forte i Torriani, nè più si curarono di adempiere le promesse fatte. Teneva tuttavia ilmarchese ObertoPelavicino gran ghibellino le terre di Scipione, Pellegrino, Gislagio, Landasio, Busseto, Pissina ed altri luoghi[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]; ma era la sua principal dimora in Borgo San Donnino, da dove, assistito dai fuorusciti parmigiani, facea guerra alla città di Parma. Del pari il conte Ubertino Lando, altro ghibellino, possedendo la Rocca di Bardi, Compiano, Monte Arsiccio ed altre terre, unito cogli usciti di Piacenza infestava non poco quella città. Raunarono i Parmigiani coll'aiuto di tutte le loro amistà un esercito di circa trentamila persone, e formarono l'assedio di Borgo San Donnino. Nel dì 21 di ottobre seguì accordo e pace fra gli uomini di quella terra e i Parmigiani[Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.]. Se n'andò con Dio il marchese Pelavicino, e i fuorusciti di Parma con giubilo universale rientrarono di concordia nella loro città. Ma i Parmigiani nel dì 13 di novembre contro i patti poco prima stabiliti, essendo iti al suddetto Borgo di San Donnino, smantellarono affatto quella terra, con distribuirne gli abitanti in varie circonvicine castella. Formarono anche un decreto di non poterla mai più rifare, affinchè non fosse più in istato di molestar con guerre lacittà di Parma, siccome tante volte in addietro era avvenuto. Similmente i Piacentini ebbero gran guerra col conte Ubertino Landò; e avendo prese le castella di Seno e di Scipione, distrussero l'ultimo contro i patti. Compiè il corso di sua vita in quest'annoRinieri Zenodoge di Venezia[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], e in luogo suo fu elettoLorenzo Tiepolonel dì 25 di luglio. Restò in tal occasione stabilita la forma con cui oggidì si fa l'elezione del nuovo doge. Furono delle commozioni in Brescia[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]fra i cittadini delle due fazioni. Perchè i Ghibellini gran festa aveano fatto per la venuta di Corradino, i Guelfi nel dì 14 di novembre, dato di piglio all'armi, vollero cacciar di città gli avversarii. Frappostosi Francesco Torriano governatore, quetò il tumulto, col mandare a' confini in Milano alcuni Guelfi nobili e popolari. Ma nel dì 14 di dicembre di nuovo furono in armi i Guelfi, e fecero uscir di città non solamente parecchi de' Ghibellini, ma anche lo stesso Francesco dalla Torre eRaimondo vescovodi Como suo fratello. Rifugiaronsi gli usciti in varie castella; e i Veronesi, prevalendosi di questa divisione, s'impadronirono di Desenzano, Rivoltella e Patengolo.

Sul principio di quest'anno si mosseCorradinoda Verona con più di tre mila cavalli[Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], e, passato l'Adda, pel distretto di Cremona e di Lodi se ne andò a Pavia, città che sola con Verona teneva il suo partito in Lombardia. Dopo essersi fermato in essa città più di due mesi, per le terre diManfredi marchesedel Carretto passò al porto di Vada[Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Ital.], e, trovate quivi dieci galee pisane, imbarcatosi, felicemente arrivò a Pisa nel dì 7 d'aprile, accolto come imperadore da quel popolo[Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.].Federigogiovane duca d'Austria, ma solamente di nome, perchè in possesso dell'Austria e della Stiria era alloraOttocaro redi Boemia, condusse, per la Lunigiana, la di lui cavalleria fino a Pisa. Saba Malaspina[Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 7.]conerrore dà il nome d'Arrigo a questo duca. Fu cosa considerabile che di tante città guelfe di Lombardia niuna si opponesse al passaggio di questa nemica armata. Tutti serrarono gli occhi; e i Torriani specialmente, benchè guelfi, in occulto erano per Corradino, siccome poco contenti del papa. Vollero i popoli stare a vedere che successo fosse per avere questo movimento d'armi, da cui dipendea la decisione del regno di Sicilia e Puglia, per prendere poi le loro misure, secondo l'esito dell'impresa. Ad istanza de' Pisani, Corradino fece oste sopra il territorio di Lucca, città fedele al re Carlo, e vi diede un gran guasto[Ricordano Malaspina, cap. 191.]. Ribellossi in tal congiuntura Poggibonzi al re Carlo e a' Fiorentini. Passò dipoi Corradino a Siena. Mentre egli quivi dimorava, Guglielmo di Berselve maliscalco del re Carlo volle colla sua gente d'armi mettersi in cammino alla volta d'Arezzo, per vegliare agli andamenti di Corradino. Ma, giunto senza ordine al ponte a Valle sull'Arno, fu colto in un'imboscata dalle squadre d'esso Corradino, disfatta la sua gente, e la maggior parte con esso lui presa e condotta nelle prigioni di Siena. Gran rumore fece per tutta Toscana ed altrove questo fatto, e ne montarono in superbia i Ghibellini, pronosticando da ciò maggiori fortune nell'andare innanzi. Molto prima che Corradino arrivasse in Toscana, era ritornato in Puglia ilre Carlo, non tanto per accignersi alla difesa del regno, quanto ancora per contenere o rimettere in dovere i popoli che, per la fama della venuta di Corradino, o già si erano sottratti alla di lui ubbidienza, o vacillavano nella fedeltà. L'incostanza e la volubil fede di quella gente è una febbre vecchia che si risveglia sempre ad ogni occasione di novità. Soprattutto davano da pensare al re Carlo i Saraceni di Nocera, corpo potente di gente, chiaramente scorgendo che questi sarebbero i giannizzeri di Corradino. Ossia che essi, siccome popolo di credenzacontraria alla religion cristiana, temendo troppo del re Carlo, creatura del romano pontefice, avessero di buon'ora alzate le insegne di Corradino, cominciando la ribellione con delle ostilità ne' circonvicini luoghi; oppure che sembrassero disposti a ribellarsi: certo è che fu pubblicata contra di essi Saraceni la crociata, e si portò il re Carlo all'assedio di essa Nocera, ma con trovarvi della resistenza da non venirne a capo se non dopo lunghissimo tempo; e di questo egli scarseggiava. Continuò poscia Corradino il suo viaggio alla volta di Roma, senza far caso alcuno nè dei messi a lui inviati dal papa per fermare i suoi passi, nè delle scomuniche terribili fulminate contra di lui in Viterbo nel giovedì santo dal ponteficeClemente IV[Raynald., in Annal. Eccles.]. In Roma fu accolto con incredibile onore daArrigo di Castigliasenatore e dal popolo romano, che in tempi sì torbidi nella volubilità ad alcun altro non la cedeva. I motivi o pretesti che adduceva Arrigo d'essersi ritirato dall'amicizia del re Carlo suo cugino, e di avere abbracciato il partito di Corradino, erano per aver egli prestata gran somma di danaro a Carlo, allorchè questi imprese la spedizion della Sicilia, senza averne giammai potuto ricavare il rimborso con tutte le istanze sue. Aggiugneva che il re Carlo l'aveva contrariato nella corte pontificia, ed impedita l'investitura per lui del regno della Sardegna. Noi possiam anche credere che per parte di Corradino gli fossero state fatte di larghe promesse di ricompense e di Stati.

Ora questa malvagio principe Arrigo col tanto avere abitato e conversato in Tunisi co' Saraceni[Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 18.], s'era imbevuto di molte loro scellerate massime, nè avea portato con seco a Roma altro che il nome di cristiano. Creato senatore, quanti Guelfi quivi si trovavano trasse dalla sua. Prese con frode e mandò in varie fortezze Napoleone e Matteo Orsini, Giovanni Savello, Pietro ed AngeloMalabranca, nobili che più degli altri poteano far fronte a' suoi disegni. Quindi cominciò a raunar soldati, e per avere di che sostenerli, si diede a saccheggiar le sagrestie delle chiese di Roma, con asportarne i vasi e gli arredi sacri, e i depositi di danaro, che i Romani di allora, secondo anche l'uso degli antichi, soleano fare ne' luoghi sacri. Dopo questo infame preparamento, arrivato Corradino a Roma, attese con Arrigo ad ingrossar l'esercito suo. Vi concorrevano Ghibellini da tutte le parti, e vi si aggregarono moltissimi Romani sì nobili che popolari, tutti lusingandosi di tornare colle bisaccie piene d'oro da quella impresa. Spedirono anche i Pisani in aiuto di Corradino ventiquattro galee ben armate[Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 40.]sotto il comando di Federigo marchese Lancia. Ed essendo questa flotta arrivata a Melazzo in Sicilia per secondare la quasi universal ribellione di quell'isola, ventidue galee provenzali inviate dal re Carlo, unitesi con altre nove messinesi, andarono ad assalirla[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 8, tom. 13 Rer. Ital.]. Tal vigore fu quello de' Pisani in incontrarle, che i Provenzali si diedero alla fuga, lasciando i legni messinesi alla discrezion de' nemici, i quali dipoi tentarono anche di prendere la stessa città di Messina, ma con andare a voto i loro sforzi. Ascese a sì gran copia e potenza l'esercito adunato da Corradino, che non v'era chi non gli predicesse il trionfo, a riserva del buonpapa Clemente, il quale dicono che predisse la rovina di Corradino, e mirò compassionando l'incauto giovane, incamminato qual vittima alla scure. Con esso Corradino adunque marciavano, già turgidi per la creduta infallibil vittoria,Federigo ducad'Austria,Arrigo di Castigliasenatore di Roma co' suoi Spagnuoli, i conti Galvano e Gherardo da Pisa, e i capi de' ghibellini romani, cioè gli Annibaldeschi, i Sordi, ed altri nobili e fuoriusciti di Puglia. Circa dieci milacavalli si contavano in quest'armata, oltre alla folla della fanteria. Per opporsi a un sì minaccioso torrente, il re Carlo, dopo avere abbandonato l'assedio di Nocera, venne con tutte le sue forze alla Aquila[Ricordano Malaspina, cap. 192. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 26.]; e, confortato dai suoi, si inoltrò sino al piano di San Valentino, ossia di Tagliacozzo, poche miglia lungi dal lago Fucino, ossia di Celano. Era di lunga mano inferiore di gente al nimico; ma sua fortuna volle che poco dianzi fosse capitato alla sua corte Alardo di Valberì, ossia di Valleri, cavaliere franzese, che per venti anni avea militato in Terra santa contra degl'infedeli, personaggio di rara prudenza e sperienza nei fatti di guerra. Questi il consigliò di far due schiere della sua armata[Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.], e di tenersi egli in riserva con cinquecento dei più scelti cavalieri dietro un monticello, aspettando l'esito della battaglia. Si azzuffarono gli eserciti nel dì 23 d'agosto. Aspro e sanguinoso fu il combattimento; ma infine, perchè i più sogliono prevalere al meno, cominciarono i Franzesi e Provenzali a rinculare e a rompersi. Stava il re Carlo sopra un poggio mirando la strage de' suoi, e moriva di impazienza d'uscire addosso ai nemici; ma fu dal vecchio Alardo ritenuto sempre, finchè si vide rotto affatto il suo campo, e le genti di Corradino tutte disperse, parte in inseguire i fuggitivi e far dei prigioni, e parte perduti dietro allo spoglio degli uccisi. AlloraAlardo, rivolto al re Carlo gli disse:Ora è il tempo, o sire. La vittoria è nostra. E, dato di sprone ai freschi cavalli, piombò addosso al troppo disordinato esercito nemico, che, senza aver tempo e maniera di raccogliersi, parte lasciò quivi la vita, parte restò prigioniere, e gli altri cercarono di salvarsi colla fuga. Corradino e molti de' baroni suoi, che, stanchi dalla fatica e oppressi dal gran caldo, s'erano tratti gli elmi, siccome persuasi dell'ottenuta vittoria,veggendo la strana mutazion di scena, si diedero a fuggire.

Erano con Corradino il giovinetto duca d'Austria, e i conti Galvano e Gherardo da Pisa. Presero essi travestiti la via della Maremma, con pensiero di tornarsene a Roma, ovvero a Pisa. Arrivati ad Astura, noleggiarono una barchetta; ma perchè furono riconosciuti per persone d'alto affare, Giovanni (da altri è chiamato Jacopo) de' Frangipani, signore di quel castello, colla speranza di ricavarne un gran guiderdone dal re Carlo, li prese e mandogli al re, che a questa nuova vide con immenso gaudio coronata la memorabil sua vittoria, giacchè Arrigo di Castiglia con altri nobili era anch'egli rimasto prigioniere. Custodito fu nelle carceri di Napoli Corradino sino al principio d'ottobre, nel qual tempo, tenuto un gran parlamento, dove intervennero i giurisconsulti, i baroni e sindaci della città, fu proposta la causa di questo infelice principe. Ricobaldo, storico ferrarese, dice d'aver inteso da Gioachino di Reggio, il quale si trovò presente a quel giudizio, che i principali baroni franzesi e i giurisconsulti, e fra gli altri Guido da Sazara lettor celebre di leggi in Modena e in Reggio, dimorante allora in Napoli, sostennero, che giustamente non si potea condannare a morte Corradino, perchè a lui non mancavano ragioni ben fondate per cercare di ricuperar il regno di Sicilia e Puglia, conquistato con tanti sudori da' suoi maggiori sopra i Saraceni e Greci, senza aver egli commesso delitto alcuno, per cui ne dovesse essere privato. Si allegava che l'esercito di Corradino avea saccheggiate chiese e monisteri; ma si rispondeva, non costare che ciò fosse seguito per ordine d'esso Corradino; e forse non averne fatto altrettanto e peggio anche le milizie del medesimo re Carlo? Un solo dottore di leggi fu di parere contrario, ed è credibile che altri ancora dei baroni beneficati dal re Carlo, per timore della casa di Suevia, consigliassero la morte di Corradino. Insomma al barbarico sentimento di questi tali si attenne esso re Carlo, figurandosi egli, finchè vivesse Corradino, di non potersi tenere per sicuro possessore del regno. Però nel dì 29 di ottobre del presente anno (e non già nell'anno seguente, come taluno ha scritto), eretto un palco sulla piazza, oppure sul lido di Napoli, fu condotto colà il giovinetto Corradino, che dianzi avvertito dell'ultimo suo destino, avea fatto testamento e la sua confessione. L'innumerabil popolo accorso a sì funesto spettacolo non potea contenere i gemiti e le lagrime[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 9.]. Fu letta la feral sentenza da Roberto da Bari giudice, al quale, se crediamo a Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.], finita che fu la lettura,Robertofigliuolo del conte di Fiandra, genero del re Carlo, diede d'uno stocco nel petto, dicendo che a lui non era lecito di sentenziare a morte sì grande e gentil signore: del qual colpo colui cadde morto, presente il re, e non ne fu fatta parola. LasciòCorradinola testa sul palco, e dopo lui furono decollatiFederigo ducad'Austria, ilconte Gherardoda Donoratico di Pisa sugli occhi delconte Galvanosuo padre, al quale medesimamente fu dipoi spiccato il capo dal busto. Altri scrivono che Galvano Lancia fu allora decapitato. Vennero i loro cadaveri vilmente seppelliti, ma fuori di sacrato, come scomunicati. D'altri nobili ancora, decollati in quell'infausto giorno, fanno menzione varii scrittori. Così nell'infelice Corradino ebbe fine la nobilissima casa di Suevia, e in Federigo la linea dei vecchi duchi d'Austria, con passar dipoi dopo qualche tempo quel ducato nella famiglia degli arciduchi d'Austria, che gloriosamente ha regnato e regna fino a' dì nostri. Un'infamia universale si acquistò il re Carlo presso tutti gli allora viventi, ed anche presso i posteri, e fin presso i suoi stessi Franzesi, per questa crudeltà; e fu osservato che da lì innanzi gli affari suoi, benchè paressero allora giunti alpiù bell'ascendente, cominciarono a declinare, con piovere sopra di lui gravissime disgrazie. Enea Silvio[Æneas Silvius, in Hist. Austr. apud Boecl.], che fu poi papa Pio II, e varii storici napoletani e siciliani scrivono che Corradino sul palco quasi in segno d'investitura gittò un guanto al popolo, con cui egli intese di chiamare all'eredità di quel regnodon Pietrod'Aragona, marito diCostanza, figliuola del fure Manfredi, con altre particolarità ch'io tralascio. Ma probabilmente queste furono invenzioni de' tempi susseguenti, per dar più colore a quanto operarono gli Aragonesi. Portata in Sicilia la nuova della disfatta e prigionia di Corradino, cominciarono que' popoli a ritornare dalla ribellione all'ubbidienza del re Carlo. Ed avendo egli poscia spedita colà la sua armata navale sotto il comando del conte Guido di Monforte, ossia di Guglielmo Stendardo, ridusse tutto il resto dell'isola alla sua divozione col macello di gran gente, senza distinguere gl'innocenti dai rei[Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 18.], con far prigione Corrado di Antiochia capo dei sollevati. Costui restò privo degli occhi; e infine impiccato insieme con Nicolò Maleta.Federigo di Castigliae Corrado Capece sulle navi pisane si salvarono a Tunisi dallo sdegno del re Carlo, il quale non la finì di sfogar l'animo suo vendicativo sopra i popoli della Sicilia e Puglia, con devastar città e terre, fare strage dei prigioni, ed imporre esorbitanti aggravii a' sudditi di quelle contrade, con lasciare a' suoi Franzesi una sì sfrenata licenza, che pareva a que' popoli d'essere caduti in una deplorabile schiavitù, peggiore che quella de' Barbari.

Abbiamo dagli Annali Ecclesiastici[Raynaldus, in Annal. Eccl.], che papaClemente IV, siccome pontefice di santi e placidi costumi, scrisse al re Carlo, pregandolo per suo bene ancora di mitigare il furor suo, e de' suoi contra de' miseri Siciliani e Pugliesi, e di abbracciar la clemenza: tanto è lontano ch'egli consigliassela morte di Corradino, come sparsero voce i malevoli. Oltre a ciò, scrisse al santore Lodovico, acciocchè anch'egli adoperasse gli uffizii col fratello. Ma Carlo fece le orecchie di mercatante, e seguitò il corso della vendetta. Se n'ebbe col tempo a pentire. Iddio intanto levò l'ottimo pontefice dagli affanni del nostro mondo, con chiamarlo alla quiete e felicità dell'altro. Accadde la di lui morte in Viterbo[Bernardus Guid., in Vita Clementis IV.]nella vigilia di sant'Andrea, ossia nel dì 29 di novembre, vegnendo il dì 30, e in essa città gli fu data sepoltura. Gran tempo restò dipoi vacante la cattedra di san Pietro. Dopo la prigionia di Arrigo di Castiglia, a cui, per cagion della parentela col re Carlo, fu salvata la vita, e dopo alcuni anni renduta anche la libertà, aveva il papa suddetto reintegrato esso re Carlo nel grado di senatore di Roma; e perciò venuto a Roma, ne ripigliò il possesso, e tornò ad esercitar quella carica per mezzo d'un suo vicario[Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], con aggiugnere a' suoi titoli ancor questo. In mezzo a tante sue politiche e militari occupazioni non dimenticò il re suddetto di pensare ad un'altra moglie, e questa fuMargherita di Borgogna. Negli Annali di Milano[Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.]è scritto ch'essa arrivò in quella città nel dì 10 d'ottobre, e vi fu ricevuta con baldacchino posto sopra dodici aste, portate dai nobili, e con altri onori, giuochi e concorso d'innumerabil popolo. Nel dì 16 d'esso mese giunse a Parma[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]; nel dì 19 a Reggio, e di là a Bologna. In tutte queste città trattata fu colla magnificenza convenevole ad una gran regina. Portossi in quest'anno nel mese di novembre a Milano[Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 304.]un legato apostolico per riconciliar quel popolo colla Chiesa romana e col loro arcivescovoOttone Visconte. Se voleano essereliberati dall'interdetto, dimandò egli, che tutti giurassero fedeltà alla santa Sede, cioè di eseguire i di lei comandamenti; che riconoscessero Ottone per legittimo loro pastore; gli restituissero i beni, e gli permettessero l'ingresso e la permanenza nella città; e che non mettessero contribuzioni al clero. Tutto promisero i Torriani dominanti e il popolo. Diedero anche idonea sicurtà: con che tolto fu l'interdetto, assoluti gli scomunicati, e posti gli uffiziali dell'arcivescovo in possesso de' beni usurpati. Se ne tornò il legato a Roma per far venir Ottone alla sua residenza, nel qual tempo mancò di vita il papa. Per tal nuova giubilarono forte i Torriani, nè più si curarono di adempiere le promesse fatte. Teneva tuttavia ilmarchese ObertoPelavicino gran ghibellino le terre di Scipione, Pellegrino, Gislagio, Landasio, Busseto, Pissina ed altri luoghi[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]; ma era la sua principal dimora in Borgo San Donnino, da dove, assistito dai fuorusciti parmigiani, facea guerra alla città di Parma. Del pari il conte Ubertino Lando, altro ghibellino, possedendo la Rocca di Bardi, Compiano, Monte Arsiccio ed altre terre, unito cogli usciti di Piacenza infestava non poco quella città. Raunarono i Parmigiani coll'aiuto di tutte le loro amistà un esercito di circa trentamila persone, e formarono l'assedio di Borgo San Donnino. Nel dì 21 di ottobre seguì accordo e pace fra gli uomini di quella terra e i Parmigiani[Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.]. Se n'andò con Dio il marchese Pelavicino, e i fuorusciti di Parma con giubilo universale rientrarono di concordia nella loro città. Ma i Parmigiani nel dì 13 di novembre contro i patti poco prima stabiliti, essendo iti al suddetto Borgo di San Donnino, smantellarono affatto quella terra, con distribuirne gli abitanti in varie circonvicine castella. Formarono anche un decreto di non poterla mai più rifare, affinchè non fosse più in istato di molestar con guerre lacittà di Parma, siccome tante volte in addietro era avvenuto. Similmente i Piacentini ebbero gran guerra col conte Ubertino Landò; e avendo prese le castella di Seno e di Scipione, distrussero l'ultimo contro i patti. Compiè il corso di sua vita in quest'annoRinieri Zenodoge di Venezia[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], e in luogo suo fu elettoLorenzo Tiepolonel dì 25 di luglio. Restò in tal occasione stabilita la forma con cui oggidì si fa l'elezione del nuovo doge. Furono delle commozioni in Brescia[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]fra i cittadini delle due fazioni. Perchè i Ghibellini gran festa aveano fatto per la venuta di Corradino, i Guelfi nel dì 14 di novembre, dato di piglio all'armi, vollero cacciar di città gli avversarii. Frappostosi Francesco Torriano governatore, quetò il tumulto, col mandare a' confini in Milano alcuni Guelfi nobili e popolari. Ma nel dì 14 di dicembre di nuovo furono in armi i Guelfi, e fecero uscir di città non solamente parecchi de' Ghibellini, ma anche lo stesso Francesco dalla Torre eRaimondo vescovodi Como suo fratello. Rifugiaronsi gli usciti in varie castella; e i Veronesi, prevalendosi di questa divisione, s'impadronirono di Desenzano, Rivoltella e Patengolo.


Back to IndexNext